7 ottobre 2011

Del fine dicitore

"Quella di Tranströmer è una poesia potente e dotata di viva complessità, ma anche decisamente comunicativa". Il modulo stilistico è tipico della prosa critica contemporanea. Ne è anzi una sorta di riconoscibile birignao. 
Il pronome, che funge da soggetto, fa da catafora del nome del predicato, di modo che la comprensione resta sospesa ("quella di Tranströmer... cosa?") e, quando giunge finalmente lo scioglimento ("...è una poesia... Ah!"), il calcolo funzionale ha da ingranare la retromarcia ("la poesia di Tranströmer, allora") per riprendere dal principio. 
È questione di millesimi di secondo, naturalmente, ma il risultato è un va' e vieni che, come inutile orpello, ingarbuglia forme e funzioni lungo la linea del tempo.
A paragone si metta la semplice ed elegante linearità di "La poesia di Tranströmer è potente e dotata di viva complessità...". Così si sarebbe egualmente detto tutto ciò che (a quanto pare) si voleva dire, col vantaggio di non esibire un'enfasi che ha il poeta svedese recentemente laureato come pretesto e, come tema autentico, lo stile del fine dicitore che oggi ne tesse l'elogio.

4 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

L'ingarbuglio artificioso e ridicolo di forme e di funzioni è malcostume e sciagura che va ben oltre la prosa critica. Qui ne è rivelato il marchingegno sintattico, unitamente al tornaconto che vi si persegue, con l'efficacia silenziosa, elegante e definitiva d'una saetta d'Apollo.
I nostri testi normativi, di legislazioni speciale, di regolamenti ed altro, da almeno trent'anni sono gomitoli indipanabili di birignao.

Vito Lucio Maria ha detto...

Dalla prosa critica di questa fattura il quivis de populo, e non solo, si difende ignorandola. Improbabile trovare qualcuno che si decida ad acquistare un libro o a programmare lo studio d'un autore per effetto d'una recensione. Esistono, naturalmente, aree, modelli e casi di scrittura critica ben fatta ed utile, ma sono da ricercare con impegno.
D'altro canto, chi non può sottrarsi ai birignao che si pretendono norme e da questi deve coattivamente pervenire a dicta sensati, è costretto ricostruirli come testi che dicano qualcosa, che persino dispongono e stautiscono, alla stregua di Apollonio alle prese con "Il nostro maggior filologo".

Vito Lucio Maria ha detto...

Ma sorge un quesito linguistico e ci si permette di porlo.
Come accade che a fronte di un discorso costruito con la volontà di rendere vanamente complesso il calcolo funzionale, quindi infarcito di orpelli, il parlante della domenica che può si ritrae relegandolo nell'irrilevante, mentre chi non può - magari maestrino o maestro di varia gradazione della parola - si rimbocca le maniche per farne qualcos'altro di utilizzabile?
Dove nel sistema che governa relazioni e differenze ponendole ed opponendole, alberga questo meccanismo difensivo?
Qualcosa come un calcolo della parola eseguito all'insaputa del soggetto. Ma si tratta pur sempre di un'operazione processuale dotata di coerenza, un calcolo, i cui effetti fenomenici devono consentire di svelarla, almeno in prima approssimazione.

dascola ha detto...

Caro amico, se mi passa il termine, a mio modo di vedere la prosa italiana è stata avvilita e svilita credo per sempre da due fattori, ignoranza e stupidità. Sono la peggiore forma di violenza e, sono con lei, la vera dittatura. Le due, figlie bastarde di una scuola elementare fino ai massimi livelli e del giornalismo televisivo e non solo, si nascondono, o forse occorre dire si palesano, sotto il luogo comune che, con il modismo, è la forma di espressione dominante; dato che non si conosce l'espressività del silenzio quando non si sa e anche quando si sa. Molto cordialmente