15 maggio 2011

Bolle d'alea (13): Goethe?

Se la memoria non tradisce Apollonio, fu Goethe a sentenziare che “sono i suoi errori a rendere l'uomo amabile”. Il nebuloso ricordo gli affiora incontrando un annuncio pubblicitario. In cerca di sostegno tra i lettori di un quotidiano economico, se ne è fatta benemerita promotrice un'associazione che mira ad alleviare le sofferenze di bambini gravemente ammalati.
“Facciamo che bastava la tua firma e a me mi esaudivi il mio più grandissimo desiderio?” vi si legge. Lampanti l'imitazione approssimativa della grazia della lingua infantile e il riferimento alla libera invenzione del gioco.
“Bastava... esaudivi”: l'imperfetto è modo dell'irrealtà. Eugenio Coseriu e Riccardo Ambrosini hanno scritto in proposito, ricordando proprio il suo insostituibile sostegno alla finzione della lingua del gioco e, da lì, c'è da credere, agli artifici letterari della finzione narrativa.
Vira dunque il toccante messaggio verso la finzione? E non suona dunque inopportuno? No. Perché sul valore dell'enunciato prevale la forza veridittiva e persuasiva della voce, nel fittizio atto di enunciazione. Questa si vuole amabile, come quella di un bimbo: e quale voce più di quella infantile è d'altra parte capace di verità? Ancora più vera e amabile per due errori di grammatica: “a me mi” e “il più grandissimo”.
Sono errori prototipici, errori che aspirano a essere eterni, come dicono sia la verità coloro che la posseggono. Ne discende che si tratta di errori per nulla possibilisti o relativisti, anzi tendenzialmente assoluti. L'attitudine spirituale è forse vecchiotta e si nutre della nostalgia per la maestra elementare e la sua matita rossa e blu. I potenziali sottoscrittori hanno del resto una certa età, ragionevolmente, e poca simpatia, magari, per errori nuovi e difficili da capire. L'artefice che ha concepito il testo di quell'annuncio ne ha certo tenuto conto.
L'esempio è modesto: Apollonio lo ammette. Flebilmente e dal punto di vista linguistico, esso svela però una trama nascosta, anche dell'adagio di Goethe (se esso è di Goethe). Dice infatti che rendersi amabili con i propri errori pare possibile solo con l'inderogabile soccorso di una grazia come l'infantile o, in sua mancanza, di un artificio. E la grazia, feroce, non ammette errori, come del resto non ne ammette l'artificio umano che, facendo come può le veci della grazia, si è usi chiamare arte. Insomma, di nuovo un paradosso.

5 commenti:

NostraDannus ha detto...

È una finzione come funzione o davvero errare di proposito è uno sproposito per proporsi artefici involontari dell'artificio ad imperitura memoria?
A proposito, non la frase è infantile ma il rimando, non il senso è errato, ma il consenso. Eppure, qui, chi erra, fa parlare più di chi non erra, «enne» comprese.

Stimato Apollonio, sappia che son b'elle le “Bolle da Lea”.

Apollonio Discolo ha detto...

O RAPIDA PARODIA?
Apollonio, deliziato dalla specula(re + tiva) deformazione, ringrazia.

Anonimo ha detto...

Apollonio,entrando nell’agio di Ghoete, ho trovato bambini e le orme di Omero. Erra l’errante e l’errante cerca e chi cerca trova la via che lo riporta in patria, alla perduta innocenza, amabile con amore nuziale dalla verità. Ma la verità ha usato l’inganno per restare incorrotta e l’errante, a sua volta padre degli inganni, non errava di proposito. Paradossi mitologici che servono ancora a far vendere idee buone o auto usate.
Bernardo La Cara

Pasquale D'Ascola ha detto...

Se non capisco male lei Apollonio è dell'opinione che la lingua è quella cosa che si usa e come la si usa e come la si dice. Che la grammatica e la sintassi sono in scatole di montaggio. Non è così?

Apollonio Discolo ha detto...

Se Apollonio non capisce male l'opinione che gli sta attribuendo, gentile lettore, Apollonio non si riconosce pienamente in tale opinione. E se non è riuscito a spiegarsi, la responsabilità è certo di Apollonio medesimo. Gli conservi nondimeno la Sua benevolenza. Apollonio non ha fretta e proverà a essere più chiaro in futuro. Del resto, sapere di quale opinione sia Apollonio è poi tanto rilevante? A lui, sinceramente, non pare.