29 dicembre 2013

Antemio Procopio

Antemio Procopio: protagonista di un romanzo fin qui sconosciuto, e oggi fortunosamente ritrovato, di Emilio De Marchi; l'autore, per intendersi, del meglio noto Demetrio Pianelli. Modesto impiegato, anche Antemio Procopio, non del Demanio, come il Pianelli, ma del Catasto, dalla vita oscura e senza speranza di luce, perché impastoiata da vicende familiari complesse e neppure tragiche. Tragiche, al massimo, per il grigiore irredimibile dei loro minuscoli attori, incluso il protagonista.
D'accordo. Basta così. Apollonio la smette, con questa ennesima fola. Ci ha provato. Ma tanto per dire. Sa che è impossibile mettere nel sacco i suoi cinque lettori: attenti, competenti come chiunque scriva (persino chi lo fa con le bombolette sui muri o, ancora più sconsideratamente, con una tastiera in un blog) non può non augurarsi di avere.
Tanto, loro, i suoi lettori, lo sanno bene: Antemio Procopio fu un imperatore romano d'Occidente. Uno degli ultimi, di quelli il cui nome non si fa proprio mai. Meglio: il cui nome veniva fuori, per (richiesta di) puro esibizionismo nozionistico, in esami universitari di qualche disciplina filologica minore, a cavaliere tra storia romana e storia medioevale. Poniamo, "Storia dell'Impero romano d'Oriente". 
Fu un imperatore d'Oriente, infatti, che lo mise lì, Antemio Procopio, come fantoccio, per contrastare il potere, in Occidente, d'un generale goto che, a sua volta, di imperatori-fantoccio ne aveva già prima prodotti, quindi eliminati un paio. Eliminò infine anche il povero Antemio Procopio. C'è da chiedersi di conseguenza (domanda oziosa per gente oziosa) se, per un Antemio Procopio qualsiasi, più fausta e onorevole non sarebbe stata la vita (di carta) d'impiegato del Catasto italiano, sul crepuscolo dell'Ottocento.
Di Antemi Procopi, imperatori-fantoccio veri e non falsi impiegati del Catasto, nel mondo non c'è mai stata mancanza né mai ce ne sarà. Ci sono epoche, tuttavia, particolarmente feconde, per il tipo, del resto facilmente riproducibile in serie. In epoche del genere, circolano Antemi Procopi in quantità, onorati (non si sa come e perché. O, magari, si sa benissimo come e perché) da titoli, cariche, premi reboanti e di grande effetto, di cui capita peraltro non riescano a trattenersi dal farsi incontinentemente belli: "Guardate tutti come porto bene lo scettro. E che scettro! Lo scettro di Cesare". 
Ritengono, gli Antemi Procopi, che lo scettro non solo garantisca per loro ma persino li onori. E sono ignari del fatto che, invece, uno scettro illustra e onora ben poco e a rendere illustri gli scettri sempre sono (state) circostanze eccezionali, ivi incluse ovviamente le qualità umane eccezionali (fortuitamente eccezionali, spesso, se non sempre) dei titolari di scettro.
Che prima di un Antemio Procopio, sia stato Marco Ulpio Traiano, per non fare un nome a caso, a fregiarsi del titolo di Cesare e a coprirne la relativa carica dice poco del valore dell'Antemio Procopio né lo illustra. Anzi, se quel valore è scarso o non c'è, invita crudamente a constatare, per ineludibile paragone, lo stato di degrado di titolo e carica e delle procedure per la loro assegnazione. 
Ammesso che mai ne sia valsa la pena, all'altezza di Antemio Procopio, messi da parte il godimento di qualche effimero agio palatino e la compagnia d'una modesta congrega di cortigiani pronti a squagliarsela, è poi veramente il caso di prestarsi a diventare imperatore d'Occidente, lasciando così di sé, per comparazione di fortunati (e forse meglio provvisti) predecessori, l'immagine d'uno sciocco disgraziato?
Per passare dalla grande politica tardo-antica a sfere più frivole e della modernità, scivolando così di quindici secoli, che Ennio Flaiano o Primo Levi abbiano reso illustri, coi loro nomi, noti concorsi letterari italiani, dice qualcosa delle qualità di qualche Antemio Procopio in séguito onorato di allori che si fa forse fatica a dire i medesimi?
La presente, è allora epoca propizia all'eventualità straordinaria dei Cesari o alla regolare proliferazione degli Antemi Procopi? Ogni volta che si parla di onori, di titoli, di cariche è opportuno ci si interroghi in proposito. Lo si precisa, a scanso di equivoci: inutile richiedere ad Apollonio una risposta. Non la possiede e, del resto, tocca a ciascuno di trovarla da sé. Ha però un sospetto, guardandosi intorno e senza pregiudizio sul generale valore dei tempi. Che, di Antemi Procopi, ce ne sia in giro qualcuno. 
Ne incontrasse uno, pur sapendo che sprecherebbe il fiato, perché il destino di ciascuno è il suo destino e mutarlo è impossibile, sommessamente lo inviterebbe a chiedersi se, Antemio Procopio per Antemio Procopio, al posto di passare per secoli da imperatore falso e fantoccio, non gli risulterebbe, infine, più umanamente soddisfacente e onorevolmente dignitosa una vita vera da oscuro impiegato al Catasto, con l'inestimabile annesso premio d'un veloce oblio.

27 dicembre 2013

A frusto a frusto (79)



Non c'è parola senza ironia, ne siano consapevoli o inconsapevoli coloro che la portano. Tanto meno consapevoli ne sono, però, tanto più comiche (o tragiche) sono le loro espressioni.

26 dicembre 2013

Linguistica da strapazzo (22): "Una cazzo d'opinione"

Apollonio deve l'immagine qui a fianco al suo alter ego, che, per mettere in circolo notizie di questo diario, bazzica un paio di reti sociali e si trova così divertito spettatore di sortite del genere. 
L'espressione è certo tratta da uno di quei post in cui si fa questione di qualche banale abuso del condizionale ai danni del congiuntivo.
Pretesto benemerito, se porta alla luce e alla dignità dello scritto (e dello scritto di un inflessibile fustigatore - o d'una fustigatrice - di cattivi costumi linguistici) il nesso nominale una cazzo d'opinione
Una cazzo d'opinione è già da tempo una formula dell'andazzo: come tale, si candida a essere la regola, se non lo è già divenuta. Certo, non l'eccezione e nemmeno un "errore". Del resto, lo si ammetta, come si farebbe a dire una cazzo d'opinione, se non dicendo una cazzo d'opinione? Un tempo, si poteva pensare alla concorrenza di un'opinione qualsiasi, di solo un'opinione; ma adesso? Chi ha più la faccia di esprimersi in modo tanto insipido? In combinazione con un imperativo, poi. Si vuol mettere l'incisività? Da caserma. Caporalesca.
Non sono però simili osservazioni sulle fonti ideali del costume del tempo (invisibili solo a chi non vuol vedere dove abita) a rendere l'espressione preziosa, come reperto, per una linguistica da strapazzo. Vale molto di più il fatto che essa mette in questione e proietta verso nuovi destini il modulo sintattico testimoniato da (Sono in viaggio tra Pratofiorito e Roccacannuccia con) una schifezza di treno o da (Guardatene! È) una merda di professore
Nessi nominali del genere equivalgono a un treno schifoso, un professore di merda. Con essi, anzi, hanno un rapporto trasformazionale, avrebbero detto Zellig Harris e Maurice Gross. In un treno schifosoun professore di merdaschifoso e di merda sono formalmente differenti ma riempiono una funzione identica: quella di modificatore del nome (sono attributi, nella tradizionale terminologia). Una funzione del genere, la si trova assolta d'elezione dagli aggettivi, se la si vuole mettere nei termini delle parti del discorso. Di conseguenza, stando alla funzione, non ci sarebbe nulla di strano a considerare di merda un aggettivo, come schifoso: un aggettivo di forma invariabile e composta. L'italiano ne è pieno: ma di ciò, semmai, un'altra volta. 
Merda è un nome, però, e, in relazione con schifoso, stanno nomi come schifo e schifezza. Il gioco è presto fatto, allora, ed è uno degli innumerevoli che assicurano alla lingua la grandissima varietà delle sue realizzazioni formali. Si resta infatti sempre nel campo della modificazione d'un nome, quando, operando con nomi e non con aggettivi, si passa dallo schema attributivo di un treno schifoso e di un professore di merda a quello di una merda di professore e di una schifezza (o uno schifodi treno, che si direbbe appositivo (sempre per tradizione grammaticale). Nel passaggio, due caratteri formali sono notevoli. 
Primo, il collegamento tra nome modificatore e nome modificato necessita, come elemento di transizione, della preposizione di: una di quelle cui, anche a volerle trovare un significato, proprio non ci si riesce (e grazie al Cielo!). Un elemento di transizione del genere non è necessario quando è questione di un nome e un aggettivo e mal si giudicherebbe, se si credesse che, nel caso, si tratta del medesimo di che compare in un professore di merda.
Secondo, nel nesso, la salienza grammaticale e il relativo controllo di fenomeni di armonia compositiva passa dal nome modificato al nome modificatore. Una merda di professore è sempre un professore di merda, come una schifezza di treno è sempre un treno schifoso. L'articolo è però femminile, perché femminile è nel caso specifico il nome in funzione di modificatore: quello del nome modificato, semplicemente, ha perso rilievo.
Non va (più) così con una cazzo d'opinione. Come, in un professore di merda, di merda è la forma dell'aggettivo composto in funzione attributiva, così lo è del cazzo in un'opinione del cazzo. Ma quando cazzo, che è un nome, sempre sotto il segno della funzione di modificatore, si fa largo come apposizione, il suo genere non conta un c... Conta il genere del nome modificato, che nel caso specifico è opinione, femminile: una cazzo d'opinione, appunto. Come, altrimenti? A testimoniare, nella formula, il formale valore nominale di cazzo resta d'altra parte e in ogni caso ancora quel di: dice che si tratta di una combinazione di un nome con un nome e non di una combinazione di un aggettivo con un nome.
È spassoso allora che sia proprio cazzo a evidenziare (come apripista, pare ad Apollonio: ma forse si sbaglia) l'affievolimento del valore nominale di queste apposizioni dal sapore accesamente spregiativo: un merda di professore è già immaginabile, come forse una piscio di moto; un schifezza di panino lo è ancora molto meno, se mai un giorno lo sarà. 
Per tutti (e, primo fra tutti, per cazzo), ci sarà da valutare il ruolo, in questa perdita di salienza grammaticale dell'apposizione, di un ipocrita mascheramento delle origini volgari del modulo espressivo. Che si sorvoli anche sul genere di cazzo (oltre che sulla sua denotazione) sarà pertanto da imputare, per paradosso, a un'attitudine eufemistica: 'io, cazzo, lo dico, ma quando lo dico, naturalmente, non si tratta di un cazzo...'. E anche in ciò sarà difficile non riconoscere un tratto espressivo del tempo: la volgarità, certo, ma la volgarità esibita, per finta trasgressione, come bandiera del più puro bacchettonismo. Quello dell'imperativo, di "imparalo".
Ma è appena il caso lo si dica, in conclusione: solo una cazzo d'opinione, quella di questo frustolo, niente più d'una cazzo d'opinione.

24 dicembre 2013

Bolle d'alea (18): Canetti

"Trovare il cammino attraverso il labirinto del proprio tempo, senza soccombergli, ma anche senza saltarne fuori". Questa scintilla di speranza è destinata agli affettuosi lettori di questo ineguale diario. Valga come voto (il momento è propizio: ed è la nona volta) e non come esortazione. La si prende a prestito da Elias Canetti. Questi, per altra via, ammonisce Apollonio: "Chi è amaro deve fare scintille, se si dissecca non serve a nulla. Le sue scintille devono contenere quella speranza che lui stesso non sopporta più". E un'amarezza festosamente, speranzosamente scintillante, nelle stagioni stucchevoli, corrobora.

20 dicembre 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (11)

Andare sereni incontro al paradosso, senza la pretesa, inane sempre, quasi sempre violenta, di scioglierlo. Ipotizzare dove esso s'annidi, tracciarne i confini con la massima cura, limarne la rappresentazione, fino a coglierne i termini, perlomeno gli attingibili. 

19 dicembre 2013

Linguistica candida (9): Sotto un fico dell'Accademia



Non l'apprende né la sviluppa: un piccolo essere umano, venendo al mondo e incontrandola, la lingua, passo dopo passo, la riconosce, riconoscendovisi. 

14 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (22): Fare tutto a pezzi


Spezzoni letterari e cinematografici, spezzoni di pensiero e spezzoni di vicende, di viaggi, di vite: non sarà che non si sa più giocare senza soggiacere alla sciocca pulsione infantile di fare tutto a pezzi?

12 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (21): Genealogia di Mike Bongiorno

Una dimestichezza con Mike Bongiorno. L'hanno coltivata, pur se in modo differente, tanto l'uomo che ha avuto il maggior peso nella vita pubblica italiana degli ultimi venti anni, quanto quello che s'appresta ad averne uno in qualche modo comparabile nella futura (quanto a lungo, si vedrà): è il tratto che li accomuna e che si sbaglierebbe a credere solo accidentalmente biografico. 
"Fenomenologia di Mike Bongiorno" era il titolo di un saggio anticipatore di Umberto Eco. Vale forse la pena di rileggerlo, senza condividere la iattanza che vi si celava (male, bisogna dire) dietro la scorza di gioco ironico e sofisticato. Anche perché sarebbe oggi impossibile pensare (se mai fu facile farlo) che la consapevolezza sociale e culturale di Bongiorno, solo perché più tacita e implicita di quella sontuosamente palese di un intellettuale tomista o di un gesuita gramsciano, fosse una consapevolezza minore o minima e che, di conseguenza, egli galleggiasse sull'onda, al massimo come un cretino di talento. Un'analisi fredda e spassionata della figura di Mike Bongiorno e della sua prassi pubblica (se non si vuole dire politica): utile, visti anche gli esiti presenti, per chi prova ad avvicinarsi a una nazione e non a ciò che, ancora una volta, si vorrebbe che essa fosse (e che si opina quindi essa dovrebbe essere).

5 dicembre 2013

Linguistica da strapazzo (21): Asfaltare

"Li abbiamo asfaltati!", "Se non si fa attenzione, alla prossima occasione ci asfaltano"... Espressioni comuni, da qualche tempo, con eventuali variazioni di diatesi, di modi, di tempi. Tanto comuni che Apollonio, sulle prime, era stato tentato di aggiungere il presente frustolo alla serie "Lingua loro". 
Difficile dire chi sia stato il coniatore della metafora (ché, ragionevolmente, di metafora si tratta). Essa ha tutta l'aria di venire dall'ambiente sportivo, però, come commento, nel primo degli esempi sopra menzionati, a uno di quei risultati che un dì venivano designati (e non per metafora, ma per prestito) come cappotto. Asfaltare qualcuno, come l'ormai datato dargli, fargli cappotto, vale come 'riportare su qualcuno una vittoria sonora e indiscussa, a conclusione di un confronto in cui l'avversario non ha reagito o, reagendo, non ha concluso nulla': nel calcio, da 4 a 0 in su, insomma; forse, già 3 a 0, restando al 2 a 0 l'attribuzione, per rispetto della misura e di un canone, di vittoria classica, col più classico dei punteggi (con varianti come vittoria rotonda, punteggio rotondo, estensibili invece, secondo il bisogno, a una vasta gamma di esiti).
Dallo sport, in tempi ancora più recenti, questo asfaltare è venuto a infiorettare la lingua della politica, delle competizioni elettorali e dei suoi campioni. Nulla di strano: accade periodicamente; e da qualche decennio con intensità. Ci fu chi disse anni fa, per es., che "scendeva in campo" e ci fu chi, facendone oggetto di profonde riflessioni morali, disse, tra approvazioni e clamori, che il suo accesso all'agone politico comportava un movimento opposto. Poi a scendere fu (o magari sarà) il silenzio e a salire l'ombra della sera. 
Un tempo, a far da culla delle metafore della politica, era talvolta la lingua della guerra. Che sia ora quella dello sport o di quella sezione del mercato dell'intrattenimento che passa oggi per sport potrebbe non essere un cattivo segno: il sangue, magari, è solo sugo di pomodoro o, caso mai fosse veramente sangue, è bene che i cetrioli lo prendano per pomodoro, perché l'importante non è che sia sangue o pomodoro, ma che non si percepisca più la differenza tra sangue e pomodoro. Il Cielo preservi Apollonio, però, dall'insistere su simili divaganti moraleggiamenti. L'oggetto del frustolo, del resto, è altro. E se è, come si vedrà, una delle sue solite sciocchezze, ha forse il pregio di non essere una trita ovvietà, come è sempre il biasimo dei tempi (che infatti non è mai mancato).
Malgrado suoni esattamente come il comune asfaltare (quello che chi vuole può trovare in ogni dizionario), l'asfaltare che sta oggi sulla bocca di chi, facendo politica (o sport), sa comunicare alla gente ne è infatti funzionalmente molto differente. E la differenza non consiste tanto nel senso proprio del primo e nel figurato del secondo. Consiste invece essenzialmente nel diverso tipo di funzioni sintattiche e di ruoli semantici che i due asfaltare legittimano. Roba, insomma, da fini amatori della lingua.
L'asfaltare comune, quello dei dizionari e di chi lavora mettiamo alla Autostrade d'Italia o all'ANAS (ma esiste ancora, l'ANAS?), ha come oggetto diretto la superficie sulla quale l'asfalto si trova, alla fine del processo, a essere steso: si asfalta una strada, insomma, come si intonaca una paretesi imburra una fetta biscottata.
Il nuovo asfaltare, che i lessicografi non hanno ancora registrato, ha al contrario come oggetto diretto non la superficie ma chi, per metafora, come appunto accade all'asfalto nell'uso non traslato, viene steso sulla superficie: nel caso specifico, figura o no che sia, a terra, al suolo. 
Asfaltare un avversario politico (o sportivo) non è insomma stendergli sopra del metaforico asfalto ma stenderlo al suolo, come si fa con l'asfalto, ridurlo alla figurata condizione di asfalto.
Quanto a classe lessico-sintattica, questo secondo asfaltare non si trova di conseguenza in compagnia di intonacare o di imburrare, come il primo e originale, ma in quella di tritare,  per es., o anche di annientare: asfaltare qualcuno è farne dell'asfalto, come farne un trito o un niente. Si pensi, in proposito, all'espressione idiomatica far polpette di qualcuno, che deve al puro capriccio degli accidenti lessicali il fatto di non avere a compagna l'espressione verbale polpettarlo (ma, appunto, non si sa mai).
Che poi, in Italia, chi si preoccupa tanto di asfaltare gli avversari politici e di non venirne asfaltato si curi pochissimo invece di (fare) asfaltare adeguatamente le strade percorse dai suoi potenziali elettori (come forse dovrebbe, per primo ufficio) è questione che travalica le appunto inutili competenze grammaticali di Apollonio: sul tema, ogni eventuale commento è di conseguenza sospeso.

3 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (20): Voci del Verbo

Per lo spirito stordito di Apollonio, tanto indugiatore nell'assaporare significanti da lasciare negletti i significati (ove ci siano, questi sono del resto roba da gente seria, come si sa), capita che a competere in questi giorni per un importante incarico della vita pubblica nazionale siano voci di verbi fantasiosi e, di conseguenza, arcane manifestazioni del Verbo.
In stretto ordine alfabetico:
- un participio passato maschile plurale della prima coniugazione: "Civati che si sia, e poi?";
- un infinito della seconda coniugazione, con enclisi di una particella pronominale maschile singolare: "Cuperlo si dovrebbe, certo, ma...";
- una seconda persona singolare del presente indicativo: "Renzi ancora?" (eventualmente: una delle tre persone singolari del presente congiuntivo, da scegliere secondo il gusto di ciascuno; per es., "Renzi pure come Le aggrada").
Insomma, una forma finita del presente, la terza; una infinita e senza tempo (o, almeno, "che viene da lontano..."), la seconda; una né finita né infinita e in apparente attesa di un ausiliare, la prima.
Cosa tutto ciò significhi, Apollonio non sa né il Verbo gli si è appunto dichiarato in proposito, abbagliandolo soltanto con le sue forme. 
Non gliene vogliano i suoi cinque lettori, se meglio o più non è capace di dire. Lo sanno, del resto. Lui, di politica, capisce più o meno quanto capisce di linguistica: meno di zero. E per avere ponderati "consigli di acquisto" (la rete ne deborda), il suo non è certo l'indirizzo più appropriato.

1 dicembre 2013

A frusto a frusto (78)




C'è chi s'illude che si possa tornar poveri restando buoni e persino chi pretende che si possa diventar buoni restando ricchi.