2 dicembre 2016

Vocabol'aria (18): "Post-truth"

Propalata di continuo in modo malandrino e quasi universalmente accolta senza il minimo vaglio critico, se fosse già post-verità la credenza non solo che la verità esista (cosa di cui è invece lecito dubitare) ma che, come verità indiscutibile, stia lì, unica e fresca, pronta a essere colta, facile e a portata di mano? 
Con logico candore, che la balla per eccellenza sia proprio questa lo rivela il nome stesso, post-truth, che si è dato al fenomeno. Basta che si osservi tale designazione controluce, per vederne la trama. Se non si fosse avuta la faccia tosta di spacciare qualcosa come verità, se non si fossero assuefatti i clienti a tale credenza, con dosi sempre più massicce di verità acquisite, il post non sarebbe mai venuto. Tutti si sarebbe ancora alla ricerca. E fanno sorridere i commenti pelosi e interessati che alla questione vanno adesso dedicando non pochi tradizionali confezionatori professionisti di tale post-verità. 
Nuovi venditori prosperano oggi nel mercato in cui si vende la verità, cioè nel luogo materiale e morale in cui della verità si è fatto e si fa mercato. Accusano i vecchi venditori d'essere truffaldini e i vecchi ricambiano l'accusa. Palesemente, i nuovi sono dei contaballe e degli scalzacani. Per paradosso, sono più autentici, come falsi. 
L'ormai molto usurato doppiopetto, il camice bianco piuttosto bisunto coprono male l'ipocrisia dei vecchi, ammesso l'abbiano mai fatto. E appunto non c'è più monopolio nell'uso dell'avverbio "oggettivamente" o di espressioni equivalenti ("lo dicono i fatti", "lo dimostrano i numeri", "il dato è inequivocabile", "serve per...", "bisogna senza ombra di dubbio...", "misure inderogabili" e così via). 
Della spudorata post-verità della verità, questa panoplia lessico-sintattica fu un dì spia e consacrazione, al tempo stesso. Continua a esserlo ancora adesso, solo che è abusivamente impugnata e maneggiata dal primo che passa, con scandalo di chi ne deteneva l'uso né si peritava di farne abuso. 
D'altra parte, distrutto, con la scusa che bisognasse modernizzarsi, l'arcaico bisogno di verità, che non si vuole certo dire fosse commendevole ma, fuori di certi àmbiti, era almeno contenuto, uno nuovo ne fu creato, qualche secolo fa. Tanto immane quanto vano, come bisogno, e di verità quasi sempre più che vane. 
Se non fosse stato creato tale bisogno e se alla creazione non avessero provveduto l'inganno da un lato, la dabbenaggine, dall'altro, chi si darebbe oggi pena di disporre sul tappeto le proprie mercanzie da quattro soldi nella piazza della sedicente (in)formazione?
La post-verità non è altro che la verità, tutta la verità del Moderno che, maturando, è giunta al suo stato di putrefazione. Non da oggi, però. Da gran tempo, anche se da oggi i tartufi, non essendo più i soli a produrla, fanno sembiante di accorgersene e ne menano scandalo.

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