11 gennaio 2017

Conclusione e stupidità: chiosa intempestiva a Gustave Flaubert

Da qualche anno, sempre più spesso accade di leggere scritti con pretese intellettuali le cui premesse sono chiare e, talvolta, anche chiaramente presentate. La circostanza invita a procedere ma si scopre che, a partire da quelle premesse, il discorso vi si fa però via via più confuso e si perde vuoi in un intreccio che non riesce a dipanare, vuoi in un'indeterminatezza, in una nebbia che esso stesso contribuisce a rendere più fitta. Sempre che infine giungano a qualche conclusione e non rimangano sospesi (in tal caso, vale l'artifizio retorico di spacciare come pregio il non sapere dove andare a sbattere la testa), tali scritti vengono così a conclusioni che, per rivendicazione di acuto ossimoro o no, sono palesemente sconclusionate. E ne fanno per giunta pretesto per una presunta migliore presa di coscienza della complessità.
Dal post in un portale culturale all'articolo giornalistico, dal saggio scientifico all'opera letteraria, a scritti siffatti indulgono anche penne reputate. E forse perché incapaci di produrne d'altro genere, danno così il tono alla presente stagione culturale. Non concludere né sapere che pesci pigliare, dopo avere fatto un discorso qualche volta bello e vuoto, più spesso vuoto senza nemmeno essere bello, sembra diventato il modo o il surrogato del modo di passare per intelligenti.
È vero: il 4 settembre 1850, da Damasco, Gustave Flaubert, scrisse al suo ex-compagno di scuola Louis Bouilhet che "la bêtise consiste à vouloir conclure". E Flaubert è un faro della critica alla modernità. Sul tema della stupidità, poi, egli fu maestro, fino al limite di praticarla, la "bêtise", per meglio raccontarla dall'interno. A ciò potrebbe persino alludere quel "Madame Bovary, c'est moi" che gli fu attribuito, senza che si sia certi che l'abbia veramente proferito nella circostanza imbarazzante in cui si racconta l'abbia fatto. Soprattutto, senza che si possa escludere che Madame Bovary vi ricorresse banalmente in quell'ideale corsivo che l'orale, se mai ci fu, non rese appunto perspicuo, per le mille gioie future di interpreti che trovarono così occasione di mostrarsi sottili. 
Con la certa sortita sopra stupidità e conclusione, s'era però appunto nel 1850 e la modernità sotto gli occhi di Flaubert viveva la sua prima fase matura. Giunta frattanto la modernità a un compiuto stato di putrefazione, che è stato il suo modo di concludersi, c'è da chiedersi se Flaubert scriverebbe oggi la medesima cosa. C'è da chiedersi se non dovrebbe egli medesimo giungere a una conclusione.
Insomma e per concludere: a modernità in atto, fu ovviamente "bête" l'attitudine a concludere ma, a modernità conclusa, inequivocabili manifestazioni di "bêtise" sono la rinuncia a concludere o, che è lo stesso, l'incapacità di farlo in modo convincente.

2 commenti:

Alessandro Melchiorre ha detto...

perdoni la mia ignoranza...
l'illustrazione è Flaubert?
...cosa, se sì?


grazie

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie a Lei dell'attenzione, cortese e fresco Lettore. Sì, è una pagina delle minute di Bouvard et Pécuchet. La trova, insieme con altre, nel sito flaubert.univ-rouen.fr che, se Lei apprezza lo scrittore francese, Apollonio Le raccomanda vivamente. Vi trova anche il testo della lettera cui si fa riferimento nel frustolo.