3 dicembre 2016

Scuola e società, ma solo per ischerzo e su richiesta di un lettore affezionato

La scuola (dire moderna suonerebbe ridondanza: quella precedente non ha qui pertinenza) aderiva ovviamente alla società utilitaristica che l'aveva espressa, come istituto correlato ma separato. Le forniva infatti un supporto importante alla formazione delle competenze necessarie all'operare dei suoi diversi strati (dai mestieri alle professioni, dai ceti burocratici a quelli dirigenti). Un supporto importante ma non esclusivo. Bimbe e bimbi, adolescenti e giovani, si pensava, avrebbero avuto in seguito il loro tempo per vivere la società e alla loro vita dopo la scuola si riteneva spettasse (come è indubitabile) il resto della loro formazione. Dura formazione. Ed eventualmente contraddittoria. Ma la contraddizione, appunto, era ancora messa nel conto e che la scuola stridesse un po' con il resto della società veniva tenuto come inevitabile.
In quella società, la scuola era insomma una sorta di "epochè", con la correlata sospensione del tempo (sospensione pedagogicamente adatta alle età umane coinvolte). Si trattava, ovviamente, di un'ideologia. Ma c'è istituto che non sia retto da un'ideologia? L'esistenza della scuola era pertanto considerata un valore in se stessa. La scuola era sì utile, ma era esempio lampante di quella eterogenesi dei fini che un pensiero maturo correla sempre all'attività umana. 
In essenza, la scuola era posta, appunto ideologicamente, al di là del criterio di utilità. Pur imponendosi largamente in quella società, questo lasciava ancora spazio a disomogeneità, almeno di pensiero. La scuola viveva in questo spazio di parziale disomogeneità. Operava nell'area del progresso generale dell'umanità, così si credeva o si faceva sembiante di credere, e la faccenda era regolata. Anche l'animo del capitalista più rapace era sedato, in proposito, magari dalla prospettiva di un'utilità differita.
In tutto ciò, c'era naturalmente quel fondo di ipocrisia che fu tratto tipico della borghesia tanto montante quanto montata in sella, quando pensò che bastasse demistificare la rappresentazione che reggeva l'antico regime per accedere a un universo di fatti autentici. La paideia che veniva praticata nella sua scuola valeva tuttavia ancora in parte come rappresentazione e ciò, di nuovo, la faceva un po' discosta dalla società, mondo dei crudi fatti e delle utilità. Con il suo essere una parentesi, la scuola riusciva allora a prospettare valori eventualmente disomogenei (dire alternativi, sarebbe troppo) a quelli della società che l'aveva generata e la nutriva, come monito e sottile contraddizione.
Fosse consapevolezza dei limiti di tali valori e quindi del fatto che essi non esaurissero l'umano, fosse al contrario segno che li si teneva come abbastanza forti da sopportare che altri ne circolassero (pur in limiti temporali ristretti ma decisivi, come quelli dell'infanzia, dell'adolescenza, della giovinezza), fatto sta che alla scuola (come del resto a non pochi altri istituti sociali) non si chiedevano rendiconti estranei alla sua separatezza, in un regime di relativa autonomia. Tutto ciò, sempre più stancamente, fino verso la fine del Secolo breve, quando la contraddizione tra scuola e società, divenuta un po' troppo stridente nell'Occidente capitalista, produsse un'esplosione effimera ed essa stessa contraddittoria. Fu il cosiddetto Sessantotto, con i suoi cascami, in maggioranza deteriori (ancora un esempio di eterogenesi dei fini, in senso opposto a quello precedentemente menzionato).
In Italia, si parla tanto, in questi ultimi tempi, del liceo classico e della sua sorte. Esso fu a lungo esemplare del quadro pedagogico e ideologico che si è appena tratteggiato (né stupisce se si pensa a chi ne tracciò le linee educative). Non ne era il solo esempio, tuttavia. Un po' di liceo c'era infatti in scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all'università e al di là delle caratterizzazioni anche specificamente professionali delle didattiche che vi venivano praticate. C'era tutte le volte che di un impegno di studio non ci si chiedeva appunto a cosa servisse, se fosse utile o inutile, ma lo si prospettava come iscritto in un sistema diverso da quello dettato dall'utilità, secondo il principio appunto che l'umano (anche l'umano applicato alle tecniche, senza escludere le filologiche) trascende l'utile. 
Del resto, per venire al caso specifico del greco e del latino, indurre conoscenze filologicamente fondate di un passato, peraltro remoto o remotissimo, non era forse un modo per relativizzare il presente e le sue utilità, qualsiasi presente sociale e ogni idea correlata di utilità, e per porre ogni cosa sul metro di ponderate  e sagge valutazioni millenarie? Per i commentatori più pensosi, latino e greco sono invece ridotti ad "asticelle". Con altri contenuti didattici (ma didattici, a questo punto?), "asticelle" da innalzare (ma se ne è appunto all'altezza?) per essere sicuri che gli stupidi da inserire nei cicli di riproduzione ideologica e di produzione materiale siano i più bravi a saltare a comando, come bestie da circo.
Ora dica ad Apollonio, affezionato Lettore che gli ha chiesto d'essere meno implicito in proposito, se l'odierna società Le pare adatta a tollerare un'attitudine diversa da questa, dalla scuola cui peraltro lesina i mezzi. Dica se il becero utilitarismo sociale che impera (venduto talvolta come divertimento, anzi, in questa fase, soprattutto come divertimento) Le pare compatibile con disomogeneità e contraddizioni. Dica se, dietro i vacui moraleggiamenti con cui si stordiscono gli sciocchi e gli sciocchi si stordiscono, è oggi possibile concepire (anche ipocritamente) l'esistenza di una scuola che trascenda il criterio di utilità e di un'utilità immediata e si incardini in quello di umanità. "Spendibile" è l'attributo che ormai si correla d'elezione alla formazione scolastica, cui si chiede appunto d'essere "spendibile".
Una società che subordina la scuola all'utilità, che chiede alla sua scuola di dimostrare di essere utile perché, diversamente, non può permettersela, è però perlomeno onesta. Dice le cose come stanno, di se stessa e della sua scuola. Se una scuola diversa, modicamente diversa da se stessa, una società del genere non può permettersela, vuol dire che semplicemente non la merita. E una scuola umana, come la voleva Wilhelm von Humboldt, una scuola non da "caporali", produttrice di bestie ammaestrate, creda ad Apollonio, non è la sola promessa che il Moderno nascente fece a se stesso e che, al di là di molte cattive o cattivissime riuscite, il Moderno putrefatto dice o dimostra di non potersi permettere, neppure come promesse. La sola domanda che sa fare, in proposito, e che delimita il suo orizzonte miserabile è infatti "A cosa serve?". Passando da tale porta, si spinge persino a dire, per voce di suoi esponenti molto illuminati, che ci sono, utili per questo, anche belle cose inutili. Non la sfiora nemmeno il pensiero però ci sia qualcosa in funzione della quale la stessa opposizione tra utile e inutile possa non essere pertinente.
La società che ci sta capitando di vivere è del resto solo una società di poveracci e di servi, servi e poveracci di gran successo inclusi. 
Si continuerà a chiamarla come si vuole, la scuola utile di questa società di servi e di poveracci, anche liceo classico, ma la si è già completamente perduta. I nomi restano (Apollonio altre volte l'ha osservato) a designare, nel mondo, cose diverse.

2 commenti:

Pasquale D'Ascola ha detto...

Un capolavoro per cui le siamo grati, caro Apollonio.

Apollonio Discolo ha detto...

Apollonio è grato dell'apprezzamento, stimato collega Blogger, di cose che, come precisa il titolo, sono enunciate soprattutto per celia e nella convinzione che, esse medesime, sfuggano al criterio che classifica tutto ciò che incontra come utile o come inutile. Che poi, sia detto tra Lei e lui, è il principio ispiratore di questo sciocco diario personale, recitato davanti a un pubblico composto da qualche affettuoso lettore, come Lei dimostra di essere, con la consueta generosità di giudizio.