10 giugno 2011

"Ingrata patria..."

Il topos di una patria matrigna, che non celebra il figlio meritevole e anzi lo scaccia e lo perseguita rimonta all'antichità classica ed è proverbialmente riflesso (come si sa) nei Vangeli: "Nemo propheta...". Da lì è percolato nella cultura italiana, ricevendone in alcuni casi un lustro spinto fino all'antonomasia. L'opera e la vita di Dante ne sono paradigma, quelle di Ugo Foscolo (per citare un caso più prossimo) parziale riflesso.
Del topos si è però oggi impadronita la comunicazione di massa e a un brufoloso ragazzetto, poniamo, della nobile e antica città di Apollosa, bastano una borsa Erasmus e un paio di mesi all'Università di Nizza per prendere subito gli accenti accorati dell'esule i cui meriti l'ingrata patria spregia, accenti amplificati da chi, piazzatogli un microfono davanti la bocca o un taccuino sotto gli occhi, ne raccoglie l'importante testimonianza. E nulla si dice di quando la testimonianza è di "una geniale ricercatrice nell'avanzatissimo laboratorio" o di "un manager giovane e creativo dell'importante multinazionale". Ma che ci si vuol fare? L'Italia produce cervelli in quantità e, ragionevolmente, più di quanti non ne necessiti un paese di furbi. Di conseguenza, da sempre, li esporta. In Italia, c'è sempre stata penuria non di materia grigia ma di materie prime e non c'è condominio che non alberghi qualche Galileo.
Del resto, va detto, oggi non mancano in proposito i maestri. Non mancano gli augusti esempi di gente importante che, amareggiata, si dice delusa della patria e del suo andazzo senza nemmeno essere mai stata costretta a espatriare. Anzi, talvolta percorrendo in patria spettacolari cursus honorum, coprendovi alte cariche e ruoli di guide culturali e delle anime.
Così che, quando si ascoltano certe sortite, verrebbe fatto di chiedere: "Ma, mi scusi, stando in sella, dalla sua privilegiata specola non s'era accorto di nulla? E se, come dice e siam d'accordo, l'Italia è ridotta in uno stato pietoso, considerato lo spropositato numero di luminose presidenze da lei coperte, non sarà forse anche per sua responsabilità? Insomma, quando maturavano i tempi del disastro, quando ci si preparava a lasciarci in mutande, lei dov'era?".
Il mood, venato d'indignazione, che Apollonio chiamerebbe appunto "Ingrata patria...", è così diventato fenomeno di massa. Chi non pretende che le sue qualità siano socialmente sottostimate, che il suo benemerito lavoro per il bene comune sia (stato) gettato al vento e che la colpa sia "degli altri" e del degrado dei tempi? Non c'è presuntuoso docente che non l'abbia pensato e non lo pensi. Sono atteggiamenti umani tanto ordinari quanto meschini, che un po' di modestia, un po' d'ironia basterebbero a venare di un sorriso. E siccome la gente istruita è il target d'elezione dell'industria culturale, questa ha subito approfittato della frustrazione dilagante e del mood "Ingrata patria..." per fare cassetta. C'è sentimento poco commendevole di cui la modernità putrefatta non ne fa?
Balzano così ai primi posti delle classifiche delle vendite libri esemplari, sdegnosi e corrucciati, che ai medesimi sentimenti invitano i lettori. Portano titoli che dicono dell'indignazione dei loro autori e suonano come severe reprimende. Qui di seguito, come antidoto al veleno delle sue proprie frustrazioni e come sorridente omaggio alla sua patria, che mai ha pensato gli sia stata ingrata, fosse anche solo per il dono di una lingua bella e non comune, Apollonio prova a riportarli ai possibili valori di una quieta quotidianità discorsiva.
Non è il paese che sognavo: "...ci scusi, siamo mortificati. Ce lo restituisca pure. Si proverà a far meglio al suo prossimo risveglio".
Togliamo il disturbo: "...ma no, cosa dite? Non sia mai. Delle personcine tanto gradevoli e garbate! Anche se, sì, in effetti, veramente si sarebbe già fatto un po' tardi".
E, celebrato con l'occasione di una fausta ricorrenza con pompe ufficiali, anche un film.
Noi credevamo: "...e siccome si è trovato che vi sbagliavate, sarebbe forse il caso, per una volta, di chiedere scusa e di uscire dalla comune".

5 commenti:

Pasquale D'Ascola ha detto...

Appropriato, appropriato, con juicio. Potrei commentare di più ma ne verrebbe fuori uno sproloquio. Il terreno di Apollonio, non so se è sconfinato ma ha sconfinato ed è il suo bello.
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Apollonio Discolo ha detto...

Sconfinato? Forse, amabile lettore, e se è così perdoni Apollonio. Quelle che il suo sguardo incrocia, però, a lui paiono questioni strettamente linguistiche. Di altre, Le assicuro, proprio non saprebbe scrivere. Di una linguistica critica, se vuole. Di una linguistica che si interroga, per es., sui valori dei segni del tempo. E cosa sono i titoli dei libri o dei film che vanno per la maggiore se non parlanti segni di questo tempo benavventurato?

Sesto Sereno ha detto...

Ingrata Patria? Ingrata a chi? Di cosa avrebbe dovuto esserci grata? Cosa abbiamo fatto per meritare la sua gratitudine se non l?abbiamo neanche scelta e, trovandoci qui per sua sfortuna, passiamo tempo a "monitorare le sue criticità territoriali"?
Blak

Cartabaggiana ha detto...

patria ingrata? patria in grata!

Cartabaggiana ha detto...

meglio:

ingrata patria?

in grata, patria!