9 luglio 2009

Il nuovo che avanza

Lo conosco da qualche anno: è un "arcudaro". Era poco più di un bambino: ma serissimo. Saliva e scendeva per le ripide scale alla guida d'un mulo carico di vettovaglie e di bagagli per i residenti stagionali: tutti istruiti, tutti animalisti, qualcuno, naturalmente, nudista. Deposta la soma, sul mulo, capitava di vedercelo anche in groppa. O, in versione marina, di vederlo scorrazzare con un piccolo fuoribordo, destinato, a noleggio, ai giri dell'isola di visitatori occasionali: mediamente istruiti, qualcuno animalista, pochi, naturalmente, nudisti. "Ciao, Bartolino". "Ciao": così da qualche anno. Stagione dopo stagione, è diventato un giovanotto, serissimo. Lo incontro: "Ciao, Bartolino". "Salve".

[V. il post Intolleranze (2), del 20 maggio 2009]

25 giugno 2009

Piana. O piatta?

"Ho scritto un libro. Quel che un amico mi rimprovera, con dolcezza e anche simpatia, è che il dettato sia chiaro. Si capisce tutto. «Non devi aver faticato molto» mi dice con indulgenza. Rispondo che, al contrario, ho faticato moltissimo, che ho scritto e riscritto pagine infinite volte, poiché se avessi dato ascolto alla mia natura tutto sarebbe rimasto nel vago e nell’oscuro. «Non ami gli esperimenti» insiste l’altro. «No,» dico «l’operazione sperimentale, ogni italiano, colto o no, la compie sempre naturalmente, ‘parlando’». Non è un mistero che noi, oltre all’accento del dialetto natìo, mai abbandonato, siamo propensi ai modi gergali, agli anacoluti, al rovesciamento delle proposizioni, a creare (secondo il senso che vogliamo dare al discorso: placido, sentenzioso, indignato, perentorio, eccetera) una sintassi particolare. È ciò che fa il sale delle nostre conversazioni, dove spesso cinque o sei persone parlano tutte assieme e «si capiscono». Raramente terminiamo una frase stimando a un certo punto che il resto sia superfluo. Parliamo da impressionisti, sempre esagerando per farci capire meglio, sempre rinculando per saltare meglio l’ostacolo logico, aiutandoci con tutto fuorché con la sintassi."
Sono parole di Ennio Flaiano: del 1970. E sono gustose, come un'acquavite che invecchia bene: ma invecchia e ci dice di tempi dell'italiano e dell'espressione italiana che, a loro modo, sono mutati. Chissà come reagirebbe oggi Flaiano ai Camilleri e ai Baricchi, accorgendosi che, anche a proposito di modi gergali e di sintassi particolare, viene sempre un momento in cui la realtà supera la fantasia del satiro, soprattutto se solitario. E che ci si può pascere, contemporaneamente, di modi gergali, di illogicità compositive e di una sintassi che, col pretesto di diventare piana, ha finito per essere piatta.

23 giugno 2009

Difficile


"Ceux qui découvrent dans d'autres domaines l'importance du langage verront ainsi comment un linguiste aborde quelques-unes des questions qu'ils sont amenés à se poser et ils apercevront peut-être que la configuration du langage détermine tous les systèmes sémiotiques. À ceux-là certaines pages pourront sembler difficiles. Qu'ils se convainquent que le langage est bien un objet difficile et que l'analyse du donné linguistique se fait par des voies ardues". Émile Benveniste apriva così nel 1966 i suoi Problèmes de linguistique générale.
Dodici anni dopo, commemorando tra i Lincei lo studioso francese, Tristano Bolelli ricordava questo passaggio e aggiungeva una nota personale: "Più tardi [Benveniste] dichiarò ad un gruppo di suoi attenti ascoltatori: «La linguistica diventa sempre più difficile»".
Le parole di Benveniste sono un'orgogliosa rivendicazione (in quei frangenti, possibile; oggi, naturalmente, molto meno). La difficoltà, dice Benveniste, esalta l'oggetto di studio e la ricerca. C'è da chiedersi se quelle che gli attribuisce l'attento ascoltatore e se la stessa attribuzione siano sulla medesima vena o se non siano un'insinuante interpretazione à rebours. C'è da chiedersi insomma se il difficile di Benveniste par lui-même e quello del Benveniste di Bolelli abbiano lo stesso valore, dietro il fatto (si direbbe linguisticamente banale) che la parola è la medesima. Qual è il sistema però o, forse meglio, qual è il contesto intellettuale in cui è inserita?
Il problema linguistico che qui si pone sarà difficile nel senso di Benveniste o in quello, ragionevolmente diverso, di Bolelli?

22 giugno 2009

Sprachwissenschaftler


Sprachwissenschaftler: per essere conseguente coi luoghi, interrogato a proposito di se medesimo, così disse un giorno Apollonio, da autentico pivello, a un più maturo e sorridente studioso di storia. Benevolmente didattico, nei tre mesi in cui lo frequentò, costui usò poi la sua ingenua autodefinizione per prenderlo in giro: Apollonio gliene è ancora grato.
Andò poi così, tuttavia, almeno socialmente: e certo c'è del comico in tutto ciò. A sua discolpa Apollonio può solo invocare, confessandola qui, una sua antica convinzione.
Ammirevole, c'è chi è linguista, si sente ed è socialmente reputato tale perché trasmette al mondo l'interiore convinzione che caratterizza l'esperto: la capacità, se opportunamente interrogato (anche da se medesimo), di dare la risposta giusta. Beh! Se non proprio la giusta (che sarebbe dogmatica arroganza) diciamo quella più vicina alla giusta, compatibilmente con lo stato delle conoscenze, rappresentato dalla sua erudizione e dalle biblioteche cui riesce ad avere accesso.
Sin dal dì di quel comico Sprachwissenschaftler, Apollonio sapeva però di non essere destinato a tanto: osava dirsi linguista per la bizzarra opinione (che ha conservato) che è tale chi su lingue e linguaggio si fa di continuo domande e il più delle volte (pretendere sempre sarebbe immodesto) non trova risposte.

14 giugno 2009

La Commedia e un'odissea: antonomasie

Un viaggiatore (che presumibilmente gode di un titolo di viaggio di favore, per via dell'appartenenza a una corporazione) in treno, da Brescia a Milano, con grande ritardo e qualche scomodità. Contributo alla mitridatizzazione dell'espressione linguistica italiana, il giorno dopo scrive sul suo giornale che il suo trasferimento da casa al lavoro (o viceversa) è stato "un'odissea".
È un fatto di lingua e sono fatti di lingua (lo si sa) quelli di cui si diletta questo blog, dove non ci s'indigna e non si stigmatizza. Si sorride, al massimo, perché ci sono poche cose che fan sorridere più dei fatti linguistici (e forse nessuna: ma non val la pena d'essere assoluti in proposito, per non diventare ridicoli). E dove, soprattutto, quando sembra si parli d'altro, è solo per farne pretesto di un rinnovato incontro galante con la musa di Saussure, perché nulla è più divertente di corteggiarla, di tanto in tanto, in modo obliquo.
Se dunque i due lettori di Apollonio chiedessero a un filologo come mai quel viaggiatore s'esprime come fa (muovendoli al sorriso col collasso concettuale di una peripezia decennale ridotta a designare la meschinità oraria che designa), si sentirebbero rispondere che lo fa per via d'antonomasia.
Il nome comune odissea, per dire "viaggio pieno di incomodi e di contrattempi", passa infatti (e giustamente) per un'antonomasia, allo stesso titolo con cui passano per antonomasie un mecenate, un ercole, una messalina e così via.
Sono nomi divenuti comuni a partire dalla qualità di propri. Ed è naturalmente un nome proprio il modo con cui si designa un'opera dell'ingegno, come l'Odissea, sia o non sia tale modo quello decretato come titolo dal suo eventuale autore.
La risorsa, lo si capisce, è preziosa. Alla bisogna, serve a far crescere la dotazione dei nomi comuni di una lingua. La mole dei dizionari parrebbe dire che sono già tanti. Ma, si sa, non sono mai abbastanza, per le esigenze dell'espressione umana, soprattutto per quelle che si pretendono "intelligenti", avrebbe detto Musil: e non è piena di "intelligenza" la prima pagina di un giornale?
E poi immaginino i due lettori la soddisfazione che procura il dire, mettiamo, "Presepe o non presepe, non facciamo per favore di queste feste un nataleincasacupiello", "La vita familiare di quella poveraccia fu un livido seipersonaggincercadautore" o, più piccante, "Ferrando ama Dorabella? Si prepari a vivere un delizioso cosìfantutte".
L'aspetto di gustosa bizzarria della questione su cui Apollonio vuole richiamare l'attenzione non consiste tuttavia nel cogliere, dietro la stantia corrività di antonomasie come un'odissea, il fresco straniamento del nuovo conio antonomastico.
Consiste invece nel fatto che, se di nuovo si interrogasse lo stesso filologo a proposito di la (Divina) Commedia, chiedendogli ragione di questo nome con cui si designa il poema dantesco da molti secoli (ma senza che l'autore si sia mai pronunciato in proposito), ci si sentirebbe ancora una volta rispondere che lo si fa per via d'antonomasia.
È un'antonomasia infatti quel nome comune, come appunto una commedia, che prende le proprietà designative del nome proprio: la Commedia (per antonomasia). E, per passare da un'opera dell'ingegno a un essere umano, è un'antonomasia, per es. , il Cavaliere: il modo con cui (alternandolo col nome proprio) la stampa oggi designa il Presidente del Consiglio dei ministri italiano: da un cavaliere a il Cavaliere (per antonomasia).
Il circuito dell'antonomasia, l'ha chiamato allora Apollonio, in un lavoretto comparso tempo fa, sotto il nome (vero o falso?) con cui egli circola per il mondo.
Col determinante favore della sintassi (lo testimonia la presenza di alternanti articoli), un circuito di nomi propri che diventano comuni (l'Odissea che diventa un'odissea) e di nomi comuni che diventano propri (una commedia che diventa la Commedia). Un circuito, i cui percorsi conversi la scienza del linguaggio designa con lo stesso termine: l'uno e l'altro, antonomasie.
Una terminologia da incoscienti, parrebbe di dovere dire, e senza cura per gli incidenti che procura la contraddizione, che è mortale per chi non sa capirla, feconda altrimenti. Perché nulla ha più potere rivelatore di un'incoscienza e d'una contraddizione terminologica. Apollonio ha il sospetto infatti (e qui lo ribadisce) che la ragione di un termine unico ci sia.
Le converse antonomasie sono infatti e semplicemente le due corsie dell'unica strada su cui, con moto perpetuo, la lingua spedisce i suoi nomi propri verso il destino di comuni e i suoi nomi comuni verso il destino di propri: un'incessante trasformazione di un punto di partenza in punto di arrivo e di un punto di arrivo in punto di partenza. Nel moto e nel processo, crea così (e da sempre) tutti i nomi, propri e comuni, che mette poi in bocca a quell'essere vivente "intelligente" che, senza capirla, la parla.

13 giugno 2009

Lingua loro (13): "odissea"

...ovvero "Torino, Vercelli o addirittura Zurigo".
"Mettete che ci foste anche voi, ieri mattina, sul treno assieme a noi, arrivati a Milano tre ore dopo il previsto (e per fortuna abbiamo perso solo la pazienza e non anche le coincidenze, come è toccato a molti nostri compagni di sventura diretti a Torino, Vercelli o addirittura Zurigo)..."
Il brano è tratto dall'articolo Guasti e 3 ore di ritardo. Odissea sull'Eurostar di Luca Angelini, comparso nell'edizione del Corriere della Sera.it, on-line il 13 giugno 2009. Esso illustra (e meglio non si potrebbe) come tutto sia relativo, lo spazio non meno del tempo, e come sia quindi relativo il concetto di odissea, che discende appunto da un'operina adespota (e solo attribuita) in cui, come è noto, spazio e tempo fecero il loro modesto debutto sulla scena della cultura occidentale.
La vaga Citera di Apollonio, come una deliziosa e leggera île flottante, si è ancorata addirittura a quella città lestrigonia: egli viaggia sovente e sopporta cretinamente (cioè cristianamente, a credere all'etimologia) ritardi italiani e svizzeri (non si creda che non ci siano) e loro conseguenze sulle corrispondenze. Si sente quindi autorizzato a definirsi un ulisside (e non lo sapeva).
Gestisse una società aerea, navale o ferroviaria, chiederebbe però un sovrapprezzo ai viaggiatori che si rivelassero gazzettieri (invece di offrire loro sconti e biglietti gratuiti), come tassa preventiva, in caso di odissea, sulla confezione firmata (e per altri versi, s'immagina, remunerata) delle conseguenti immancabili omeriche sciocchezze (à suivre).

10 giugno 2009

Mehr Platz für die Grössten

Anno accademico

Un'università, una scuola coerenti con la società che le esprime: è ovvio che così sia e sia sempre stato (il sempre relativo delle transeunti istituzioni umane). Da quando esistono, l'università e la scuola realizzano però tale coerenza stando di traverso rispetto all'andazzo della società che le esprime. Più che petizioni di principio ideologiche lo dimostrano aspetti che non si possono chiamare dettagli senza rischiare di far loro torto. Dettagli non sono infatti e sono al massimo tra i fatti imponenti sotto il cui cielo le società vivono senza nemmeno rendersene conto.
Gli storici delle istituzioni e della cultura preciseranno con dottrina le ragioni filologiche della bizzarria di un anno accademico, di un anno scolastico che stanno di traverso all'anno civile e ne cavalcano due: 2008-2009, 2009-2010.
Un tanto importante istituto di un'ormai quasi perenta civiltà ha così da sempre una scansione del proprio tempo pratico e ideale (e della formazione giovanile che ne consegue: o ne conseguiva?) che fa finire adesso il suo passo cominciato in un passato che aveva un altro nome e che farà finire in un futuro con un nome ancora diverso il passo che muoverà sotto il presente nome.
Sono infatti nomi propri i numeri coi quali l'Occidente decise un dì di scandire il suo tempo, illudendosi così di addomesticarlo e di familiarizzarselo, chiamandolo per nome. E i nomi propri del tempo accademico e scolastico stanno sempre tra il nome passato e il nome presente, tra il presente e il futuro: 2008-2009, 2009-2010.
Sono appunto simboli residui di uno stare di traverso dell'università e della scuola rispetto alla società, del loro valutare il proprio presente sempre un po' in funzione del passato e un po' in funzione del futuro. Sono emblemi di una doppiezza, di un'ambiguità del loro rapporto con la società che le esprime e che, oggi, quella società sembra non volere più tollerare: comprensibilmente ma non ragionevolmente per i suoi destini, accecata com'è da un presente in cui s'illude di vedere il modello eterno del proprio futuro.

8 giugno 2009

Plagio

Bastassero indicazioni delle fonti e straripante bibliografia, come se ne trovano in certi libri e in certi documenti che accompagnano presuntuose conferenze, per assicurare che non si stia perpetrando un plagio. 
Gonfiate come uragani dalla stupidità di correnti norme di una procedura scientifica presuntamente corretta, virgolette a catinelle e torrenziali bibliografie sono il tartufesco lavacro di chi ostenta di non far mai un plagio per occultare la semplice verità che egli stesso, e fin nelle midolla, è un replicante e un plagio. 

5 giugno 2009

L'enigma del medium marcio

Gli accenti son quisquilie ortografiche, appunto. Come si dice nel post precedente, che ne faccia strame l'inserto culturale di un quotidiano che (a quanto pare) ha nei docenti d'ogni ordine e grado i suoi lettori d'elezione ha però sapore di maligna ironia. Il medium è certo di averli già completamente intronati e si consente con essi aperti segni di disprezzo, che procurano il perverso piacere del dominio nel corrompimento intellettuale.
Lo stesso quotidiano che mostra di non curarsi degli accenti pubblicava tuttavia in prima pagina, or sono quindici mesi, un accorato pezzo di Pietro Citati in dolente estrema difesa, se non proprio in memoria del punto e virgola: "non uccidete il punto e virgola". 
Evidentemente (si noterà a margine), ci sono firme prestigiose che non leggono i giornali in cui scrivono (o che ne leggono solo la punteggiatura?). E uno dei due lettori di Apollonio (il più malizioso) starà sicuramente pensando: "vorrei vedere! sanno che ci scrivono... E ognuno è anche il posto dove scrive". Ma resti solo a lui la responsabilità di tali impertinenze, rivolte poi a personalità culturali di tanto rilievo.
Resta in ogni caso l'enigma di un medium che in apparenza contraddice se stesso. Come mai ciò si verifica? E cosa significa? 
Certo, fatte le dovute proporzioni e mutatis mutandis, la situazione che si sta presentando non è diversa da quella che ricorre quando lo stesso quotidiano lancia filippiche contro l'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano e leva geremiadi sullo stato penoso in cui egli avrebbe ridotto la nazione, per poi consentirgli sulle sue stesse pagine di portare ad effetto e compimento qualche non marginale dettaglio dell'opera sua (presentata altrove come nefasta), con gli opportuni inserti pubblicitari a pagamento di imprese e aziende in vario modo a lui riconducibili e coerenti col suo vasto programma culturale. Ma la constatazione è lungi dall'essere una soluzione dell'enigma della manifesta autocontraddizione: al massimo ne amplia la portata.
Per accostarsi a una soluzione, la prima ipotesi che viene in mente ha l'aria casereccia. In una nazione cattolica, si tratterebbe in fondo dell'ennesimo caso del predicar bene e razzolare male, dell'ipocrita attitudine pretesca al "fate ciò che dico; non fate ciò che faccio". E certo c'è qualcosa di vero anche in una simile banalità. La laicità di cui si fa tanto sfoggio oggi in Italia è quasi sempre di facciata. Come modello sociale e culturale, la figura del prete resta insostituibile per capire ancora oggi i comportamenti dei ceti intellettuali italiani, a qualsiasi parrocchia appartengano. 
C'è poi da invocare, come al solito, il "mercato". A guidare scelte tematiche e modi di svilupparle di un medium  è (e giustamente) un criterio di richiamo commerciale. A proposito di quisquilie para-linguistiche, si potrebbe pensare che, in fondo, far piangere Citati in prima pagina sulla punteggiatura si combina perfettamente col lasciare calpestare l'ortografia alla Urbinati nell'inserto culturale. Con l'uno si acchiappa la citrullaggine un po' rétro, snob e in punta di forchetta, con l'altra quella up to date, rilassata e informale. 
Anche combinate, spiegazioni del genere paiono tuttavia ad Apollonio di respiro affannoso. Il corto circuito, nelle stesse pagine, tra un esplicito cantore della punteggiatura perenta e un'implicita spregiatrice dell'ortografia vigente (a parte la differenza di genere) gli fa balenare nella testa altri collegamenti. E ha inoltre la sensazione che tali collegamenti siano svelatori di cose diverse dai caratteri eterni della nazione italiana e dalle regole transeunti del mercato culturale. Gli pare che in essi balugini addirittura una circostanza storica e, con essa, l'essenza medesima degli odierni mezzi di comunicazione di massa. Tanto più perché il lampo di luce viene proprio da quisquilie, da dettagli in apparenza tanto moralmente neutri quanto socialmente irrilevanti. I due lettori di Apollonio si armino allora di pazienza e lo seguano, se amano il brivido che può dare l'accesso al mondo misterioso e inquietante che si spalanca con l'enigmatica contraddizione di una storia in cui si combinano accenti perversi e l'assassinio del punto e virgola. 
Si cominci dalle generali: i mezzi di comunicazione di massa. Nati nella modernità in forme embrionali o ancora acerbe, essi sono oggi oggetti culturali più che maturi. Alcuni sono tanto maturi che Apollonio li vorrebbe definire marci, in pura ipotesi di determinazione sperimentale e senza connotazioni moralistiche di sorta. A suo parere, i mezzi di comunicazione marci sono anzi quelli che caratterizzano la fase che attraversa oggi la civiltà occidentale. Tale fase è appunto una modernità putrefatta, in riferimento alla quale il concetto di post-moderno (qualificazione peraltro essa stessa già marcita) è stato solo un make-up.
Si venga allora alla definizione sperimentale di medium marcio. Un medium marcio è un medium in cui si trova tutto (per es., la critica feroce al modello culturale proposto dall'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano) e il contrario di tutto (per es., la giuliva pubblicità del modello culturale proposto dall'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano). 
A questo punto, penseranno i due lettori, Apollonio s'è messo nei guai: sarà costretto a tirare in ballo categorie gigantesche e controverse, la politica, la morale, roba da "intellettuali", da cervelloni, da gente che scrive appunto sui giornali: tutte cose che un modesto compilatore di sintassi come lui non sa nemmeno cosa siano. Miserello, sarà pure costretto a tirarle in ballo in un blog dove, al massimo, si discute di virgole e che ha due lettori. Ma si sbagliano. Apollonio è sì un testone ma conosce i suoi limiti ed è modesto. Per i suoi ragionamenti, per le sue dimostrazioni, il minuscolo dominio del linguistico e quello ancora più piccolo del para-linguistico gli bastano e gli avanzano. Si accomoda davanti al suo microscopio e osserva. E cosa osserva, nel caso specifico? Osserva appunto un caso lampante di ciò che ha appena definito un medium marcio: un medium in cui trova la lode in memoria del punto e virgola e lo scempio dell'ortografia italiana corrente.
Il diavolo e il buon Dio, si dice, stanno nel dettaglio. D'accordo, diranno i due lettori ad Apollonio, a modo tuo e coi limiti che ti conosciamo, mettiamo pure che tu abbia capito. Puoi uscire soddisfatto dal tuo lindo laboratorio e lasciar perdere. Non sanno che, a questo punto, gli balena improvviso per il capo un collegamento. 
E pensa: ho approntato una definizione di medium marcio; l'ho verificata nel modo più neutro che ci sia su accenti e punto e virgola. Ciò facendo, non mi s'è per caso parato chiaro e in corpore vili quale fosse il sogno di Joseph Goebbels? Definito e sperimentato su accenti e punto e virgola, un medium marcio non è forse un'adeguata realizzazione di quel sogno, emblematicamente rappresentato nella formula della rivoluzione conservatrice? 
In fondo, un medium marcio è uno strumento culturale e sociale che ingoia tutto e il contrario di tutto e, dopo averlo ben ruminato e ridotto in poltiglia, lo sputa e lo dà in pasto a una folla ebete e contenta di non dovere fare la fatica di cercare, di percepire, di valutare differenze. 
E nella povera testa di Apollonio, che parrà pure un teorico da strapazzo ma che alla fine vuole solo sapere praticamente con che razza di gente si trova vivendo ad avere a che fare, si verifica il passaggio finale. L'aiuta a farlo l'arte del linguaggio che va sotto il nome di letteratura. Per continuare a pensare, non gli si presentano infatti allo spirito le memorie di dotti saggi di teoria della comunicazione o di storia contemporanea (ammesso che li abbia mai letti). Gli si presenta, semplice e modesta, una sentenziosa definizione della parola tedesca Gesindel, 'gentaglia'.
"Gesindel ist immer auch guter Regungen fähig, denn das eben macht es ja zum Gesindel, dass es zu allem fähig ist": parole di Gertrud von Le Fort. Vogliono dire più o meno quanto segue: la gentaglia è sempre capace anche di buoni sentimenti: perché ciò che la rende appunto gentaglia è proprio l'essere capace di tutto. 
Da quando conosce tali parole, è sempre sembrato ad Apollonio che esse illuminino d'una luce dolente l'insondabile mistero di vicende umane in generale ma, in particolare, di dolentissime vicende storiche novecentesche. 
Col pretesto di un punto e virgola e di un accento, gli pare adesso però che con esse si possa anche passare, quasi per gioco e provocazione, da una farsesca tragedia a una tragica farsa. Gli pare che diano la migliore e la più icastica immagine sociale di cosa sia un medium marcio. E di cosa siano, vogliano o non vogliano,  le persone che lavorano all'esistenza di un medium marcio. Gentaglia, appunto. Gentaglia che certo dice di sé che ciò che fa è in fondo ciò che tutti sognano oggi di fare e che non è affar suo capire cosa veramente fa e sapere se è giusto o sbagliato, se è (culturalmente) morale o immorale. E di nuovo da una tragica farsa a una farsesca tragedia: è appunto quanto dissero a cose fatte molti connazionali di Gertrud von Le Fort quando si chiese loro ragione di loro azioni e inazioni. 
Alla gentaglia che alacremente lavora all'esistenza multipla del medium marcio, sospetta Apollonio, mai nessuno però chiederà ragione. Se del caso, potranno scrivere libri risentiti in cui si impancano a censori morali e fustigano con rigore catoniano quotidiani e televisioni, per poi finirci dentro, a portare così quel loro piccolo contributo alla confusione, all'annebbiamento delle menti che (Apollonio capisce) era alfine la sola cosa che, censurando e fustigando, volevano fare, per la loro medesima sopravvivenza. Confusione e annebbiamento delle menti sono infatti l'habitat ideale in cui prospera la gentaglia.
La modernità putrefatta, pensa Apollonio, è dunque solo il quintessenziale prodotto della modernità matura andata a male. Il medium marcio, ovunque si depositi, è il farsesco liquame che, per decomposizione, viene fuori dal tragico e mostruoso cadavere di Joseph Goebbels.
Conclusione e soluzione dell'enigma del contatto tra la lode del punto e virgola e lo scempio degli accenti. Apollonio sa adesso che non ha da stupirsi se un medium marcio è sempre capace di proporgli anche roba che pare buona ma che venendo da dove viene è sempre avvelenata. Gertrud von Le Fort, che di gentaglia evidentemente se ne intendeva, gliel'ha spiegato für ewig: certo che un medium marcio ne è capace. Come das Gesindel che lavora alla sua esistenza, esso è appunto capace di tutto.

PS. ...è un medium marcio il medium sul quale i due lettori di Apollonio hanno appena finito di leggere del medium marcio? E Apollonio e loro medesimi, cosa sono?

3 giugno 2009

Muta d'accento

Piccola inchiesta volante sullo stato dell'ortografia italiana, sulle cause e sui valori dei possibili mutamenti cui essa sembra andare incontro, sotto la pressione delle dinamiche sociali.  
Data e àmbito d'indagine: 2 giugno 2009, le pagine 34 e 35 di R2Diario di Repubblica, inserto culturale del più venduto (absit iniuria verbis) quotidiano italiano. Il tema che vi è trattato è qui irrilevante: ne parlano tre corposi articoli, uno di Edmondo Berselli, uno di Filippo Ceccarelli, uno di Nadia Urbinati, l'unica a essere presentata, in un riquadro: "insegna Teoria politica alla Columbia University". 
Oggetto e pretesto dell'indagine: l'accento posto sulla terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere, senza riguardo alla funzione grammaticale
Numero totale delle ricorrenze nelle due pagine: 32. 
Numero delle è, con accento grave (grafia corretta, secondo la norma): 22. 
Numero delle é, con accento acuto: 10. Tutte nell'articolo della Urbinati e tutte quelle che ricorrono in tale articolo: "si é imposta"; "é la caccia"; "é certo fortissima"; "é più centrata"; "é comunque cruciale"; "é cucita"; "é impossibile"; "é costretto"; "é il candidato"; "é anzi la parte più appetitosa". Nel titolo e nel sommario dello stesso articolo, certo redazionali, due ricorrenze corrette, come le altre delle due pagine: "è la videopolitica" e "si è imposta".
Come la buona educazione, l'ortografia è certo una futile convenzione, che concerne la lingua, però, cioè un istituto di portata almeno bi-nazionale, italiana e svizzera. Essa non è perciò più futile né più convenzionale delle questioni politiche che tanto affannano i commentatori delle cose pubbliche e che si può immaginare la professoressa Urbinati sia adusa trattare anche negli articoli destinati a la Repubblica, certo non con la medesima nonchalance che in essi pare invece riservare all'ortografia. O sì?
Un tempo si sarebbe data infatti la colpa al proto. Oggi, con la rivoluzione tecnologica, si stampa di norma ciò che esce caldo dal computer del suo autore, nelle condizioni (ortografiche) con cui ne esce. Per questa ragione, date le norme della buona educazione, primo, la Repubblica (che pubblica a quanto pare ciò che capita e senza doverosa revisione editoriale) dovrebbe delle scuse all'autrice. Secondo (e non necessariamente in alternativa), l'autrice dovrebbe delle scuse al lettore italiano. 
Come al solito, tuttavia, la questione non è di scuse né di ignoranza (come si potrebbe mai pensarlo?). E il cielo guardi Apollonio dalla stupida attitudine di impancarsi a censore dei comportamenti linguistici di chicchessia. In un libro pubblicato anni or sono sotto il nome con cui circola pel mondo, un un' maschile occhieggia maligno e ancora, di tanto in tanto, non lo lascia dormire e, se una cortese amica non fosse intervenuta a trattenerlo sull'orlo del precipizio, un rivelatore lapsus dello stesso tipo sarebbe addirittura comparso in questo medesimo post.  
Se qualcosa accade, però, c'è ragione che accada e non c'è ragione (ortografica) che tenga. L'importante è capire come mai accade e non stare a perdere tempo, dicendo che non sarebbe dovuta accadere, per farsi facilmente belli col mondo di chi fa sembiante d'intendersene. 
Pare allora ad Apollonio che un dettaglio come quello appena messo in luce consenta a chi ha naso di annusare ancora una volta l'aria che tira. Perciò lo sta offrendo alla riflessione olfattiva dei suoi due lettori. 
Non sentono anche loro in questa minuzia l'inconfondibile aroma che emana dall'aspirazione di parte di ceti intellettuali italiani a una (in fondo sana, si pensa e si dice) semplificazione degli arzigogoli e delle specificità culturali, come appunto si presenta una bizzarra ortografia nazionale? Non vi intravedono, come lui, l'influsso che, a sostegno di tale aspirazione, esercitano materialmente una tastiera priva di lettere accentate e la noiosa, conseguente ricerca, tra i caratteri speciali, delle buffe lettere che domanda la scrittura in lingue desuete? 
Impressioni: e Apollonio non saprebbe dire di più. Quelle dieci é danno però allo scritto in cui compaiono (e senza riguardo alle tesi che vi vengono prospettate) un sapore profondamente e irrimediabilmente ascaro. 
È da ascari del resto la temperie culturale che globalmente oggi si vive: non da meticci, come qualcuno afferma pomposamente e per darsi un tono. Con gli scritti di rappresentanti dei ceti intellettuali italiani, lo spirito ascaro dilaga ormai nelle pagine degli inserti culturali dei maggiori quotidiani. Lo rivelano (senza nemmeno volerlo) le loro piccole pecche ortografiche, annunciatrici, come le prime rondini, del radioso futuro d'una cultura, d'una lingua.

PS. È tuttavia un po' inquietante (Apollonio lo confessa) leggere in una nota, disponibile in rete, che la professoressa Urbinati "É Nell and Herbert Singer Professor of Contemporary Civilization at Columbia University e Professore di Teoria Politica nel Department of Political Science della Columbia University", "ed é tra i fondatori della rivista Reset", "é stata lettrice alla Princeton University", "Negli Stati Uniti é stata membro di due importantissime istituzioni di ricerca", "ed é inoltre consultata da tutte le maggiori universitá del mondo e accademie scienfiche per casi di promozione di altri docenti", "Nel 1980 é stata eletta Consigliera comunale". Originale, involontaria sfragis, rivelatrice della natura autobiografica, non biografica della nota.

30 maggio 2009

Mainstream

Le buone idee compaiono di tanto in tanto e qui e là, nella testa di qualche essere umano: non hanno padroni, hanno contesti e condizioni sistematiche (comunemente dette menti) in cui si creano. Va diversamente con le cattive, che hanno sempre un padrone e, correlativamente, molti servi. Di conseguenza, a differenza delle buone, le cattive idee sono dappertutto e incombono di continuo. Un tempo si chiamava andazzo l'immutabile fluire della loro continua mutevolezza. Oggi lo si chiama mainstream.

[L'immagine: John Dempcy, Mainstream culture

29 maggio 2009

Televisivo

"L'italiano televisivo": come forse a un buon numero dei suoi pochi lettori, è giunta ad Apollonio notizia di un prossimo convegno dedicato a tale tema, atto conclusivo di una ricerca dal medesimo titolo cui hanno collaborato specialisti di linguistica italiana attivi in molte università. L'espressione presenta ambiguità che non possono non affascinare il grammatico.
Il televisivo dell'"italiano televisivo" può infatti essere anzitutto quel televisivo che, con funzione predicativa e non attributiva, ricorre per es. in Come sport, il calcio è certamente più televisivo del golf. Interrogarsi sull'"italiano televisivo", come ha fatto la ricerca e farà il convegno, significa quindi interrogarsi su una varietà (anche idiosincratica) della lingua nazionale dal punto di vista della sua qualità televisiva, in opposizione ad altre varietà che mancano di tale qualità o la posseggono in misura minore. 
In quella espressione, televisivo può d'altra parte valere come uno di quegli aggettivi che sono chiamati relazionali (Apollonio non trova felice la definizione categoriale, ma così si dice). Ciò apre la porta a una nuova ambiguità.
È infatti relazionale il televisivo che vale 'della televisione'. In tal caso dire "l'italiano televisivo" è come dire l'italiano della Svizzera e studiare l'"italiano televisivo" sotto questa prospettiva significa che se ne è certo giustificata la pertinenza oppositiva rispetto, poniamo, all'italiano della radio. 
È d'altra parte relazionale anche il televisivo che vale 'nella televisione, in televisione'. In questo secondo caso, dire "l'italiano televisivo" è come dire l'italiano nella Svizzera, in Svizzera e studiare l'"italiano televisivo" equivale a capire come e in quali condizioni la lingua nazionale viva nel medium. 
Insomma, con la stessa espressione (come si vede) ci si può riferire a (almeno) tre cose molto diverse, per studiare le quali sono necessari punti di vista e metodi diversi. Che peccato per Apollonio vivere a Citera e non potere assistere a un convegno che, già dal titolo, muove alla discussione e al confronto di prospettive differenti.

PS. Delle tre, confessa Apollonio, la prospettiva che gli pare più stuzzicante e innovativa è la prima. Quale sarà mai l'italiano che viene meglio in TV? Quello, per es., dell'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano? Se dai lavori del convegno venisse fuori una risposta o anche solo un'indicazione, nessuno potrà dire che la ricerca che con esso culmina non sarà stata grandemente utile.  

Comparare

Saussure lo disse: nella lingua, solo relazioni e differenze. La linguistica è comparativa anche per questa ragione (o soprattutto per questa ragione?). Ma cosa compara chi compara? Compara forme e compara interpretazioni, attribuendo alle une e alle altre uno statuto di realtà che è solo presunto? O compara relazioni e differenze (cioè funzioni, interdipendenze)? 
Oggi, non è forse usuale porsi domande del genere. Ciò non significa che non sia legittimo. Se ci s’indirizza al dominio della comparazione morfosintattica (italo)romanza, si rileva infatti un’attività comparativa, tradizionalmente ricca, di forme e di interpretazioni ma un’altrettanto scarsa comparazione dei valori relazionali, sistematici e oppositivi cui forme e interpretazioni si prestano appunto come manifestazioni.
Un esempio diacronico: tanto il volgare di Dante quanto l’italiano moderno ricorrono a forme di essere come manifestazione della funzione di ausiliazione. Fuggito è ogne augel scrisse il poeta fiorentino (in Rime C 27) e oggi parallelamente si direbbe Ogni uccello è fuggito. Fatti come questi soggiacciono all’opinione comune che in sette secoli nulla (o pochissimo) sia cambiato né si può ragionevolmente presumere che il fuggire dantesco sia interpretativamente differente dal fuggire moderno, come “verbo”. Ma identità formale e interpretativa corrisponde a valori sistematici identici? Lo può credere solo chi ha una visione ingenuamente ontologica della lingua. Nella funzione di ausiliazione di altri costrutti, la distribuzione delle complementari forme di avere, da Dante ai giorni nostri, è mutata. Ancisa t’hai si trova in Pg XVII 37, dove oggi si direbbe Ti sei uccisa. In Dante le forme di ausiliazione non si distribuivano a casaccio: esse costituivano sistema. Come costituiscono sistema e non si distribuiscono a casaccio quelle odierne. Ciò significa che, mutata la distribuzione delle forme di avere, è mutato anche il valore manifestato dalle forme di essere, senza riguardo alla loro persistenza formale e senza riguardo al fatto che il “verbo” fuggire sia rimasto interpretativamente uguale. Parlare di essere come ausiliare dello stesso “verbo”, come se tanto l’ausiliare quanto il verbo fossero stabili enti di un universo linguistico tolemaico e non la manifestazione di puri rapporti è dunque quanto meno grossolano ed inesatto. Dal punto di vista sintattico, l’è fuggito di Dante ed il nostro, pure identici, non sono la stessa cosa, perché manifestano sistemi di opposizione diversi. Si pensi quindi cosa valga rilevare che, in decine di lingue diverse, forme di ausiliazione simili si combinino nemmeno con lo stesso “verbo” (che è già un'astrazione) ma con le differenti guise lessicali che prende un non meglio determinato concetto: poniamo, il “movimento”. Si è usi chiamar ciò attività di ricerca comparativa ma si tratta solo dell’ennesimo camuffamento di un’antichissima attitudine erudita.  
Un esempio non-diacronico: anche il siciliano Gianni è nisciutu e l’italiano Gianni è uscito si somigliano tanto da sembrare perfettamente paralleli. Essi sono tuttavia tradizionalmente (e giustamente) considerati così dissimili da essere classificati come costrutti l’uno aggettivale, l’altro verbale. Si precisa poi che, com’è noto, al secondo corrisponde invece il siciliano Gianni à nisciutu. L’invocazione di differenze categoriali e le glosse (‘statività’, ‘telicità’) che si spacciano sovente come loro fondamenti semantici sembrano spiegazioni ma sono soltanto l’istituzione di circoli viziosi concettuali. Cosa vuol dire “aggettivo”, cosa “verbo”, non dal punto di vista formale o interpretativo ma dal punto di vista radicalmente sintattico? Per chi mira a comparare non forme né interpretazioni ma relazioni e differenze, per chi mira a fare dell’attività comparativa un’autentica procedura razionale, cosa valgono questi feticci che la linguistica trascina con sé da tempo immemorabile e cui, travestendoli sotto tutte le fogge possibili tanto formali quanto interpretative, rende ancora omaggio come a veri e propri totem tribali? 

27 maggio 2009

Sometimes they come back

E se l'attributo storica di linguistica storica volesse talvolta dir soltanto (cosa peraltro comune in italiano) "che incarna un'età che non esiste più o che sta finendo"? 
È ciò che vien fatto di pensare ad Apollonio quando gli capitano sottomano certi scritti introduttivi che prendono a pretesto la menzionata e innocente disciplina (che ben altri e problematici avviamenti forse meriterebbe) o quando vede rimesse in giro figure che giacevano sepolte e ci si poteva solo augurare che dalla loro tomba, per carità di patria, nessuno le facesse risorgere mai più. 
In tali casi non di linguistica storica, dunque, si tratta ma più propriamente di una linguistica di revenants.

[La citazione viene dal punto 8 della v. storico del Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia]

Nome, non me! (6)

"Lucia c'est moi!", pensò forse e, dopo lungo lavoro di lima, riflettendo sulla sua arte sopraffina, si rivolse così ai suoi venticinque lettori, lasciandoli di stucco :



Sazi? Men non so darla




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

26 maggio 2009

Passato remoto, imperfetto...

...che lusso! Ci sono lingue che non dispongono di manifestazioni formali così comode per valori funzionali che esistono anch'essi nei loro sistemi ma che per venire fuori hanno da fare percorsi più tortuosi, meno trasparenti.
Per spiegarsi differenze di valori di passato remoto e imperfetto nella classica prosa narrativa italiana, senza bisogno di arzigogoli metalinguistici,  basta del resto leggere un semplice brano tratto dai Promessi Sposi, osservando contrastivamente la distribuzione delle forme verbali. 
La "notte degli imbrogli" volge al termine. Su consiglio di fra Cristoforo, Lucia, Agnese e Renzo lasciano precipitosamente il villaggio: "Essi s'avviarono zitti zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando il remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l'altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia, increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri, silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente".
C'è dietro (lo si capisce) la mente e l'espressione di un grande regista. Come in un film: ritmo cadenzato delle inquadrature, a cogliere, con estrema riduzione alla pertinenza narrativa, l'aspetto puntiforme di un agire di vari personaggi che precipita e si scioglie in un piano sequenza. Con la profondità del campo, il piano sequenza proietta quindi la narrazione in una indefinita durata che prepara con lentezza e sospensione una brusca, drammatica interruzione. Ed ecco il close up, insistito e alternato con una ripresa in soggettiva, a svelare chi, del passaggio (come del resto dell'intero romanzo), è l'autentica protagonista, a svelare e a nascondere i suoi pensieri e i suoi sentimenti. 
Ma il commento, come è appena il caso di dire, guasta con la sua verbosa prolissità ciò che, nella lingua, è per se stesso evidente: altrimenti, la lingua che ci starebbe a fare? Apollonio ne è consapevole: il compito del linguista sarebbe tacere. E qualche grande tale compito l'avrebbe anche assolto in modo sublime, se non si fosse fidato, anche solo chiacchierando, di presunti allievi. Tacere e aprire bocca solo per dire che è la lingua stessa a rendere inutile la linguistica? I due lettori di Apollonio non lo svelino, per cortesia, alle autorità accademiche. Questo è il vero paradosso disciplinare. Il suo portato di consapevolezza rende oggi e renderà sempre indispensabile la linguistica. Spiegarlo alle autorità accademiche? Sarebbe inutile (à suivre).

23 maggio 2009

Leggere (e, eventualmente, scrivere)

"Non esiste purtroppo uno studio sull'italiano scritto degli insegnanti: è vero che alcuni sono rispettabili studiosi e autori riconosciuti (per esempio Edoardo Albinati, Domenico Starnone, Marco Lodoli, Paola Mastrocola, Eraldo Affinati, Margherita Oggero) ma gli altri, la stragrande maggioranza? La domanda equivale a un allarme: come può correggere uno scritto chi non ha mai avuto l'obbligo e sentito la necessità di scrivere, chi in effetti non scrive dalla tesi di laurea e lo fa, da tempo immemorabile, soltanto sul registro e nel retro d'un compito in classe?". Se lo chiede con sdegnoso pathos Massimo Raffaeli oggi, sulla Stampa. Chiude così in crescendo un'elogiativa recensione del libro di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti, Scritti sui banchi. Non è chiaro se la domanda compaia in forma comparabile e con portata identica nel libro. È una novità. Apollonio non l'ha ancora avuto tra le mani e non può dirne nulla ai suoi due lettori. Da ciò che ne scrive Raffaeli, sembra che esso tematizzi l'italiano scritto degli elaborati scolastici dei discenti, in funzione del quale verrebbe poi fuori "l'allarme" (del recensore? degli autori?) sull'italiano dei docenti. "Emergenza insegnanti" rincara il sommario "come può correggere uno scritto chi non scrive più dalla tesi di laurea?".
Può farlo e molto bene, è la risposta che nasce immediata nello spirito di Apollonio. Basta solo che legga, che legga tanto e con consapevolezza. Ed è ciò che hanno sempre fatto e fanno gli insegnanti coscienziosi: quelli che non scrivono sui giornali ma solo, e con encomiabile modestia, "sul registro e nel retro d'un compito in classe", secondo lo sprezzante giudizio di Raffaeli. Il cielo ci guardi, al contrario, da correttori la cui competenza fosse certificata, come Raffaeli implicitamente sostiene, dal bisogno o dalla necessità di scrivere, cui invece andrebbe sempre opposta una fiera resistenza. I meno che modesti esiti di questo medesimo blog sono i primi per paradosso a darne prova.
E, d'altra parte, se c'è qualcosa di veramente difficile da insegnare (e per cui la scuola, non solo quella italiana, fa difetto) è a saper leggere, appunto, e non a saper scrivere, come oggi corrivamente si inclina a credere. Si surroga così con un'illusoria crescita della capacità di comunicazione ciò che invece andrebbe didatticamente perseguito: la crescita interiore di una consapevolezza espressiva che si esercita, anzitutto, nell'ascolto e nella lettura.

20 maggio 2009

Intolleranze (2): Salve

La colpa è certo delle mamme. Si sa com'erano le mamme italiane d'un tempo: come quelle d'oggi, protettive e asfissianti, ma, a differenza di quelle d'oggi, direttive, educatrici, rigorose. E qual era uno dei primi insegnamenti sociali che una mamma impartiva alla propria creatura? Il buon Giannino va giù a comprare il sale, che manca in dispensa: “Giannino, di' buongiorno, quando entri dal tabaccaio; e grazie e arrivederla, quando esci”. La piccola Veronica ha due linee di febbre e il medico, anzi il dottore, viene a sera a visitarla? “Di' buonasera, dottore, quando il dottore entra nella tua cameretta; grazie e arrivederla, quando va via”.
Di' buongiorno, di' buonasera: si finiva per imparare e si cresceva così, con una chiara differenza quanto alle formule di saluto. Da un lato, l'informale ciao della confidenza familiare e indirizzato, fuori di casa, ai compagni di scuola, agli amici di gioco, ai coetanei incrociati per caso. Dall'altro, l'articolato buongiorno, buonasera (signora, dottore, professore) sentiti come abiti puliti e decorosi per andarci a spasso per il mondo e dovuti a persone di riguardo, ma anche ad estranei generici e, per esplicito segno di cortesia e di distanza reciprocamente rispettosa, a sconosciuti d'ogni sorta. 
Poi  d'improvviso le mamme italiane devono avere smesso. Non si sa perché. Già all'altezza della generazione che è classe dirigente e che si attesta oggi tra i quaranta e i cinquanta anni e poi a valanga nel caso dei più giovani qualcosa deve essere successo. Gli esiti si vedono e macroscopici. 
In compagnia di una signora, incontri per le scale un giovanotto che ti conosce appena e ti senti sparare un “salve”. Pensi: “Siamo in due, perché non ci dice Salvete?”. Ma con un sonoro “salve” si introduce nel tuo ufficio un supponente importuno e “salve” ti vedi scritto in apertura di una lettera elettronica che ti manda una studentessa. Un esclamativo “salve!” ti si dice in coro dalla tv e da ogni altro mezzo di informazione. Capisci allora che il latino proprio non c'entra e che quindi ancora meno c'entra quel “salve” che, come saluto e a introdurre invocazioni, percorre intera la tradizione letteraria e religiosa italiana e che si rifletteva in quegli umili oggetti, come gli stuoini, su cui un “salve” veniva ritualmente iscritto.
“Lele, di' salve al dottore”: impensabile, quaranta anni fa, una mamma italiana che sollecitasse così la propria creatura a un comportamento sociale educato, i due lettori di Apollonio ne converranno. Ecco perché, per paradosso, si può solo pensare che la colpa sia proprio stata delle mamme. Devono avere smesso di dire alcunché, in proposito. Per pigrizia devono avere deposto la loro funzione culturalmente altrice. 
Per apprendere le forme di saluto da aggiungere al “ciao” familiare, quando la necessità fosse venuta con l'età, alle povere bambine, ai poveri bambini italiani rimasero allora solo i telefilm americani e i cartoni animati giapponesi che mandava la tv. Quella tv davanti alla quale l'attuale classe dirigente italiana finiva posteggiata per ore ed ore e si è formata nell'adolescenza (prima e più sostanzialmente che frequentando università e scuole d'eccellenza). Nel doppiaggio di telefilm americani e di cartoni animati giapponesi i “salve” già allora si sprecavano: e ci sarebbe da chiedersi perché. È simpatica bizzarria d'altra parte immaginare che la lingua possa cambiare (ammesso che lo faccia sul serio: lo sapranno i posteri) per una ragione tanto bislacca. Bislacca? Talvolta le ragioni che paiono bislacche sono le migliori occasioni che lo spirito di un'epoca ha per splendere e manifestarsi.
Si pensi alle differenze, appunto, che nella nebbia dell'indeterminatezza di un “salve” si sono perse. I due lettori di Apollonio ci hanno certo già riflettuto. Dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” a qualcuno è assumersi il peso e la responsabilità del proprio ruolo nello schema dell'interazione sociale di un saluto. È dichiararsi disposti e pronti a farne il calcolo, in funzione del contesto in cui l'atto linguistico si realizza. Sia rispetto, sia cortesia, sia pure (come è talvolta) violenza, dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” è consapevolezza (anche ipotetica, anche errata) di ciò che si è ed è coraggio (anche facile, anche millantato) delle proprie azioni. Azioni, si badi bene, che nulla esclude siano infami: tale è infatti il “ciao” che si sente sovente maramaldescamente rivolgere a chi si vuole tenere per inferiore e diverso. Ma anche in tal caso un “salve” basterebbe a riempire ciò che dovrebbe esserlo da un doveroso e sentito “buongiorno”?
Insomma, dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” è riconoscere, rispettandole, differenze, gerarchie, diseguaglianze, varietà (anche temporali) che il “salve” appiattisce con la sua vigliacca volgarità di falsa anticaglia democratica. Chi saluta con un “salve” spaccia così un'autentica patacca, pronta per tutti gli usi, per il giorno come per la notte, e da rivolgere a chi si finge (anche con se stessi) di rispettare come a chi si spregia senza volere darlo a vedere (nemmeno a se stessi).  “Salve” è il baratro dell'odierno nulla che si spalanca al di là del “ciao”.
Contro l'andazzo è però inutile lottare. Apollonio è quindi pronto ad ammetterlo: “salve” è l'abito che meglio si adatta a chi lo indossa e chi lo indossa è certo il meglio adatto al tempo presente. 

19 maggio 2009

"If you think education is expensive...

If you think education is expensive try ignorance
...try ignorance".

Apollonio dirà ancora una volta "nome, non me!", perché l'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta e l'anagramma del nome di questo blog suona

Apollo col Dioniso

Ciò basterà a spiegare ai suoi cinque lettori l'ineguale andatura delle brevi prose che vi compaiono. Ragionevoli, forse, ma per via di un'interiore e inesausta letizia dionisiaca.

[Il detto morale è attribuito a Derek Curtis Bok, la foto, hausgemacht, è uno degli scatti di grafosecondo-Alessandro La Fauci]

15 maggio 2009

Una lingua non comune

Una storia straordinaria alle spalle, l'italiano è oggi come ieri una lingua non comune. Lo è perché in esso ha preso forma un mondo di idee, di sogni, di esperienze, di fantasie, di realizzazioni che ha pochi eguali nella vicenda umana sulla terra. Italiana è l'espressione non solo di poeti e scrittori di valore ma anche di grandissimi scienziati, architetti, pittori, scultori, musicisti, artisti di ogni arte, nelle cui opere, nelle cui scoperte, nelle cui invenzioni spira sempre l'anima di una lingua tanto nobile quanto fragile. 
L'italiano è d'altra parte non comune per un equilibrio prezioso: lingua di una ristretta casta di cólti, ma solo per uno dei suoi molti aspetti, e al tempo stesso punto ideale di incontro, proiezione sistematica di una molteplicità infinita di variazioni. Dialetti? Certo, ma dialetti capaci di dare voce autentica a una innumerevole gamma di esperienze umane. Una realtà linguistica mutevole e vivace, che si nutre dell'idioma nazionale e continua a nutrirlo, a tutti i livelli. 
E l'italiano è non comune anche nel suo valore di lingua che supera i confini della nazione linguistica italiana (dal Gottardo a Lampedusa). Altre lingue, oggi più fortunate, sono tali (e lo si dimentica) perché si sono diffuse o stanno diffondendosi con la violenza e con l'arbitrio: sono state e sono ancora, insomma, anche delle armi. Per la gran parte della sua storia, l'italiano ha viaggiato invece per il mondo sulle ali di enti gentili (le arti) e ambiguamente angelici (come il danaro) o sulle gambe di una enorme e pacifica diaspora umana che, con l'emigrazione, l'ha portato nel cuore dell'Europa continentale come in America del Sud, in Australia come negli Stati Uniti. 
Se l'italiano è una lingua non comune, studiarlo e approfondirne la conoscenza è un'esperienza non comune ed è il modo migliore per partecipare attivamente a una storia viva e straordinaria che non smette di avere un non comune futuro.

12 maggio 2009

Il programma della linguistica

Qui, Apollonio non l’ha mai detto e del resto è proprio difficile dirlo. È certo però che i suoi due lettori, per semplice effetto d’umana simpatia, hanno capito da tempo ciò che egli pensa e prova a formulare non per via diretta (non ne sarebbe capace) ma accumulando esempi peregrini. Come nell’incoerente racconto di un picaro, essi poi lo inducono a divagare. E magari è meglio così.
Vuol dirlo, però, sommessamente e come può. A suo parere, spetta alla linguistica la prospettiva di scienza umana integrale, né filologica né filosofica: in grado perciò di comporre sistematicamente le due tradizionali attitudini disciplinari nell’opposizione fondamentale col suo proprio punto di vista, che non è storico né ontologico ma correlativo. Funzionale, un tempo si sarebbe detto appropriatamente: ma la qualificazione non è stata risparmiata nei decenni passati da note devastazioni concettuali e la si può evocare ormai solo con cautela e facendola seguire, come qui, da opportuni distinguo.
Di passaggio, ciò spiega l'attuale scarsissima fortuna del punto di vista linguistico. Si vivono infatti gli esiti lontani d'una temperie culturale che abbandonò il porto apparentemente sicuro ma pieno di inganni e di mistificazioni dei pedanteschi fasti filologici (insomma, quello contro cui si schiantò Ferdinand de Saussure) e, gettandosi a capofitto nella ricerca o nella negazione del senso, si votò a una inevitabile bancarotta intellettuale.
Siccome al peggio non c'è fine, ne venne aperta la strada a chi prese ad accumulare furiosamente e nel più completo disordine ogni genere di paccottiglia, fino a restarne sommerso e soffocato, secondo una variante degradata dell’antica attitudine erudita, sorretta almeno un tempo da una nobiltà del gusto che aveva invece cominciato a latitare ed è oggi del tutto sparita. E siamo così al tempo presente.
Nella sua riflessione (se tale la si può definire), il tempo presente è quanto di più lontano ci sia dall'idea di faticosa ricerca di un'ipotetica sistematicità per differenze: questo è appunto il programma della linguistica.
Il tempo presente osserva invece incantato la pletora di enti e di oggetti in cui nuota con l’attitudine ebete di chi mira a servirsene (e magari se ne serve) senza avere idea di cosa stia facendo e senza domandarsi se non si tratti per caso di fantasmi reificati dall’eclissi di ogni pensiero critico e dall’inarrestabile dilagare, tra i suoi presunti maîtres à penser, della più piatta stupidità.
Mai epoca migliore visse quindi la linguistica, come forma integrale di critica radicale del suo tempo, mai epoca migliore forse vivrà: la scarsa fortuna di cui gode racchiude e protegge come uno scrigno il valore della sua saggezza alternativa.

8 maggio 2009

Nome, non me! (5)


Dopo il suo passaggio, ci sarà qualcuno in grado di rendere di nuovo gravida d'idee la linguistica?

Monko maschy

Secondo un blog appena comparso in rete (i due lettori di Apollonio ne avranno avuto notizia), nel 2009 se ne festeggerebbero gli ottanta anni. Ma è nato nel 1928 e il neo-blogger si sbaglia. Anch'egli è un linguista, del resto, e i linguisti, si sa, sono al massimo bravi a parole. Coi numeri vanno poco d'accordo e non spetta loro saper fare di conto.

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

26 aprile 2009

Lingua loro (12): "pandemia" e "suino"

Oggi, prima pagina dell'organo di stampa della Confindustria italiana, titoletto in rilievo del sommario: "Febbre suina, è pandemia / Otto casi accertati a New York". Evidente auto-satira, dice Apollonio a se stesso. Ed efficacissima. Si può solo ridere e lo fa, prima che una meritata febbre (ma la sua sarà asinina) se lo porti via. 
Gli industriali (o chi degnamente li rappresenta nell'arena dell'informazione) vogliono dimostrare che anche per loro i numeri non contano, riflette. Poi ci si lamenta della crisi economica, conclude: non c'è più nessuno che, sapendo far di conto, abbia il minimo senso delle proporzioni. Non si tratta infatti di un vero e proprio titolo "tossico"?
Poi ci ripensa, però. Come tutte le istituzioni umane, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, fonte della notizia, deve di tanto in tanto trovare un pretesto che ne giustifichi l'esistenza e, allo scopo, ai "polli" ha associato adesso i "porci", nella certezza che il loro numero è considerevole. 
Per quella strana virtù che hanno le parole e il linguaggio, alla memoria di Apollonio si riaffaccia allora un concerto palermitano di Giorgio Gaber, or sono sette lustri almeno. E quel ritornello, con la sua icastica definizione: "...son tutti dei porci, più sono grassi e più sono lerci. Più son lerci e più ci hanno i milioni...". 
Per ragioni biografiche (non val la pena di precisarle qui), l'attuale direttore dell'organo di stampa della Confindustria italiana non può essere immemore di quel concerto e di quel ritornello: Apollonio lo sa. Gli risuonerà nell'orecchio, come accade ad Apollonio medesimo. 
Ecco allora la ragione di quel titolo: il direttore dell'organo di stampa della Confindustria si sarà sentito in dovere di dichiarare lo stato di allerta. Per i lettori d'elezione del suo giornale, anche se si tratta di otto casi a New York, la febbre suina è tema del massimo rilievo.
Apollonio fa atto di contrizione. Si stava sbagliando. Il titolo non è "tossico": è informazione. E della migliore qualità.

10 aprile 2009

"L'Italia piange le sue vittime"


"L'Italia piange le sue vittime": è il titolo maggiore dell'edizione in questo momento on-line del Corriere della Sera. Ma c'è da credere che titoli comparabili (se non proprio identici) ricorrano su tutte le testate giornalistiche, tradizionali ed elettroniche.
La lingua (val la pena ancora di ribadirlo?) è mirabile: fermarsi ad osservarla riserva sempre a chi lo fa doni preziosi di comprensione profonda e di penetrazione dei fatti, delle persone, degli istituti, delle nazioni.
Il sue che ricorre in quel titolo sembra solo esornativo: aggiunge il tocco di patetismo, con cui l'estensore ha ritenuto di caricare ulteriormente un'espressione già patetica. Le vittime che l'Italia piangerebbe sono, enfaticamente, le sue: le appartengono.
Ma l'italiano è lingua dantescamente tragica, irridente e maligna d'una nazione le cui classi dirigenti e intellettuali inclinano invece senza posa all'elegia e al patetismo, con malafede mandarina. Ed è lingua che assegna così la stessa espressione alle relazioni predicative tanto del possesso (nel caso specifico, presuntamente affettuoso) quanto dell'attività. Se qualcuno, se qualcosa fa delle vittime, quelle saranno le sue vittime
Ebbene, Apollonio non sa certo dire se le vittime che l'Italia piange sono le vittime che l'Italia incessantemente fa o quelle che le appartengono. Sa però che l'italiano di quel titolo del Corriere on-line dice, ferocemente, ambedue le cose. E grazie alla stupidità linguistica che prova come sempre a stemperare e a nascondere nel patetismo la rovinosa inconcludenza di ceti privilegiati, dice senza volerlo la verità di una nazione che, con il suo autolesionismo, ammesso sia vero che pianga, inscena ancora una volta la sua chiassosa kermesse per piangere lacrime di coccodrillo.

Ultime notizie: alle 17 circa, sulla pagina di apertura del Corriere on-line il titolo è stato modificato. Adesso suona "...piange i suoi morti". La verità della lingua ha balenato per un breve momento: prevalse poi una meditata, cardinalizia reticenza.

2 aprile 2009

Etimi tossici

L'intreccio casuale di temi presenti nei due ultimi post (la seduzione, la filosofia) ravviva nella memoria di Apollonio una istruttiva esperienza personale, il cui racconto tornerà magari utile ai suoi due lettori e con questo spirito qui lo si offre loro. 
L'aneddoto comincia or sono sette lustri, negli anni dei suoi studi post-universitari: "Vi accadrà certo un giorno o l'altro" tuonava un vecchio barone e (sia detto a limitarne ulteriormente la figura) anche accademico dei Lincei "di sentir qualcuno che, nel bel mezzo d'una discussione, per far figura di dotto, tirerà fuori l'etimologia di sedurre. Dirà, con l'aria di chi se ne intende e proferisce cosa profonda, che c'è di mezzo il pronome personale. Ma non c'è etimologia più falsa e non c'è trappola di falsa etimologia in cui i finti colti cadano con frequenza maggiore. Il se- di seduco non ha niente da spartire col pronome: è antica particella con valore separativo. Vale appunto 'a parte, in disparte'. Come nel caso di secerno, di secedo, di separo, di seditio".  
Passano trenta anni da quegli ammonimenti pedanti. Tranquilla domenica del giugno 2005. Sulla scrivania di Apollonio, la gazzetta di libri e cultura che accompagna l'organo di stampa della Confindustria aperta sulle pagine dedicate alla filosofia. Pezzo di Remo Bodei, consacrato a un libro (non suo) che parla filosoficamente della moda. 
Di nuovo: Apollonio è rude abitante di Citera. A Citera non si organizzano festival né altri eventi culturali. Non ci sono "scuolenormali" né "libreriefeltrinelli" né "circolidellastampa". Non vi si incontrano mai "eccellenze" né "maggiori-scrittori-tra-i-viventi". Se mai accadesse peraltro, nessuno li riconoscerebbe come tali, dal momento che vi sono in uso grandezze incommensurabili e vi è molto labile la distinzione tra chi è vivo (o lo sembra) e chi sembra morto (e non lo è). 
Di quel gran nome della cultura italiana d'oggidì Apollonio ha dunque solo sentito favoleggiare e sa solo ciò che legge sulle pagine di quella gazzetta. E talvolta, come altrove ha confessato, nei libri alla moda momentaneamente sottratti a più riprese agli scaffali delle librerie e poi riposti con doveroso rispetto. Si tuffa appunto nella lettura del pezzo. Sotto quella penna, s'attende il trattino che fa tanto prosa filosofica e puntualmente lo trova. Lo trova anzi in doppia ricorrenza: una, esplicita; l'altra, implicita ma squadernata poi in tutta la sua evidenza.
"La ri-velazione della moda ha il doppio senso, di svelare e di nascondere di nuovo sotto un velo ciascuno a se stesso, inserendolo in un gioco sociale di reciproca seduzione (etimologicamente: di attrarre a sé, ad se ducere)".
Tutto qui. 

29 marzo 2009

Sciaranèra

Non abbiano paura i due lettori di Apollonio. Non sono stati venduti come innocenti vittime sacrificali ad un'agenzia di pubblicità. L'immagine a fianco riproduce l'etichetta di una bottiglia peraltro già bevuta e vale come segnalazione, qui, di lavoro linguistico ben fatto. Chi ha battezzato questo nuovo vino di una tradizionale azienda siciliana, l'ha pensata bene e se gli fosse capitato per caso, ancor meglio. L'esser favoriti dalla fortuna è segno di elezione. 
Il nome Sciaranèra sa di siciliano lessicalmente: ma ciò sarebbe banale. Una sciara è nell'isola un accidentato pendio di detriti, d'elezione vulcanici. Ma il nome sa di siciliano in maniera molto più sottile ed allusiva. In quel modo che ai siciliani piace moltissimo esibire con discrezione quando si trovano ad avere commercio con "continentali" che vogliono sedurre. Apollonio ricorda un illustre clinico siciliano che a casa sua, a Roma (s'era negli anni Sessanta del secolo scorso), nella sua conversazione coi sodali intercalava allusioni linguistiche al modo che ha oggi reso ricco Andrea Camilleri. E la formula: "E chi è siciliano mi capisce...", per rendere a tutti desiderabile, col premio della complicità, il diventare (almeno un po') siciliani.
Ebbene, qui l'allusione sapida e (come tutte le allusioni sapide) a suo modo dotta sta nell'accento. È ovviamente néra in italiano (cioè con e chiusa) la forma dell'aggettivo che l'etichetta del vino siciliano declina come nèra, cioè al modo con cui i Siciliani che s'esprimono in italiano proferiscono tutte le e toniche, facendole aperte. 
Pronunciare Sciaranèra (come l'etichetta invita a fare) invece di Sciaranéra fa insomma italiano in bocca siciliana. Si può chiedere di più alla malìa allusiva del nome commerciale di un vino? Basta proferirlo e si ha la Sicilia sulle labbra.
Lascino allora i suoi due benevoli lettori che Apollonio si illuda che le peregrine nozioni filologiche impartite a qualche discente delle lauree di comunicazione, sotto la forma della costruzione (consapevole o inconsapevole) del nome proprio di un vino, gli facciano l'occhiolino dall'etichetta di una bottiglia: "...sin dove potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse..." (G. Verga, Rosso Malpelo).

28 marzo 2009

Quanti anni ha Maurizio Ferraris, filosofo?

"Propongo un esperimento mentale. Immaginiamo che qualcuno ci offra l'alternativa tra: A: vivere fino a centovent'anni, in perfetta salute e giovinezza, una variante di Dorian Gray, ma essere dimenticati da tutti un secondo dopo la nostra morte, e B: vivere sino a settant'anni, magari anche con degli acciacchi, ma in modo tale che tutte le nostre tracce (i ricordi che abbiamo lasciato di noi, i nostri eventuali scritti eccetera) sopravvivano per un tempo ragionevolmente lungo, anche se non necessariamente così lungo come quello che ci separa dal momento in cui la terra finirà dentro al sole, perché a quel punto avremmo a che fare con umanità troppo diverse da noi. Immagino che molti sceglierebbero, con me, la soluzione B. E credo che chi lo facesse avrebbe almeno in parte imparato a morire, cioè, forse, a vivere con filosofia". 
Una nota gazzetta settimanale di libri e cultura ha di recente pubblicato queste note di Maurizio Ferraris, che Apollonio non conosce personalmente. Non sa che faccia né quanti anni abbia. Sospetta sia un molto reputato filosofo italiano d'oggidì, per averne letto più volte il nome nelle pagine dedicate alla filosofia di quella gazzetta, che d'ogni ramo del sapere sceglie come collaboratori specialisti reputati, le cui opere sono destinate a essere ricordate. Così Ferraris pare del resto presumere delle sue, ponendo addirittura la questione in termini di tempi astronomici.
Memore di vecchie parole di suo padre, Apollonio lancia adesso un appello e propone un gioco ai suoi due lettori, a proposito di ciò che scrive Ferraris. 
Ecco più o meno cosa disse un giorno ad Apollonio il padre, che non faceva il filosofo ma l'odioso mestiere di esattore delle tasse, come Matteo. Le affermazioni sul momento in cui preferirebbero uscir di vita, che si colgono sovente sulle labbra degli umani, sono uno dei modi con cui la loro supponente cretineria presume di farsi nobile e bella. A venti anni, molti ti diranno che, godute le gioie della giovinezza, saranno pronti a morire a quaranta. A quaranta che, prodotti i frutti maturi dell'età adulta, saranno pronti a morire a sessanta. A sessanta che, dato al mondo il contributo della loro saggezza, saranno pronti a morire a ottanta. Più avanti, ai tempi dell'aneddoto, era improbabile si pensasse di andare e la salvifica demenza senile, nelle eccezioni, interveniva a riparare i danni della cronica stupidità umana, almeno quanto a dichiarazioni del genere.
Ebbene, Apollonio non sa quanti anni abbia il filosofo Maurizio Ferraris. Scommette però coi suoi due lettori che, dichiarando che settanta anni gli sono sufficienti, egli ne abbia, oggi, circa cinquanta. E se c'è qualcuno che può in proposito dargli notizia certa, Apollonio lo invita a farlo. Fidando in quell'insegnamento paterno, scommette insomma che il momento in cui il filosofo Maurizio Ferraris dichiara nobilmente che preferirebbe morire, lasciando all'umanità il legato della sua opera memorabile, non è proprio per domani. 

PS. Al modesto ex-esattore delle tasse l'idea della morte, peraltro, risultava e ancora risulta indigesta: forse perché sapeva e sa che è difficile che si possa contare sui richiesti canonici venti anni per accostumarsi "filosoficamente" a essa e che, in ogni momento della vita, può accadere d'improvviso di doversene fare una ragione (e talvolta, neanche quella).

1 marzo 2009

4 marzo 1943

"...per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino" cantava Lucio Dalla, fresco di gioventù, dal palco del Teatro Ariston di Sanremo quaranta anni fa. E non cantò "...per i ladri e le puttane io sono Gesù Bambino". Così gli imponeva la bigotta TV di allora. Apollonio è lungi dal menarne scandalo: se Dalla avesse voluto che non glielo si imponesse, bastava che andasse via e rinunciasse agli agi che gli son venuti dall'esserselo fatto imporre. Tutto ha un prezzo nella vita: la libertà, quello più caro. Ma stava poi in quel verso la libertà? Qualche sera fa, carico d'anni e di successi, perciò libero nel mondo libero di adesso, lo stesso Lucio Dalla, dallo stesso palco, ha celebrativamente cantato in TV "...per i ladri e le puttane io son Gesù Bambino". Mentre lo faceva, aveva l'aria di chi sta finalmente rivendicando la sua libertà, la libertà di tutti di dire cose del genere in TV. Ma le parole, come s'è già ricordato su questo blog, non hanno sempre lo stesso valore e, oggi, dal palco dell'Ariston, cantare quella canzone come fu cantata nello stesso luogo quaranta anni fa avrebbe suonato certo più elegante e filologicamente corretto, forse anche più sottilmente scandaloso del cantarla col verso dei ladri e delle puttane allora censurato. Ma si tratta in fondo solo di un peregrino esempio di una verità che Apollonio sente che si applica anzitutto a se stesso. Dentro ogni essere umano sta acquattato un tremendo nemico. Se non si ha la sfortuna di morire giovani, ingaggiare una lotta senza tregua contro tale nemico è una delle responsabilità più pesanti dell'età che avanza e che è di crescente debolezza (soprattutto con se medesimi). E che tende di conseguenza a rifuggire alla responsabilità (soprattutto verso se medesimi). Ne segue che alfine e nella stragrande maggioranza dei casi quel nemico celebra i suoi trionfi e porta a giro, come trofei, i capi mozzi sui peraltro avvizziti corpi decapitati di gente che un dì parve pure avere una testa e parve, per brevi momenti, saperla adoperare.
La vecchiaia: supplementare pena cui è condannato chi non ha scontato quella tremenda di morir giovane, usufruendo però così dei vantaggi del rito abbreviato.

28 febbraio 2009

Trompe l'oeil

A specialisti e storici dell'arte si chiederà di dire donde e quando venne fuori e poi si fissò il nome composto trompe l'oeil  come designazione d'una maniera di dipingere (e dei suoi prodotti) che, dall'antichità ai giorni nostri, "inganna ad arte": così il titolo di una mostra che si terrà all'Opificio delle Pietre Dure di Firenze nel prossimo autunno (Vedi).
Chi si diletta di lingua troverà in ogni caso deliziosa la composizione nominale non-endocentrica e degna dell'attitudine che designa e dei suoi divertenti e inquietanti effetti.
Inquietudine che comincia già dall'acquisizione della consapevolezza che dell'oeil che è ingannato ad arte (ma ci sono inganni che non siano ad arte?) il composto non dichiara (e giustamente) la proprietà. Ad Apollonio la riflessione è stata suscitata dalla relazione che sul trompe l'oeil Omar Calabrese ha tenuto ad un convegno palermitano di qualche giorno fa. L'occhio è quello di chi guarda, diceva giustamente il semiologo e rilevava con acutezza l'eccezionalità di una designazione che coinvolge il destinatario di un processo comunicativo, dichiarandolo ingannato. 
Ma (si è permesso di fargli notare Apollonio) chi è il primo destinatario, il primo a guardare (e già con l'occhio della mente) ciò che si configura progettualmente come un trompe l'oeil? Non è forse colui cui appartiene la mano che, si dice, lo creerà? E come l'orecchio è l'organo d'elezione della facoltà di linguaggio e senza orecchio (della mente), come ben sapeva Saussure, non ci sarebbe lingua, senza l'occhio (della mente) ci sarebbe la facoltà di rappresentazione che guida la mano dell'artista? 
L'occhio guida insomma la mano nella difficile via che la conduce ad ingannarlo. Si presta volentieri alla menzogna che la mano costruisce. Anzi collabora alla sua costruzione, se non la guida. Proprio come l'occhio del primo che legge ciò che la mano scrive guida la mano nell'artificio dell'inganno della scrittura. Il segreto di questa relazione (che è forse il solo segreto della creazione: e per essere creatori ci vuole occhio, come per parlare, per suonare e per cantare ci vuole orecchio) si cela dietro una scoperta e benevola menzogna nel caso del trompe l'oeil che si dichiara onestamente come tale. In tutto il resto, nel generale inganno ad arte dell'arte (fare umano che mira alla perfezione), il segreto sta più celato, la menzogna più sardonica e meno scoperta.

11 febbraio 2009

Quanti figli ha Fabrizio?


Fabrizio Corbera, principe di Salina, è il protagonista di sei delle otto Parti che compongono il romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: quanti figli gli vengono attribuiti in tale romanzo? È una domanda che non ci si stupirebbe di sentir porre al concorrente di un quiz televisivo (e chissà che non lo sia già stata), con in gioco la vincita di una cospicua somma di danaro (data una qualche difficoltà nella risposta): esempio perfetto, quindi, di un accostamento nozionistico (o, al massimo, erudito) alla famosissima opera, che col pretesto di una quisquilia sarebbe buono al massimo per una rappresentazione parodistica della cultura.
Come non poche altre questioni di dettaglio che hanno a tema Il Gattopardo, come forse tutte le immaginabili, anche la determinazione del numero dei figli del Principe, se opportunamente considerata, prende però inattesamente l'aspetto di un autentico problema interpretativo dell'insieme dell'opera e, congiuntamente, della sua struttura (narrativa). Essa schiude infatti prospettive inquietanti, almeno per quei lettori del romanzo che pretendono di avere una qualche consapevolezza di ciò che leggono e provano a impegnare nella loro lettura un'intelligenza almeno pari a quella di cui fanno credito al testo.
Ebbene, di figli di Fabrizio, da subito se ne vedono alcuni ma il loro numero esatto non è determinabile. Ci sono due maschi, narrativamente dotati alla svelta di un nome oltre che di una presenza scenica: Paolo e Francesco Paolo. C'è una quantità imprecisata di femmine, la cui precoce e cumulativa presenza sulla scena è da valutare in funzione dell'importante scaglionamento e dei modi con cui ciascuna di loro è narrativamente dotata di un nome. Come i fratelli, Concetta è già tale abbastanza presto e lo è perché, nel ricordo del padre, esplicitamente nominata dal Re, come sua figlioccia, in occasione della visita del padre. Carolina, che porta il nome della terribile nonna paterna, si vede attribuito tale nome sullo scorcio della Parte prima, grazie a un comico incidente che accade alla sua acconciatura, mentre si trova a tavola. Per essere nominata, Caterina deve invece attendere che si giunga ben avanti nella seconda Parte e, quando lo è, lo è solo perché inserita nell'elenco degli occupanti di una carrozza.

Si è poi rapidamente a conoscenza dell'esistenza di un terzo maschio, con la dettagliata menzione dell'assente Giovanni. Ma passano poche pagine e d'improvviso si coglie Fabrizio esclamare: "«Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione non sa dire che: 'Gesummaria!'. Quando ci siamo sposati tutto ciò mi esaltava; ma adesso... sette figli ho avuto con lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. E' giusto questo?»". 

Sette figli? Tra coloro che non hanno bellamente trascurato il dettaglio, non c'è stato critico che, rilevata quella che a quel punto gli è parsa un'incongruenza, non abbia detto che si tratta di un esemplare indizio (e già sul principio del romanzo) di accuratezza compositiva solo approssimativa: prova di un'opera cui fece difetto l'estrema cura del suo autore, che fu peraltro, narrativamente, un cretino di talento, per nulla un professionista della "scrittura creativa" (che oggi addirittura s'insegna in scuole e università) ma solo un autore della domenica. 

L'aporia sul numero dei figli di Fabrizio (i lettori attenti del romanzo lo ricorderanno) si risolve nelle ultime pagine, dove si menziona d'improvviso l'esistenza di una quarta figlia: sposata a Napoli, si apprende. Del resto, mai prima era stato esplicitamente detto, nel corso della narrazione, che le figlie del Principe fossero solo tre. Anche tale scioglimento viene però considerato dai critici indizio a carico dell'autore: è un rattoppo, vien detto, e così non si fa nelle opere portate a termine a regola d'arte. Ma un rattoppo di cosa (verrebbe fatto di chiedere), se i "sette figli" erano una svista? Se c'è un rattoppo, c'è consapevolezza. E se c'è consapevolezza, il dettaglio non sarà privo di valore.

A nessuno è peraltro mai venuto in mente di mettere in relazione il piccolo ed innocente enigma con il sentimento giocoso e beffardo che Lampedusa pare avesse della composizione letteraria. Se si tratta di un gioco, il gioco dell'autore ha colpito il segno: la seriosità boriosa e pedantesca dei critici l'ha trasformato in beffa ai loro danni. 

Meglio di ogni altro commento, parla il commento che il testo fornisce a se medesimo. Con significativa scelta onomastica, la settima figlia si chiama Chiara e la menzione di quel nome, che chiarisce un dettaglio di rilievo narrativo in apparenza scarsissimo, ricorre appunto sul finire del romanzo. In quella Parte ottava che esplicitamente confonde in modo irreparabile ciò che fino a quel momento era stato rappresentato come chiaro nella mente del solo personaggio principale rimasto vivo e sulla scena, Concetta. E nel contempo chiarisce implicitamente al lettore, che vuole intenderle, non poche cose e di primissimo piano. Per esempio, cosa celava l'idillio tra Angelica e Tancredi cui s'era consacrato, proprio al centro dell'opera, l'incanto di una descrizione. Incanto chiarito, appunto, come il nome Chiara scioglie il mistero (in apparenza futile) dell'esatta determinazione numerica della prole di Fabrizio: piccola trappola per il lettore supponente, piccolo indizio per il lettore circospetto. E spaventato quanto divertito da una macchina narrativa labirintica (come il palazzo di Donnafugata) e che non lascia scampo (come la vita): una delle più perfette e sardonicamente giocose mai disposte dalla letteratura in lingua italiana.

9 febbraio 2009

Lingua loro (11): "fine vita"

Sui fatti di cronaca Apollonio ha le sue opinioni ma crede che a stento tali opinioni interessino lui medesimo. Figurarsi quanto immagina possano interessare i suoi due lettori. Se lo seguono, essi lo fanno perché forse condividono con lui una curiosità (nel contempo, divertita e angosciosa) per le minuzie linguistiche che gli capita di osservare e certo non perché attribuiscano valore qualsivoglia alle sue opinioni. 
La minuzia di oggi è fine vita e non ci sarà nessuno che non intenderà da quali accadimenti l'osservazione prende spunto: l'opinione di Apollonio sull'occasione è irrilevante. Il dato fine vita resta. 
Fine vita è un nome composto comparso in italiano da qualche tempo. È ragionevole ipotizzare che sia nato in un contesto medico (o, come si dice adesso, per star sull'onda, medicale). Oggi, una veloce ricerca in rete lo rivela attestato soprattutto in documenti giornalistici e ufficiali: alla sua diffusione hanno dunque collaborato, come sovente accade, due facce del potere linguistico della stupidità, di cui tempo fa si è detto. 
C'è da guardarsi bene dall'imporre a chicchessia il sunto della dottrina linguistica che concerne i composti, considerato anche il fatto che essa rimonta a epoche remotissime ed è uno di quei temi eruditi con cui si fa presto a fare i dotti e a impressionare la gente: c'entra addirittura il sanscrito. Non c'è neppure da spendere troppe parole per dire ciò che è chiaro a tutti: è un eufemismo. Anche le ragioni per le quali nasce un eufemismo sono chiare. Per soprammercato, un eufemismo è sovente giustificato - nella falsa coscienza che se ne ammanta - anche da motivi d'ordine referenziale: "Manca la parola precisa per dire quella cosa specifica: l'altra, che pure ci sarebbe, non dice ciò che qui si vuol dire". Quante volte si sono sentiti argomenti come questo? E c'è poco da fare. Le cose vanno così né c'è da menarne scandalo. 
A parere di Apollonio, ciò che rende notevole fine vita è più sottile. "Dignità del fine vita", si legge in una pagina Web del Ministero della Salute e in radio, sui quotidiani si ode e si legge regolarmente "il fine vita". Fine vita, per chi lo ha coniato, per chi lo usa, non è dunque di genere femminile, benché il composto sia destinato a designare, si dice, la fine della vita, la fase finale della vita. È invece maschile, come è spesso in italiano la forma di parole non marcate quanto a genere, di parole (per dir così) neutre. Del resto, il modello cui fine vita si conforma è al tempo stesso illustre e popolare: fine Ottocento, fine estate, fine partita
Ciò significa che in fine vita la menzogna (pietosa? pelosa?) dell'eufemismo ha potuto spingersi fin dentro una categoria grammaticale. Col maschile neutro, essa evita anche la pericolosa evocazione di quel genere non neutro che potrebbe accomunare il nuovo composto ai femminili agoniamorte. Per fine vita sarebbe forse già troppo scandaloso, troppo crudo anche il solo fatto d'essere femminile. Al maschile, fine vita storna così il pensiero che, quando si parla di fine vita, di agonia (più o meno lunga), di morte e di niente altro in realtà si tratta. 
Ma forse c'è anche dell'altro e la lingua sta ancora una volta giocando gli stupidi che s'illudono, parlandola, di padroneggiarla. Fa dire loro cose che non immaginano di dire. Con fine vita, non la fine della vita è in questione ma il fine della vita, sussurra insinuante, con il genere, il genio della lingua nel dettaglio del loro eloquio, inducendoli così nolenti e inconsapevoli a parlare egualmente e con che peso di ciò che non vorrebbero nominare: la morte.

14 gennaio 2009

Lingua loro (10): "lectio magistralis"

"Conferenze, lectio magistralis, mostre, incontri con Premi Nobel, spettacoli, aperitivi scientifici, percorsi interattivi": l'annuncio ha circolato nei giorni scorsi sulla stampa nazionale. Si tratta di uno dei festival che, ormai a dozzine, fanno da quinta alla compagnia di giro che batte tutte le piazze d'Italia. Mette in scena rappresentazioni in cui c'è chi fa il filosofo e chi il vate, chi lo scienziato e chi l'intellettuale, chi il critico e chi l'accademico. Nascondendosi dietro la foglia di fico delle cosiddette sponsorizzazioni, essa può farlo grazie al sostegno del pubblico danaro: lo stesso che si lesina, a quanto pare, alle compagnie teatrali di professionisti (e non è questo piccolo indizio della natura dei tempi e dello spregio in cui essi tengono chi esercita con coscienza e competenza il proprio mestiere e non scimmiotta goffamente gli altrui).
Ma qui poco ne cale, perché ci si occupa di lingua: e il caso è prezioso. In quell'annuncio si trova infatti la prima attestazione scritta (almeno, la prima nota ad Apollonio) della raggiunta invariabilità formale dell'espressione lectio magistralis.
Nel gergo di quella compagnia di giro, l'espressione è mutuata dal latino accademico ed è supposta fare tanto chic. Per via di evocazione lessicale, essa simula infatti il compimento sulle piazze dei riti esoterici di istituzioni elitarie ormai desuete e prive di funzione (come le università). È insomma un relitto linguistico, tirato apparentemente a lucido e esposto con altra paccottiglia nella scenografia post-moderna di tali "eventi" (altro emblema lessicale dei tempi): eventi radicalmente inautentici, a cominciare dalla lingua di cui si servono.
La raggiunta invariabilità formale di lectio magistralis ne è prova: il latino di cui l'espressione si fregia è puro polistirolo. Consultando il sito del festival in questione, si apprende infatti che, come di "conferenze", di "mostre", di "aperitivi scientifici" e via dicendo, di lectiones magistrales nelle giornate del festival ce ne sarà più d'una (quattro, se Apollonio non si sbaglia). Nell'elenco dell'annuncio, "lectio magistralis" sta quindi per un plurale, proprio come se si trattasse di "spot" o di "slide" o di "gag". Né diversamente poteva essere, a pensarci bene, trattandosi di una lista di nomi privi di articolo. Per chi ha dettato quell'annuncio, "lectio magistralis" è plurale né vale la pena di avere rispetto per il latino (accademico), per i riti esoterici e singolari che l'espressione designava e, complessivamente, per ciò che si dice e si scrive: sublime rivelazione della vera natura di chi affetta modi di raffinatezza culturale e di gentilezza umana.

23 dicembre 2008

Bolle d'alea (6): A ciascuno

"Il piacere fisico più grande e pieno (nessuno ci fa caso: provateci) è respirare. Il piacere spirituale più grande è pensare. Due operazioni che l'uomo non ha bisogno di procurarsi, e che non interrompe mai (neppure nel sonno): lo accompagnano di minuto in minuto fino all'ultimo, stanno a fondamento continuo dell'intera vita. E sono due piaceri che si fanno più perfetti con l'accorgersene": una nota di "ottimismo" (così la definì Massimo Bontempelli).
Il periodo è propizio e Apollonio la gira ai suoi due lettori: fausto voto che almeno per intermittenza godano con consapevolezza di respirare e di pensare (come del resto egli vorrebbe di se medesimo).

9 dicembre 2008

"Uomo del passato"


Per i sottili canali sociali su cui scorre l'espressione, inarrestabile come l'acqua, Apollonio apprende che c'è chi, tra i sopravvissuti a Edoardo Vineis, liquidandone con malagrazia qualche segno del passaggio accademico, l'ha definito "uomo del passato". Vero, vivaddio. Qualunque sia la misura di Edoardo Vineis (anche minuscola, che importa?), egli era proprio un "uomo del passato": consapevole di quel passato moderno della linguistica cui appartengono für ewig coloro che la linguistica l'hanno appunto costruita e consapevole di quell'antico passato cui appartengono für ewig coloro che hanno costruito la civiltà occidentale.
La stupidità, quando vuole offendere, loda.

12 novembre 2008

Nome, non me! (4)

Si tratta solo dell'ennesima esca e, nell'oceano delle comunicazioni di massa, ci si sta facendo ancora una volta prendere all'amo?

A mar, abbocca

Anche perché, tra gli osanna, qualcuno inascoltato potrebbe ragionevolmente dire

Ma Bacco, bara!

L'azzardo è grande infatti e il ticket si definisce da solo:

Ambo baccarà

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta
(c = k)]
[cfr., nel giardino di Kublai Kan, il post del 14.11.08: "...un uomo attraente, sa parlare e vien bene alla TV"]

10 novembre 2008

Sulla catena evolutiva accademica (I)

Qui si parla di una cosa che non c'è più da gran tempo, l'università. E ammesso che qualche relitto ancora ci sia, non ci sarà più in futuro. Chi trovasse in ciò che segue una vena d'elegia, perdonerà il vecchio Apollonio d'indulgervi: si rassicuri però, nessuna nostalgia.
Secondo una nota e antica teoria sulla catena evolutiva accademica, caratteri d'inarrestabile decadenza e di continua rinascita erano inscritti nel codice genetico dell'istituzione universitaria del moderno Occidente.
Si era già (come si è oggi) in epoca post-accademica e Apollonio era solo un ragazzo. Sentì enunciare tale teoria a un ancora giovane studioso che in potenza era all'epoca "il più famoso linguista italiano" e tale sarebbe poi diventato in atto, come ha di recente testimoniato, sulle pagine dei giornali, la pubblicità di un dizionario cui egli ha dato il suo nome.
Scolaro d'illustre maestro e maestro illustre di numerosa scuola, la teoria gli affiorò alle labbra (ricorda Apollonio) durante la cena che seguiva una conferenza. Alla cena, come alla conferenza, era presente una folta e rapita rappresentanza della menzionata scuola. Apollonio vi era stato ammesso eccezionalmente e ascoltava da un angolo nel fondo della lunga tavolata.
La teoria non era forse farina del sacco di chi in quell'occasione la riferiva. Se lo faceva, era per perpetuare una nobile tradizione. Apollonio ne fu sicuro già allora e ancora oggi crede che essa si sia in realtà tramandata eguale da generazioni: testimonianza dell'attitudine un po' canaglia che rese amabili un tempo i professori d'università, con il loro innocente cinismo. Cose oggi disperse nel conformismo della correttezza politica e che, già all'epoca di quella cena, erano agli estremi riflessi dei loro quasi spenti bagliori.
Ecco comunque, qui di seguito brevemente riferita, la teoria sulla catena evolutiva accademica, come Apollonio ricorda di averla udita.
Bastava che fosse furbo anche solo un po', un professore d'università non avrebbe mai eletto a suo scolaro e successore un giovane studioso in sospetto d'essere più intelligente, più bravo, più capace di lui. Per tema d'essere messo in ombra, avrebbe sempre preferito chi egli credeva meno intelligente, meno bravo, meno capace. Ciò condannava naturalmente l'università a rovinosa decadenza. E la storia dell'università fu in effetti sempre storia di decadenza rovinosa: c'è bisogno di esempi?
Come mai, tuttavia, nella sua secolare vicenda, giunta comunque da tempo al suo termine, l'istituzione universitaria riuscì a sopravvivere e le riuscì talvolta di dare persino qualche buona prova di sé? Presto detto.
Da maestro a scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo e così via, si giungeva a un livello di scemenza tale da non consentire al suo titolare nemmeno di rendersi conto di scegliere come scolaro e successore uno meno scemo di lui. E il ciclo poteva così ricominciare.
Come si comprende, per la sua lucidità, il relitto culturale è prezioso. Riferendolo, Apollonio ne elegge a gelosi custodi i suoi pochi lettori. E confida loro ciò che, tra il compiacimento di chi enunciava la teoria e le risate complici dei commensali, a lui apparve chiaro già quella sera di estremi riflessi di ormai quasi spenti bagliori, mentre ruminava silenzioso altre osservazioni ed integrazioni, di cui magari un'altra volta dirà.
Della catena evolutiva accademica, concluse, i più benemeriti dunque furono sempre i più scemi, coloro la cui idiozia fu tanto grande da interrompere il declino cui invece i meno scemi davano il loro continuo fattivo contributo.
Paradosso? Ma cosa non è paradosso nel mondo? E, per l'intelligenza della storia calamitosa dell'istruzione superiore dell'Occidente moderno, un paradosso è incomparabilmente più efficace delle tartufesche invocazioni al merito e all'eccellenza dei presenti e altrimenti calamitosi tempi post-accademici.

3 novembre 2008

Lingua loro (9): "barone"

Dopo quaranta anni, “barone” torna a risuonare forte: designa spregiativamente chi ha raggiunto nelle università italiane il gradino più alto nella funzione di docente.
Non lo fa nell'isolato titolo di un articolo giornalistico dedicato a presunte circoscritte malefatte di un “barone”: per persistente endemia, così è di tanto in tanto accaduto negli ultimi quaranta anni.
Come allora, lo fa invece in modo generale, virulento ed epidemico e serve a indicare un'intera categoria professionale, tra i ranghi della quale si conta ovviamente la stessa percentuale di imbecilli e di lestofanti che si conta in ogni altra, dai ciabattini ai poeti laureati.
La malefatta dei “baroni” è nuovamente assoluta. Consiste nella loro stessa esistenza. Vanno tolti di mezzo. E i luoghi dove si annidano vanno bonificati.
C'è tuttavia una differenza rispetto a quel passato. Stavolta “baroni” non ricorre sulle bocche e negli striscioni dei “sovversivi”, sospettati anzi di essere oggi in combutta coi “baroni”. Ricorre nell'espressione di rappresentanti del potere politico-mediatico. È sufficiente aprire un giornale e accendere la TV per averne prova: “Basta con i baroni”, gridano in coro.
L'illusione lessicale ci fa ritenere una parola sempre eguale a se stessa. Si concede al massimo che cambi nei tempi lunghi della storia e quaranta anni potrebbero essere un'inezia. Ma non è così. Una parola cambia invece anche istante dopo istante, in funzione del discorso in cui sta e di chi se ne sta servendo.
Un vice-ministro, un esponente del governo-ombra, il direttore di un telegiornale che, nella loro espressione pubblica, si riferiscono a chi ha raggiunto il gradino più alto nella funzione di docente chiamandolo “barone” dicono una cosa completamente diversa da quella che direbbe al megafono un redivivo studente sovversivo, se adoperasse la stessa parola incitando i suoi compagni di studio a una manifestazione di piazza.
Sulla bocca di chi ha potere, sulla bocca di chi serve il potere e usa demagogicamente “barone” con derisorio spregio, la parola rischia di tornare, come per incanto, ai suoi fasti etimologici. Invisa a imbecilli e lestofanti, comunque mascherati e a qualsiasi categoria appartengano, rischia insomma di tornare a valere semplicemente 'uomo libero'.

31 ottobre 2008

L'Eco balla

Qualche giorno fa, Umberto Eco ha conversato con il giornalista Michele Fazioli a Lecco, in occasione del conferimento al famoso semiologo del premio Manzoni. L'incontro è stato mandato in onda il 26 ottobre scorso dalla Televisione della Svizzera italiana ed è adesso in rete, dove l'ha trovato Apollonio, che ne consiglia la visione ai suoi sparuti lettori (sotto, l'opportuno link). Esso smentisce tra l'altro chi afferma che al medium tocca la responsabilità del suo attuale stato. Come si sapeva (ma ci si è scordati), anche la televisione consente infatti di seguire una conversazione tra persone argute e ben educate, col disteso diletto con cui si seguirebbe una danza.
Con disteso diletto anche perché Eco (che diventando anziano si è privato della barba) appare ciò che in maniera finemente mascherata (dalla barba?) è sempre stato: un moderno sciamano, consolatore dell'angosciosa inquietudine culturale della (post)modernità, depositario di quegli strumenti eruditi e teorici (sconosciuti ai più) coi quali il caos e il disordine in cui pare di essere ormai irrimediabilmente piombati ritornano alle certezze di un ordine tolemaico e aristotelico.
«Non capisco più nulla di ciò che mi succede intorno, il mondo, la storia mi paiono solo una favola raccontata da un idiota, piena di strepito e di furore» pensa l'everyman cólto d'oggidì «ma c'è qualcuno che sa, capisce e mette in ordine: Umberto Eco» e può così tornare al suo tornio quotidiano e poi a casa, a dormire, senza che gli incubi della perdita del senso (di sé, del mondo) lo tormentino troppo.
In quest'opera fortunata e benemerita, la visione che Eco ha della letteratura (tanto come teorico, quanto come critico e come scrittore) gioca un ruolo fondamentale: Eco inquieta quel tanto e quel giusto che rende molto ben accolto il lieto fine che egli dispone. E il lieto fine da concettuale si volge sempre in morale.
Nella conversazione con Michele Fazioli, priva (merito anche del giornalista) della supponenza dell'attitudine divulgativa, la circostanza emerge con cristallina chiarezza. Ed è questo soprattutto il motivo per il quale Apollonio ne raccomanda la visione.
Acuto, Fazioli provoca Eco sul tema della relazione tra realtà, messaggio di autore misterioso e indefinibile, e finzione narrativa, messaggio di autore definibile (anche quando fosse ignoto) ed Eco di rimbalzo balla: “...io sostengo che una delle funzioni principali della narrativa è di fornirci un modello di verità... cioè, è vero che madame Bovary si è uccisa e non c'è santi che tengano, questo non cambierà mai [...] la narrativa ci offre un modello di verità incontestabile che è utile per muoversi nella vita”.
L'esempio è ben scelto, perché è certamente ciò che del fattaccio di Yonville-l'Abbaye direbbe oggi (e disse) il positivo Monsieur Homais. Proprio quel Monsieur Homais alla cui acutezza di spirito la povera suicida (ne avrà memoria il lettore) dovette la dettagliata ed esauriente indicazione della presenza dell'arsenico nel cafarnao.
Ciò che è vero è vero e i fatti sono i fatti, diamine, almeno nella pagina letteraria, e guai a pensare che la loro rilevanza risieda nella relazione narrativa che li fa divenire tali in funzione di un punto di vista, tanto (per dirla con nozioni e terminologia care a Eco) nell'intenzione dell'autore (di cui in verità poco importa), quanto in quella del testo.
Del resto, anche Renzo Tramaglino concorderebbe con Eco: “Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire [direbbe Eco “utili per muoversi nella vita”]. - Ho imparato, - diceva, - a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza [...] - E cent'altre cose”. Non concordava con Renzo, e forse non concorderebbe con Eco, la candida Lucia. E Apollonio, lo confessa, sta con lei: “Lucia, però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n'era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, - e io, - disse un giorno al suo moralista, - cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire, - aggiunse, soavemente, sorridendo, - che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.
Ma Eco era a Lecco per ritirare appunto il premio Manzoni, giustamente conferitogli.

Umberto Eco intervistato da Michele Fazioli.

13 ottobre 2008

Lingua loro (8): "lingue storiche"

Tra un paio di giorni comincia a Palermo il solito annuale convegno di un'associazione italiana di studiosi del linguaggio (se non la più seria, la più pedante, si diceva un giorno). Ha per titolo «“Usare il presente per spiegare il passato”. Teorie linguistiche contemporanee e lingue storiche». La prima parte è una citazione: Apollonio non ha tempo (adesso) per dire da dove viene e perché combinarla con quel séguito non pare appropriato. Tant'è: ognuno decide di esprimersi come meglio gli pare. Ma c'è qualcosa che ha maggiore rilevanza pubblica, in quel titolo, ed è “lingue storiche”. È una novità.
Gli attributi, si sa, sono pericolosi. Fino a ieri, peraltro, attribuire storica a lingua non usava, in italiano. O almeno, non usava col valore che si può immaginare abbia pensato chi ha dettato quel titolo. Si poteva dire, per esempio, “arabo e greco sono state lingue storiche della Sicilia”, per dire che nel corso della storia, in Sicilia, ci fu chi parlò arabo e chi parlò greco. Ma “lingue storiche”, in assoluto, come lascia intendere quel titolo, non se ne conoscevano. Tutte le lingue (e tutte quelle cui si è da sempre dedicata quell'associazione) sono storiche, del resto, ed è da escludere che a quel "lingue storiche" si volessero contrapporre in quel titolo le "artificiali" (che, a loro modo, peraltro, sono storiche anch'esse). E del resto, annunciare di fare un convegno sugli “uomini mortali”, non lascia intendere che se ne può fare un altro sui "non mortali"? Nell'orizzonte culturale di quell'associazione ci sarebbero quindi anche "lingue non storiche"? E quando si prevede di parlarne? Sarebbe un avvenimento sensazionale. In giro, c'era ovviamente la linguistica storica, qualificata dal metodo e storica per questa ragione. Oggetto di studio della linguistica storica però non si era mai pensato potessero essere delle fantomatiche lingue storiche.
Col convegno palermitano, nascono invece in italiano “le lingue storiche”: chi vuole, festeggi. A Citera, Apollonio non lo fa e mette il lutto: gli pare un'inquietante sciatteria. Chi ha dettato quel titolo voleva dire semplicemente forse “lingue antiche” (e così si diceva in italiano e così si diceva in quell'associazione scientifica che era la più seria e la più pedante e spesso dedicava i suoi convegni alle lingue antiche). Si è vergognato di dirlo? “Antico”, si sa, non usa più. Storico e antico non sono sinonimi, però. O forse, ed è più grave, chi ha dettato quel titolo semplicemente non sa ciò che dice. E, per mostrare di avere gli attributi, ha preso il primo che gli è passato per la testa e l'ha esibito. Per una associazione nazionale di linguisti, un giorno la più seria, la più pedante, non è proprio una bella esibizione.

Lingua loro (7): "disponibile"

I due lettori di Apollonio (in breve fuga da Citera) l'avranno già notato. La gente di mondo non dice più “Vorrei essere eletto alla carica di...”, “Mi candido alla carica di...”. Dice: “Sono disponibile a coprire la carica di...” o ancora “Mi metto a disposizione per la carica di...”. Hanno cominciato politici e sindacalisti. Tra i professori d'università (un tempo razza eletta di snob, oggi tristemente al traino) è tutto un fiorire di disponibilità, adesso. Ne sortisce però un piccolo problema di coerenza. Quando ci si candidava per una carica e si voleva coprirla, si chiedeva voto e sostegno. Oggi, che si è soltanto “disponibili”, quale sarà l'espressione più adeguata per sollecitare un voto? Memore del personaggio di un film di Federico Fellini, Apollonio ha un suggerimento per chi è “disponibile”: si rivolga al suo potenziale elettore con un appropriato “Gradisca”.

3 settembre 2008

Cythère

Pazientino i suoi due lettori: Apollonio è a Citera (pel mondo, s'affanna il suo alter ego). Per colmo di disutilità, sta ancora componendo una sintassi. Potrebbe fare altro, del resto?

11 giugno 2008

Idiomi: Bersi il cervello

Chi si beve il cervello, da sempre, se lo beve giovane, come il Beaujolais. A questa regola eterna si ispirerà di certo un'odierna pubblicità che, fintamente giuliva, in realtà intimidatoria, invita a berselo, domandando: "Che età ha il tuo cervello?" "Il mio? Invecchia bene, grazie." verrebbe fatto di rispondere "Ha la stoffa per farlo. Non ho fretta di bermelo".

3 giugno 2008

Idiomi: Farci il callo


Se Apollonio ha capito bene, Alessandro Baricco sostiene che il futuro è quel radioso momento in cui si finisce per fare il callo a ciò che oggi pare intollerabile.
Ha ragione e dice (potrebbe essere diversamente?) un'ovvietà. A tutto si fa il callo. Lo si è già quasi fatto anche ad Alessandro Baricco.

2 giugno 2008

Il professor Aristogitone

Ognuno fa il suo mestiere. Apollonio lo sa. Lui un mestiere non ce l'ha e se ne sta acquattato in uno dei pochi angolini del mondo in cui non non gli si chiede ancora (ma fin quando?) di far mostra di una specifica professionalità. Di conseguenza, si guarda bene dall'impancarsi a giudice del benfatto e, soprattutto, del malfatto di chi un mestiere ce l'ha, come coloro che scrivono sui giornali. E che duro e difficile mestiere!
Come ad osservatore distante ma, tutto sommato, forse perciò amichevole e comprensivo, ci sono tuttavia circostanze giornalistiche che gli muovono domande, più che ispirargli critiche o disdegni. E una domanda, che gli piace condividere coi suoi due lettori, ha il fondamento seguente.
Apollonio legge di norma i quotidiani solo quando è in viaggio ma viaggia relativamente spesso. Ebbene, non gli capita più di aprire un quotidiano senza imbattersi in qualche scritto (non solo per esempio di Pietro Citati ma persino, e inopinatamente, di Massimo Gramellini) che non deprechi la barbarie culturale del tempo presente e che non faccia lodi degli anni ormai andati (ritenuti spesso non troppo lontani: di norma quelli della gioventù dell'estensore dello scritto). A quel tempo, vi si argomenta, gli studenti studiavano, la scuola formava cittadini colti e coscienziosi, le librerie erano piene di libri che valeva la pena leggere, le terze pagine dei giornali ospitavano firme di solido e autentico valore, l'italiano non veniva quotidianamente macellato in TV ma, anche lì, coltivato come prezioso fiore in splendida serra, la pervasività della Rete non aveva ancora trasformato tutto lo scibile in un'informe melassa, la gente sapeva distinguere tra l'insulto e l'ironia, i lettori leggevano i giornali in punta di forchetta e i tifosi discutevano al Bar dello Sport, argomentando di fioretto sul modulo.
Non si tratta di falsa impressione di Apollonio. Non è una sua scorretta prospettiva a fargli credere di incontrare sovente scritti giornalistici di vena nostalgico-deprecatoria. Lo dimostra inoppugnabilmente (e non per paradosso) l'impegno pubblicistico e propagandistico di Alessandro Baricco. Fiutata l'aria, Baricco s'è messo opportunamente a cavalcare l'opinione opposta e a cantare a sua volta le lodi non tanto del presente (scemo non è) quanto del futuro. In esso, a parere dell'ispirato aedo, ciò che i Citati (e, inopinatamente, i Gramellini) disdegnano come melassa, lingua macellata, perdita del senso dell'ironia, insulti, rutti, spazzatura e violenza (ivi comprese le sue opere), si costituirà come nuovo canone culturale, per vitale energia d'inarrestabile progresso. E magari il tempo, che è un gran figlio di buona donna, gli darà ragione.
Ma la questione che agita lo spirito sonnolento di Apollonio non sta qui e poco gli cale se i tempi sono culturalmente calamitosi o provvidenziali. Altre volte deve averlo confidato ai suoi due lettori: considera infatti autenticamente calamitosi (e mai vorrebbe trovarseli come compagni a tavola) tanto coloro che li vedono calamitosi quanto coloro che li vedono provvidenziali.
La questione consiste nel fatto che, a petto di questa valanga di disdegni e deprecazioni giornalistiche (e delle correlative “magnifiche sorti e progressive” di Baricco) , molto meno e quasi nulla nella sua esperienza di vita egli ne registra ormai presso coloro (e qualcuno privatamente ne conosce) che, al tempo della sua gioventù (e ci risiamo!), erano i titolari ufficiali del biasimo culturale dei tempi: i professori delle superiori.
Tanto ne erano titolari, da avere ispirato, or sono quasi quaranta anni, una figura antonomastica ad uno dei comici della banda di “Alto Gradimento” (che per la seconda volta viene così menzionata in questo blog): “ne prendo uno, gli metto uno, gli do uno schiaffo e lo schiaffo fuori”. Ineluttabilità dei riferimenti socio-culturali: il professor Aristogitone.
Ecco allora la domanda: che sia oggi il giornalista ciò che un tempo fu il professore delle superiori? Che sia quella del giornalista la figura antonomastica di chi oggi è culturalmente reazionario? Che sia il giornalista l'ideale Aristogitone del tempo presente? E che sia il lettore il suo Armodio?
Se così fosse (e Apollonio lo sospetta), che bizzarra metamorfosi tanto della scuola quanto dei giornali. Che indispensabile correzione di tiro per chi cura o frequenta l'una. E che figura da imbecille per chi, aristarcheggiando, fa le pulci agli altri e li critica come se nulla fosse frattanto successo.
Per un eventuale pensoso commento, ci si rivolga tuttavia a Citati, Gramellini e Baricco.

PS. Un ideale compendio letterario per i licei del futuro, comparabile col già intollerabile Sapegno del tempo che fu, e i suoi irrinunciabili aggettivi deonomastici (che si affiancheranno a dantesco, ariostesco, manzoniano, leopardiano): il mondo citatiano (o citatesco?), la visione gramelliniana (o gramellinesca?), e, soprattutto, visto che di futuro si tratta, la prosa baricchesca (o baricchiana?). Implausibili? No. Questione, come tutto, di farci il callo.

Mehr Licht!

E se Goethe avesse vissuto la sua non breve vita, attraversato in lungo e in largo il suo mondo, composto la sua opera monumentale solo perché gli si potesse dubitativamente attribuire, a chiuso compimento del suo percorso, l'effimero lampo d'uno zolfanello nominale?

19 maggio 2008

"Linguaggio e cervello"

Si avvicina a grandi passi la stagione 2008 dei convegni delle società scientifiche: piante i cui frutti maturano soprattutto in autunno, come ognun sa. In gemma, se ne cominciano a conoscere i temi, che sbocceranno poi come programmi e consentiranno infine ai convenuti di nutrirsi a sazietà di relazioni e comunicazioni.
La Società di Linguistica Italiana si riunisce alla fine del prossimo settembre a Pisa. Il tema del convegno suona impressionante: "Linguaggio e cervello".
Che una società di studiosi del linguaggio si occupi di linguaggio non stupisce. Quanto a cervello, si sa, è parola alla moda e l'epoca pare favorevolissima alla sua evocazione. Non sarà Apollonio a ricordare ancora una volta ai suoi due lettori che, quando una parola comincia a ricorrere sovente nei discorsi di un'epoca, è perché, in un modo o in un altro, essa vive una situazione critica e le arti (in apparenza sottili, in realtà brutali) del Newspeak l'hanno già designata a propria vittima. Forte è il sospetto che sia oggi il caso anche di cervello. A ciò si aggiunga che, magari, c'è oggi qualcuno che crede che, a forza di parlarne, gli cresca.
Comunque sia, a chi s'è a fatica costruito un modo di (s)ragionare in un'epoca che pare ieri ed è invece irrimediabilmente lontana, una coordinazione come la si vede in quel titolo non può non ravvivare una libido: la classificazione per tratti e per opposizioni, disusato malvezzo che si contraeva leggendo Jakobson.
"[±Linguaggio] e [±Cervello]", allora, e quattro combinazioni possibili. Per definizione, relazioni e comunicazioni, tutte, saranno marcate positivamente quanto al primo tratto. Potrebbe essere istruttivo e divertente (per aver cura dell'utile e del dilettevole) sapere quante, invece, lo saranno anche per il secondo. Quante, insomma, non saranno chiacchiere.
I convegni, si sa, nutrono gli spiriti ma possono essere noiosi come, nutrendo i corpi, lo sono (e calamitose, e interminabili) le relative cene sociali. Per passatempo, Apollonio propone così l'esercizio classificatorio a chi si troverà ad essere presente al convegno di Pisa e alla consustanziale cena sociale. Mal che vada, tra uno sbadiglio e l'altro, tra una comunicazione e una relazione, tra una portata e l'altra, gli servirà "a ragionar per isfogar la mente".

20 aprile 2008

Sanzionare "reazionare"?

Come milioni di telespettatori, Apollonio ha assistito qualche sera fa ad una telecronaca sportiva con commento tecnico affidato a Beppe Dossena, il campione del mondo ’82 e ex-centrocampista del Torino. Durante tale telecronaca Dossena si è servito del verbo reazionare, coniugandolo a più riprese: uno degli aspetti più spassosi della serata, per Apollonio, contento di sentire l’italiano, come ogni lingua viva, farsi in diretta (televisiva). Due parole di spiegazione, per chi quella sera faceva altro. Per Dossena, reazionare stava per ‘avere una reazione’, ‘reagire’. Incassato un gol, la squadra soccombente esitava a “reazionare”, secondo Dossena.
I tempi, si sa, sono calamitosi per definizione. Quelli della lingua, lo sono di più. Tempi calamitosi producono censori di (mal)costumi e loro pubblici fustigatori. C’è calamità peggiore? Ed è così che, per esempio, sulla prima pagina della Repubblica, tra le notizie d’altre disgrazie, una firma prestigiosissima si è lanciata qualche settimana fa in lodi, a suo dire, postume per il “punto e virgola”: un autentico coccodrillo, come si dice in gergo giornalistico. Il segno d’interpunzione vi era decretato deceduto o in coma irreversibile, a far così compagnia al congiuntivo, buonanima, la cui morte ha, nei discorsi degli specialisti di congiuntivi, un numero di menzioni inferiore solo a quello che la scomparsa delle stagioni ha nelle conversazioni in ascensore. Questo è l’andazzo e non ci si può far nulla.
Non ci si stupirà perciò del fatto che reazionare non sia passato inosservato. Il 18 aprile (ancora una volta, la Repubblica: ma non è rilevante) Stefano Bartezzaghi dedica la sua quasi quotidiana rubrica a quel che considera un “neologismo” e racconta ciò che qui si è già riferito. La chiave del pezzo è d’amara e rassegnata condiscendenza. Vi si presuppone anche nel lettore la sanzione della sconvenienza di reazionare e la ripugnanza per il degrado linguistico. Sono sentimenti che vanno da sé, non vale la pena neppure di renderli espliciti: “…è l’italiano bricolage, amici; e non ci si può far nulla”.
Sul fatto che non ci si possa far nulla, è difficile dissentire. Non ci si può fare nulla soprattutto perché reazionare per ‘avere una reazione’, ‘reagire’ (abbia o no un futuro) sembra fatto apposta per confermare la fondatezza di un principio del mutamento linguistico individuato da gran tempo: l’analogia. Reazionare è costruito a partire da reazione. Basta un attimo per rendersi conto che (un esempio per tutti) reazione sta a reagire proprio come sanzione sta a sancire. Qualche Dossena del tempo che fu deve essersene impipato dell’esistenza di sancire, verbo peraltro irregolare. E lavorando di taglio e cucito anche con i significati, da sanzione deve avere rifatto un verbo regolare: sanzionare. Oggi a Bartezzaghi ciò torna comodo nella sua sanzione di reazionare, che non è certo l’atto con cui egli lo sancisce.
Ci si scandalizzerà allora se, oggi, un Dossena se ne impipa di reagire (anch’esso irregolare) e da reazione fa un regolare reazionare? Lavorando in futuro di taglio e cucito con i significati, chissà che ciò non venga comodo ad un Bartezzaghi di domani. Anzi, a dirla tutta, viene già comodo al Bartezzaghi d’oggi, perché gli dà modo (direbbe Beppe Dossena) di “reazionare” a reazionare, sconsolato.
Sconsolato, poi, perché? Ammesso che Dossena sia responsabile dell’uso intransitivo di cui s’è detto, reazionare non è affatto un “neologismo”. Primo, se ne conosce un uso tecnico nella lingua specialistica dell'elettronica (una ricerca con Google e se ne trovano esempi in rete). Secondo, lo scrittore Riccardo Bacchelli si servì del suo participio passato, reazionato, per qualificare (pensa un po') ciò che 'è bilanciato da una reazione contraria' (e il Grande Dizionario della Lingua Italiana gli consacra una voce). L’idea del bricolage non è malvagia, dunque, ma forse si tratta anche di un bricolage d’autore.
In conclusione, la vicenda lascia in Apollonio due dubbi, uno particolare e uno generale, e chissà se uno dei suoi cinque lettori può aiutarlo a scioglierli.
Il dubbio particolare: lingua-bricolage di chi parla e scrive o linguistica-bricolage di chi censura e fustiga?
Il dubbio generale: non saranno per caso troppo aristocratici, non avranno troppo la puzza al naso gli intellettuali italiani, per capire una cosa semplice, popolare e democratica com’è il continuo e sistematico farsi della lingua, tanto sotto la penna di un Riccardo Bacchelli quanto sulla bocca di un Beppe Dossena?

15 aprile 2008

Da un papa a un altro

"Il cervello non è relativista" strilla il titolo principale della sezione Cultura del Corriere della Sera del 14 aprile 2008. Massimo Piattelli Palmarini (professore di Scienze Cognitive all'Università dell'Arizona e autore di un libro in uscita per Einaudi, precisa un riquadro) intervista Noam Chomsky (professore emerito di Linguistica al MIT e autore di un libro recentemente riedito da Baldini Castoldi Dalai, precisa lo stesso riquadro). Il titolo - redazionale, certo - riassume per i lettori il pensiero di Chomsky, "il Galileo delle scienze cognitive e il Copernico della linguistica" di cui Piattelli Palmarini si fa ancora una volta araldo sulle pagine dell'importante quotidiano.
Su cosa significhi relativista capiterà una volta o l'altra ad Apollonio di fare qualche modesta riflessione. Mentre il giornale andava in stampa, però, Benedetto XVI atterrava per una visita pastorale nel paese da cui il verbo di Chomsky s'è diffuso nel mondo e in cui insegna Piattelli Palmarini. E non c'è personalità della cultura occidentale che negli ultimi anni abbia condotto una battaglia contro il relativismo più inflessibile di quella del capo della Chiesa Cattolica.
La casuale coincidenza temporale s'incarica così di evocare un parallelismo forse irriverente (decidano i due lettori di Apollonio per chi) e si svela, occasionalmente, qualcosa che, a ben vedere, sorprende poco chi sa un po' di linguistica e ha seguito negli ultimi decenni gli sviluppi di tale disciplina.
Del resto che un papa, qualsiasi papa di qualsivoglia chiesa non ami il relativismo è ovvio ma è altrettanto ovvio che, senza l'occasione della battaglia contro il relativismo, un papa che ci starebbe a fare? È la relazione reciproca che garantisce l'esistenza (morale e intellettuale) dei papi come del relativismo. Finché ci saranno papi, ci sarà relativismo. Finché ci sarà relativismo, ci saranno papi. E il finché non è certo un modo per dire che un radioso giorno sarà diversamente. Papi e relativismo, pensa Apollonio, non scompariranno mai. Sta appunto alla scienza, a quella quieta, scettica e priva di enfasi (si dirà alla scienza vera?) schivare tanto gli uni quanto l'altro.
I lettori diranno che il paragone tra Chomsky e il papa è un'esagerazione e che non hanno mai visto il primo ma solo il secondo con mitra (scherzi delle omonimie...) e abito bianco. A smentirli, nella sostanza (perché l'abito non fa il monaco), provvede Piattelli Palmarini, genuflesso. Anzitutto egli disegna per brevi tratti il suo personale percorso di catecumeno: "Prima di dargli [a Chomsky] la parola... vorrei citare solo alcuni dati di fatto [altrimenti, senza l'evidenza dei "dati di fatto", Palmarini che scienziato sarebbe?]. Da molti anni leggo i lavori di grammatica generativa..., ho a suo tempo seguito dieci interi corsi semestrali di Chomsky al Mit e circa altri dieci di linguisti suoi colleghi e collaboratori. Ciò nonostante, non ho problemi ad ammettere che molti dettagli tecnici ancora mi sfuggono". Con un paio di osservazioni, egli qualifica poi il carattere labirintico del credo chomskiano e la sua indiscutibilità (se non interna al credo medesimo): "Il messaggio, qui, è che si tratta di una scienza immensamente complessa e profonda e che ogni ritocco a un'ipotesi, a un teoria, riverbera con inevitabili ritocchi su molte altre ipotesi e teorie e su dati già noti per varie lingue. Sbalordisco quando vedo criticata con sicumera la grammatica generativa da chi, con ogni evidenza, ne sa poco o niente". E finisce per disegnare il quadro perfetto di una chiesa: "Un altro dato, diciamo [ma sì, diciamolo], demografico: hanno contribuito a questa scienza, nel corso di mezzo secolo, circa duemila studiosi, in vari Paesi. Importanti ricadute della teoria e notevoli conferme sono venute anche da altri campi come la genetica, le neuroscienze, le simulazioni su calcolatori, le patologie del linguaggio, la psicologia animale. Formidabile è stato il potere di attrattiva di questa scienza su menti [o su cervelli? La questione non è priva di senso] di straordinario calibro, su studiosi di matematica, fisica, ingegneria, scienze di calcolo e biologia."
Dal lato della parte rappresentata da Benedetto XVI, gli anni non sono cinquanta ma più di duemila, le folle di tributari sterminate e, quanto a menti somme, solo per far tre nomi, ci sono quelle di Paolo, di Agostino, di Tommaso. Dopo di che, c'è qualcuno che, secondo gli scientifici e non relativisti criteri di Piattelli Palmarini, potrebbe osare mettere in dubbio il fatto che il papa, campione come Chomsky della lotta contro il relativismo, ha senza dubbio ragione?
E infatti qui si è lungi dal volerlo mettere in dubbio: scherza coi fanti e lascia stare i santi. Su Chomsky, però, sul "Galileo delle scienze cognitive", sul "Copernico della linguistica", Apollonio - il cui spirito è sonnolento e si sveglia di cento anni in cento anni - propone di riaprire la discussione tra qualche secolo. Allora, forse, si capirà meglio se di un Galileo, di un Copernico si è trattato o di uno dei tanti falsi profeti periodicamente osannati da molti fedeli autentici, che per evidenti problemi d'incontinenza non riescono a trattenere l'iperbole ("immensamente complessa", "importanti", "notevole", "formidabile", "straordinario calibro") e, appena s'accostano al loro idolo, se la fanno addosso, non peritandosi (come usa adesso) di raccontarlo a tutti sul giornale (sul relativismo segue un commento di Altan).

11 aprile 2008

Del merito (e del metodo)

Da qualche tempo – delle ragioni di questa contingenza cronologica magari si dirà un’altra volta – capita spesso, anzi sempre più spesso di sentir parlare o leggere del merito, con l’articolo determinativo.
Non c’è discorso o scritto di chi si presenta pensoso delle sorti italiane (sia esso uomo politico, imprenditore, editorialista, accademico e così via) che non riservi al merito il posto d’onore che si dà alle parole-chiave, ai concetti che contano, alle idee da cui oggi non si può prescindere e meno, si dice, lo si potrà domani.
Ci si faccia caso. Le espressioni pubbliche delle menzionate categorie (tutta classe dirigente e intellettuali: destra o sinistra non fa differenza) hanno sempre l’impronta del dovere e quella, correlata, del futuro. Ammoniscono. Profetizzano. Lusingano e minacciano.
E la minaccia ad ogni generico concittadino presuntivamente non-meritevole, come la lusinga a ogni ancor più generico presuntivamente meritevole è la seguente. In società – dalla scuola all’amministrazione, dalla politica all’azienda – tutto andrebbe fatto in funzione del merito. E presto del resto lo sarà. Chi merita o meglio chi ha il merito andrà premiato, pagato di più, lodato, promosso, gratificato, messo in grado di operare, di dirigere, di comandare. C’è niente del resto di più ovvio nel mondo?
Chi merita merita insomma il paradiso, o almeno quel surrogato di paradiso che è in grado di fornire l’approvazione sociale umana che va sotto il nome di successo. E dal successo di chi merita, il bene del merito si riverbererà di necessità sul bene di tutti. L’impianto, come si vede, è quello dell’utopia: l’utopia del merito.
Parlare del merito, con l’articolo determinativo, del resto, dà lustro e merito a chi ne parla e, assodato che sono i meritevoli a parlare del merito, darsi il merito di parlarne è appunto già premiarsi, lodarsi, promuoversi, gratificarsi etc.
Anche l’utopia del merito (l’“andrà meglio domani” che essa contiene) è però un’utopia. Ed esperienza moderna insegna che le utopie assicurano da subito qualche vantaggio a chi se ne propone come realizzatore. Diverso è il caso di coloro che le subiscono. All’eventuale incasso dei vantaggi, costoro sono invitati a passare sempre dopo avere dato, e con larghezza. Se non possiedono altro, col credito all’utopia avranno almeno rinunciato alla propria libertà di pensare (che non è ricchezza da poco).
S’aggiunga che, quando d’improvviso una parola che è un nome comune prende stabilmente l’articolo determinativo e comincia a ricorrere su troppe labbra, ragionevolezza critica vuole che se ne cominci a diffidare. Non solo perché la ragionevolezza critica non santifica niente e nessuno: e non si farà un’eccezione col merito. Ma anche perché una parola che ricorre su troppe labbra è sospetta e chiama di necessità una domanda. E se si trattasse di uno degli infiniti travestimenti dell’ineluttabile stupidità umana? D’una stupidità furbastra però, e declinata nei soliti modi delle classi dirigenti italiane.
Il merito, naturale oggetto di valutazione, è infatti quanto di più opinabile e qualsiasi discorso ne tratti incorpora la necessaria premessa dell’espressione di un punto di vista relativo. A coloro che oggi (prima cioè della supposta nascita dell’erigenda città del merito) sono premiati, pagati di più, lodati, promossi, gratificati etc. non fa e non ha mai fatto difetto un merito. Il merito è in fondo sempre un merito ed è certo un merito (e forse la sua migliore realizzazione ideale) il merito di capire come acquisire privilegi in una data situazione. Il merito migliore è insomma l’adeguatezza a luoghi e tempi: quanto di più variabile.
Che ci creda o no, che ci sia o ci faccia, chi oggi parla del merito con articolo determinativo in termini di nuova utopia (e gode del privilegio di farlo) pretende invece di stare sull’assoluto, almeno quanto ad un altro aspetto cruciale della questione: il proprio indiscutibile titolo a presentarsi come araldo del merito, quindi a perpetuare il proprio privilegio. Il suo modello è insomma, come sempre, il prete.
Tematizzare il merito, perché pensosi del futuro della scuola, della nazione, del mondo, è porsi fuori della mischia – in fondo volgare – di chi del merito non è investito per elezione o per eredità e deve, poverino, eventualmente dimostrare di possederlo.
Il tanto parlare che oggi si fa in Italia del merito è allora una guisa del solito costume intellettuale della classe dirigente: porre se stessa al riparo dalle tempeste della vita, costituendosi come ceto mandarino di chierici, cui s’accede perché prima chiamati, quindi eletti. E nessuno dirà che sapere fare ciò non sia un merito.
Orbene, quando è singolare e conduce a gesti singolari, vocazione (e pretesa di elezione) è follia individuale: ridicola, magari, e raramente pericolosa per gli altri. Quando però è plurale e collettiva e riguarda un ceto (o un partito o una chiesa o un popolo), una vocazione (con la pretesa d’elezione) fa ridere pochissimo, perché è il modo più sofisticato e perverso di realizzare una tra le attitudini umane peggiori: il conformismo.
Un ceto che riconosce per se medesimo un merito elettivo è peraltro intrinsecamente destinato ad essere conformista. Va ancora peggio se merito e privilegio non riguardano la sfera materiale ma la sfera morale, del pensiero e della conoscenza.
Si sbaglia infatti a credere che il conformismo colpisca le minoranze cosiddette intelligenti meno delle masse di comuni mortali. E non è vero, per stare alla scuola e alla formazione, che gli studenti qualunque di una qualunque università “di massa” siano destinati a essere mediamente più conformisti e meno creativi di coloro che frequentano una scuola di eccellenza, di quelle tradizionali come di quelle che oggi nascono in Italia come funghi (sia detto a margine: eccellenza, eminenza sono parole che in Italia hanno fascino eterno!).
Al contrario, il conformismo è uno dei tratti distintivi dell’habitat naturale delle cosiddette minoranze intelligenti come ceti mandarini. E il già menzionato proliferare di iniziative didattiche di presunta eccellenza, in Italia e nel mondo, a scapito del perseguimento in buone condizioni di una leva culturale generale produce già in proposito gli attesi effetti negativi. Senza il salutare effetto prodotto dal caso di una continua nuova ricombinazione ideale, il conformismo cresce e non basta l’eventuale efficacia sociale a fare della stupidità coltivata in tali serre-laboratorio una forma d’intelligenza.
Si aggiunga che gli esiti del conformismo investito di una (vera o falsa) missione di redenzione (non si dimentichi quanto si diceva su dovere, futuro e articolo determinativo) sono di norma i più biechi e, talvolta, anche i più dolenti per la massa degli altri: nel caso qui in discussione per la povera umanità di (presunti) non meritevoli da piegare alla logica del merito, con articolo determinativo.
Insomma, non sarà l’utopia del merito a far vivere meglio l’umanità, tanto meno l’Italia. Per muoversi in tale direzione (ammesso che ne valga la pena), la condizione fondamentale è infatti che si abbia coscienza vera e profonda che non del merito si tratta ma, come sempre, di molti meriti diversi e delle loro relazioni sistematiche, armoniche o conflittuali che esse siano.
Conclusione, modesta. Ci si vuole mantenere vigili e critici? Si pensa che l’obiettivo da perseguire in classe e tra i banchi sia la formazione di ciascuno come un libero essere umano, non come un utile idiota né come una replica conformista di un’imperante stupidità (fosse anche la stupidità di maggior contingente successo)? Si prenda allora coscienza del fatto che meritano pochissimo d’essere ascoltati i discorsi di chi parla del merito con articolo determinativo come nuova regola per la vita sociale di tutti. Ragionevolmente, è un (in)consapevole imbroglione. Il merito di cui parla è quello che attribuisce a se medesimo. Si sta solo lodando e, con tali lodi, mira a perpetuare le condizioni che consentono il suo immeritato privilegio.

9 marzo 2008

Cruciverba

Uno schema di parole crociate è “un sistema di contrainte[s] primarie in cui la lettera è onnipresente ma da cui il linguaggio è assente”: sono parole di Georges Perec e stanno quasi in conclusione del libro di Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba, Einaudi, Torino 2007, di cui Apollonio ha avuto il piacere di discutere a Palermo il 23 febbraio scorso, alla presenza dell'autore.
Per Bartezzaghi, le parole di Perec sono “una definizione di impareggiabile pertinenza”, degna (c’è da pensare) di stare tra quelle proposte in un cruciverba per la sequenza di lettere “CRUCIVERBA”.
Il linguaggio, assente dal cruciverba? Più che un paradosso, sembra una voluta falsità, messa lì solo per stupire. Invece Perec ha ragione e Bartezzaghi fa bene a citarlo.
Cos’è un cruciverba? Un insieme di assi cartesiani interconnessi. Ciascuna coppia verifica al suo incrocio, quindi in corrispondenza dello zero, l’appropriato valore combinatorio di una lettera. Ovviamente, non si tratta minimamente di una proprietà specificamente linguistica. Si tratta (ed è ovvio che sia così) dell’effetto di una convenzione ludica. Tale convenzione sfrutta la scrittura e la scrittura (contrariamente a quanto si è indotti a credere in un modo di alfabetizzati) è anch’essa ben lungi dall’essere una proprietà intrinseca del linguaggio. Quella alfabetica (che è, in ultima istanza, l’invenzione fondamentale cui fare rimontare l’invenzione del cruciverba) rappresenta i suoni, che in modo impercettibilmente continuo si susseguono variando sulle labbra dei parlanti, segmentandoli in unità arbitrarie disposte serialmente.
Nel cruciverba, si decide convenzionalmente di proiettare queste serie di rappresentazioni di una realtà linguistica ricondotta a una serie discontinua di relazioni combinatorie da sinistra verso destra (ed è l’orizzontale) e dall’alto verso il basso (ed è il verticale). Il tipo di relazione (si badi bene) è esattamente il medesimo (ed è quello istituito dalla scrittura alfabetica, appunto) ed è solo l’orientamento arbitrario del cruciverba che ne istituisce l’ortogonalità.
In linea di principio, dato un insieme di lettere, costruire un insieme interconnesso di coppie di assi cartesiani del genere sarebbe un’attività infinita e quindi di nessun interesse, se appunto (come dice Perec) non intervenisse la contrainte. Ed è questa restrizione che avvicina il cruciverba non al linguaggio ma alle lingue (i due concetti infatti non coincidono affatto), anzi ad una specifica lingua: l’inglese, l’italiano, il francese e così via.
La verifica del valore appropriato della lettera che si trova all’incrocio dei due assi cartesiani si fa infatti in funzione di due entità che travalicano ovviamente la singola lettera: di due parole, due parole riconoscibili come parti del lessico di una lingua.
Ora, per un linguista, sapere che cosa sia una parola è veramente un problema. Anzi, la natura della parola è per il linguista un autentico mistero, uno dei tanti del linguaggio umano (e a chi non è linguista ciò potrà sembrare prova della pazzia o piuttosto della stupidità dei linguisti: non si saprebbe dargli torto).
Per intuire la portata della questione, però, non serve tediarsi con l’elenco anche approssimativo della miriade di aporie che ciascun tentativo di catturare un concetto di parola provoca nei trattamenti scientifici e tecnologici del linguaggio. Basterà riflettere un momento sul fatto che il normale comportamento linguistico umano è lungi dall’essere costituito da semplici parole e, a pensarci bene, le parole sono il risultato di un processo di astrazione, consapevole, che prende determinati pezzi dai discorsi che continuamente gli esseri umani producono per esprimersi e per comunicare e, riconosciuta a tali pezzi una qualche stabilità, li colleziona. L’operazione, a dire il vero, è in sé tutt’altro che facile e immediata. Lo si capisce quando si tenta di farla ascoltando l’eloquio di chi parla una lingua a noi ignota: riconoscervi le parole è impresa disperata. Il vocabolario è nella nostra cultura l’oggetto più immediatamente e intuitivamente associabile alla lingua. In realtà, esso è un oggetto tecnologicamente e ideologicamente molto complesso e per nulla immediato, dal punto di vista linguistico.
Si lascino tuttavia tali astrusità e si torni al cruciverba. Cos’è allora una parola nel cruciverba (e, in fondo, anche fuori di esso)? E’ un luogo comune linguistico, un cliché, qualcosa che (senza che si sappia il come e il perché) si riconosce come appropriata e familiare. Insomma ciò cui si è accostumati, uno dei tanti solchi in cui giace e si agita la nostra mediata consapevolezza, inconsapevole di essere mediata e, di conseguenza, inconsapevole di sé.
La contrainte del cruciverba, insomma, non è una di quelle contraintes di cui di tanto in tanto si mettono a caccia le scienze dell’uomo quando sognano di fare della ricerca fondamentale: quelle contraintes, insomma, che, limitandolo, fanno di un essere umano un essere umano (senza contrainte, lo si capisce, si sarebbe dio o, più probabilmente, il nulla). No, si tratta della banale contrainte sociale che ammette certe cose e ne esclude altre in funzione di una normalità scambiata, normalmente, per la sola possibile, ma che la sola possibile non è mai.
La prova di quel che si sta dicendo?
“Sono buoni soltanto in Svizzera”: ALBERGHI.
“Celebre per la coda del suo cane”: ALCIBIADE.
“Al solo vederla deve batterci il cuore”: BANDIERA.
“Dea della castità”: DIANA.
“Non accordava mai il violino”: PAGANINI.
No. Non si tratta delle definizioni (con le relative soluzioni) di un cruciverba che Apollonio si è trovato sottomano. Si tratta invece di alcune sottises (tra le centinaia ben appropriate) tratte allo scopo e solo dopo un minuto di consultazione dal Dictionnaire des idées reçues di Gustave Flaubert. Con qualche decennio di anticipo (non si è intelligenti per nulla, del resto) sull’invenzione del cruciverba negli Stati Uniti, lo scrittore francese individuava così (e solo a margine della sua titanica impresa di rappresentare la stupidità moderna) la contrainte di cui parla Perec.
E la contrainte della parola come luogo comune e della definizione come studiata variatio nei modi di alludere alle proprie ed altrui sottises è quanto nel Novecento avrebbe fatto diventare fenomeno di massa, fenomeno comunicativo e di costume di primaria grandezza il gioco, in sé deliziosamente demente, di combinare parole su assi cartesiani, valorizzandone le lettere in incrocio sulla base di un lessico: facendolo diventare, per dirla con Robert Musil, una rappresentazione perfetta di “stupidità sostenuta” o “intelligente”. In altre parole, una prova dell’adeguatezza personale ad un opportuno livello di gestione del luogo comune. E allora, quale secolo più appropriato al cruciverba del Novecento? Le invenzioni non avvengono a caso: quando arrivano, vuol dire che sono mature.
La storia dell’epifania e dell’affermazione di questa faccetta dello spirito del tempo è quanto racconta appunto il bel libro di Stefano Bartezzaghi, che diverte istruendo chi, come Apollonio (che non ha onta ad ammetterlo), non s’era mai fermato a riflettere su quegli schemi di quadratini bianchi e anneriti se non per risolverli riempiendoli di lettere. E perciò non sospettava nemmeno che essi nascondessero una vicenda tanto rivelatrice, tanto socialmente rilevante come quella presentata da Bartezzaghi, con capacità di narratore e storico puntiglioso e preciso.
Su un tema in apparenza così futile e disteso, l’autore compone un autentico controcanto della storia culturale dell’Occidente nel Novecento. Rivela così un intreccio nascosto, il cui scenario non sono campi di battaglia, stanze dei bottoni, biblioteche o laboratori scientifici, ma tinelli piccolo-borghesi e vagoni di metropolitane colme di pendolari, come Bartezzaghi sottolinea con acutezza e puntiglio. Luoghi emblematici delle sorti della nostra civiltà.

27 dicembre 2007

Bolle d'alea (5): A ciascuno

"There is no duty we so much underrate as the duty of being happy. By being happy, we sow anonymous benefits upon the world, which remain unknown even to ourselves, or when they are disclosed, surprise nobody so much as the benefactor".

Una lampante verità, cui Robert L. Stevenson prestò nel 1877 la sua parola. Infinite volte essa sarà passata e passerà per la testa delle infinite marionette - paradossali sintesi di replica e singolarità - che la vita ha messo, mette e metterà in scena nella condizione umana. Passata fugacemente e dispersa, come un dono inafferrabile.
Tra una fine e un principio arbitrari, a chi ha continuato a leggere le sue parole Apollonio fa l'augurio di trattenere tale verità nella sua coscienza almeno per un anno, godendo così dell'incosciente generosità che regala la felicità: per sorprendere, per sorprendersi.

["Non esiste dovere così sottovalutato come quello d'esser felici. Quando siamo felici, disseminiamo il mondo di benefici anonimi, che restano ignoti persino a noi stessi o, se svelati, non sorprendono nessuno quanto lo stesso benefattore"].

19 dicembre 2007

"A perpetuale infamia..." (Convivio I, xi)

Alla lingua della sua espressione e al suo lettore ideale - per incoraggiarlo e per incoraggiarsi - Apollonio dedica, come viatico per i tempi a venire, un passo del Convivio dantesco (un blog del tempo che fu?).
Quel che tale passo dice è attuale quanto lo era quando fu concepito: prova storica, e dunque paradossale, dell'acronia del genio, come di quella della stupidità, del resto, e della lotta del primo per sopravvivere alla seconda.
Nel tempo effimero che cagiona l'esplosione sociale degli indirizzi d'augurio, questa lettura valga ad ancorarsi - individualmente e con chi e con ciò che si ama: l'espressione italiana, per esempio - alla consapevolezza dell'eterno farsi del tempo.


«1. A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni. 2. La prima è cechitade di discrezione; la seconda, maliziata escusazione; la terza, cupidità di vanagloria; la quarta, argomento d’invidia; la quinta e ultima, viltà d’animo, cioè pusillanimità. E ciascuna di queste retadi ha sì grande setta che pochi sono quelli che siano da esse liberi. 3. De la prima si può così ragionare. Sì come la parte sensitiva de l’anima ha suoi occhi, con li quali apprende la differenza de le cose in quanto elle sono di fuori colorate, così la parte razionale ha suo occhio, con lo quale apprende la differenza de le cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questa è la discrezione. 4. E sì come colui che è cieco de li occhi sensibili va sempre secondo che li altri giudicando lo male e lo bene, così colui che è cieco del lume della discrezione sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde qualunque ora lo guidatore è cieco, conviene che esso e quello, anche cieco, ch’a lui s’appoggia, vegnano a mal fine. Però è scritto che "’l cieco al cieco farà guida, e così cadranno ambedue ne la fossa". 5. Questa grida è stata lungamente contro a nostro volgare, per le ragioni che di sotto si ragioneranno, appresso di questa. E li ciechi sopra notati, che sono quasi infiniti, con la mano in su la spalla a questi mentitori, sono caduti ne la fossa de la falsa oppinione, de la quale uscire non sanno. 6. De l’abito di questa luce discretiva massimamente le populari persone sono orbate; però che, occupate dal principio de la loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l’animo loro a quello per forza de la necessitate, che ad altro non intendono. 7. E però che l’abito di vertude, sì morale come intellettuale, subitamente avere non si può, ma conviene che per usanza s’acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna arte e a discernere l’altre cose non curano, impossibile è a loro discrezione avere. 8. Per che incontra che molte volte gridano Viva la loro morte, e Muoia la loro vita, pur che alcuno cominci; e quest’è pericolosissimo difetto ne la loro cechitade. Onde Boezio giudica la populare gloria vana, perché la vede sanza discrezione. 9. Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d’una strada salta, tutte l’altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare. 10. E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che ’l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto dinanzi a esse si parava. 11. La seconda setta contra nostro volgare si fa per una maliziata scusa. Molti sono che amano più d’essere tenuti maestri che d’essere, e per fuggir lo contrario, cioè di non esser tenuti, sempre danno colpa a la materia de l’arte apparecchiata, o vero a lo strumento; sì come lo mal fabbro biasima lo ferro appresentato a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del mal sonare al ferro e alla cetera, e levarla a sé. 12. Così sono alquanti, e non pochi, che vogliono che l’uomo li tegna dicitori; e per scusarsi dal non dire o dal dire male accusano e incolpano la materia, cioè lo volgare proprio, e commendano l’altro lo quale non è loro richesto di fabbricare. 13. E chi vuole vedere come questo ferro è da biasimare, guardi che opere ne fanno li buoni artefici, e conoscerà la malizia di costoro che, biasimando lui, si credono scusare. 14. Contra questi cotali grida Tullio nel principio d’un suo libro, che si chiama Libro di Fine de’ Beni, però che al suo tempo biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca, per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza. 15. La terza setta contra nostro volgare si fa per cupiditate di vanagloria. Sono molti che per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare quella, credono più essere ammirati che ritraendo quelle de la sua. E sanza dubbio non è sanza loda d’ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole è commendare quella oltre a la verità, per farsi glorioso di tale acquisto. 16. La quarta si fa da uno argomento d’invidia. Sì come è detto di sopra, la invidia è sempre dove è alcuna paritade. Intra li uomini d’una lingua è la paritade del volgare; e perché l’uno quella non sa usare come l’altro, nasce invidia. 17. Lo invidioso poi argomenta, non biasimando colui che dice di non saper dire, ma biasima quello che è materia de la sua opera, per torre, dispregiando l’opera da quella parte, a lui che dice onore e fama; sì come colui che biasimasse lo ferro d’una spada, non per biasimo dare al ferro, ma a tutta l’opera del maestro. 18. La quinta e ultima setta si muove da viltà d’animo. Sempre lo magnanimo si magnifica in suo cuore, e così lo pusillanimo, per contrario, sempre si tiene meno che non è. 19. E perché magnificare e parvificare sempre hanno rispetto ad alcuna cosa, per comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo piccolo, avviene che ’l magnanimo sempre fa minori li altri che non sono, e lo pusillanimo sempre maggiori. 20. E però che con quella misura che l’uomo misura sé medesimo, misura le sue cose, che sono quasi parte di sé medesimo, avviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono, e l’altrui men buone: lo pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l’altrui assai. 21. Onde molti per questa viltade dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano: e tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d’Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s’è vile in alcuna [cosa], non è se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri; a lo cui condutto vanno li ciechi de li quali ne la prima cagione feci menzione.»

18 dicembre 2007

En quête de... (1)

La syntaxe n’est qu’une opération de composition qui crée en même temps un système (c.-à-d. un ensemble ordonné d’interdépendances) et ses parties. Ni l’un ni les autres n’existent préalablement. Dans le processus de composition, c’est le rapport mutuel qui leur donne des valeurs, selon la suggestion théorique pionnière de Ferdinand de Saussure.
Pour se faire jour, les études syntaxiques (et la linguistique toute entière) doivent se libérer de toute ontologie. Le monde étudié par le linguiste est un univers vide, peuplé des fantômes qui manifestent le processus créateur de purs rapports systématiques. Le travail d’un chercheur sage, avisé et conscient (comme le fut Edward Sapir) ne consiste que dans la découverte et dans la détermination des rapports (manifestés et, en même temps, cachés par ces fantômes). En fonction d’une telle prise de conscience, le siècle qui nous sépare de Saussure n’a pas vu changer beaucoup la situation.
À quelques exceptions près (parmi lesquelles pourrait peut-être figurer le pseudo-Harris des Notes du cours de syntaxe, c.-à-d. le cilice par lequel Maurice Gross mortifia une émersion de son ego spéculatif et théorique), les syntacticiens se sont contentés et se contentent de renouveler, sous des formes toujours variées (les chemins de l’errance sont justement infinis), les façons de procéder d’une tradition philologique ontologiquement fondée.
La terminologie courante en est la meilleure preuve. Et, même dans les cadres qui se prétendent les plus innovateurs, les catégories par lesquelles on opère le démontrent clairement. En tant que taxinomie indiscutée qui fonde l’état d’entités des objets de toute recherche, des notions comme article, nom, verbe, adjectif etc. (qu’elles soient « dopées » ou non par l’adjonction des qualifications supplémentaires tirées du mécanicisme post-bloomfieldien) définissent les choses auxquelles on aurait affaire en syntaxe. Et de ce fait la syntaxe reste un jeu aveugle et un peu idiot, surtout écrasé sous le poids d’un lexique (mieux, d’une idée naïve et toute faite du lexique) considéré comme le dépôt d’où des unités irréductibles de sens et de forme (qu’elles soient appelées racines, morphèmes, mots ne change pas la substance) sortent presque toutes faites (et comment se font-elles ?). De ces unités, la syntaxe ne serait finalement qu’une simple disposition, un modeste arrangement.
La notion de prédicat, mieux, de prédicativité peut jouer un rôle important dans l’établissement d’un cadre approprié à la naissance d’une véritable syntaxe scientifique, une fois passée au crible de l’arbitraire saussurien (qui concerne la terminologie de la linguistique au même titre que toute autre expression linguistique : ce que l’on oublie presque toujours), une fois nettoyée en conséquence du fardeau de ses emplois logico-grammaticaux et une fois connectée à l’idée d’une fonction d’opérateur de composition (un renvoi aux Notes pseudo-harrisiennes est à ce propos approprié). Ce travail préalable est nécessaire mais il n’est pas suffisant, car le danger d’une considération positive et non différentielle reste. Il faut donc passer à une évaluation relationnelle et oppositive (en s’inspirant de Roman Jakobson): à une idée de prédicativité comme négation de sa valeur négative et non-marquée. Et dans cette opposition, le terme non-marqué ne coïncide pas avec la fonction corrélée d’argument, qui est elle aussi l’un des deux termes d’une opposition comparable.
Cela fait, catégories et catégorisation sont finalement subordonnées aux notions relationnelles et on passe ainsi d’une question traditionnelle (« quelles sont les catégories linguistiques qui ont vocation à être prédicatives ? » : à vrai dire, toutes et aucune) à la tentative de comprendre et de classer les formes par lesquelles se manifestent les rapports et les différences entre les valeurs fonctionnellement diverses de predicativité.

23 novembre 2007

Unde exoriar?

Il 26 novembre 1857 nacque a Ginevra Ferdinand de Saussure. Tra tre giorni, centocinquanta anni esatti:



"Unde exoriar? - C'est la question peu prétentieuse, et même terriblement positive et modeste que l'on peut se poser avant d'essayer par aucun point d'aborder la substance glissante de la langue. Si ce que je veux en dire est vrai, il n'y a pas un seul point qui soit l'évident point de départ".


(Écrits de linguistique générale, texte établi et édité par Simon Bouquet et Rudolf Engler, Gallimard, Paris 2002, p. 281)
Il TLS commemora Saussure (con un articolo di John E. Joseph)

26 ottobre 2007

Intolleranze (1): Svariato

Apollonio lo dichiara subito: con svariato non è obiettivo. Aggettivo o participio che sia, lo trova intollerabile. Sentimenti diversi gli suscita il verbo svariare, con quella sua aria da flâneur che svariato proprio non ha e, del resto, non ha mai avuto.
Non che la varietà non piaccia ad Apollonio: anzi. Varietas delectat è uno dei suoi motti preferiti (e lo ripete fino a diventare noioso, anche a se medesimo). Ma svariato no: proprio non lo tollera.
È convinto del resto che esso porti dentro la paurosa tabe dell'uniformità, che sia intrinsecamente falso e menzognero, che sia insomma la maschera che tenta malamente di nascondere e quindi rivela il peggiore piattume.
Lo si consideri già nella forma. Lo si compari al serio e modesto vario, di cui svariato è infine solo una variante andata a male, avariata. Un inutile –ato che da un lato millanta un’inesistente perfettività, dall’altro, con una sillaba in più, banalizza la forma.
Con svariato si prende così l’onesto vario e lo si fa convergere, incolpevole, verso gli “uto, ito, ato” che conchiudevano gli sgangherati resoconti da Palazzo Chigi del parodistico giornalista inventato e impersonato da Mario Marenco, anni fa, per Alto gradimento (Apollonio non ne ricorda il nome: tra chi lo legge, qualcuno ne ha memoria?)
Né funzione meglio appropriata garantisce la s–. Non si capisce cosa ci stia a fare, se non a determinare l’enfasi, il turgore fonico del nesso consonantico iniziale.
Ne viene fuori una parolaccia, che comincia gonfiandosi e termina qualunque.
Sì, qualunque. Ed è così che svariato finisce giustamente per fare la figura miserabile dell’aggettivo indefinito che, vergognandosi d’essere tale, si dà arie da aggettivo qualificativo.
Se svariato qualifica qualcosa, però, è solo l’afasica verbosità di chi lo adopera.

Non hai nulla da dire? Di’ “svariate cose”, costi quel che costi.
E se le dici, avrai certamente “svariate ragioni”. Si può stare sicuri, però, del fatto che, invocandole tutte, quelle ragioni, non ne saprai indicare precisamente nessuna (perché del resto nessuna è precisa nella tua mente). Nella migliore delle ipotesi, stai facendo il furbo.
E quello svariato, come tutte le parole inutili che prosperano sulla bocca d’ogni stupido, uno scopo ce l’ha. È una minaccia e un attentato alla grazia della vita e della lingua: “Guai a chi me ne chiede conto. Dico svariate cose, e insensate, perché così ho voluto. Ito. Ato”.

Lingua loro (6): "Pausa pranzo con lunch"

Ottobre 2007. Meeting annuale di un’associazione italiana di studiosi di lingue e linguaggio, la più pedante. Apollonio, con l’improbabile nom de plume della sua vita accademica, ne fa peraltro parte da trenta anni. Conseguenza: qui si narra una favola che narra del suo narratore. “Well, nobody’s perfect” e, come dice Heinrich Wiesner, "Humor hat seine Wurzeln im Schmerz".
Ed allora, excerpta dal "programma esteso [?] delle tre giornate di convegno", come lo si legge in rete:
GIOVEDÌ 25 OTTOBRE

16.45 - Coffee Break

VENERDÌ 26 OTTOBRE

13.00 - Pausa pranzo con lunch


Un anno fa, circa. Annuncio pubblicitario televisivo di una nota marca di caffè. Sul ponte di coperta di una nave da crociera, il Comico. Piomba d'improvviso la Spalla. Ha l’aria e i modi dell’attempato giovanotto che incarna le tendenze (incarnare le tendenze è attitudine che non tramonta mai).
Con l’accento dell’italiano che fa l’anglofono, si rivolge al Comico: “Hallo, boy… ci facciamo un lunch, un brunch, un coffee break?”.
Il Comico, a bocca aperta e lievemente sconcertato: “Ma che stai a di’?”.
La Spalla: “È l’idioma…”.
E il Comico: “Aaaah, è l’idioma… eh, se ne incontrano de idiomi ne la vita…”

Ovvio, a pensarci. Come direbbe George Clooney, what else a un convegno di linguistica?
“Lingue, ethnos e popolazioni”: un’autentica evidence che sarebbe piaciuta a Ferdinand de Saussure. E a Ettore Petrolini.

Ecco il collegamento con YouTube, per chi volesse
rivedere la gag, con il suo contorno pubblicitario.
Ed ecco il collegamento con il
Ultimissime, da uno dei nostri inviati al meeting: pare che (il) lunch sia stato cassato (almeno dalla versione a stampa del programma). Resipiscenza o taglio ai fondi?

15 settembre 2007

Poor John ran away

"The form Poor John ran away contains five morphemes: poor, John, ran, a- (a bound form recurring, for instance, in aground, ashore, aloft, around), and way. However, the structure of complex forms is by no means as simple as this, we could not understand the forms of a language if we merely reduced all the complex forms to their ultimate constituents. Any English-speaking person who concerns himself with this matter, is sure to tell us that the immediate constituents of Poor John ran away are the two forms poor John and ran away; that each of these is, in turn, a complex form, that the immediate constituents of ran away are ran, a morpheme, and away, a complex form, whose constituents are the morphemes a- and way; and that the constituents of poor John are the morphemes poor and John. Only in this way will a proper analysis (that is, one which takes account of the meanings) lead to the ultimately constituent morphemes". Nel cuore del suo trattato del 1933 (Language, p. 161), Leonard Bloomfield fissa con pochi tratti le idee e le procedure che, immutate, hanno dominato la ricerca linguistica per tutto il secolo scorso e continuano ancora oggi a imperversare, senza che più nessuno se ne accorga, essendo divenute parte del senso comune dei linguisti. La rivoluzione chomskiana - peraltro limitata ad aspetti che, quanto all'autentica ricerca, erano e rimangono esteriori - è stata appunto una rivoluzione: il moto di un mobile intorno a queste parole, secondo un'orbita che la loro forza attrattiva destina, dopo un certo numero di passaggi e malgrado i continui rilanci, a un inevitabile collasso.
Per chi si fida delle ricostruzioni storico-epistemologiche ufficiali potrebbe tuttavia essere stupefacente osservare oggi, a più di settanta anni di distanza e dopo decenni di baruffe, che l'intuizione del parlante - quella chimera che, sotto ogni forma possibile, ha ingoiato il dato positivo della scienza come l'avevano immaginato i Neogrammatici, di cui Bloomfield fu il maggiore allievo e continuatore - giganteggia già nel recesso più profondo dell'analisi per costituenti immediati e ne costituisce il non chiarito fondamento: "Any English-speaking person who concerns himself with this matter, is sure to tell us that..." What?

31 agosto 2007

L'esotico quotidiano (col pretesto di Emile Benveniste)

"Ce qui caractérise en propre le verbe indo-européen – osservò Benveniste nel 1950: lo si può leggere alla pagina 169 dei suoi famosi Problèmes de linguistique générale – est qu’il ne porte référence qu’au sujet, non à l’objet. A la différence du verbe des langues caucasiennes ou amérindiennes par exemple, celui-ci n'inclut pas d’indice signalant le terme (ou l’objet) du procès". L’allievo prediletto del grande Antoine Meillet additava con tali parole un dato indiscutibile. Negli studi morfosintattici, quando è questione di una lingua indoeuropea, interrogarsi sulla funzione della flessione significa per larghissima parte determinare i modi con cui essa manifesta le proprietà sintattiche di quella funzione argomentale del costrutto designabile per convenzione come Soggetto finale. Tale manifestazione contribuisce del resto in modo decisivo (e spesso esclusivo) alla discriminazione superficiale di tipi di costrutti differenti: è solo per le proprietà formali della flessione che, in latino, Lesbia amat si oppone a Lesbia amatur.
All’indiscutibile osservazione non conseguì però né da parte dello studioso né da parte dei suoi epigoni o oppositori un’attitudine di ricerca consona alla portata di radicale chiarezza e semplicità esibita da tali parole. Essa è stata così dispersa nella mancata distinzione tra funzione (cioè rapporto, dipendenza) e senso che caratterizzò gran parte dell’opera scientifica di Benveniste, come caratterizza lo stato presente degli studi.
Se la si fosse presa sul serio e se ci si fosse impegnati nella sua agevole verifica, ci si sarebbe accorti da tempo (Apollonio ne fornisce prove dal 1984 e se ne diverte, nel privato come nel pubblico, sotto il nom de plume della sua vita scientifica) che essa è tanto ovvia quanto solo parzialmente vera e, di conseguenza, sostanzialmente falsa e ingannatrice, a meno di non considerare lingue non-indoeuropee proprio quel francese in cui Benveniste si esprimeva o l’italiano (e con esso un gran numero di varietà italoromanze).
In tali lingue, che potrebbero essere meno peregrine per la comune esperienza del linguista occidentale di quanto non lo siano le amerindie o le caucasiche, sotto le adeguate condizioni sperimentali di osservabilità, la flessione riserva infatti un «indice», cioè uno spazio formale di manifestazione, a una funzione argomentale diversa dal Soggetto (finale): a una funzione designabile convenzionalmente come Oggetto.
Nei primi due capitoli dei Promessi Sposi, per esempio, si legge: "Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure, per ricoverarsi a tempo in un convento…"; "rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti…"; "ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto…"; "secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie…"; "da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia…"; "poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa…"; "che avesse data a colui la più piccola occasione…"; "poteva colui aver concepita quell’infame passione…"; "avrebbe spinte le cose tanto in là…"; "e Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui!"
Volendosi concedere le emozioni d’un viaggio tra i monti del Caucaso o in una riserva indiana, con buona pace dell’anima riverita del grande indoeuropeista, il lettore potrà peraltro dilettarsi a intercettare nel parlato di tutti i giorni che lo circonda (dalla chiacchiera privata alla discussione di lavoro e al gossip televisivo) tutti i casi in cui il participio di una forma verbale composta si flette in funzione delle proprietà dell’Oggetto che lo accompagna, precedendolo come seguendolo.
E potrà riflettere sul caso bizzarro delle pagine dedicate all'accordo del participio passato della noiosa grammatica dei suoi anni di scuola. Senza che egli lo sapesse, esse lo introducevano ai modi con cui la sua lingua s'ammanterebbe d'esotismo.
Insomma: ciò che è diverso rispetto a radicate convinzioni e pregiudizi è sempre lì sotto gli occhi di tutti. Forse per questa ragione pone alla saggezza (non solo alla linguistica) i problemi più interessanti. A non accorgersene però sono talvolta proprio i più celebrati specialisti.

26 agosto 2007

Edoardo Vineis

Edoardo Vineis, Antonietta Ledda, Rosellina Di Dio, Francesca Maniscalco, Oreste La Fauci a Vivo d'Orcia (Si), agosto del 1977.

1 agosto 2007

Il potere linguistico della stupidità

Non sono mai mancate, nella storia della cultura occidentale, analisi anche molto acute e profonde e rappresentazioni sarcastiche e verisimili della stupidità linguistica del potere. Più rare – e se è così una ragione ci sarà – sono sempre state quelle del potere linguistico della stupidità. Il potere è infatti di norma, in un modo o nell’altro, manifesto e si presta così a essere facilmente identificato attraverso le sue forme comunicative (in cui peraltro si riduce la sua volontà espressiva, con tipico collasso). La stupidità e soprattutto il suo potere sono al contrario camuffati e, al tempo stesso, enormemente diffusi: irriconoscibili a se stessi (uno stupido che sapesse di esserlo smetterebbe ipso facto di esserlo – almeno compiutamente), sono per ciò stesso difficilmente catturabili dai tradizionali strumenti di analisi storica e socioculturale, dal momento che spesso tali strumenti ne sono solo un cascame pedante. La stupidità esercita così (e senza parere) il potere più persistente e assoluto, soprattutto attraverso e sulla lingua. A smascherare, almeno parzialmente, il potere linguistico della stupidità può essere solo uno sguardo stupido privo di potere. La saggezza immaginata da Ferdinand de Saussure pare possederlo e si candida quindi a essere il (sempre precario) strumento euristico dell’eterna battaglia, eternamente perduta, contro il potere linguistico della stupidità.

20 maggio 2007

Il buono e il cattivo tempo

"Un vero filosofo non deve mai perdere di vista la lingua, vero barometro le cui variazioni indicano con certezza il buono e il cattivo tempo". A scriverlo è Joseph de Maistre, per i quale "i nomi non sono affatto arbitrari, come hanno affermato tanti uomini i quali avevano perduto i loro nomi... la loro origine deriva, come quella di tutte le cose, direttamente o indirettamente da Dio, perciò non bisogna credere che l'uomo abbia il diritto illimitato di dare nomi anche a quelle cose di cui con qualche diritto può considerarsi autore, e di imporvi nomi secondo l'idea che se ne forma. Dio si è riservata a questo proposito una specie di giurisdizione che è impensabile disconoscere". Per la linguistica, il riconoscimento d'essere alfine una teologia ma, ove il cielo fosse vuoto, un autentico pasticcio (o la più impegnativa delle sfide). Il più gustoso e grottesco paradosso sta però nel corto circuito che parole come queste scatenano se messe in contatto con quelle di alcuni degli attuali detrattori del relativismo, sedicenti illuministi per la pretesa di mettere la loro boriosa pseudo-scienza, cioè in fin dei conti se medesimi, al posto dell'impotente dio vendicatore sognato dal pensatore savoiardo. Non solo quindi illuministi immaginari o, meglio, en travesti ma autentici reazionari forcaioli in servizio permanente ed effettivo.

30 aprile 2007

Libri in aeroporto

Modesto ma costante frequentatore di aeroporti, Apollonio deve alla sua naturale disposizione all’ansia la grazia di godere così, di tanto in tanto, del tempo sospeso dell’attesa, che anticipa e lascia già pregustare, quando si siano passati i controlli, il tempo librato (e quasi perciò liberato) del volo.
Le attese, quando sono quiete, hanno non pochi meriti. Il principale è forse il fatto che esse si lasciano benevolmente e amorevolmente ingannare: sono per questo compagne perfette di un uomo.
Gli inganni che tende Apollonio alle sue attese sono tutti innocenti e comuni: lèggere le pagine leggère che lo accompagnano, prendere note dei propri pensieri su un consunto calepino, sbirciare vetrine, osservare (a dimessa caccia del bello, del bizzarro, del sublime quotidiani) la gente che gli sta o gli corre intorno.
Egli usa, poi, come tanti, infilarsi tra gli scaffali di quei bazar – tipicamente aeroportuali – che, tra altre inutili mercanzie, vendono libri. Appoggiato a una colonna, gli capita così di scorrere i volumi che (l’esposizione in quei luoghi lo dice) dànno sostanza alle classifiche delle migliori vendite. Sulla stampa, queste hanno per lui sempre l’aria misteriosa delle liste di cose favolose e sconosciute, quasi bestiari medievali di animali fantastici che, lì, nelle librerie degli aeroporti, finalmente, gli si rendono visibili e palpabili. Non sempre deliziose, tali letture sono sempre edificanti ed è talvolta successo che, volo dopo volo, Apollonio abbia così percorso per intero – evitandone con tale disonesto mezzo l’acquisto – opere che vanno per la maggiore per qualche mese (chissà se quel mese sarà un anticipo di eternità). E Discolo come egli è, si ripromette, un giorno o l’altro, anche di scriverne: controcanto alla serietà della cultura delle biblioteche, una sommessa rivendicazione della saporita vanità della cultura aeroportuale.

16 aprile 2007

"Il Gattopardo": di chi le spese?

Le vicende editoriali del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono note: l'autore morì a Roma il 23 luglio del 1957, senza sapere se esso sarebbe mai stato pubblicato. Undici anni dopo, il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza, dà notizia sulla "Fiera letteraria" dell'esistenza di un appunto di Lampedusa, scritto pochi giorni prima della sua morte, indirizzato alla moglie e a lui. Vi si parla del Gattopardo e della sua eventuale pubblicazione postuma in questi termini: "Gradirei che il romanzo fosse pubblicato, ma non a mie spese". Le biografie dî Lampedusa riprendono la storia, frattanto divenuta uno dei cliché lampedusiani, tenendosi più o meno strettamente all'originale resoconto del figlio.
"In the last days he wrote letters for Licy and Gioacchino to read after his death. Among other things he wrote to his adopted son: «I would be pleased if the novel were published, but not at my expense». In death Lampedusa retained his innate pride. He knew The Leopard deserved publication but he would not countenance the humiliation of having to pay for it": è David Gilmour che scrive (The Last Leopard, Collins Harvill, London 1990, 158), con un rinvio in nota all'articolo sulla "Fiera letteraria".
A sua volta, Andrea Vitello: "La consapevolezza della propria fine divenne così lucida che negli ultimi giorni egli arrivò a fare qualche raccomandazione. Lasciò due lettere: una per la consorte, l'altra per Gio'. In particolare, raccomandò di seguitare ad interessarsi del Gattopardo, tentando presso altri editori; precisò che la redazione da pubblicare doveva includere i due capitoli stesi per ultimi; sconsigliò tuttavia di pubblicare a proprie spese: lo riteneva umiliante" (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo 1987, p. 319).
Dodici anni fa, compare il Meridiano dedicato a Lampedusa, con un'introduzione di Gioacchino Lanza. Quasi in explicit, vi si legge: “E durante la malattia redasse due lettere per me e per la moglie. Sulle sue volontà e sui suoi affetti non dovevano esserci equivoci. Fra l'altro vi parlava del Gattopardo. Pregava gli eredi di adoperarsi per la sua pubblicazione, ma non desiderava la mortificazione che lo facessero a proprie spese” (“Introduzione”, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Opere, Mondadori, Milano 1995, p. L-LI).
La lingua è bizzarra, indomabile e capricciosa. Nel momento stesso in cui evoca nella parola del padre adottivo la volontà di non lasciare spazio agli equivoci, la parola del figlio ne istituisce uno, nel nocciolo profondo del suo tema. Attribuito a “spese”, l’aggettivo “proprie” ha un difetto che (capita spesso ai difetti) equivale a una virtù: un’ambiguità di riferimento. “Proprie” di chi? Del morituro o degli eredi? Non è questione di poco momento (à suivre).

22 marzo 2007

Coppia minima? YouTube

"...
..."

21 marzo 2007

Nevica

Oggi, per convenzione cronologica, primo giorno di primavera, comincio le mie lezioni del Semestre estivo. E ha nevicato. E quando ha smesso, il cielo è rimasto, ancora per qualche ora, autunnale. Cosa c'è di più trito del parlare del tempo, non solo del meteorologico? La banalità dell'osservazione non dovrebbe tuttavia nascondere, non tanto al linguista quanto a chiunque provi a esprimersi con un briciolo di consapevolezza, che l'ironia è iscritta nel farsi stesso dell'attività espressiva e che se una parola non pare ironica a chi l'ascolta (anche solo per il fatto di averla egli stesso proferita) è perché essa lo sta ironicamente giocando.

16 marzo 2007

Scolaro, somaro...

L'esperienza è comune: come odori e sapori, ci sono espressioni che improvvisamente piombano chi le sente nel pozzo dei ricordi. Espressioni e parole hanno del resto odore e sapore: non c'è quasi bisogno di dirlo. Alcune puzzano di rinchiuso o di marcio, in altre si percepisce lo zolfo o il cloroformio, altre ancora olezzano fiorite. E poi ce ne sono di amare, di dolci, di sapide, di insipide, di succulente, di stucchevoli e di stomachevoli.
Scolaro, per me, ha odore e sapore e mi sbalza indietro nel tempo a più di trenta anni fa, e nello spazio, a Pisa, Istituto di Glottologia, Via Santa Maria 36. Vi sbarcavo con un modestissimo bagaglio alla fine del 1975, convinto (prova appunto di quella modestia) che scolaro ero stato un dì, con altri mocciosi siciliani, in più di un paesotto dell'Agrigentino, ma che, doppiata la boa della quinta classe elementare, fossi divenuto definitivamente studente: ricordo i miei farmelo presente, con l'aria severa di chi rammenta a un pivello l'onere di un ambito ruolo sociale. Studente, appunto, in attesa che il futuro mi dicesse cosa sarei divenuto per sorte e capacità.
Ebbene, anni dopo, giunto studente a Pisa da Palermo, per fuggire l'ombra lunga e minacciosa di una congrega accademica, "E lei, di chi è scolaro?" fu la prima domanda che mi si fece. E la risposta, credo, decise di me (ma ciò esula dalla presente storia).
Scolaro di..., capii subito, era ben diverso da scolaro in assoluto (ciò che in giorni ancora non molto lontani ero stato): e non era detto fosse meglio. Anche perché, quando ero appunto in assoluto scolaro in quei paesotti siciliani, popolosi come assolati campi di grano ma stretti come gole montane, più di una volta, apparendo sconosciuto in un contesto umano, m'ero sentito apostrofare con un "E tu, a cu apparteni?", affettuoso o diffidente, variante, certo, meno elegante della domanda pisana ma più sincera.
Col suo talvolta implicito complemento, di cui studi successivi e una maggiore intelligenza dei fatti m'avrebbero chiarito la funzione grammaticale di soggetto, scolaro era parola-chiave del contesto umano in cui m'ero volenterosamente ficcato. Per capirlo bastava del resto frequentare tale contesto anche occasionalmente. Per qualche anno io lo feci invece regolarmente: cocciuto, mai assente ai seminari.
E se una scommessa del genere fosse possibile, scommetterei volentieri e sicuro di vincere sul fatto che, per molti decenni, la parola scolaro sia stata proferita in quelle stanze decine di volte al giorno.
Ricordo il palese godimento con cui le figure che vi svettavano ne preparavano l'apparizione nei loro discorsi, il gusto che trovavano nel pronunciarla, lo sciogliersi della parola nella loro bocca: una, la più importante, quella da cui scolaro eruttava senza posa, si atteggiava spesso a un bizzarro musino, che io trovai sempre enigmatico.
E in quelle bocche scolaro si scioglieva in miele, se il riferimento era a se medesimi o ai propri, o in fiele, nel caso degli altri, di norma spregiati. Occasioni in cui, affiancata e connessa a scolaro, compariva abitualmente, accompagnata variabilmente da sorrisi o da accenti di sdegno, un'altra parola-emblema: somaro.
E così tra lo scolaro che, superata l'infanzia, mai più divenni e il somaro che ero e son rimasto (anche solo per il fatto di aver appunto sopportato, cocciuto e paziente, non lievi some) , trascorsi i miei anni pisani di studio.
Oggi, vedendo ancora comparire in scritti ideati in riva all'Arno la parola scolaro, la lusinga della memoria mi illude di intendere e di assaporare meglio, per quel suo rimare con somaro e grazie alle misteriose e nascoste virtù esplicative delle forme, anche l'aspetto onomastico di vicende connesse e successive che m'è accaduto di vivere.

15 marzo 2007

Coppie non minime: scienza e politica (accademica)

"Fort heureusement, les conférences scientifiques et politiques n'ont rien de commun. Le succès d'une convention politique dépend de l'accord de la majorité ou de la totalité de ses participants. En revanche, le recours au vote et au veto est étranger aux débats scientifiques, où le désaccord se revèle en général plus productif que l'accord. Le désaccord dévoile des antinomies et des tensions à l'intérieur du champ étudié; il est le prétexte à des nouvelles explorations". A parlare è Roman Jakobson, quel folletto che, nel secolo scorso, a partire da una prospettiva autenticamente linguistica, ha scorrazzato con una genialità fulminante e imprevedibile quasi per ogni contrada delle cosiddette scienze umane, lasciando ovunque segni del suo passaggio. Segni, spesso, da simpatico lestofante, ma anche per tale ragione sempre meritevoli di riflessione. Le parole in esordio, citate secondo l'ormai classica traduzione francese comparsa negli Essais de linguistique générale, aprivano i suoi Closing statements a un congresso tenutosi or sono ormai quasi cinquanta anni. Sono insomma le parole d'esordio del suo celebre saggio su linguistica e poetica, che anni fa non poteva mancare di aver letto (e talvolta meditato, con fatica) quasi ogni aspirante studioso di problemi linguistici. Mi sono nuovamente cadute sotto gli occhi qualche mese fa: quel saggio fa parte delle letture che consiglio a chi mi avvicina professionalmente e, di conseguenza, capita a ogni semestre di discuterne in classe, in un modo o nell'altro. E hanno preso per me un fresco e nuovo valore: le precedenti letture erano state evidentemente tutte poco attente a quell'incipit e attratte invece dal grumo di complessità che, dopo una sistemazione dello scibile comunicativo di apparente chiarezza cartesiana (tecnica non rara negli scritti di Jakobson, incorreggibile seduttore), lo scritto riserva al lettore troppo fiducioso di sé. E' vero: vi ho sentito - e, mi dico adesso, facilmente - echeggiare i modi ai quali, cento anni prima, John Stuart Mill aveva affidato la sua lode della libertà, con l'impagabile ingenuità predicatoria di chi sa di avere inoppugnabilmente ragione. Ma a fare risuonare nelle mie orecchie in modo nuovo e diverso quelle espressioni è stata - spesso accade così - solo una modesta esperienza personale (l'essermi ancora imbattuto in un veto), su cui, proprio in quanto personale, non vale appunto la pena di diffondersi. Basterà dire che, se il criterio del grande linguista russo è cartina di tornasole, nella linguistica d'oggi, molti eventi spacciati per scientifici (e ciascuno trovi i suoi esempi: a me non ne mancano) sono in realtà meramente politici (e d'una politica accademica, peraltro, di infimo rango).

18 febbraio 2007

Lingua loro (5): Ogni limite ha la sua pazienza

"Grandi idee da Prouvé"
"Metrò, la fermata è firmata"
"Fior di franchi per «fior di loto»"
"Baronzio, che Calvario!"
"Un Piccio in grandezza"
"L'enigma del Tempio"
"Cento anni di scoutitudine"

Titoli di pezzi del Domenicale del "Sole 24 Ore" di oggi. Non tutti i titoli, ma tutti titoli e tutti oggi.

6 febbraio 2007

"E pur si muove"

Davantage que ceux d’autres novateurs, les mots-clés saussuriens, observés au grand jour d’une histoire désormais presque séculaire, ont un aspect bizarre et paradoxal. Sporadiquement bien compris, ils ont de temps en temps libéré la discipline de certaines des ses entraves ancestrales. Régulièrement mal compris, comme le note déjà Engler (Remarques sur Saussure, son système et sa terminologie, CFS 23, 1966), ils ont fini par revitaliser ces entraves, en le devenant eux-mêmes par contagion. «Synchronie», «diachronie», «langue», «parole» etc. sont des cas exemplaires de ces vicissitudes. Aucune surprise, d’ailleurs : la linguistique est une discipline for happy few (autrefois bien davantage qu’aujourd’hui, évidemment). À l’instar de Malraux, on sait bien toutefois quel genre de majorité se cache toujours dans toute minorité éclairée. Et la communauté scientifique des linguistes n’a jamais échappé à cette règle.
Parmi les mots saussuriens, «système» a un relief spécial, du fait qu’il est le premier qui apparaît dans son œuvre. Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes est le titre marquant son début et la position de «système» n’aurait pas pu y être plus forte, ce qui fait exclure l’hypothèse d’un hasard. Au contraire, on n’exagère pas en affirmant que «système» est le premier mot articulé par le (très jeune) savant genevois, la première et, à vrai dire, la dernière fois qu’il ouvra sciemment la bouche, et que, donc, sa parole et son enseignement commencent et finissent par là. Et que par là commence et finit donc sa fortune, dans ce qu'elle a eu d'heureux ou de malheureux.
Situation hors de l’ordinaire, que de confier sa destinée à un mot et dont Saussure était assez conscient, pour en fournir sans détour une justification : «Étudier les formes multiples sous lesquelles se manifeste ce qu’on appelle l’a indo-européen, tel est l’objet immédiat de cet opuscule : le reste des voyelles ne sera pris en considération qu’autant que les phénomènes relatifs à l’a ne fourniront l’occasion. Mais, si arrivés au bout du champ aussi circonscrit, le tableau du vocalisme indo-européen s’est modifié peu à peu sous nos yeux et que nous le voyons se grouper tout entier autour de l’a, prendre vis-à-vis de lui une attitude nouvelle, il est clair qu’en fait c’est le système des voyelles dans son ensemble qui sera entré dans le rayon de notre observation et dont le nom doit être inscrit à la première page» (Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes. Dans: Recueil des publications scientifiques de Ferdinand de Saussure, Genève : Sonor 1922, p. 3).
Et si l’on considère ce passage en profondeur, on s’aperçoit que sa concision dicte à jamais et à part entière le programme théorique et la démarche méthodologique de la science du langage. On s’aperçoit surtout que, loin d’être statique et de désigner ontologiquement un nouvel objet supposé du monde linguistique (comme, par exemple, l’ «indo-européen», les «lois phonétiques», «l’analogie», les «sonantes», le «phonème», les «prototypes», la «structure syntagmatique» etc.), la notion de «système» vient qualifier dans son dynamisme une façon d’appréhender le processus continuel qui, d’après Wilhelm von Humboldt, est en même temps le ‘se-faire’ du langage et le ‘se-faire’ de la perspective scientifique rationnelle qui le concerne. Et il s’agit là du seul isomorphisme fonctionnel compatible avec l’attitude strictement expérimentale que le jeune Saussure destinait à sa discipline à venir, à laquelle pourtant dans la pure conscience et avec la spectaculaire prévoyance de sa pleine maturité il n’assignait pas un futur certain : «Faut-il dire notre pensée intime? Il est à craindre que la vue exacte de ce qu’est la langue ne conduise à douter de l’avenir de la linguistique. Il y a disproportion, pour cette science, entre la somme d’opérations nécessaires pour saisir rationnellement l’objet, et l’importance de l’objet…» (Écrits de linguistique générale, S. Bouquet et R. Engler (éds). Paris : Gallimard, p. 87).
Dans l’esprit de Saussure, la notion de «système» naissait donc en fonction d’une recherche que l’on ne pouvait et ne pourrait pas qualifier de diachronique ni de synchronique sans la défigurer. Toutefois, par réaction avec les dégénérescences ontologiques de «synchronie» et de «diachronie», malencontreusement très populaires, elle s’est rapidement métamorphosée en fétiche. De cette dérive, Roman Jakobson et les autres auteurs des «Thèses» pragoises eurent une conscience critique précoce et la précoce subtilité de comprendre que leur polémique ne visait pas Ferdinand de Saussure mais «l’école de Genève», dont Saussure n’a manifestement jamais fait partie : considération banale qui vaut aussi et généralement (on ne devrait jamais l’oublier) pour la linguistique, justement, post-saussurienne et pour ses fastes.
«Système» dans sa valeur fonctionnelle, non-ontologique, ultra-holistique et sous sa dimension dynamique est donc le noyau générateur d’une linguistique expérimentale à faire redémarrer.

30 dicembre 2006

Lingua nostra (1): "Noi" chi?

L'antefatto. Sotto il nom de plume che ad Apollonio è toccato di prendere nella parvenza della sua vita professionale, è comparso di recente uno scritto dedicato a Cosa Nostra, curioso delle ragioni non storiche né erudite ma concettuali e linguistiche (cioè paradigmatiche e sintagmatiche) di una simile (auto)designazione: nostra? E perché non mia, tua, sua, vostra o loro? E perché cosa? Non è questo il luogo per riassumere tale scritto (i curiosi vadano a cercarlo, per gli altri un riassunto a cosa servirebbe?), ma basterà dire che quasi tutto vi ruota intorno al noi, il pronome di vigliaccheria (a Giorgio Manganelli il merito di tale definizione, felice anche se inadatta a contenerne l'intero obbrobrio). La divagazione nella miserevole landa linguistica del pronome di prima plurale (già così e senza aggiungere altro se ne denuncia la natura di vergognoso imbroglio) ha ricordato a Pietro De Marchi - saprà lui perché, dietro l'occasione - una lettera di Manzoni (non del Manzoni un'immagine del quale commenta olezzante un post di qualche tempo fa, ma del più noto Alessandro) a Tommaso Grossi, scritta a Firenze il 17 settembre 1827. La lettera è stata segnalata ad Apollonio in una corrispondenza privata di gentile sollecitudine. Se ne mette qui a parte il lettore.
Nel settembre del 1827 Manzoni si trova nel capoluogo toscano per le ragioni ben note e gli capita quel che riferisce al suo corrispondente: "Te ne dirò un'altra, e sarà l'ultima. Niccolini, il quale è uno dei pazienti revisori della mia storia (vedi chi sono andato a pescare; ti par ch'io sia ghiotto, eh?) Niccolini mi disse una di queste sere: a quel passo dove usate la frase con un'aria di me ne rido, potete levare quella giunta: come dicono i milanesi; perché si direbbe benissimo anche qui. Io dissi che questo mi faceva piacere tanto più che il me ne rido non è tanto milanese. La nostra locuzione, soggiunsi, è la più strana del mondo; e sorridendo, appunto come chi dice una cosa pazza, noi diciamo, continuai, diciamo, e chi sa dove lo siamo andati a prendere, diciamo: me ne impipo. - Eh! me ne impipo si dice anche noi. - Voi? - Noi. (E qui considera, tu o Rossari, che altro suono abbia quel noi nella bocca di un Niccolini, che nella nostra di noi, che abbiamo quel noi attaccato collo sputo, che così si dice appunto, non già: appiccato colla sciliva, come credevamo noi;) Dunque, per continuare il dialogo, voi!, ripetei io. - io credeva che voi diceste piuttosto: io me n'indormo. - Che! me n'indormo non lo dice nessuno in Toscana. - E me n'impipo? - ...Me n'impipo lo dicono tutti. All'indomani io contava questa storia all'altro mio buon revisore [...] Io contava dunque la storia al bravo Cioni, il quale mi disse: sicuro, sicuro, impiparsene è la parola più propria e più usata nel linguaggio familiare. Io allora, sorridendo come aveva fatto con Niccolini, noi poi, soggiunsi, appicchiamo a questo verbo una giunta stranissima, cavata non so donde... - Ed è? - Diciamo: impiparsi dell'Olanda. - Sicuro, sicuro, impiparsi dell'Olanda, così diciamo anche noi. - Anche voi? - Anche noi" (dalla scelta delle Lettere di Manzoni, curata da Ugo Dotti per la Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1985, alle pp. 293-4).
La grazia irresistibile da gag d'altri tempi dell'aneddoto non oscurerà nel lettore la consapevolezza di trovarsi di fronte a una questione di cui, non foss'altro che per diletto, non è consentito, come italiani, d'impiparsi e che i quasi due secoli trascorsi, coi loro fiumi d'inchiostro, sono ben lungi dall'avere chiarito: perché nostra, anche quando si riferisce a lingua, come dimostra la storiella, resta un imbroglio.

22 dicembre 2006

Ancora "pazienza"


"Le génie n'est qu'une plus grande aptitude à la patience", l'osservazione si deve al naturalista Buffon. Gliela attribuisce Marie-Jean Hérault de Séchelle, ghigliottinato nel 1794. L'anno precedente, dalla sua penna era uscita una Dichiarazione dei diritti dell'uomo. E siamo così di nuovo ai compositi esiti (non necessariamente dialettici) dell'Illuminismo.
Il paziente albero di Rilke avrà tratto anche da lì i suoi succhi, lentamente maturi, e la calma serenità da opporre alle tempeste. Anche a quelle che diffondono il bene (o finalmente lo instaurano) mozzando qualche testa impaziente (ma di rado quelle che funzionano peggio).

18 dicembre 2006

Bolle d'alea (4): A ciascuno

"Da gibt es kein Messen mit der Zeit, da gilt kein Jahr, und zehn Jahre sind nichts, Künstler sein heißt: nicht rechnen und zählen; reifen wie der Baum, der seine Säfte nicht drängt und getrost in den Stürmen des Frühlings steht ohne die Angst, daß dahinter kein Sommer kommen könnte. Er kommt doch. Aber er kommt nur zu den Geduldigen, die da sind, als ob die Ewigkeit vor ihnen läge, so sorglos still und weit. Ich lerne es täglich, lerne es unter Schmerzen, denen ich dankbar bin: Geduld ist alles!"

Il 23 aprile 1903, da Viareggio, Rilke scrive queste parole a un giovane corrispondente. In un blog, sul crepuscolo del 2006, suonano paradossali. Ma questo paradosso è il pensiero augurale che, per il tempo che viene, Apollonio Discolo lancia a chi ha avuto la pazienza di cercarlo e di leggerlo, come a un corrispondente ideale.
[Nella traduzione di Leone Traverso: "Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni non sono nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l'imparo ogni giorno, l’imparo tra dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto"].

14 novembre 2006

"Biliografia" semiotica

Dal 16 al 19 novembre 2006, all'Università della Calabria l'annuale congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici (di cui chi scrive si onora di essere socio). Notizie alla pagina web:
Come il lettore può verificare (se non lo ha già fatto), tra gli strumenti messi a disposizione dei congressisti, una
"biliografia dei relatori"
(molti nomi illustri nel numero, alcuni più che illustri).
Non mi sono note altre ricorrenze di un lapsus del genere. Se non ce ne fossero, o, meglio, se non ce ne fossero di già registrate, mi direi stupefatto: così facile, così rivelatore. E anche così gustoso.
'Pagine biliose tracciate da penne intinte nell'umore responsabile della collera' vs. 'Scritti la cui lettura provoca travasi di bile'. Meglio, 'Pagine biliose tracciate da penne intinte nell'umore responsabile della collera' e/o 'Scritti la cui lettura provoca travasi di bile'.
In ogni caso, enfiamenti di bi(b)lioteche (vulgariter, cistifellee), e certa collera celeste della buonanima di Roland Barthes, infecondo (anche perché inimitabile) padre della disciplina, che, com'è noto, mai nascose di amarle poco, le bi(b)lioteche.
Insomma, la semiotica, oggi: l'ittero delle scienze dell'uomo o, semplicemente, una disciplina itterica? Temi cui consacrare il convegno dell'AISS dell'anno che viene.

8 novembre 2006

Bolle d'alea (3)

E a proposito di Leonardo Sciascia: oggi che, con pretesa di minoranza intelligente, gli "illuministi" sono tali per semplice autodichiarazione ("Quanto a me, io sono un illuminista...": esagerato! che tu fossi anche solo un po' illuminato basterebbe), merita d'essere ricordata la sua ripresa (dove, l'ho dimenticato) delle parole che a Voltaire (nel Dizionario filosofico: o sbaglio?) ispira chi si impanca a giudice nella repubblica delle lettere (e non sono pochi: eventualmente, Dio lo scampi, anche colui che qui per autocritica si aggrappa a questo duplice e sfuggevole riferimento):
"Le plus grand malheur d'un homme de lettres n'est peut-être pas d'être l'objet de la jalousie de ses confrères, la victime de la cabale, le mépris des puissants du monde; c'est d'être jugé par des sots".

Lingua loro (4): Il mutamento accelera

"Cari amici AISV,
Gli organizzatori del convegno AISV 2006 mi pregano di INVITARVI ad accellerare la vostra registrazione ONLINE... al Convegno...".
Accellerare non è una novità: il parlato e lo scritto dei (semi)colti ne contano ricche attestazioni da tempo. Ma oggi, 8 novembre 2006, m'arriva con una lettera elettronica del Segretario di un'associazione scientifica che si occupa di lingue. E mi pare così superata un'ulteriore frontiera. Agli eruditi che un giorno faranno sembiante di occuparsi di mutamento linguistico, la presente determinazione temporale verrà forse utile: donde la consapevole idiozia di fissarla. A futura memoria, ammessa ma non concessa una memoria al futuro, come insinuò possibile Leonardo Sciascia, cui peraltro sfuggì il presente (e per lui futuro) imbroglio della cosiddetta artificiale.

10 ottobre 2006

Lingua loro (3): Alternativa al Sole

"Ho capito, quando sono arrivato a Flagstaff, che avevo scelto il posto giusto non perché sono presuntuoso, ma solo perché ero stato fortunato e il sesto senso ha una ragione d'essere. E la fortuna in quel momento era duplice. Aver trovato il posto ed esserci. Da quel momento in poi è stato tutto un delirio di cose da vedere. Posti meno codificati ma lancinanti come dolori intercostali. Bryce Canyon, Marble Canyon, l'Horseshoe Bend, Monument Valley, Arches Park. E l'Antelope Canyon, un luogo indescrivibile da lasciare il campo a due semplici alternative: all'Antelope Canyon o ci sei stato o non ci sei stato".
Giorgio Faletti, "Il destino dei visi pallidi", sulla prima pagina del supplemento culturale domenicale del Sole 24 Ore dell'otto ottobre 2006 (n. 272).
Ancora, quantificabile: "L'Arizona era in quel momento un angolo della terra che per quelli della mia età aveva il senso di un pellegrinaggio. Forse più nella memoria che non in un luogo geograficamente quantificabile".
Approccio: "Avevo avuto un approccio cartografico, prima della partenza... Su per la strada che saliva verso una strana città che si chiama Sedona, ho avuto il mio primo approccio a una strada che attraversa i canyon e le foreste...".
Devastante e sconfessare: "L'arrivo al Grand Canyon è stato devastante. Non ci sono foto, non ci sono filmati, non ci sono idee che non vengano sconfessati dalla realtà".
Arrivare: "E qui è arrivata la malinconia. Ho capito la bellezza di quella terra e ho iniziato a guardarla con gli occhi di uno dei vecchi proprietari, un indiano di non importa quale tribù... E qui è arrivata un'intuizione che ha cambiato il corso delle cose. Leggendo un libro di storia, sono venuto a conoscenza di un piccolo dettaglio...".
Il domenicale del Sole migliore del leggendario Drive in? Il personaggio Faletti caricatura linguistica più efficace dell'amatissimo Vito Catozzo? Non so: propenderei per una risposta positiva, ma giudichi il lettore: "Perché io so' Vito Catozzo, un vero macchio! Io tratto le donne come tratto i delinquenti! Ci ho mia moglie Derelitta che ha un rapporto peso-potenza 1:1. 140 chili, 1 metro e 40... Pure la dieta mi va a fare, mondo cano: mi diventa 110 chili... Ci ho detto: «Derelitta, se volevo un'indossatrice la sposavo, maiala la mandria con tutti i mandriani!»... A mia moglie Derelitta ci ho fatto sette figli in 6 anni... e prendeva la pillola! Sei figlie femmine mi ha dato prima di avere il maschio: Crocefissa, Derelitta jr, Addolorata, Immacolata, Selvaggia e Deborah, tutte come la madre... e poi è nato Oronzo, che io, mondo cano, l'ho chiamato Oronzo Adriano Celentano Catozzo, non per spregio a Little Tony, ma Adriano è sempre dentro il cuore, mondo cano!... Che se io saprei che mio figlio mi diventerebbe un orecchione, vivo glielo faccio mangiare il ritratto di Dorian Gray!".

30 settembre 2006

Bolle d'alea (2)

"J'ai oublié qui disait, et à propos de qui: «Méfiez-vous de ce type, il croit tout ce qu'il dit»".

Gérard Genette, Bardadrac, Seuil, Paris 2006, p. 412

29 settembre 2006

Mirabilia del Pensiero (1), ovvero...

...divulgate, divulgate. Qualcosa resterà!

 "La logica è lo studio del logos: cioè, del pensiero e del linguaggio. O meglio, del pensiero come esso si esprime attraverso il linguaggio. Il che significa che, per capire la logica, bisogna anzitutto cominciare a capire il linguaggio, che almeno nelle sue versioni indoeuropee si basa su una tripartizione delle parole in tre categorie fondamentali: i sostantivi, gli aggettivi e i verbi, che servono a indicare oggetti, proprietà e azioni (0 stati), come nella frase «l'homo sapiens parla». Ciascuna categoria corrisponde a un particolare modo di guardare e vedere il mondo, e ha dato origine a generi letterari complementari: l'epica, la lirica e il dramma, che si concentrano rispettivamente sui personaggi, i sentimenti e gli eventi.
Vedere il mondo sotto la specie degli oggetti, delle proprietà o delle azioni vuol dire osservare da un punto di vista significativo ma parziale ciò che ci circonda, e determinare la natura della descrizione della realtà. I bambini, ad esempio, hanno più facilità a distinguere gli oggetti che le azioni, e imparano più facilmente i sostantivi che i verbi. E in parte questa attitudine permane anche negli adulti, visto che le lingue parlate moderne hanno in genere molti più sostantivi che verbi. In altre parole, il mondo ci appare oggi più «naturale» come insieme di cose che come insieme di eventi, benché non sia sempre stato così: ad esempio, nel greco antico era vero il contrario, e i nomi erano in gran parte derivati verbali.
Analogamente, in genere nelle lingue il singolare è più frequente del plurale: ciò significa che riconosciamo più facilmente gli individui che non le specie e i generi, o gli insiemi. E il plurale generico è più frequente di quello specifico (duale per le coppie, triale per le terne, eccetera): ciò significa che riconosciamo tanto più facilmente le specie e i generi, o gli insiemi, che i loro tipi cardinali.
Ovviamente, non per ogni oggetto c'è un nome, o per ogni proprietà un aggettivo, o per ogni azione un verbo. Anzi, è vero il contrario: soltanto pochissimi oggetti, proprietà e azioni ricevono la nostra attenzione, e vengono battezzati con una parola. Gli altri dobbiamo farli rientrare in quelli, con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà. Ma senza semplificazione non ci sarebbero l'astrazione e il pensiero: ad esempio, ogni uomo rimarrebbe un individuo a sé stante, e non arriveremmo mai alla concezione dell'umanità.
Il problema principale che il linguaggio e il pensiero devono risolvere è dunque di riuscire a mediare tra gli eccessi di proliferazione e di semplificazione del vocabolario: troppe parole rendono la comunicazione difficile, e troppo poche la banalizzano.
Per questo i bambini che hanno ancora un lessico troppo limitato ci fanno spesso sorridere, così come ci fanno ridere quegli adulti, dai filosofi agli avvocati, che si pavoneggiano invece con uno troppo complicato. E uno degli scopi della logica, forse il più salutare, è proprio quello di sviluppare strumenti sufficienti a farci ridere di una buona parte delle sedicenti «argomentazioni» dei nostri simili, mostrandoci le une e gli altri nella loro infantile ingenuità.
Perché il linguaggio è una tecnologia, e come tale può essere usato o abusato. Infatti, ogni parola è letteralmente una parabola: essendo «messa a fianco» o «in parallelo» alla realtà, essa va interpretata e compresa, e si presta dunque a essere fraintesa. Ad esempio, le stesse parole che ci permettono di cogliere l'essenza del mondo fisico possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico: prime fra tutte, le abusate parole «spirito» e «anima»..."

Piergiorgio Odifreddi, "Analisi logica dell'anima", La Repubblica 29 settembre 2006, p. 61 [cioè il paginone la cui intestazione intona a gran voce: Cultura. Un trafiletto a margine informa il lettore: "Una conferenza sul 'logos'. L'idea è quella di chiedere a chi per una vita si è occupato di un argomento di condensare in un'ora alcuni elementi chiave da offrire a un pubblico di non specialisti. Il ciclo organizzato dall'editore Luca Sossella, si è inaugurato ieri all'Auditorium di Roma con la conferenza di Piergiorgio Odifreddi 'Che cos'è la logica' di cui pubblichiamo qui una sintesi..."].
Per notizie sull'autore o, come rivela l'indirizzo, sul
"personaggio".

8 agosto 2006

Dire, pensare, credere di pensare


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4 agosto 2006

Lingua loro (2): Ippomontati, sì. Ma dove? E da quando?


Google consente d'inseguire le facili inezie in ciò che le fa tali: i loro labirintici meandri. Per questo, per simulare un'attività euristica, per far finta di fare ricerca è uno strumento (quasi) perfetto. Esito naturale di tale prassi, al tempo stesso reale e ingenua (quasi fosse un gioco infantile) ma certo non innocente, è l'inconcludente simil-teoresi che va oggidì dilagando. Si tratta in realtà solo dell’ennesima nuova forma sotto cui rivive l'immortale e rugosa larva dell'eterna erudizione, sempre più a buon mercato. Un divertimento a poco prezzo. L’illusione di saper molto (se non proprio tutto), senza la necessità di capire qualcosa. Non concedere qui a tale illusione un momentaneo visto d'ingresso sarebbe atto oltracotante. Del resto, quale migliore occasione di una quaestio equina per la magnanimità di un gesto agostano?
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Ippomontato, naturalmente, oggi dilaga (anche nella forma femminile e nei rispettivi plurali). E se chi scrive ha dovuto attendere l'agosto del 2006 e un cartello nel parco palermitano della Favorita per farsene finalmente motivo d'ilarità la colpa è certo della sua svagatezza (v. il post precedente). Non altrettanto distratti, e pour cause, sono stati a quanto pare Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, che sul crepuscolo del 2005 avrebbero registrato ippomontato nel loro 2006 Parole nuove, pubblicato a Milano da Sperling & Kupfer. Scrivo questo post in condizioni temporali e spaziali che renderebbero ardua la consultazione dell'opera (e chi sa d’università e di biblioteche siciliane, per giunta in agosto, intende quell'ardua) . Mi accontento perciò di ciò che ne apprendo in rete.
Come quella di tutte le altre voci della raccolta dei due studiosi, la registrazione di ippomontato sarebbe esito di un'accanita lettura tra il 2003 e il 2005 di grandi quantità di prosa giornalistica.
Sia detto per inciso, gli autori dovrebbero perciò essere esenti dall’invidia di chicchessia. Ma qualcosa, infine, bisogna pur fare per campare, anche leggere il giornale per professione, togliendosi così per sempre il gusto di nasconderlo rapidamente sotto la scrivania all’inopinato passaggio del capo, che oggi invece esclamerà: «Benedetto ragazzo, non mi dica che da quando è arrivato stamattina in ufficio lei ha letto solo un quotidiano! Per favore, tolga dal suo tavolo quei libri, prenda la sua copia di Repubblica e si metta finalmente a lavorare…».
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Ma si torni al tema. Se, come sembra, Adamo e Della Valle hanno pescato solo nei giornali, al lettore di questo blog, quanto a ippomontato, si può offrire infatti altro materiale fresco (insieme con qualche ragione di riflessione).
La rete lascia credere infatti che già nel 1992 ci fosse in giro un ippomontato e che esso occhieggiasse ironico in apertura del testo di presentazione (sincrono con la pubblicazione?) di un libro di ritratti di meticci messicani, curato da Gianni Guadalupi per i raffinati tipi dell’editrice FMR: «Travolto dall’uragano corazzato e ippomontato dei Conquistadores, il Messico azteco fu trasformato nel corso del Cinquecento nella Nuova Spagna, mecca dei missionari, scatenati in battesimi di massa degli sbigottiti indios, e dei minerari esaltati dalle ricchezze inesauribili dei giacimenti d’argento».
Ippomontato comparirebbe così, con questa sua solo presunta origine, in uno spezzone di prosa (non troppo fastidiosamente) immaginifica, indirizzata a un lettore invogliato dalla presenza dalla trasparente metafora dell’uragano all’accettazione (in)consapevole della saporita innovazione formale, dal retrogusto vagamente volgare. E volgari furono appunto i cavalieri di quell’apocalisse: tutt’altro che cavalieri, appunto, al massimo ippomontati. Portatori inoltre di una lingua e di una cultura che, quasi contemporaneamente, avrebbero trovato la loro più alta e ironica espressione nella figura del maggiore cavaliere della letteratura mondiale: Don Chisciotte, in funzione di Ronzinante, l’ippomontato per antonomasia.
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Si tronchino subito però i fili di questa pista, troppo impegnativa filologicamente. A suo tempo, forse, la si potrà riprendere, se non sarà meglio lasciarla come indicazione, non si sa se più preziosa o velenosa, a qualche futuro perdigiorno. Dal 1992, se di 1992 si tratta, al 1998, Google non trova altre tracce di ippomontato. Ma quando sei anni dopo quella che pare la sua prima comparsa la forma riappare, quanto mutata è da sé! E quanto, invece, coerente (anche topologicamente) con il casuale reperto, il cartello stradale del parco della Favorita che ha fornito il pretesto a questo post e al precedente. Cartello che (si scopre) ha lasciato in rete tracce della sua esistenza almeno già dal 2001. In quell'anno lo notò infatti un giovane senese in viaggio d’istruzione, registrandone nel suo diario sotto forma di blog una salienza referenziale, che senza ippomontato sarebbe inspiegabile: «Massimiliano – Stiamo percorrendo il lungo viale presso il parco della Favorita, quello nei pressi del “Nucleo ippomontato” della Polizia…»).
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Nel 1998, niente metafore né prosa immaginifica, niente ironia né straniamento. Del resto, al di là dell'attendibilità di una datazione al 1992 della prima attestazione messa a disposizione dalla rete, c'è sempre uno stupido pronto a prendere alla lettera ciò che un altro stupido, ma di natura diversa, teneva eventualmente, come ogni celia, quale cosa più seria. E' quanto insegna la mille volte iterata vicenda del cattivo maestro.
Certo, è fuori da ogni celia l’Ufficio Stampa del Comune di Palermo quando con e in ippomontato esprime se stesso, servendosene in due comunicati, uno dell’aprile, l’altro dell’ottobre 1998, nel pieno fiorire cioè di una famosa stagione cittadina, la Primavera dell’amministrazione di Leoluca Orlando.
Gustosa testimonianza della labilità e della rapida usura dell'eufemismo (disabili? Ma come si permettono? Diversamente abili!), il testo che fornisce la prima ricorrenza è per altri aspetti banale: «Un'esibizione del gruppo ippomontato della polizia municipale per gli studenti disabili della scuola dell'obbligo. Martedì 14 aprile 1998, alle ore 10, un gruppo di 70 studenti disabili delle scuole dell'obbligo, accompagnati dai familiari, assisteranno, al Campo ostacoli della Favorita, ad un'esibizione del Gruppo Ippomontato della Polizia Municipale. L'iniziativa è promossa dall'Assessorato alle Attività Sociali del Comune di Palermo e coordinata dall'Ufficio H. All'incontro prenderà parte l'Assessore Luciano D'Angelo: "E' consuetudine - dice l'Assessore - in occasione delle festività natalizie e pasquali organizzare delle attività rivolte agli studenti disabili che quest'anno hanno già partecipato a delle visite guidate nel Centro Storico della città (10 aprile 1998)”».
http://www.comune.palermo.it/Comune/Avvisi/1998/Aprile/Aprile_1998.htm
Lo è meno il testo che mette a disposizione la seconda, dal momento che (giochi del caso) tira inopinatamente in ballo la Spagna, ancora una volta, e vi si rifrange l’eco dei modi di un’antica civiltà cavalleresca, se non ippomontata. Si vede che, come altri umani istituti e la vita stessa talvolta, anche le parole partecipano, precipitando, di oscuri e imperscrutabili destini: «1 Ottobre 1998. Il Re di Spagna cittadino onorario di Palermo. La cerimonia questa mattina a Villa Niscemi seguita dal pranzo offerto dal sindaco Orlando. E' cominciata alle ore 14.02, con l'arrivo del corteo a Villa Niscemi, sede di rappresentanza della Città di Palermo, la visita in Sicilia del Re di Spagna Don Juan Carlos de Borbon Y Borbon e della sua consorte, Regina Sofia. Ad accoglierli, all'ingresso della settecentesca residenza, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e la moglie Milli. Un picchetto del nucleo ippomontato della Polizia Municipale di Palermo - composto da otto cavalieri in alta uniforme - ha reso gli onori ai Sovrani di Spagna»
Passano appena quattro mesi dal quel fausto e regale ottobre e, dice la rete, nel febbraio del 1999 ippomontato (ormai maturo, e certo di non far più ridere o anche solo pensare) entra nell’italiano dei documenti pubblici e della carta da bollo. E male fanno, di conseguenza, i dizionari anche nelle più recenti edizioni a non registrarlo (destinando me, come si è visto, e molti altri all’ebete sorriso dell’ignorante), laddove bene hanno appunto fatto Adamo e Della Valle, pur con più di sei anni di ritardo, a rendere la nazione linguistica consapevole della lacuna lessicografica. Della cresima di ippomontato si fa onorevolmente carico (come stupirsene, a questo punto della storia?) un’istituzione siciliana, anzi, l’istituzione siciliana per eccellenza: la Regione.
Memori delle cinquecentesche teorie dell’Arezzo (nell’Isola - rivendicava - è nato l’idioma nazionale, merito culturale sottrattole dalla Toscana con abile plagio), gli odierni Siciliani illustri che operano in quella sede istituzionale, forti come sono anche delle prerogative loro concesse dall'istituto autonomistico, non si peritano infatti di provvedere di tanto in tanto e per legge a aggiustamenti e innovazioni linguistiche. E appunto, l’otto febbraio 1999, per decreto, l’Assessore per l’agricoltura e le foreste della Regione siciliana istituisce «i reparti ippomontati del Corpo forestale»
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A partire da quella data, come fiore sbocciato a nuova vita nel corso della Primavera palermitana, l’ippomontato referenziale e, come si è visto, privo del sale (originario?) di un non troppo riposto sfottò comincia a dilagare e, serio e composto, a risalire la penisola, sulle gambe del Corpo forestale. Come la linea della palma, in cui Leonardo Sciascia vide l’immagine graziosamente arborea dell’espandersi sul continente di altri modi siciliani.
Nello stesso 1999, un ippomontato appare però già in Toscana (in un documento del Ministero degli Interni): autoctono? O, avrebbe detto l'Arezzo, la storia si ripete? Si osservi infatti che, ancora un paio di anni dopo (diversamente dagli organismi regionali siciliani, per i quali ippomontato è ormai la norma) la Prefettura di Firenze ha modi linguistici oscillanti e sembra indecisa tra il vecchio a cavallo, nobilmente riferito all'Arma, alla Polizia e persino ai Vigili urbani, e il neologismo, limitato al Corpo forestale: «percorso didattico con dimostrazioni pratiche di soccorso a infortunati, allestito dall'VIII Reparto Mobile, dall' VIII Reparto Volo e dal Reparto a Cavallo della Polizia di Stato, dalla Questura di Firenze, dal Nucleo Cinofilo e dal Reggimento a Cavallo dei Carabinieri, dal Nucleo Regionale Ippomontato e dal Coordinamento Provinciale del Corpo Forestale dello Stato, dai Vigili del Fuoco, dal Reparto a Cavallo dei Vigili Urbani, dal Ministero delle Comunicazioni, dalla Regione Toscana, dalla Provincia e dal Comune di Firenze, dall' INAIL, dall' Associazione». Del resto, ancora nel gennaio 2003, con intenti di variatio lessicale, il periodico Polizia moderna, come cauto enunciatore, mette il preservativo di un paio di virgolette tra sé e la qualificazione che va imponendosi (e che, come lascia intendere il testo, è "il nuovo" che, irresistibile, "avanza"): «Abbandonata per sempre la vecchia funzione di sola rappresentanza che tempo fa vedeva intervenire il reparto a cavallo esclusivamente in occasione di cerimonie ufficiali o cortei, oggi il personale “ippomontato” controlla abitualmente il traffico nelle aree urbane, vigila nei parchi, fa da scorta ad importanti personalità».
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Il fiore attecchisce ormai in ogni dove e, a valanga, oggi - dice la rete - sono ippomontati non solo i gloriosi Carabinieri ex-a cavallo e i reparti della Polizia di Stato, ma, per far qualche esempio, i Vigili urbani nella sabauda Torino (il gruppo «ippomontato» fa bella mostra di sé in foto facilmente reperibili in rete) come nella Rimini felliniana, la Polizia municipale della Leonessa d'Italia e i “ghisa” milanesi: uno di loro incappa qualche anno fa in una storiaccia sentimentale e un quotidiano cittadino, tracciandone il profilo, in cronaca gli dà pacificamente dell’«ippomontato».
Quando il 7 aprile 2006, insieme con il Corpo forestale, ippomontato giunge a Ispra, che (non inganni il nome da località marina calabrese o siciliana) è una ridente località lacustre della lombardissima provincia di Varese, consummatum est, si direbbe prendendo a prestito quella che, per essere in sospetto d’essere divina, è la più definitiva delle formule espressive umane.
Il bel sito web dell’Amministrazione comunale non manca di una galleria fotografica dedicata alle celebrazioni di quel giorno per il cinquecentenario della «Guardia Svizzera Pontificia» (ecco spingersi ancora verso Nord la linea della palma?). Tra le immagini della galleria, tre foto in cui su sfondi anonimi compaiono degli uomini in divisa e a cavallo. Il commento suona: «Cavalieri ippomontati». Il lettore penserà a questo punto: impossibile! Può, se vuole, cliccare per credere:
E dirsi contento di avere così assistito con semplicità e in diretta a ciò che dottissimi Balanzoni, chiamati a consulto in occasione di noiose e paludate assise scientifiche, qualificherebbero come un accadimento lessicale (quanto durevole, nessuno lo sa) del mutamento linguistico.

3 agosto 2006

"Siamo a cavallo!"


"Polizia municipale. Gruppo ippomontato": percorrendo il parco della Favorita, tra Palermo e Mondello, tolti il blu del cielo e la luce del sole (fin quando immutevoli?), non sono molte, come sempre, le ragioni di sorridere. Benemerita, provvede a fornirne una, con un cartello stradale, la fantasia lessicale della burocrazia militare (in cui certo il Burocrate Eterno soffia forte il suo spirito).
"A cavallo"? Ma come si può andare in giro con una qualificazione del genere? Che figura si fa, alle feste, a petto dei Reparti cinofili della Polizia, così fieri di esibire il loro grecismo?
"A cavallo" è un'espressione desueta e, si aggiunga, di sospetta qualità morale, con quel suo involontario alludere. Imprecisa, poi. Come attribuirla a un gruppo, che per altro esiste perché avrà un capogruppo (naturalmente ippomontato), un'amministrazione (dell'ippomontaggio? dell'ippomontatura? dell'ippomontamento?), una sede (dove non solo gli "ippi" staran pronti a essere "montati", ma dietro le scrivanie, tra un cruciverba e l'altro, (ci) si monta reciprocamente con la nobile arte dell'invenzione lessicale). E così via.
Insomma, dietro quel cartello (e la corrispondente carta intestata) pullula la vita di un vero paradiso neolessicale. E neoespressivo. Come non immaginare il capogruppo (ippomontato) ordinare ai suoi subalterni (pronti a ippomontare), al posto di un usurato "Signori, a cavallo!", un aggiornato "Signori, ippomontàte!". E una giovane recluta, desiderosa d'una cavalcata romantica con una bella da conquistare, così (se ne può star certi) si esprimerà: "Signorina, giovedì pomeriggio mi concederà, spero, di ippomontare con lei? Ne sarei molto felice".
Giuro, non c'è ombra d'ironia nel commento finale, ineluttabile: "Siamo a cavallo! Pardon, ippomontati!"

[Illustrazione: J.-L. David, Bonaparte (ippomontato) valica il Gran San Bernardo]

5 maggio 2006

Il parlato, lo scritto


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“Accuminzamo, cu nova promissa, sta gran sulenni pigliata pi fissa”


Andrea Camilleri all’Università di San Gallo, in videoconferenza

Cento E.T. ad un incontro ravvicinato del terzo tipo
San Gallo, sabato 17 dicembre 2005, pochi minuti prima delle 10 del mattino. Sparute automobili si arrampicano per la collina su cui è adagiata l’Università. Ne scendono, infreddoliti negli abiti della festa, signori e signore di mezza età. Non hanno certo l’aria da studenti. Ha nevicato con abbondanza, durante la notte. A tratti, cade ancora qualche fiocco. Un cielo basso e grigio non incoraggia a mettere il naso fuori di casa, in una mattinata semifestiva che già annuncia gli ozi del Natale. A che pro affrontare la neve e i passi cauti che impone?
Chi da una finestra osserva passare quelle auto non nota nei loro occupanti, dietro i vetri appannati, una certa aria di famiglia. Non sente che vi risuona la lingua del sì, nei modi con cui si presenta sulle bocche dell’emigrazione italiana in Svizzera. Modi meridionali, soprattutto: pugliesi e abruzzesi, calabresi e campani, lucani e siciliani. Il tempo, meteorologico ma anche cronologico (sabato mattina, alle 10!), non favorisce le adunate oceaniche. Tuttavia, tra la neve e i suoi rumori attenuati, un centinaio di Italiani si muovono compatti verso un’aula universitaria, per un incontro ravvicinato con l’oggi ottantenne Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle (provincia di Agrigento), residente a Roma, marito, padre e nonno felice, regista teatrale e curatore di serie radiofoniche e televisive, docente di scuole di teatro, imparentato (alla lontana) con Luigi Pirandello (nato del resto proprio da quelle parti) e per lungo tempo scrittore a tempo (quasi) perso.

Un fenomeno culturale e editoriale
Da oltre dieci anni, come ognuno sa, Camilleri, ben avanti negli anni, è diventato la penna più fortunata del gran mondo nazionale della pagina scritta. Un fenomeno editoriale e culturale.
Tutto merito suo e dei suoi lettori, si badi bene. I suoi primi libri non escono infatti per i tipi di uno dei pesci grossi che popolano lo stagno della produzione e del consumo culturale nazionale né godono delle recensioni, pronte ed entusiaste, che cementano le combriccole mondano-accademiche.
Ha pubblicato (e continua a farlo) per Sellerio, un’impresa editoriale artigianale voluta a Palermo da Leonardo Sciascia. A Palermo, dove produrre libri è come coltivare fichi d’India a Milano! Si esprimeva più o meno così lo stesso Sciascia, nato a Racalmuto, che (forse è il caso di precisare), è una cittadina del Girgentano distante pochi chilometri da Porto Empedocle. Insomma, un fazzoletto di terra in cui negli ultimi tre millenni le Furie e Apollo, le Muse e Dioniso devono averne fatte, di ammucchiate.
Anzi, la folgorante apparizione di Camilleri ha salvato la piccola Sellerio quando pareva pronta a precipitare nel baratro della crisi definitiva, scomparso il suo mentore e ispiratore. D’incanto, le classifiche dei libri di maggior successo hanno visto spadroneggiare quei volumetti blu di Prussia che oggi tutti riconoscono e che sono divenuti piccoli oggetti di culto.
Per certi periodi, quattro presenze nelle prime dieci posizioni. Copie vendute a milioni e diritti di traduzione in una babele di lingue. Del resto, i romanzi di Camilleri escono ormai da tempo al ritmo di più di due per anno (né il loro autore si nega una complementare attività di polemista impegnato a sinistra).
Non sarà la cadenza dell’amato Simenon, la cui leggendaria prolificità compositiva fu pari all’altrettanto favolosa capacità di amare le donne (diverse migliaia a sua detta). Ma con i suoi ritmi Camilleri riesce oggi a non abbandonare la prediletta Sellerio (costanza che gli fa onore) e a soddisfare largamente le esigenze non solo della volgarizzazione televisiva, ma anche della Arnoldo Mondadori Editore, emanazione del maggiore gruppo italiano sul mercato dei media e della comunicazione (necessario diffondersi sulla proprietà?).
Camilleri lascia così tutti contenti: anche quelli di cui, con benefici di popolarità, parla male. Riesce insomma a essere al tempo stesso nazional-popolare (come vuole) e popolar-imprenditoriale (come deve, visto che – e non si stanca di ricordarlo – ha famiglia). Gradito agli uni e utile agli altri. Tanto più utile agli altri quanto più gradito agli uni.
Sulle reti Rai passano in prima serata gli episodi della serie televisiva dell’ormai celeberrimo commissario Montalbano, impersonato da un attore dai modi piacioni ma dal profilo mussoliniano. In dislocata sinergia, con corredo di introduzioni cattedratiche e di volenterosi saggi critici, i “Meridiani” di Mondadori gli dedicano, come a un classico, due volumi provvisoriamente definitivi.

In parole e immagini
Provvisoriamente definitivi perché l’opera dello scrittore è ovviamente ben lungi dall’essere compiuta, sostenuta com’è da un’incontenibile vena affabulatrice che esperienze di vita e lunga pratica professionale nel mondo dello spettacolo hanno reso sapiente. Con l’irresistibile simpatia donatagli da tale vena, Camilleri si è presentato in immagine, tra le nevi di San Gallo, il 17 dicembre 2005, a un centinaio di già conquistati lettori. Sì, in immagine e in parola. Lo scrittore era presente infatti in un’aula dell’Università, procurata da Renato Martinoni (professore di Italianistica e presidente della locale sezione della Società Dante Alighieri). Ma ciò è accaduto senza che egli lasciasse Roma e una sala del Ministero degli Affari Esteri, grazie a un collegamento in videoconferenza voluto (e personalmente curato) da Giampaolo Ceprini, console italiano di San Gallo, che a Roma gli sedeva appunto accanto, visibilmente e giustamente deliziato.
Dall’astronave del medium tecnologico, la parola e la figura dello scrittore siciliano hanno così potuto materializzarsi tra noi. E l’atmosfera – cooperanti le già descritte condizioni ambientali – poteva parere da contatto con un altro mondo: insomma, un incontro ravvicinato del terzo tipo.

Lassamu fari a Diu
La discussione a più voci (alcune delle quali autentiche) con l’ologramma vivente di Camilleri ha avuto, come c’era da attendersi, momenti belli e spassosi. Si è appreso, tra l’altro, che la fine di Montalbano è già scritta, che il relativo romanzo è stato consegnato all’editore, con l’istruzione che lo mandi in istampa quando… “lassamu fari a Diu”. Frattanto, per l’estate prossima ci si può attendere una nuova avventura del celebre commissario e altre certamente ne seguiranno.
E quante evocazioni di tempi, di arie, di luoghi resi preziosi dalla lontananza e vividissimi dalla parola di un ottantenne “privo dell’umor nero della vecchiaia” (come si definisce egli stesso). Rivelazioni gustose e accattivanti: memorie (la giovinezza, il padre) e aperture sulla vita privata (l’importantissima moglie: non siciliana, ma “romana, e di educazione milanese”).
Soprattutto, le consolazioni elargite dai luoghi comuni. Applicati alle novità del giorno, sociali o politiche, i cliché prendono la piacevole patina dell’inedito domestico. Producono acutezze bonarie e soprattutto facili da condividere. Con la sua lingua e con i suoi modi, Camilleri è un maestro della sbrecciatura del nuovo e del rinnovamento del noto: “Lavoro, il mio? Privilegio. Scaricare casse al porto o ai mercati generali: quello sì che è lavorare”.

Sta gran sulenni pigliata pi fissa
Gli si fa notare allora di aver donato a un Montalbano appena desto il seguente e permanente pensiero mattutino: “Accuminzamo, cu nova promissa, sta gran sulenni pigliata pi fissa”. Trovata e concetto quasi shakespeariani: vi echeggia, su un tono giustamente minore, una celebre sortita di Macbeth: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”. Insomma, una “gran sulenni pigliata pi fissa”.
Sennonché Camilleri precisa: il pensiero è di Montalbano. Egli se ne dissocia vivamente. Lo attribuirebbe semmai a suo padre, dalla memoria del quale prende ancora espressioni e attitudini da proiettare sul suo personaggio. Senza nemmeno rendersene conto, come (confessa) gli rimprovera con dolcezza sua moglie, che del suocero serba vive rimembranze.
Dai freddi paesaggi scozzesi, corruschi dei fuochi della battaglia, la scena passa subito così al caldo tinello di casa e al ragù che sobbolle. A differenza del padre e di Montalbano, suo ideale figlio di carta, Camilleri crede che ci siano cose che non sono “pigliate pi fissa”. È anzi un dovere sociale, prima che personale, tenersi stretti a tale fede. Scherzare con i fanti è concesso, ma santi e profeti vanno lasciati in pace (come insegnano del resto anche recentissime vicende). Soprattutto se sono santi che, lungi dallo stare in paradiso, si impicciano di crude vicende terrene come la vita politica (eventualmente nazionale).

Cultore di un’illustre tradizione di pensiero e di comportamento nazionale
Solo una menzogna può salvare la verità del narrare: lo diceva Dostoievski a proposito del Don Chisciotte, l’archetipo del romanzo moderno. Ma invitato a rivelare la sua menzogna di narratore (con la premessa di un confronto tanto illustre), Camilleri si avvale della facoltà di non rispondere (forse per modestia). Dichiara solo che, se una sua menzogna esiste, egli non la conosce.
Rivendica tuttavia per sé la figura di gioioso “tragediaturi”: come scrittore, s’intende. E anticipa per chi lo ascolta una benevola burla ai danni, per dire così, dei committenti tedeschi di un testo destinato al catalogo di una prossima mostra di opere di Caravaggio. Si tratterà della trascrizione di un finora ignoto manoscritto siciliano del pittore (che, com’è noto, soggiornò e operò nell’isola).
Attenzione, però: vita privata e impegno sociale sono altra cosa. Lì il “tragediaturi” non c’è. Insomma, a quella piccola cerchia di ammiratori accovacciati ai piedi dell’astronave, Camilleri si presenta puntigliosamente per quel che è: cultore di un’illustre tradizione di pensiero e di comportamento nazionale (forse della più illustre).
Mezzogiorno è passato già da un po’ e (per i tempi imposti dal satellite) l’ologramma pian piano sfuma nel nulla. L’astronave è in partenza e con essa svanisce la parola dello scrittore. L’aula si svuota: resta nell’aria e nella penombra ciò che era implicito, ma non per questo meno chiaro, sin dal principio.
A condurci là in cento, tra la neve di San Gallo, sabato 17 dicembre 2005 alle 10 del mattino, non è stato un incontro ravvicinato del terzo tipo. Le forme tecnologiche? Abito di scena: tocco post-moderno, perfettamente riuscito, di un’azione teatrale ispirata da uno zefiro antico, prezioso e profumato (ma, ahimè, passeggero). Un’aria domestica: i pensieri e le attitudini italiane di sempre, con il soffio carezzevole della lingua quotidiana, mescidata di forme dialettali, che dà loro sostanza.
L’astronave che s’è portato via il nostro Camilleri brilla come un punto ormai lontano nel cielo. Cento piccoli E.T., amabilmente deformi e inadeguati al rigore di quella neve, la inseguono con gli occhi e, commossi, stanno tutti sillabando: “Ca-sa”…
[Questa cronaca è apparsa in "La Rivista", anno 97, n. 3, Marzo 2006 - Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Zurigo]
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30 aprile 2006

Feste del lunario

Feste del lunario,
apoteosi dell’umana
stupidità.
Della divina

(spesso se ne fa scusa)
poco si sa.

Bolle d'alea (1)

"«Schaggo, der Papagei Albert Schweitzer, ist gestorben. Er sprach Französisch und Baseldeutsch, zudem mehrere afrikanische Sprachen und Dialekte. Er konnte auch drei verschiedene Stimmen imitieren». Er wird ausgestopft".

Elias Canetti, Aufzeichnungen 1992-1993, Fischer, Frankfunt am Main 1999, p. 41

["Schaggo, il pappagallo di Albert Schweitzer, è morto. Parlava francese e il tedesco di Basilea. Oltre a parecchie lingue e dialetti africani. Sapeva anche imitare tre voci diverse”. Verrà impagliato.]

14 febbraio 2006

Nome, non me! (3)


Dalle cronache della letteratura in Italia:



Siano peli popolari.




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

12 febbraio 2006

Calvino e l'allegoria

La natura allegorica di una considerevole parte, se non dell‘intera opera creativa di Italo Calvino ha poco bisogno di essere ribadita o sottolineata. Essa è esplicita, in chiaro, come oggi si può dire vividamente, prendendo a prestito un‘espressione dal mercato delle emittenti televisive. Le comuni analisi critiche di quell‘opera hanno per altro riconosciuto apertamente tale natura. Calvino è un allegorista. Lo sanno bene i suoi lettori, primi fra tutti i più sofisticati tra essi, i critici. E si abbandonano così al sottile piacere di leggere le allegorie di Calvino attraverso la limpida forma della sua prosa.
L‘allegorismo calviniano si articola però su non meno di due livelli, l‘uno esplicito, l‘altro implicito, l‘uno manifesto, l‘altro celato. Le allegorie del livello esplicito sono quelle alle quali si è comunemente avuto accesso. Esse hanno di norma un contenuto referenziale, che riguarda cioè la rappresentazione del mondo. Al contrario, scarsa o nessuna attenzione è stata finora dedicata alle allegorie del livello implicito, in generale neppure riconosciute come tali. Esse sono autoreferenziali, riguardano cioè il testo medesimo, con i correlati della sua composizione (e investono così la figura dell‘autore) e della sua interpretazione (e investono così la figura del lettore). Da questa ipotesi discende un corollario: dati i loro orientamenti (l‘uno referenziale, l‘altro autoreferenziale), i due livelli allegorici sono gerarchicamente ordinati.
Riferendosi come contenuto al testo medesimo, il livello celato e autoreferenziale contiene il livello esplicito e referenziale. Quest‘ultimo non può quindi essere interpretato correttamente nella sua funzione testuale se non a partire dal livello implicito. In altre parole, accostarsi alle allegorie implicite di Calvino significa accostarsi ad un‘interpretazione di Calvino più profonda e comprensiva di quella finora corrente. Resta sullo sfondo, nella concezione calviniana, il problema del fondamento eventualmente non simbolico del livello allegorico implicito.

19 gennaio 2006

Eva fa peccare Adamo

Le etichette grammaticali sono utili strumenti classificatori. Se incautamente adoperate, però, esse possono produrre lamentevoli abbagli: soprattutto per chi dimentica la lezione saussuriana dell’arbitrarietà del segno. Si tratta di lezione che chi si occupa di linguaggio dovrebbe sempre tenere presente e considerare vera anzitutto per la terminologia della propria disciplina, prima ancora di parlarne a proposito delle parole d’uso comune.
L’etichetta di causativo è proprio una tra le tante pericolose, una fra quelle, cioè, che vanno rese asettiche e sterilizzate prima dell’uso, perché nel caso contrario rischiano di rendere infetto ogni sviluppo analitico che se ne serve.
Se si osserva la proposizione Eva fa peccare Adamo e la si mette in rapporto con Adamo pecca, si ha la giusta impressione che tutto quel che dice la seconda sia contenuto nella prima e che la prima contenga inoltre qualcosa in più. Se si vuol dire che cosa sia questo qualcosa in più, immediata si presenta allo spirito l’idea che l’una, rispetto all’altra, ci presenta la ‘causa’ del peccare di Adamo e che tale causa è Eva. Quest’idea è tanto chiara e repentina, da non lasciare il tempo per rendersi conto che essa è un’interpretazione. Certamente, un’interpretazione corretta, ma pur sempre solo un’interpretazione. Osservare che Eva fa peccare Adamo ci presenta la ‘causa’ del peccare di Adamo non ci dice nulla di preciso sul come è fatta la proposizione: ci dice quel che essa significa o, meglio ancora, quel che a noi pare pertinente di quel che noi pensiamo che essa significhi.
Anche
(1) Adamo pecca per via di Eva
(2) Eva è la causa / la ragione / il motivo del peccare di Adamo
(3) Eva provoca / determina il peccare di Adamo
ecc.
rientrano nella classe delle proposizioni alla quale si può attribuire un’interpretazione simile, se non addirittura identica, a quella attribuita a Eva fa peccare Adamo. Eppure nessuna le è sperimentalmente eguale. Ciò è irrilevante? No di certo. Come non è irrilevante l’osservazione che ne consegue. Un’ampia indeterminatezza caratterizza la relazione tra un’interpretazione e una forma. Avere identificato quel che una proposizione significa (pur ammettendo che non si tratti di pura illusione) ci dice pochissimo, se non addirittura nulla sul come quella proposizione è fatta. E sarebbe un singolare paradosso pensare che, determinatane l’eventuale interpretazione, quella proposizione sia trascurabile quanto alla sua forma: infatti, chi può negare che è proprio in funzione di quella forma, e non di un’altra qualsiasi, che gli si presenta allo spirito quell’interpretazione?Dire quindi che l’uso di fare in Eva fa peccare Adamo è causativo, nel senso che esso qualifica un’interpretazione correlata con la ‘causa’ di qualcosa (un evento, uno stato ecc.), ci fa avanzare modicamente sulla via della descrizione di tale uso. E la situazione può solo peggiorare se, fissata come punto di partenza quest’interpretazione e intesa come necessaria la relazione tra l’etichetta e il fenomeno, si comincia a speculare sui modi della causatività (come se questa esistesse in quanto categoria semantica indipendente), delle sue gradazioni e dei fantasiosi riflessi di tali gradazioni nella sintassi delle lingue: un’attitudine per niente inattuale nel panorama contemporaneo degli studi.

14 gennaio 2006

Nome, non me! (2)

Dalle cronache della linguistica in Italia e dintorni (un maestro longobardo e il suo più illustre scolaro, nella foto. Elle, certamente, la disciplina):

Villano scario:
contr'elle-même.




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

7 gennaio 2006

Nome, non me! (1)

Dalle cronache della letteratura in Italia (sic transit... ovvero: due nomi di un'ombra):

Ora, mortali bave,
che pallor t'iberna?






[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

29 dicembre 2005

Lingua loro (1): Clandestini


Migliaia di immigrati irregolari sono palesemente arrivati nel corso degli ultimi anni sulle spiagge della Sicilia, molto spesso proprio sotto l’occhio della televisione e con foto e servizi sulle prime pagine dei giornali. Eppure per la cosiddetta opinione pubblica (quella in cui l’Italia proietta se medesima e i suoi umori linguistici) tali immigrati rimangono “clandestini”: “la barca dei clandestini”, “lo sbarco dei clandestini”, “i clandestini sono stati trasferiti da Catania a Bari”.
Al pari di altre apparenti incongruità, chiamare “clandestini” questi notorî nuovi ospiti (che aspirano talvolta a diventare membri effettivi della famiglia) è come lacerare il velo della decenza linguistica: quella garantita appunto dall’educazione e dalla conseguente ricerca di un’espressione appropriata (ciò che “clandestini” pare appunto non essere). Ma attraverso lo strappo baluginano particolari di verità, penosi e comici, dal lato del rapporto tra l’Italia pubblica e la sua lingua, problematici e meritevoli di riflessione, da quello del rapporto degli Italiani con se medesimi.
Che si definisca “clandestino” qualcuno i cui comportamenti non potrebbero essere più scoperti e manifesti sembrerebbe verifica dei tragici vaticini di profeti dell’apocalisse linguistica: George Orwell, Italo Calvino, George Steiner. Ma in Italia la tragedia si annida solo nei destini privati (e spesso sono appunto tragici quelli dei cosiddetti clandestini). Nella vita pubblica prevale il farsesco. Né a Orwell né a Calvino né a Steiner si chiederà così un commento a tali futilità più adeguato di quello che si deve a Nanni Moretti: l’urlo scomposto e più che vagamente volgare, per un retrogusto di accigliato e pedantesco moralismo (tipico di chi ha frequentato i buoni licei e le buone università), che in Palombella rossa il protagonista lancia contro la sua intervistatrice: “Ma come parli?!? Come parli?!? Le parole sono importanti! Come parli?!?”. A poche vicende linguistiche pubbliche nazionali, del resto, la combinazione di sortite pedestri e reazioni pedanti non si applica appropriatamente: il caso dei “clandestini” che sbarcano alla luce dei riflettori o del violento sole siciliano non è certo tra i più comici (restando tuttavia tra i più grotteschi).
In quel “clandestini” c’è però una seconda e forse più importante rivelazione (lo si diceva), per cogliere la quale il ricorso a qualcosa di più vero, com’è appunto la letteratura, sembra indispensabile. Alla penna di Joseph Conrad si deve se non il migliore certo il più noto racconto che, senza farne il protagonista (e come d’altra parte si potrebbe?), ruota intorno alla figura di un clandestino autentico: The Secret Sharer. Alla sua prima esperienza di comando, un giovane capitano nasconde in cabina e pericolosamente protegge un coetaneo fuggitivo, ricercato come presunto assassino. Egli scopre progressivamente nel segreto compagno un se stesso allo specchio e solo aiutandolo a salvarsi e a fuggire, consente a quel suo doppio e a se medesimo di accogliere la maturità come “his punishment", e a ciascuno di diventare “a free man, a proud swimmer striking out for a new destiny”.
In questi immigrati irregolari, in questi palesi “clandestini”, gli Italiani, emigranti per generazioni, si vedono allo specchio. Lo rivela quel nome, che pare destinato all’“altro” e dice invece del “sé” di chi lo dà. Sulle coste della Sicilia sta così semplicemente sbarcando, come può (e talvolta, tragicamente, già da cadavere), un doppio dell’Italia o un’Italia allo specchio. Saranno capaci gli Italiani di riconoscere se stessi e i propri doppi in quegli sbarchi e nei “clandestini”? Saranno capaci di aiutare se stessi e i “clandestini” a conquistare le rispettive e reciproche maturità, proiettandole da uomini liberi verso un nuovo destino?

1 dicembre 2005

"Faut-il dire notre pensée intime?"


“Faut-il dire notre pensée intime? Il est à craindre que la vue exacte de ce qu’est la langue ne conduise à douter de l’avenir de la linguistique. Il y a disproportion, pour cette science, entre la somme d’opérations nécessaires pour saisir rationnellement l’objet, et l’importance de l’objet: de même qu’il aurait disproportion entre la recherche scientifique de ce qui se passe pendant une partie de jeu et l’[ ] ”.
La linguistica come scienza della relazione tra essere ed espressione è l'area di esperienza, di riflessione, di conoscenza cui è dedicata questa ipotesi di blog. Le sospese parole di Ferdinand de Saussure poste in esordio (Écrits de linguistique générale, texte établi et édité par Simon Bouquet et Rudolf Engler, Gallimard, Paris 2002, p. 87) destinavano alla linguistica, ora è più di un secolo, un futuro improbabile perché impervio e necessariamente razionale.
La profezia si è avverata. Molti (e certo la maggioranza di coloro che oggi si professano linguisti) direbbero il contrario. Nei cento anni che ci separano dal momento in cui quelle parole furono concepite, la linguistica razionale intravista da Saussure, tra mille incertezze di prospettiva, ha però vissuto una fragile esistenza. Essa è apparsa sporadicamente tra i pensieri e le pagine di pochi cultori, di norma ai margini della disciplina e estranei alle tendenze e alle scuole volta per volta ritenute più promettenti e meritevoli di attenzione.
È forse un destino ineluttabile ed è definitiva la parola di Saussure (non si è intelligenti per nulla!). A cavaliere tra Ottocento e Novecento, due secoli colmi di ricerche su lingue e linguaggio, egli giudicò implacabilmente gli studi linguistici come un imponente coacervo di stupidaggini, da un lato per esperienza, dall'altro per profezia.
Proprio come fa con la virtù un piccolo ma importante personaggio flaubertiano, la scienza della relazione tra essere ed espressione va però praticata senza crederci, con Saussure e contro la sua profezia. In questa prassi quotidiana, in questa incessante sperimentazione di un nuovo punto di vista consiste infatti la sola ragionevole fede che la linguistica oggi richiede.