9 febbraio 2009

Lingua loro (11): "fine vita"

Sui fatti di cronaca Apollonio ha le sue opinioni ma crede che a stento tali opinioni interessino lui medesimo. Figurarsi quanto immagina possano interessare i suoi due lettori. Se lo seguono, essi lo fanno perché forse condividono con lui una curiosità (nel contempo, divertita e angosciosa) per le minuzie linguistiche che gli capita di osservare e certo non perché attribuiscano valore qualsivoglia alle sue opinioni. 
La minuzia di oggi è fine vita e non ci sarà nessuno che non intenderà da quali accadimenti l'osservazione prende spunto: l'opinione di Apollonio sull'occasione è irrilevante. Il dato fine vita resta. 
Fine vita è un nome composto comparso in italiano da qualche tempo. È ragionevole ipotizzare che sia nato in un contesto medico (o, come si dice adesso, per star sull'onda, medicale). Oggi, una veloce ricerca in rete lo rivela attestato soprattutto in documenti giornalistici e ufficiali: alla sua diffusione hanno dunque collaborato, come sovente accade, due facce del potere linguistico della stupidità, di cui tempo fa si è detto. 
C'è da guardarsi bene dall'imporre a chicchessia il sunto della dottrina linguistica che concerne i composti, considerato anche il fatto che essa rimonta a epoche remotissime ed è uno di quei temi eruditi con cui si fa presto a fare i dotti e a impressionare la gente: c'entra addirittura il sanscrito. Non c'è neppure da spendere troppe parole per dire ciò che è chiaro a tutti: è un eufemismo. Anche le ragioni per le quali nasce un eufemismo sono chiare. Per soprammercato, un eufemismo è sovente giustificato - nella falsa coscienza che se ne ammanta - anche da motivi d'ordine referenziale: "Manca la parola precisa per dire quella cosa specifica: l'altra, che pure ci sarebbe, non dice ciò che qui si vuol dire". Quante volte si sono sentiti argomenti come questo? E c'è poco da fare. Le cose vanno così né c'è da menarne scandalo. 
A parere di Apollonio, ciò che rende notevole fine vita è più sottile. "Dignità del fine vita", si legge in una pagina Web del Ministero della Salute e in radio, sui quotidiani si ode e si legge regolarmente "il fine vita". Fine vita, per chi lo ha coniato, per chi lo usa, non è dunque di genere femminile, benché il composto sia destinato a designare, si dice, la fine della vita, la fase finale della vita. È invece maschile, come è spesso in italiano la forma di parole non marcate quanto a genere, di parole (per dir così) neutre. Del resto, il modello cui fine vita si conforma è al tempo stesso illustre e popolare: fine Ottocento, fine estate, fine partita
Ciò significa che in fine vita la menzogna (pietosa? pelosa?) dell'eufemismo ha potuto spingersi fin dentro una categoria grammaticale. Col maschile neutro, essa evita anche la pericolosa evocazione di quel genere non neutro che potrebbe accomunare il nuovo composto ai femminili agoniamorte. Per fine vita sarebbe forse già troppo scandaloso, troppo crudo anche il solo fatto d'essere femminile. Al maschile, fine vita storna così il pensiero che, quando si parla di fine vita, di agonia (più o meno lunga), di morte e di niente altro in realtà si tratta. 
Ma forse c'è anche dell'altro e la lingua sta ancora una volta giocando gli stupidi che s'illudono, parlandola, di padroneggiarla. Fa dire loro cose che non immaginano di dire. Con fine vita, non la fine della vita è in questione ma il fine della vita, sussurra insinuante, con il genere, il genio della lingua nel dettaglio del loro eloquio, inducendoli così nolenti e inconsapevoli a parlare egualmente e con che peso di ciò che non vorrebbero nominare: la morte.

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