29 marzo 2015

Come cambiano le lingue (11): "Il più integerrimo"

Non da oggi "il più integerrimo" è in circolo, sulla scia del già ben ambientato "il più acerrimo". 
Una settimana fa, come un lampo, il primo è comparso sulla bocca di un popolare giornalista e commentatore televisivo. Si è espresso così nel corso di una trasmissione di una rete italiana pubblica nel cui bacino di utenza d'elezione prosperano attenti censori degli usi linguistici che si allontanerebbero dalla buona norma. 
Nei giorni che son seguiti, in proposito, il sismografo delle reti sociali cui Apollonio accede, che per fatti comparabili in altre occasioni segnala grandi movimenti (con commenti irridenti o vibranti indignazioni), non ha però registrato la minima scossa. Nemmeno un post. Nessuna matita rossa e blu in azione. Ideologi del buon italiano e accademici di complemento hanno taciuto.
I loro strumenti di rilevamento sono evidentemente tarati soprattutto sul congiuntivo e sul piuttosto che. O, quando cantano certe sirene, tra "i più integerrimi" cultori della correttezza grammaticale e "i più acerrimi" nemici degli errori (altrui) si sonnecchia (o si finge di farlo?). 
Quanto a "il più acerrimo" e "il più integerrimo", del resto, le grammatiche si sono già pronunciate da un po' per il fatto compiuto e l'opacità della forma superlativa, regolarmente invocata, ha fatto il resto.
Qui, come al solito, non si verserà una lacrima né si menerà scandalo. La lingua del sì non è irrimediabilmente sfigurata da simili inezie; esse non invitano a intonare un mesto deprofundis né a sperare, alternativamente, che l'angelo custode del miserrimo lo renda, nell'occasione, "più miserrimo", mutandosi in angelo vendicatore.
È interessante osservare però che non c'è norma che non vada a gambe levate quando chi s'esprime non percepisce più il valore funzionale di una forma e ciò accade abitualmente quando tale forma si allontana dagli schemi di ciò che è vivo e produttivo: l'andazzo, insomma, tollera le eccezioni ma solo fino al momento in cui non comincia ad averne abbastanza (forse anche per questo il buon Barthes se ne uscì con la famosa sparata di una lingua ineluttabilmente "fascista").
È beatamente ignaro, l'andazzo, del fatto che lingua e vita sono del resto fatte così e continuano a produrre eccezioni. Ne elimini una, fastidiosa, e un'altra, imprevista, ti appare poco più in là, magari più fastidiosa: "Non si comprende come dalla pianura / spunti alcunché. / Non si comprende come dalla buona ventura / esca la mala. / Tutto era liscio lucente emulsionato / d'infinitudine / e ora c'è l'intrudente il bugno la scintilla dall'incudine. / Bisognerà lavorare di spugna su quanto escresce, / schiacciare in tempo le pustole di ciò che non si appiana. / È una meta lontana ma provarcisi / un debito.", scrisse un ironico poeta.
Come della vita, così della lingua, infatti, nessuno ha il controllo totale, neanche chi cavalca o crede di cavalcare i loro andazzi. Ci si figuri chi, meschinello o meschinella, passa il suo tempo a fare segni con una matita rossa e blu, guidato da qualche grammatichetta normativa e quindi, talvolta, provando a preservare eccezioni, talaltra, a annichilirle.
Il criterio che ha ormai aperto la porta a "il più integerrimo", si chiede allora Apollonio quando legge certe geremiadi, non varrà talvolta anche per ciò che solleva invece crudi sdegni? E invece di sdegnarsi (che pare faccia tanto fine ed è invece, a ben vedere, un'attitudine volgare, soprattutto quando diventa "sociale", cioè un andazzo), non sarebbe forse meglio, quanto a ciò che accade, chiedersi non solo come mai o perché (ciò che fanno i curiosi antipatici) ma (come fanno i curiosi simpatici) anche e soprattutto come accade?
Integerrimo non suona più come superlativo neanche alle orecchie di chi scrive nei migliori quotidiani e conciona in trasmissioni di culto. Non resta che farsene una ragione: come di parecchio altro.
Poi, certamente, nella propria vita privata (e nella pubblica che, visto che c'è da esprimersi, in qualche modo ne discende), chi vuole può, con discrezione, tenersi cari i suoi superlativi e non cedere, fin dove riesce, alle (più?) zuccherosissime tentazioni della corrività. Magari, però, non solo alle futilmente formali.

28 marzo 2015

Sommessi commenti sul Moderno (16): Europa, a dì 24 marzo 2015...

Comunque fosse andata, quella scoscesa sciara nera di lava erosa e antica dove tutto giacque sbriciolato per esservisi schiantato a una velocità oltraggiosa della fralezza umana divenne immagine esemplare.
Per chi, modicamente consapevole della storia, volle intenderla, essa fu l'emblema del destino che - tabe ripercossa ma tutt'altro che debellata - lo spirito nichilista, al tempo stesso lucido e stupido, di una moderna identità culturale europea continuava a proporre a se stesso. 
Non un destino solitario, però. Un destino collettivo da compiere una volta che quello spirito, con la violenza o con l'inganno, si fosse fatto guida totalitaria di una folla di innocenti, macchiati ai suoi occhi dalla più grande delle colpe: quella di volere continuare a vivere, con la loro intelligenza umanamente ignara.
La colpa insomma di non condividere il cupio dissolvi che, nel momento stesso in cui, disfatte le differenze, tutto s'era fatto equivalente a nulla, si era prospettato come il solo desiderio ormai concepibile allo spirito nichilista di un'identità culturale europea tanto spaventosamente lucida quanto ridicolmente stupida.

27 marzo 2015

Come cambiano le lingue (10): "Alternativa" alla Crusca

"L'italiano corrente ha a disposizione per indicare il giorno prima di ieri... ben tre diverse alternative": risponde così qualche tempo fa la Crusca a una "lettrice di Belluno". Apollonio casca oggi per caso sulla pagina. E, vecchio e torpido (se non ormai arteriosclerotico), esclama nel suo foro interiore: "Questa è bella! Dunque, una scelta tra sei forme". 
Poi si riprende (per quanto può) e capisce che, come gli dice il povero italiano che imparò sui banchi e davanti la TV bacchettona del tempo che fu, le forme di cui parla la Crusca son solo tre e che, rispondendo alla lettrice di Belluno, la nobile Accademia si serve evidentemente di alternativa secondo un andazzo in voga già da un po'. 
L'andazzo vuole infatti che alternativa non designi tanto (o più) ciò che con essa intesero Machiavelli, Baretti e Cattaneo ma ciò che con essa intese il buon Giorgio Faletti, che questo diario, or sono quasi due lustri, a questo medesimo proposito menzionò in un frustolo
Nel 2006, s'era, con il simpatico e compianto autore, sulla prima pagina del supplemento culturale settimanale del quotidiano della Confindustria. Ad Apollonio parve già tanto, come testimonianza dello sviluppo e del livello raggiunto dall'alternativa montante.
Quattro anni dopo, come si vede, la nuova alternativa è attestata già al top ed è la voce autentica di chi, quanto alla lingua del sì, "il più bel fior ne coglie" a sanzionare implicitamente lo scivolamento. Da non considerare più di conseguenza come rovinoso scivolone (così dicevano fosse, ancora sul finire del secolo scorso, illustri maestri di lingua).
Apollonio prende atto, come del resto hanno già fatto le opere lessicografiche: alcune, le tradizionaliste, con cautela; altre sposando la causa con apparente entusiasmo, come un dizionario che, nel titolo medesimo, si definisce appunto dell'andazzo, perché ideologicamente disposto alla fede che, l'andazzo, lo si possa e lo si debba governare (o che, almeno, bisogna dire e lasciar credere di farlo). 
Confessa Apollonio però che, irriducibile, stavolta proverà a resistere. Opponendo la vecchia alternativa alla nuova, tenterà, ma solo per se stesso e futilmente, di tenere in vita un'alternativa.

23 marzo 2015

Lingua nel pallone (7): "Fare a sportellate"

Dal resoconto giornalistico di una partita giocata ieri: "Mancini inserisce Palacio, mentre Icardi fa a sportellate". Da alcuni anni, le attestazioni della locuzione nelle cronache calcistiche sono frequenti: Apollonio non saprebbe precisare con esattezza la data del suo esordio né l'auctor cui va attribuita, ma è ragionevolmente certo che si tratti di novità da collocare intorno al cambio di secolo, con ricorrenze crescenti e percettivamente rilevanti solo negli ultimi anni. 
Esemplata sul modello, produttivo, del fare a botte della lingua comune, fare a sportellate viene dalle cronache sportive automobilistiche, dove non ha valore metaforico: "«Nel campionato italiano la sportellata è ormai sistematica» osserva Pianta. «Dopo ogni gara dobbiamo sostituire i parafanghi e le porte anteriori a tutte le nostre macchine»". L'esempio, da un fascicolo della rivista Quattroruote del 1993, è l'unico che correda la relativa voce del Battaglia, che chiosa: "Urto con la portiera o con la fiancata di un'automobile in una competizione". Sempre un valore figurato, dunque, ma metonimico e non metaforico: da Pindaro in giù, non c'è resoconto di evento sportivo che non abbia natura intrinsecamente (e necessariamente) poetica.
Trasferita in ambiente calcistico (passando per il rugby?) con accentuata funzione poetica e codificatasi come metafora, ma ancora priva di registrazione lessicografica (se Apollonio non si sbaglia), la locuzione vale per una pratica di gioco, come si dice, maschia, in cui ci si contende il controllo del pallone non con la tecnica e in un confronto faccia a faccia ma, nella corsa affiancata, spingendo e spostando l'avversario soprattutto con spallate (ecco il facile innesco della metafora), o, in serrati corpo a corpo, provando ad abbatterne la resistenza con forza e impeto, senza per questo commettere falli di gioco.  
Si applica nel caso di giocatori particolarmente dotati sotto il profilo fisico: con difficoltà, per esempio, potrebbe essere proferita a proposito di Sebastian Giovinco, "la formica atomica". 
La locuzione è poi soggetta ad altre restrizioni d'uso che meritano forse ancora qualche cenno. Con sintassi assoluta, a sportellate fa infatti, di norma, un attaccante. Naturalmente fa a sportellate coi difensori della squadra avversaria, ma costoro non solo non accedono abitualmente alla funzione di soggetto della locuzione ma non sono nemmeno menzionati. Come nell'esempio d'esordio, insomma, Icardi e non, poniamo, Ranocchia fa assolutamente a sportellate. 
Un difensore può accedere alla funzione di soggetto. Lo fa però regolarmente in compagnia di un attaccante ("Bonucci fa a sportellate con Borriello": sempre a proposito di una partita giocata ieri) e in tal caso la locuzione può presentarsi, anche superficialmente, come simmetrica: Bonucci e Borriello hanno fatto a sportellate.
Apollonio tende a escludere che la metafora sia un indizio della progressiva ideologizzazione del gioco come procedura meccanica messa in atto da calciatori che funzionano come macchine. Vi vede al contrario una sorta di nostalgico residuo ideologico di un tempo che fu, come è sovente il caso dell'espressione poetica: da Omero in giù. 
Le macchine conseguenti col tempo presente non sono le automobili. L'automobile sa di Moderno maturo (cioè di un'epoca tramontata) e, pare ad Apollonio, la metafora fare a sportellate (che la contiene) la proietta, nel caso del gioco del calcio, verso l'immagine di una corazza guerriera, di uno scudo più che verso quella di un cieco automatismo macchinico.
Se sopra un prato verde e inseguendo un pallone qualcuno fa a sportellate, per gustoso e poetico bisticcio, è allora a tutti gli effetti un essere umano, che ovviamente ha solo per metafora sportelli con cui fare a sportellate.
Insomma, fare a sportellate dice di un uomo, si può forse azzardare fin qui e per così poco. Aiace Telamonio?

[Quasi un mese dopo, per una simpatica conferma: "...ma non è successo niente, solo cozzare di armature...", in una radiocronaca.]

17 marzo 2015

Lingua nostra (7): "Fare l'attore"

video

Pochi secondi tratti da un'intervista del Corriere della Sera a Bud Spencer. Con ciò che dice (nelle sue battute, "lui" è ovviamente Terence Hill-Mario Girotti), il vecchietto amabile (e italianissimo, per garbo nei modi e cultura imbevuta di sardonico possibilismo) illustra senza fronzoli come, nella lingua del sì, dietro la locuzione fare l'attore, adeguata a parlare d'una professione, di un mestiere (e perciò comparabile all'infinita serie delle sorelle: fare l'infermiere, l'avvocato, la violinista, la dirigente d'azienda, lo spazzino, il manovale, l'interaction designer e così via), si nasconda una locuzione identica quanto a forma ma funzionalmente differente. 
Mirabile risorsa espressiva in virtù della quale, agli Italiani (e all'ironico Carlo Pedersoli) è possibile dire o lasciare intendere che 'tra coloro che, per professione, fanno gli attori, ci sono quelli che sono attori e quelli che fanno gli attori'.
Succede esattamente la stessa cosa per ogni altro mestiere. Per esempio, Apollonio, come sanno e sopportano con compassionevole amorevolezza i suoi cinque lettori, fa il linguista. 

16 marzo 2015

Mugello e Castello




Or sono quasi cinquanta anni, la lettura della parola dissidente di don Lorenzo Milani fu, per Apollonio, tra gli stimoli di una scapestrata formazione intellettuale da autodidatta. Vede oggi tale parola vittima di maldestri tentativi di "appropriazione indebita". E la vede difesa, opportunamente difesa da un accademico della Crusca.

15 marzo 2015

Scherza coi santi... (6): François-Marie, Erich e Leo

Con garbo delizioso, nel cuore violento del violentissimo Novecento, Spitzer e Auerbach furono capaci di fare torneo d'una lettera, breve e superlativamente deliziosa, che il vecchio Voltaire aveva indirizzato a Madame Susanne Necker sul limitare dell'estate del 1770, da Ferney:

À Madame Necker
Quand les gens de mon village ont vu Pigalle déployer quelques instruments de son art: Tiens, tiens, disaient-ils, on va le disséquer; ce sera drôle. C'est ainsi, madame, vous le savez, que tout spectacle amuse les hommes; on va également aux marionnettes, au feu de la Saint-Jean, à l'Opéra-Comique, à la grand'messe, à un enterrement. Ma statue fera sourire quelques philosophes, et renfrognera les sourcils éprouvés de quelque coquin d'hypocrite ou de quelque polisson de folliculaire: vanité des vanités!
Mais tout n'est pas vanité; ma tendre reconnaissance pour mes amis et surtout pour vous, madame, n'est pas vanité.
Mille tendres obéissances à M. Necker.

Nel 1931, a Colonia, di questa lettera aveva fatto oggetto di attenzione il Viennese: una prospettiva stilistica capace, in proposito, di calibrate sottigliezze analitiche. Tre lustri più tardi, da Istanbul (dove era frattanto opportunamente riparato), il Berlinese riprende il quadro composto dal collega. Vi aggiunge un'ipotesi alla luce della quale lo scritto del Parigino appare ancora più ironicamente leggero. 
Trascorrono due anni e, da Baltimora (vi era tempestivamente giunto una dozzina d'anni prima, passando anche lui per Istanbul, ma brevemente), Spitzer reagisce alla pennellata di Auerbach (frattanto trasferitosi in Pennsylvania), dicendo che, in proposito, lo "ha portato a nuove conclusioni".
Apollonio non prova a riassumere i termini della cavalleresca partita tra i due filologi. A chi lo desidera, dei suoi cinque lettori, il piacere di apprenderli dalle loro voci, integri e non maldestramente riferiti. Ed è d'altra parte la lettera di Voltaire, anche per Apollonio, a esercitare infine un fascino maliardo. A margine delle argomentazioni piene di gusto e di dottrina di Spitzer e di Auerbach, che non priverebbe d'un accento e cui non aggiungerebbe una virgola, ecco allora, come da uno scoliaste, un'annotazione a rischio di dissonanza.
"C'est ainsi, madame, vous le savez, que tout spectacle amuse les hommes...": meno d'un quarto di secolo ancora dal momento in cui queste parole s'erano formate sotto la penna di Voltaire e l'acuta, leggera, sorridente sortita sarebbe stata verificata su larga scala, in molte piazze proprio della sua Parigi. 
Non le marionette né l'Opéra-Comique ma lo spettacolo della ghigliottina: a suo modo, un funerale iterato ad libitum o, ancor meglio, la grand'messe del Moderno, che richiamava, come fedeli, enormi folle. Insomma, la messa in scena fondativa e rappresentativa di un'epoca intera, anche (forse soprattutto) quanto al pubblico: fuori di ogni specificazione di genere, "tricoteuses".
E il pubblico che accorre a ogni spettacolo provvistogli da una civiltà che, d'ogni cosa, non sa fare altro che spettacolo è stato da allora spiritualmente composto nel modo che forse neppure il Voltaire gustosamente e fisicamente puntuto (oltre che ormai pronto a lasciare il mondo alle sue vanità) fu capace d'immaginare .
Tanto che, oggi, passati più di tre secoli dal suo pronunciamento, anche i nemici e gli oppositori più radicali dello spirito di un Voltaire e della civiltà paradossale che se ne è a tratti nutrita (nemici presunti, in realtà, o forse solo sedicenti) mettono in opera ferocia e stupidità soprattutto per un pubblico, come pure rappresentazioni. 
Immancabilmente, il pubblico accorre numeroso allo spettacolo. E anche se dice, scalmanato e inorridito, di non approvarlo, evidentemente ne è divertito e lo condivide.  
   

13 marzo 2015

Vocabol'aria (15): "Manager"

È un prestito dall'inglese ma di rimbalzo. In inglese, alla famiglia di parole cui manager appartiene si assegna infatti un'opportuna relazione con l'italiano. Al fondo, c'è ovviamente ciò che c'è alla base di mano e, tra i parenti prossimi di manager, si contano maneggiaremaneggio e maneggione.
Da decenni stabilmente insediata nella lingua del sì, manager è parola il cui uso attraversa periodicamente fasi parossistiche: per un àmbito importante della società italiana, una fase parossistica del ricorrere di manager è certamente (o si avvia a essere) la pressantemente presente, come si sa.
Come parola, manager interpreta peraltro alla perfezione una tendenza caratteristica della modernità putrefatta: nella prassi di qualsivoglia attività, il trasferimento del potere di orientamento e di decisione da chi è impegnato direttamente nel fare a chi amministra tale fare (o pretende di amministrarlo) sulla base di competenze di gestione non meglio precisate (e del resto, imprecisabili).
Come tratto socio-antropologico, tale tendenza, nel fondo burocratica al più alto grado, fa parte di un generale quadro di piccolo-borghesizzazione ideologica e di proletarizzazione economica della corrente civiltà, ambedue indizi della sua natura sostanzialmente totalitaria. Se Birkenau fosse oggi, insomma, per ogni sua baracca, non di Kapo si parlerebbe, ma di manager.
Culturalmente, la tendenza individua invece l'attitudine all'elusione delle concretezze problematiche dell'operare umano. La soluzione di queste ultime s'immagina ottenuta per semplice proiezione sul livello, che si presume superiore, di un'astratta capacità della loro gestione. 
Del resto, l'attitudine può avere realizzazioni iterate ad libitum: la gestione di un'attività può essere attribuita a un(a) manager, la gestione dell'attività del(la) quale può essere attribuita a un(a) manager e così via. Una volta messo in moto il meccanismo, è praticamente certo che chiunque finisca per trovarsi tra gli amministrati da un(a) manager, senza peraltro si dia la possibilità di risalire per tale via in modo determinato al(la) Grande Manager: come già prefiguravano gli incubi della modernità matura, lo schema che ne sortisce è infatti labirintico e manager, eventualmente solo di se stesso/a, per contagio finisce per divenire - nel progetto - ogni essere umano.
Rinunciando intelligentemente, com'è noto, all'amministrazione del creato, il buon Dio (e ci si scusa per la formulazione: allo stato, difficile servirsi di una più corretta politicamente) ha infatti tenuto per sé solo la basica funzione di creatore. Manager è allora designazione d'una figura e d'una funzione che non si sbaglia a definire come "umana, troppo umana".
Moralmente, di conseguenza e per concludere, tra i tipi umani, il modello cui la parola manager è funzionale favorisce al massimo grado e in maniera ineluttabile l'emergere sociale di maneggioni/e d'ogni fatta (e, nel caso di management riflessivo, l'emergere in ciascuno/a degli aspetti più ignobili della propria personalità).
In questo senso, grazie alla sopra menzionata correlazione etimologica, per chi sa penetrare la parola manager, il suo largo uso e il suo diffondersi nell'espressione del momento restituiscono come sempre il processo socio-antropologico, economico, culturale e morale alla crudezza, infine solo comica e meschinella, della sua lampante, universale verità umana. 

11 marzo 2015

Le occasioni di ridere... (2)

non vanno mai sprecate. Basta seguire questo link per trovarne a bizzeffe in un post che gode, in questi giorni, di meritata diffusione virale e di amplificazione in qualificati organi di stampa.  
Tra sortite ruffianesche, spaccio di ovvietà, affettazione di buoni sentimenti e di migliori intenzioni, gustosissime paiono ad Apollonio, in particolare, due storielle di stoffa artatamente quantitativa e a supporto delle quali è invocata l'immancabile garanzia dei soliti, solidi studi scientifici:
- il cervello adolescente s'accende solo dopo le dieci del mattino;
- il totale della conoscenza umana, di questi tempi, raddoppia ogni dodici mesi.
Certezze confezionate e pronte a essere riproposte, assicurando al(la) reseller di fare ottima figura, in occasioni disparate: consigli di istituto e dei ministri, salotti amicali e interventi congressuali, dibattiti televisivi e "apericene", relazioni programmatiche e consuntive, tweetseNews e così via.

Qualche ora dopo: Apollonio facile profeta; l'onda ha raggiunto media e reti sociali della lingua del . Il pensoso, accorato entusiasmo è generale. Nessun "Ma mi faccia il piacere...". Tra i segni non equivocabili dello sbiadimento di un'identità culturale.

3 marzo 2015

Scherza coi santi... (5): Robert





Non si dà pensiero significativo che la stupidità non sappia piegare ai suoi scopi, scrisse Robert, come si sa. E c'è il fondato sospetto che, con un sorriso beffardo, l'abbia fatto sicuro che, citandolo, i posteri avrebbero dato a iosa prove lampanti della sua feroce veridicità.

Lingua nel pallone (6): "Sassata"

Stavolta la faccenda è seria. 
La sassata specialistica della lingua nel pallone ha già la sua bella registrazione lessicografica. Alla voce, il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dice: "Nel gioco del calcio, tiro molto violento". E documenta: "G. Acampora [«Corriere dello Sport-Stadio», 6-VI-1983], 10:  Biondi... ricacciava sulla linea di porta una 'sassata' del bravo Pin dalla distanza".
Le virgolette tradiscono il valore figurato che l'espressione ebbe nella coscienza linguistica del giornalista (peraltro assente nell'Indice degli autori citati) ma non di questo qui si tratta. Sassata continua certamente a essere percepito ancora oggi come traslato. Che il pallone non sia un sasso e che ciò che si vuol dire, con sassata, è che esso è lanciato da chi lo colpisce come se fosse un sasso è chiaro a tutti.
È solo la violenza a qualificare però un tiro del pallone come una sassata? Apollonio non ne è convinto. L'ha detto che, stavolta, la faccenda è seria e cosa c'è di più temerario di resistere a un dizionario? 
Negli usi che ad Apollonio è però capitato di registrare (uno, recente, a commento del gesto atletico illustrato qui sopra), tratto caratterizzante, se non pertinente, delle sassate, con la violenza - e, deve dirlo, più della violenza - gli è parso anzitutto la distanza. Del resto, con l'ovvia intenzione di nuocere, un sasso, non lo si scaglia da vicino. E, in questione, per ottenere l'effetto desiderato, non è tanto l'energia, quanto l'abilità balistica.
Se chi calcia il pallone sta, si ponga, all'interno dell'area di rigore (peggio, nei dintorni dell'area di porta), potrà mettere tutta la violenza che vuole, nel suo tiro. Chi commenta l'azione difficilmente parlerà in tal caso d'una sassata. O almeno, così ad Apollonio pare di potere affermare sul fondamento della sua più che cinquantennale esperienza di ascoltatore di radiocronache.  
Sono sassate, invece, i tiri, non necessariamente violentissimi, piuttosto, inopinati e improvvisi, scagliati da una distanza approssimativamente di venticinque metri; tali da richiedere cioè buona mira e rapida capacità di calcolo dei diversi fattori che incidono sul moto del proietto. E la pur sola documentazione fornita dal Battaglia, in proposito, è lampante: "...dalla distanza". Senza qualificazione, senza quantificazione, nella lingua del pallone, "dalla distanza" vale appunto quei venticinque metri approssimativi di cui si diceva.
È altresì vero - e ad Apollonio lo fa notare un giovane sodale sollecitato in proposito di un giudizio - che c'è anche un modo di calciare un rigore come una sassata: un tiro teso e volto non ad ingannare il portiere ma a sbalordirlo con la sua violenza. 
Si tratta tuttavia di una situazione speciale. Nel corso del normale svolgimento del gioco, Apollonio direbbe che sassata, traslato non ancora sulla via dello sbiadimento, si associ, più che alla semplice violenza nel tiro del pallone, a una combinazione di tratti semantici. Quelli qui evocati: nell'ordine, distanza dalla porta, veemenza e accortezza dell'atto, sua imprevedibilità.
La faccenda è seria, però. E, in proposito, l'attitudine di questo frustolo è ancor meno apodittica del solito. Ai cinque lettori di Apollonio, con il loro ponderato giudizio, il compito di argomentare e, eventualmente, di dirimere la delicata quaestio.

2 marzo 2015

Intolleranze (8): Monitoraggio

Monitoraggio, Apollonio ha l'età per poter dire di averla vista crescere, come parola. Con raccapriccio, per gusto suo. Lo si perdoni. Intolleranze, appunto.
Sul principio, la si sentiva circolare, monitoraggio, per gli ospedali o in fabbrica. Sapeva di formaldeide o puzzava di oli combustibili. Lingua speciale, da medici o da ingegneri che si volevano o dovevano dare un tono, con un forestierismo sottotraccia. 
Ma si vuol mettere la tecnologia? È tutto là: i valori della pressione del degente o il flusso di produzione della catena di montaggio. Tutto là, sul monitor, che, in virtù d'un appropriato programma di controllo, se qualcosa non va come dovrebbe, mette in guardia, avvisa: "Bip... bip... bip...".
Col suo nome strano ma di ritorno (quasi un parente vissuto a lungo all'estero), l'apparecchio (e il suo semplice sistema) aveva fatto la sua comparsa anche in contesti diversi: studi televisivi, aeroporti e stazioni ferroviarie. 
Fu però il suo dilagare in prassi professionali e sociali connesse con la sorveglianza, in istituzioni repressive (ospedale, carcere, fabbrica) che un archeologo della moderna civiltà occidentale pose sotto l'etichetta di Surveiller et punir, a essere decisivo per il successo linguistico (e quindi ideologico). 
L'ideologia della sorveglianza, non quella della comunicazione o dell'informazione, aprì infatti la porta alla famiglia lessicale dei derivati di monitor: monitoraggio, appunto, monitorizzare, scarsamente fortunato, e monitorare: un verbo formalmente imbarazzante per i parlanti, quest'ultimo, ancora fino a qualche tempo fa, in funzione di modi, tempi e persone.
Adesso monitoraggio ha il suo posto nei salotti dell'espressione italiana che si dicono buoni, anzi, ottimi. Non puzza più. O, forse, i nasi si sono accostumati al suo puzzo e lo trovano un olezzo. Non così quello di Apollonio, cui appunto fa un effetto urticante.
E non importa a nessuno che, sotto sotto, come parola, la si potrebbe persino tenere per pericolosa esponente della quinta colonna che diffonde nell'idioma di Dante la peste anglica. 
Come a nessuno importa - e la cosa è ben più grave - che, come parola, pare l'emblema di un'epoca decrepita che, nel delirio di una insonnia morbosa e inquieta, brama di tenere tutto sotto sorveglianza e, col pretesto, sta seppellendo ogni libertà sotto la montagna delle sue paure. La punizione che infligge a se stessa è, appunto, la sorveglianza: la coazione al monitoraggio continuo e di tutto.
Nella lingua di chi cavalca l'andazzo (linguistico), per via di figura (ché di metafora si può a buon diritto parlare e di metafora avviata allo stato di catacresi: abuso, appunto), tutto è monitorato infatti, tutto è già o deve diventare oggetto di monitoraggio: il corso dei torrenti, la produzione dei ricercatori, l'uso del contante e quello delle parolacce, la frequentazione di musei o di aree urbane equivoche, la tendenza all'obesità, l'incidenza dei fenomeni di discriminazione di genere negli asili nido, l'ingresso di estranei nelle aree di pertinenza condominiale, il sonno del pupo e così via.
E non c'è fattaccio o fatterello pubblico che con la sua evenienza non determini, nei responsabili o in coloro che si candidano come "esperti" e pronti per la conseguente istituenda "commissione", la decisione di mettere all'opera, anzi, di "porre in essere un attento monitoraggio a 360 gradi delle criticità".

[Capitasse, sul tema (che lo merita), un quasi già qui composto "sommesso commento sul Moderno", a venire.]