23 agosto 2012

Tweet: tempo, scrittura breve, evidenza, fenomeno

"Non ho il tempo di scriverti una lettera breve; te ne scriverò, di conseguenza, una lunga".
Suona più o meno così una delle più celebri acutezze sul rapporto tra tempi di composizione e esiti (solo quantitativi?) della scrittura. Apollonio, che non ricorda dove l'ha incontrata per la prima volta, non ha voglia (o non ha tempo?) di precisarne la forma e di darle l'esatta attribuzione (ammesso che un'esatta attribuzione ne sia possibile) che forse basterebbe, in tutta brevità, a commentarla. È del resto evidente che per scriver breve avere molto tempo è indispensabile e l'evidenza non necessita di commenti.
Fino al momento in cui, però, un'evidenza non rischia di confondersi con un fenomeno, che è anch'esso evidente (altrimenti che fenomeno sarebbe?) ma come è evidente un maquillage. E ciò che rende conto di un maquillage e lo rende sistematicamente comprensibile è anche, se non soprattutto, ciò che esso camuffa e nasconde, non ciò che, onestamente, palesa.
Sulla difficile distinzione tra evidenza e fenomeno, del resto, marciano da sempre (e felicemente) le complementari attitudini umane, da una parte, al malinteso, all'errore, all'essere gabbati e, dall'altra, all'agguato, alla truffa e all'imbroglio: attitudine, la seconda, sempre più simpatica della prima, oltre che di maggior merito e, di conseguenza, accompagnata di norma dal successo e socialmente premiata.
Ebbene, nell'espressione e nella comunicazione d'oggidì, la brevità regna sovrana. E dove non regna, si dice dovrebbe farlo.
A credere con ingenuità alla nuda verità della ricordata acutezza, la presente brevità dovrebbe essere allora indice d'elezione di sterminata disponibilità di tempo, da parte di chi procura di esprimersi e di comunicare nelle relative guise. E d'un caldo e pensoso invito, da parte di chi la raccomanda o la prescrive ad altri, a godersi il tempo necessario a essere espressivamente e comunicativamente brevi.
Ma, cari i cinque lettori di Apollonio, ci si guardi un momento negli occhi: chi è così gonzo da crederci? Bastasse l'esibito limite dei 140 caratteri ad assicurare a un'espressione la brevità! Si può essere prolissi anche dicendo una sola parola e talvolta, ma più di rado e certo augurabilmente, anche tacendo.
L'attuale dilagare della brevità è dunque un fenomeno. Esso si confonde con la nuda evidenza della brevità autentica, rendendola difficilmente distinguibile.
Oggi, l'apparente brevità non è infatti frutto né testimonianza di libera disponibilità del tempo ma di una sua cruda e servile mancanza. Non della lunga ricerca di rispetto della sacralità del limite ma della coazione a dire e a scrivere illimitatamente, in poche parole e senza stare a rifletterci nemmeno un attimo, qualsiasi sciocchezza.
Il testo reale che ne viene non si fa breve ipotesi degli stretti confini che qualificano la faticosa aspirazione a una perfetta incompiutezza. Di conseguenza, esso non solo non è breve (e si spaccia soltanto dolosamente come tale) ma è di stucchevole prolissità.
Come, ragionevolmente, il presente.

2 commenti:

Sesto Sereno ha detto...

Veni vidi scripsi
Blak

alessandro ha detto...

Ho incontrato in rete un forzato della brevità e della rapidità che per rinunciare in ogni modo a questa costrizione, ha pensato bene di arricchirci di qualche apostrofo innovativo. Forse perché il suo racconto valeva più che pochi caratteri. E così mi ha scritto: "in quell'asso di tempo".