16 agosto 2019

Testi meccanici e testi (post-)umani

Macchine che producono testi, sul fondamento di sterminate banche dati. E, affermano credibilmente coloro che sono coinvolti nel gigantesco affare e lo pubblicizzano sui relativi mercati, testi che nella stragrande maggioranza dei casi sono indistinguibili da quelli prodotti da esseri umani. È il protocollo della prova-principe dei risultati della ricerca nel campo dell'intelligenza artificiale, sin dai suoi moderni albori, come si sa. Performance umana? Meccanica? Se non si può decidere, il successo è massimo.  
Sull'indubbio risultato, ancora un dubbio, ma procedurale: successo raggiunto perché si stanno progressivamente sviluppando macchine sempre più simili agli esseri umani o perché, seguitando l'esplicito e plurisecolare programma della civiltà moderna, si stanno progressivamente riducendo gli esseri umani a macchine e i testi che costoro producono, considerati ancora umani per inerzia ideologica, sono in realtà testi già post-umani?
A sciogliere il dubbio, un'ipotesi: ragionevolmente, alacri lavori sono in corso su ambedui i versanti, come appunto accade quando ci si impegna nella realizzazione di un tunnel. Nel caso specifico, un tunnel tutt'altro che metaforico, in cui, malgrado possa parere il contrario, la post-umanizzazione ha fin qui progredito più della produzione di macchine presentabili come intelligenti. Insomma, già oggi e non da ieri, il mondo conta forse più esseri umani quasi-meccanici che macchine quasi-umane. È questo, allo stato dei fatti, il più rilevante e chiaro esito del contraddittorio umanesimo moderno, dalla storia a tratti comica, a tratti, e più frequentemente, tragica.
Difficile nutrire la speranza che, una volta che quel tunnel sarà stato compiuto, sempre ammesso ci si riesca, da tale immane sua opera sarà ancora capace di immaginare una via di fuga un'umanità che, al culmine del suo paradossale successo, non sarà più tale perché finalmente e felicemente indistinguibile dalle macchine. Più probabilmente vi si perderà, trovandovi così la sua sepoltura. Degnamente post-umana e, a quel punto, indubitabilmente illacrimata. 

14 agosto 2019

Fare di tutti i Verga un fascio

"L'ossessione per la roba è appunto il centro dei Malavoglia", scrive perentoriamente uno spiritoso giornalista culturale in una "microrecensione" del capolavoro di Giovanni Verga che si atteggia a umoristica. 
Si tratta di uno scritto di mera occasione, naturalmente, e I Malavoglia ne sono un semplice pretesto. Menzionare il romanzo e menzionare lo scrittore di Vizzini serve infatti all'autore per prendere in giro un uomo politico che in una sortita pubblica di qualche giorno prima aveva "sbagliato citazione", associando appunto "la roba", come nucleo tematico e narrativo, non a Verga ma a Pirandello. Erano seguite le scuse, davanti alle incontestabili contestazioni: "La memoria ha fatto cilecca", s'era subito giustificato l'uomo politico.
C'è Verga e Verga, però, e non si può fare di tutti i Verga un fascio, ancor meno in una sede che, per quanto effimera, ironizzando sopra uno sfondone altrui, anche se solo per celia, ma puntuta celia, finisce per pedanteggiare. Diversamente da ciò che pretende il censore, "la roba" non ha infatti molto da spartire con I Malavoglia. Tema e titolo di un racconto delle Novelle rusticane, nella produzione romanzesca di Verga "la roba" contribuisce piuttosto a tessere decisivamente la cupa trama di Mastro-don Gesualdo: un "vinto" socialmente molto diverso dalla disgraziata famiglia Toscano, detta "Malavoglia" dalla voce pubblica. 
Il romanzo rappresenta sì tale famiglia come attaccata disperatamente alla modestissima casa del nespolo, ma più che di "roba", si tratta, nella costruzione dell'opera, del suo unico, radicale ubi consistam. Una base vitale destinata peraltro a essere perduta, dopo il tragico naufragio della "Provvidenza" e la morte di Bastianazzo.
Nel suo breve pezzo, il giornalista racconta d'essere stato "comandato a leggerlo [I Malavoglia], alle superiori". Afferma che "gli piacque pure" e di esserne stato coinvolto, "pur trattandosi della seconda mattonata obbligatoria dopo i Promessi sposi". Scherza, naturalmente, quando scrive di credere addirittura "di essere diventato di sinistra per quello: lotta di classe nichilista, noia, disgrazie a raffica". 
Alla luce di tali dichiarazioni, spontanee, insieme con un sorriso, lo scritto finisce però per sollevare un dubbio amarognolo. Le sconsolanti considerazioni sul livello di comprensione del testo da parte degli adolescenti italiani provocate dalla recente pubblicazione di una pur molto discutibile indagine dell'Invalsi andrebbero forse retrodatate di qualche decennio.

5 agosto 2019

La cultura del pesce, a tavola, e l'orecchio che governa il racconto

"I clienti, cosa vuole, ormai non sanno più pulire il pesce": ha l'aria furbescamente mortificata il maître, quando Apollonio gli fa presente il suo sgomento, vedendosi presentare brandelli di quei pesci che, insieme con il resto, un piatto della cucina siciliana tradizionale vorrebbe comparissero a tavola interi se di modeste dimensioni o, se di grandi, a pezzi considerevoli e anatomicamente riconoscibili. "Ha ragione. Ragionissima. Ma non sono più quei tempi. E sì, bei tempi, signor mio. Ha ragione...". 
Brandelli di qualsiasi cosa sono - sovente - resti di lavorazioni in cucina, se non peggio. Per averne consapevolezza, non c'è bisogno d'esserne stato fin da bimbo informato da chi aveva anche bazzicato cucine commerciali, né è necessario avere praticato con applicazione, per qualche tempo, un po' di cucina familiare. 
Quel maître è quindi un volgare imbroglione e il suo ristorante uno tra gli innumerevoli in cui oggi, a qualsiasi livello di spesa ci si collochi, si pratica, nella società italiana degli ultimi decenni, uno spudorato imbonimento: lo spaccio del cibo. 
Del resto, di cibo e della sua preparazione, se n'è parlato tanto in simulata punta di forchetta, se ne parla ancora tanto, anche se, tra la gente che rincorre gli andazzi, il tema è adesso passato tra i démodés. C'è addirittura chi, dopo avere cavalcato l'onda, ora ostenta distacco, se non disdegno. Nessun dubbio in proposito, dunque: prodotta ad arte o no, l'ammuina cela la truffa. Sempre. E appena si comincia a sentire parlare insistentemente di qualcosa, si può stare certi che la cosa in questione è in gravissimo pericolo, perché sta per venire inghiottita dalla stupidità e da quella che si atteggia a dotta: tra le stupidità, la veramente distruttiva.
Sì, un volgare imbroglione, allora, ma come dargli torto? A governare il racconto è l'orecchio e non la voce, secondo un'ovvia osservazione di Italo Calvino. A governare la qualità del cibo è la domanda, non l'offerta. Se, come ha scritto un acuto interprete delle dinamiche sociali della modernità putrefatta, anni fa era difficile mangiare male a Firenze o a Roma, e Apollonio aggiunge, era ancora più difficile a San Vito lo Capo o a Bagheria, mentre ora, nei medesimi luoghi, è difficilissimo, quasi impossibile mangiare bene e, praticamente, ovunque in Italia, la colpa non va data ai ristoratori, ma alla clientela e, ancora più, a quella clientela che ostenta competenze.
Nel caso del pesce, al di là della capacità di farlo interagire con quattro dei cinque sensi (vista, olfatto, tatto, gusto), è vero, incontrovertibilmente vero, come simulando dolore dice quel maître, che, al pari di bimbi e bimbe incapaci di servirsi delle posate o, al limite, delle mani, la stragrande maggioranza di coloro che pretendono di mangiare il pesce, dicendosene addirittura intenditori, pretendono di farlo senza nemmeno sottoporsi alla piccola fatica di imparare a conoscerne, appunto con i molti aspetti e i molti sapori, le variate ma sistematiche anatomie, per saperlo trattare, ove capitasse di trovarselo sopra un piatto.
C'è, in questa faccenda modesta (ma modesta, poi?), l'immagine emblematica di una circostanza generale della società italiana contemporanea, in molte se non in tutte le sue manifestazioni culturali. Questa non è infantile. Meglio, infantile purtroppo non è più. È rimbambita, per decrepitezza, e moralmente pensionata. Vive in un ospizio ideale. Vuole sul piatto la sola cosa che sa portare alla bocca con il minimo impegno: e sono già chiari i segni che presto pretenderà d'essere letteralmente imboccata. Vuole roba a brandelli mischiata a uno speziato semolino e lo chiama cuscus. Del resto, il pesce, intero e di tutte le dimensioni, anche il piccolo e saporitissimo, non sa più cosa sia.
Ed è così che frotte di volgari imbroglioni praticano i loro imbrogli, dicendo al tempo stesso e se provocati parole di verità, con la serena coscienza di chi, ai buggerati, fornisce appunto ciò che i buggerati più desiderano: d'essere giulivamente tali.    

3 agosto 2019

Piazza Andrea Camilleri, secondo Umberto Eco

Pare che a Palermo sia cosa fatta. Via Emerico Amari costeggia sul lato Sud-Est piazza Ruggero Settimo, incrocia via Roma e termina sul porto, aprendosi in uno slargo. Ebbene, quello slargo diventerà o forse è già diventato (Apollonio poco si intende della materia, nei suoi aspetti ufficiali) piazza Andrea Camilleri.
La scomparsa dello scrittore empedoclino ha dato a tanti l'occasione d'esprimersi: un mare di schiamazzi viscerali e molte irragionevoli enormità. Tra le enormità, anche le comiche. Tale la proposta di intitolare una piazza a Camilleri in ogni comune d'Italia. Palermo fa da mosca cocchiera. 
Non molto tempo fa, un Umberto Eco sardonicamente presago aveva proposto, in una sua (auto)ironica Bustina, "una legge che proibisse di intitolare una strada [o, ovviamente, una piazza] a chi non fosse morto da almeno cento anni".
Utopia, certo. Ma bella utopia. Ancor più che giusta, ove fosse stata adottata, la misura sarebbe stata sana, infatti, e una decisione come la palermitana, contrastandone nei fatti lo spirito nobile e distaccato, dice quanta furiosa insania, anche in simili quisquilie, ci sia oggi nel modo con cui ci si conduce.

[Un paio di giorni dopo: ecco ancora una prova del modo con cui la nazione rispetta il pensiero e onora la memoria dei suoi uomini migliori. Una costante è l'attitudine a far le nozze con i fichi secchi.] 

15 giugno 2019

Linguistica candida (50): Termini grammaticali

Da secoli, se non da millenni, un discorso eticamente prescrittivo e teoreticamente tassonomico e tautologico assorbe per intero o quasi il pubblico interesse per la lingua. In tale discorso, per ogni (presunta) cosa della lingua, c'è (o dovrebbe esserci) un termine definitorio che, dicendone la natura, dice a cosa serve e, dicendo a cosa serve, ne dice la natura.
La spiegazione grammaticale consiste così nel ribadire, con variate perifrasi ed evocazione di esempi, cosa si pretende che, designando la cosa, quel termine voglia dire. Si prenda il caso esemplare dei dimostrativi. Aggettivi o pronomi che siano, sono quegli elementi della lingua, si legge, che servono per indicare e con i quali "il parlante accenna, quasi con gesto manuale, a un essere o a un oggetto, determinandone la collocazione spaziale o temporale". A dirlo, come si intende, è già il termine dimostrativi con cui li si designa. A dirlo, in altre parole, è il loro stesso nome.
Così prospettati, i termini grammaticali si mostrano inopinatamente simili ai nomi propri parlanti che ricorrono talvolta negli scritti d'invenzione. La grammatica pullula in effetti di termini che funzionano come nomi parlanti e, davanti al mistero della lingua, con la sua terminologia parlante essa è forse solo un'acuta manifestazione di un anelito umano, troppo umano: quello alla motivazione delle parole.
Non basta. Alle definizioni grammaticali non manca mai un briciolo di verità, come, per via di narrazione, succede ai nomi parlanti letterari. Perciò, esse non sono degradabili e, nell'ambiente della cultura, permangono intatte da secoli e secoli, si può dire, inquinandolo definitivamente. Per essere tenute come veritiere, le tautologie non necessitano infatti di prove sperimentali, con un eventuale ricorso alla realtà: a quale, poi, se la realtà, in tale caso, è la lingua? Così, la realtà che descrivono è contenuta nei termini medesimi: auto-sufficienti e auto-evidenti. I termini grammaticali sono insieme il nome e la cosa. Cos'è un nome se non un nome? Cosa una congiunzione se non una congiunzione?
In una prospettiva morale, questo carattere rende le definizioni grammaticali pericolose e rende pericoloso, per un autentico avanzamento delle conoscenze linguistiche, chi, più che propalarle (cosa non necessaria), ne cura incessantemente la manutenzione sociale, proponendole in un millenario novero di persistenti e irrinunciabili luoghi comuni della civiltà.
Proprio come accade con il luogo comune, il briciolo di verità tautologica contenuto nella definizione grammaticale accontenta infatti chi non vuole perdere tempo a pensare e obnubila tutti gli altri. La circostanza riguarda la lingua, come àmbito dell'esperienza umana: quindi una materia, si potrebbe dire, di scarso rilievo, se non completamente irrilevante, tanto dal punto di vista teoretico, quanto da quello etico. 
Vicende in cui tautologie e luoghi comuni hanno intralciato ed intralciano l'avanzamento critico della conoscenza e lo sviluppo morale delle società umane si sono prodotte e si producono incessantemente in domini certo più importanti, ma in cui perlomeno si sa bene, tra chi sa distinguere, che le mezze verità prosperano e che sono più perniciose e difficilmente estirpabili delle aperte menzogne. 
Ciò naturalmente non accade o accade molto poco ormai in riferimento alla lingua, una volta estintasi, come si è estinta, la breve stagione novecentesca di una linguistica non solo come disciplina sperimentale, ma anche e congiuntamente come riflessione critica sul suo oggetto e sugli esseri umani. 

25 maggio 2019

Lingua loro (41): "Prodotto", "sottomissione", "popolare" (v.)

"In particolare, in caso di sottomissione/aggiornamento di un prodotto, è consigliato popolare i seguenti campi...": ad Apollonio, il suo alter ego passa questo minuscolo brano di prosa burocratica. Lo fa con una smorfia amara e pensando di sbigottirlo. 
Esso è contenuto, afferma, in una comunicazione inviatagli dall'istituzione accademica italiana presso la quale presta il suo servizio. Questa vuol giustamente sapere cosa, quanto a ricerca scientifica, egli abbia combinato negli ultimi anni. E vuol saperlo, com'è ormai consuetudine, nei modi e secondo un formato compatibile con le macchine.
Lungi dal dirsene turbato, Apollonio invece sorride, anche dello sconcerto del suo alter ego. Prende inoltre al balzo l'occasione per dare un modesto segno di vita ai suoi due lettori, mettendoli a parte di osservazioni estemporanee e peregrine occorse nel séguito del privatissimo confronto.
Di produzione scientifica, Apollonio ha letto e ha sentito parlare da quando appunto l'alter ego (che è ormai un presbitero quasi in uscita) cominciò a frequentare l'angusto ambiente in cui ha trascorso l'intera sua vita attiva (se tale si può dire), prima come novizio, poi come professo. Di conseguenza, trova coerente prodotto. È vero: olezza grevemente di azienda e non si capisce perché, in società libere e complesse (come si millanta siano le migliori attuali), tutto deve essere o parere conforme al modello aziendale. Ma, per via di un pensiero non solo unico ma globale, non da oggi a nidori siffatti si sono dovute accostumare le narici di chi da giovane pensava d'essersi votato alle silenziose polveri delle biblioteche, agli acri effluvi dei laboratori, ai freschi zefiri dei siti archeologici e così via.
Non meno gustoso, anche se sopra una scala locale, è il caso di sottomissione. Nel modo più pacifico, meglio, da imbelle, Apollonio si dichiara anzitutto irriducibilmente renitente o, per dirla con una parola francese che casca a fagiolo, insoumis. Ma ci si pensi: parole diverse come, da un lato, proposta (o presentazione, o ancora, nel caso specifico, inserimento), dall'altro, sottomissione rendono da tempo agli italiani il loro buon servizio, distinguendo atti e attitudini diverse. Essere in grado di fare differenze è sempre stato segno, se non di ricchezza, certo di nobiltà: una nobiltà minore, magari, ma sempre una nobiltà. Ci si sta rinunciando, involgarendosi, a vantaggio di un calco dell'inglese submission. Di submission, si sta importando anche la polisemia. Si è insomma presa la via del meno e abbandonata quella del più. Il gesto è di lampante sottomissione, nello stretto valore che la parola ha ancora in italiano e non in quello esteso che le si sta servilmente imponendo.
Sotto popolare (come verbo, si badi bene, non come aggettivo), c'è infine populate, verbo inglese del gergo informatico, evidentemente sortito, con il suo valore specialistico, da una metafora. Apollonio non è ferrato in materia ma, dagli usi che ne ha udito fare, gli è parso di intendere si riferisca al riflesso che, compilando delle tabelle elettroniche, l'inserimento di un valore in una casella ha sull'automatico riempimento di (numerose) altre caselle correlate, per via di un calcolo. L'effetto visivo rende facile conto della metafora: spazi vuoti si colmano, d'improvviso e come per vegetazione spontanea. Popolare è dunque anch'esso un calco, con questo valore, e suona sottilmente comico. Ma, nel caso specifico, non è ciò che importa. Maggiore rilievo ha il fatto che, con la sua aria da (indispensabile) tecnicismo, popolare stia prendendo il posto di verbi comuni e appropriati, come compilare e riempire, evidentemente non più percepiti come tali. I "campi" che andrebbero "popolati" e cui il destinatario della comunicazione è invitato a prestare la sua attenzione (e si osservi il minacciosamente eufemistico è consigliato: questo, ragionevolmente, di stretta produzione locale) non sono certo tra quelli che, inserito un valore in una casella, dovrebbero "popolarsi" automaticamente. In uno di essi, per esempio, del "prodotto" "sottomesso" va inserito l'abstract: una sintesi, un riassunto. Quindi, in linea di principio, un testo variabile né esito di un calcolo. 
Un'osservazione del genere, come capita sovente alle pedanti, rischia però d'essere poco penetrante e di non cogliere il vero valore del dato. Forse, dietro quell'uso di popolare c'è infatti più di una sciatteria lessicale e di un'estensione inappropriata. C'è l'insinuante idea che i "prodotti" ideali da "sottomettere" debbano essere talmente prevedibili, talmente meccanici e ripetitivi, che, fatto il riassunto di uno, il medesimo riassunto potrà "popolare" automaticamente la casella del riassunto di ogni altro.
Ecco. Talvolta, a dire a qual punto sia la notte, basta una sola frase, meglio se meramente accidentale. Anzi, è quasi sempre così, come con il lapsus. Per sorriderne, sorridendo di se stessi (perché nessuno allo stato della notte in cui si trova può dirsi estraneo), è indispensabile non illudersi che, a qualsiasi punto sia la notte, a essa seguirà un'alba. E questo monito morale è venuto finalmente utile ad Apollonio per consolare, licenziandolo, il suo fin lì sconfortato alter ego.

19 aprile 2019

Linguistica candida (49): Realtà della lingua

Anche di ciò s'è detto (e più volte) in questo diario e se ne dirà, forse, fin quando il numero dei suoi frustoli crescerà. È una ferita aperta della riflessione sulla lingua. Succede sovente che ci mettano il dito a casaccio non solo semplici passanti, che al massimo quanto al tema hanno orecchiato qualcosa, ma anche reputati chierici che, dei termini della questione, dovrebbero avere chiari i contorni e che invece, di solito, la buttano anche loro in caciara, nel medesimo mucchio della vieta faccenda del rapporto tra lingua e realtà.
Non c'è argomento più superficiale, infatti, di tale rapporto: perciò pare il più profondo e meritevole di speculazioni. Le incursioni avvengono da ogni parte né c'è da menarne scandalo. La lingua è di tutti e non c'è nessuno (nemmeno Apollonio, come benevolmente tollerano i suoi due lettori) che non sia autorizzato ad esprimersi in proposito. La metodica riflessione sulla lingua è d'altra parte l'impietosa palestra in cui s'esercitano pubblicamente la striminzita intelligenza e l'esorbitante stupidità della (migliore) umanità.
Va così con tutti i misteri dell'esistenza umana. Tra essi, la lingua non è certo il minore. Orbene, tocca qui ripetere che "arbitraire du signe" e rapporto tra lingua e realtà non sono questioni che si toccano, perché, qualsivoglia idea si preferisca avere sul secondo, resta intatta l'osservazione (sì, l'osservazione e non la speculazione) che fonda il primo.
Una volta stabilito che "signe", lungi dall'essere qualcosa che sta per qualcos'altro, consiste precisamente nel rapporto tra un "signifié" e un "signifiant" e una volta accertato che l'espressione umana è segnica esattamente in tali termini, che, in altre parole, è un processo sistematico di incessante produzione di rapporti siffatti, per cui in essa c'è un "signifié" solo in quanto correlato con un "signifiant" e c'è un "signifiant" solo in quanto correlato con un "signifié", con "arbitraire du signe", secondo Ferdinand de Saussure, che per primo disse del fenomeno con precisione, s'individua una proprietà specifica di tale rapporto. Pur essendo strettamente determinato dalla prospettiva sistematica e processuale, fuori di tale prospettiva, esso non ha infatti nessun tipo di motivazione.
Niente da spartire con la convenzionalità nella designazione delle cose con cui l'"arbitraire du signe" viene quasi sempre se non scambiato, certo emulsionato. Tale confusione finisce per farlo diventare solo una sciocca e inutile variante della posizione detta nominalista in una delle diatribe più futili e celatamente persistenti, proprio perché più sterili, che il pensiero umano abbia mai concepito. Con il pretesto di chiarire quale sia il rapporto tra lingua e realtà, essa impedisce infatti d'intendere qual è la realtà della lingua.

8 marzo 2019

Intolleranze (11): 'Noi', in correnti volgarizzazioni della scienza

"Why only us", promette di spiegare, in materia di lingua e di evoluzione, un libro firmato da Robert C. Berwick e Noam Chomsky, comparso ora è un triennio e prontamente tradotto anche in italiano. Apollonio dirà forse altrove quanto le spiegazioni specifiche l'hanno convinto. Qui gli preme soltanto osservare il 'noi' di quel titolo. Si tratta di un filo capitale per la tessitura del testo nella sua interezza e il rilievo che gli assegna il trovarsi in copertina non è per nulla immeritato né lo è quello che ne fa la parte significativa di un nome proprio, per via della funzione onomastica che un titolo ha rispetto all'opera che designa.
'Noi' si riferisce ovviamente ai due autori, prima persona dell'atto enunciativo, ma non esclusivamente a essi. Si badi bene: in astratto, ciò sarebbe anche possibile. Solo per ragioni contestuali (pragmatiche, dicono i manuali di linguistica), non è questa la lettura che si affaccia immediata nella mente di chi prende in mano il libro per la prima volta e non viene raggiunto o raggiunta dal dubbio che, sulla base di un titolo siffatto, potrebbe trattarsi di un'opera in cui gli autori dicono specificamente di se medesimi.
Chiunque si orienta invece senza incertezze verso un'altra lettura, peraltro felice: in quel 'noi', inclusivo, c'è anche lui o lei, che, rispetto al testo, nell'atto di leggerlo, è seconda persona. E con la sua presenza, quella di tutti e tutte coloro che possono fungere da soggetto di una costruzione copulativa il cui predicato sia un nome positivamente marcato quanto al tratto [± umano] (per adoperare un vieto arnese dell'analisi componenziale del significato lessicale).
Ebbene, ci si faccia caso, l'uso di un 'noi' siffatto è stigma di una letteratura volgarizzatrice di (presunte) verità scientifiche relative all'umanità. Inclusivo e umanitario, 'noi' è la marca non solo di uno stile, ma forse di un vero e proprio genere. Naturalmente, non tutti i libri che aspirano a fare parte del genere in questione portano tale stigma in copertina. Tutti ne sono però intessuti, perché tutti, in fondo, parlano di 'noi'. 
L'autentico discorso della scienza tiene il suo oggetto in terza persona o, per dire meglio, seguendo la nota sistemazione che alla persona come funzione della lingua diede Émile Benveniste, lo tiene come "non-persona". Naturalmente, non è solo il discorso della scienza a trattare così il suo oggetto, ma certamente è quello in cui la prospettiva quasi si impone come dirimente criterio metodologico, oltre che come raccomandazione se non d'igiene di pensiero, certo di eleganza. In un'argomentazione che è tanto più credibile, quanto più procede con distacco, ha del resto da prevalere la funzione referenziale (per dirla con Roman Jakobson). 
Con il 'noi' inclusivo e umanitario, invece, la volgarizzazione scientifica corrente ha certo per oggetto un po' di non-persona, in stabile emulsione però non solo con la seconda persona, ma anche con la prima. Nel discorso che ne discende, ci sono dunque più delle ineliminabili e, di conseguenza, tollerabili tracce di quelle funzioni emotiva e conativa che ogni testo, per il fatto stesso d'essere stato enunciato, non può non trascinare con sé. 
Testualmente, la volgarizzazione scientifica che procede a forza di 'noi' ha insomma qualcosa da spartire tanto con il messaggio pubblicitario (e, in genere, con la parola dell'imbonitore), per via dell'incidenza della funzione conativa, quanto con i diari intimi correntemente esibiti nelle reti sociali, per via dell'incidenza della funzione emotiva. 
Sono precisamente i caratteri che la rendono discorsivamente intollerabile ad Apollonio, come, anche senza condividere tale repulsione, i suoi due lettori egli spera comprendano.


3 febbraio 2019

A frusto a frusto (121)


Al destino, inesorabile, non fa difetto una feroce ironia: come un labirinto, lascia infatti a ciascuno libertà di scelta bastevoli a maturare la convinzione, tanto più penosa, quanto più vera, d'essere personalmente incapace di evaderne.

30 gennaio 2019

A frusto a frusto (120)



Gli errori sono già stati commessi tutti e da gran tempo. Farne di nuovi è un'illusione. Se ne può solo ingigantire la taglia.

6 gennaio 2019

Lingua loro (40): Posizione

Nell'espressione di coloro che spingono la lingua del sì verso il suo futuro non c'è più posto per posto. O perlomeno (e più precisamente) per quel posto cui l'ideologia della piccola borghesia nazionale (soprattutto, ma non solo la meridionale) aveva concesso, fino a pochi decenni or sono, grande posto, oltre che valore da feticcio, quanto alla riuscita di una vita personale. 
Posto: "Impiego, ufficio che costituisce l'occupazione abituale e da cui si traggono, in tutto o in parte, i mezzi di sostentamento", recita il Vocabolario on line dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana. Trovare un posto, anzi, con articolo determinativo come marca di una classe, se non come stigma d'antonomasia, trovare il posto era coronamento e apoteosi di una giovinezza ben spesa, magari alla ricerca di una valida raccomandazione. Ed era premessa indispensabile per l'accesso all'età adulta, con matrimonio, paternità o maternità, acquisizione di un tetto e così via come accessori: in quanto tali, tutti garantiti, tutti resi possibili dal perno del posto, soprattutto se fisso.
Troppo pesante, com'è facile intendere, il fardello di implicazioni socio-culturali che un posto così inteso aveva da portare (ancora di più se fisso) quando, pochi anni or sono, s'è trattato di resistere all'attacco della fresca e mobilissima posizione: qualcosa che, se ti va bene e riesci a prenderla, devi sempre essere pronto a cambiare, se non vuoi passare per anchilosato, e che mantenere comporta abilità da provetto equilibrista. 
Posizione è dunque la parola giusta per lo stato dell'attuale vita sociale. Ovvio che rubasse il posto a posto nella comunicazione d'oggidì. Questa chiede infatti incessantemente ai suoi destinatari di mettersi nella giusta posizione per prenderla in quel posto. 
Lo scontro che, in quattro e quattr'otto, ha visto posizione guadagnare posizione dopo posizione e infine sbaragliare posto non s'iscrive d'altra parte in una guerra civile. Così potrebbe pure parere: parola italiana contro parola italiana. Ma le apparenze ingannano. Si è trattato infatti d'un episodio, tra gli innumerevoli, di un'invasione straniera. Quella a proposito della quale s'odono gli strepiti degli xenofobi, si ponga, contro /lō'kāshǝn/ (trascrive così il Webster's New Collegiate Dictionary). Improbabile che, a quest'ultima, l'uso italiano sostituisca locazione, come calco. A /pǝ'zishǝn/, perché di ciò in effetti si tratta, l'uso ha invece rapidamente sovrapposto posizione, proprio come calco. E posizione ha preso posizione, indisturbata, in scritti e discorsi. Dà infatti a essi il giusto aroma up to date, senza fare scandalo, ben camuffata com'è sotto panni italiani. 
Un esempio a casaccio. In una lettera circolare d'informazione, persino l'un tempo vigile Associazione degli storici della lingua italiana (vi militano peraltro non pochi illustri accademici della Crusca) non si perita di scrivere di "un bando per una posizione di assistente di ricerca": prona? Non è da escludere. 
Come si vede, si tratta esattamente della posizione in cui si trova ormai sepolta la salma illacrimata dell'italico posto, calpestato, com'è stato, da un tallone straniero, vilmente dissimulato sotto false apparenze.  

1 gennaio 2019

A frusto a frusto (119)





Chissà se a un tempo riluttante a fare promesse si può almeno chiedere di non compiere tutte le sue minacce.

20 dicembre 2018

Bolle d'alea (26): Stravinskij

"S'il est aisé de définir la mélodie, il l'est moins de distinguer les caractères qui la font belle. L'appréciation d'une valeur est elle-même justiciable d'appréciation. La seule mesure que nous possédions en ces matières tient à la finesse d'une culture qui suppose la perfection du goût. Rien ici n'est absolu, sauf le relatif": sono parole di Igor Stravinskij tratte da una delle lezioni di poetica musicale che Harvard University l'invitò a tenere nel corso dell'anno accademico 1939-40, inaugurando così un soggiorno americano che le circostanze resero comprensibilmente definitivo. 
Parole siffatte, come campo di applicazione, non hanno solo l'arte che le cagionò nel pensiero del compositore. Sono pertinenti forse per l'intera sfera dell'esperienza umana del mondo e nel mondo. A maggiore ragione, concernono quel suo emisfero che è uso chiamare umanistico (come se, fuori di tale area, l'ingegno e lo sguardo umani non fossero sempre in gioco, con tutto ciò che la loro ineludibile presenza comporta, nella negazione d'ogni assoluto e nel faticoso e sempre vigile esercizio del relativo). 
In ogni ambito dell'operare umano, la bellezza conta sistematicamente. Conta anche nelle procedure e negli esiti sperimentali di discipline che, umanistiche o no, si pretendono rigorose. Lo sono, solo se consapevoli d'essere definite da un gusto nutrito da una fine cultura, cioè da ciò che, in assoluto, ha valore solo in quanto è relativo. Gusto assoluto, cultura assoluta non si danno e chi sostenesse il contrario incorrerebbe in una contraddizione in termini.
Negli anni delle lezioni americane del compositore russo, la temperie ispirava una letizia molto contenuta. L'odierna ne ispira una maggiore? Se sì, maggiore forse solo di poco. Il sereno distacco che suggeriscono pensieri come i suoi è quindi ancora necessario e Apollonio, per le occasioni festose che si avvicinano, augura di goderne a chi ancora gli concede la sua solidale attenzione.

28 novembre 2018

La più bella del mondo

Prima dei contenuti, c'è il packaging, pardon! la confezione e la presentazione del prodotto, che specifica il target, pardon! la fascia dei potenziali acquirenti, la clientela cui il prodotto è indirizzato, qualificandosi come prodotto e qualificando tale clientela, correlativamente. 
Il nome del prodotto (La più bella del mondo) ha grande rilievo, in proposito. Per un opportuno confronto e un chiarimento si rimanda al videoclip, pardon! alla breve registrazione audiovisiva posta in fondo a questo post, pardon! messaggio o, come usa scrivere Apollonio, frustolo. 
La coincidenza non è certo sfuggita al settore marketing, pardon! al settore di scelta e di programmazione delle strategie commerciali dell'azienda produttrice. È anzi possibile essa l'abbia perseguita, per il suo carattere altamente sentimentale. Tale carattere è nella temperie molto gradito a un'ampia platea di fruitrici e di fruitori di prodotti simili. Costoro sono in effetti alla ricerca di un'identificazione morale, soddisfatta e realizzata già nel momento di un acquisto che prelude alla (solo eventuale) lettura. In tale consorzio, si tratta del resto di un luogo comune, il cui specifico contenuto sfugge a qualsiasi ragionevole verifica e si può dire consista, in realtà, nella semplice enunciazione, con valore euforico e di compattamento del gruppo delle e dei credenti, spesso al proposito ideologicamente zelanti.
Ha una decisa caratterizzazione sentimentale e conativa o di conferma anche il pay off, pardon! la parte finale del messaggio convogliato (Perché amare la lingua italiana). Oltre a insistere sopra un tema nazionale, al momento molto caldo e, da diverse angolature, anche politiche, presente nei media, pardon! nei mezzi di comunicazione e di informazione, dal punto di vista pratico essa è destinata a consentire una più facile memorizzazione del prodotto designato e a inserirlo, senza equivoci, in uno specifico (sotto)settore merceologico. 
Insomma, un ottimo lavoro.


18 novembre 2018

Sommessi commenti sul Moderno (25): Liquido, come cosa? Flaubert, a chiarimento di Bauman


Gustave Flaubert - è noto - non fu tenero con il suo tempo né, in genere, con l'umanità. Del resto, fra i tratti caratteristici della modernità c'è il paradosso d'essere considerata spregevole in essenza dai suoi massimi campioni. Come se, a differenza di quella di altre epoche meno contraddittorie, l'intelligenza moderna, dopo i suoi primi gloriosi fasti (Galileo, Diderot e pochi altri), non abbia mai potuto esercitarsi nel suo valore meta-storico di sostantivo senza spregiare l'attributo con cui la storia, invidiosa e quasi a rivalersene, le ha imposto di accompagnarsi da tre, quattro secoli. 
A Flaubert l'intelligenza del suo secolo e degli esseri umani non faceva certo difetto e lo scrittore fu ed è appunto esemplare, come moderno. In una lettera all'amico Louis Bouilhet datata 14 novembre 1850 e spedita da Costantinopoli (una delle tappe del suo celebre viaggio in Oriente), egli scrisse: "De temps à autre, dans les villes, j'ouvre un journal. Il me semble que nous allons rondement. Nous dansons non pas sur un volcan, mais sur la planche d'une latrine qui m'a l'air passablement pourrie. La société prochainement ira se noyer dans la merde de dix-neuf siècles, et l'on gueulera raide".  
Or sono diversi decenni, queste parole passarono sotto gli occhi di Apollonio, cui è capitato di vivere più di un secolo dopo la loro lucida previsione. Da quel momento, gli fu chiara la ragione del persistente fetore che offendeva e sempre più offende le sue narici (certamente non solo le sue) e che conta tra le moderne pene di un vivere che vanamente tenta d'essere inodore, se non profumato. 
Qualcuno, come per esempio Primo Levi, l'ha messo in chiaro ma la piena consapevolezza è ben lungi dall'essersi generalizzata (del resto, generalizzarsi forse non potrà mai): il putrido asse della latrina sul quale Flaubert vedeva già danzare il suo secolo si è frattanto rotto. E se l'epoca che è conseguentemente precipitata nella merda non vi è annegata, come lo scrittore francese preconizzava, forse per ottimismo, è solo perché, assuefattasi rapidamente, ha appreso a nuotare in tale habitat che, come qualche decennio fa ha acutamente osservato Zigmunt Bauman, offre a chi vi sguazza il vantaggio di diventare diarroicamente sempre più liquido.

17 novembre 2018

Intolleranze (10): La voce in maschera

Questo diario esiste da quasi tredici anni e, si pensi, si è appena alla decima dichiarazione di un'intolleranza. Apollonio osa farne vanto di temperanza, in tempi come questi e come gli appena attraversati. "Non si può sentire" vi è stata e vi è espressione comune tra i molti che si pretendono censori ed è formula che (a proposito di modalità) non si vorrebbe mai più e invece capita si debba frequentemente sentire.
Come, fuori degli esercizi canori e nel normale eloquio, capita di trovarsi spesso esposti a voci in maschera. Il fenomeno dilaga nel discorso pubblico (ivi compreso il didattico e lo scientifico - o il presunto tale). Dilaga anche, e forse più drammaticamente, nel discorso privato. 
Senza riguardo alle inclinazioni sessuali e alle determinazioni di genere, a una voce nasale ricorrono oggi in percentuali alte ed equamente distribuite donne e uomini. Mirano ad avere un'attitudine vocale al tempo stesso neutra e abbigliata. Non la propria, dunque, ma una, letteralmente, non-propria o impropria. Anni fa, Apollonio ipotizzò che la ragione del fenomeno fosse da individuare nella ricerca di un camuffamento, anzitutto riflessivo: "Non è la mia voce", dice, complice, l'ipocrita orecchio e lascia passare dosi eventualmente maggiori di falsità, autorizzando un tasso più alto di spudoratezza. 
Chi dice di proferire verità o motti sensati e lo fa con una voce in maschera è così da tenere in sospetto. La parola autentica viaggia difficilmente sopra una voce falsa o, per dirla in maniera diversa, la falsità di una voce percola in ciò che essa articola e lo intride irrimediabilmente.

16 ottobre 2018

Principio di odonomastica etica


Tra le città che onorano il ricordo di esseri umani attribuendone i nomi alle loro vie, c'è da dubitare ne esista una che non abbia così reso omaggio a un buon numero di malfattori e di conclamati assassini (e, va aggiunto a scanso di equivoci, non per errore).

11 ottobre 2018

Dell'intenzione (2)




Sanno le pietre d'inciampo, anche solo accidentali, quanto le buone intenzioni, proclamandosi le migliori, siano sempre pronte ad agire da pessime.

26 settembre 2018

Dell'intenzione (1)



Tenere a freno le proprie buone intenzioni, ove ci si riuscisse, sarebbe forse la migliore tra le intenzioni umane (c'è del resto da dubitare altre ne esistano, grazie al Cielo). 

23 settembre 2018

L'itteratura




La tinta sempre più gialla presa dalla narrativa italiana nell'ultimo trentennio orienta senza ombra di dubbio la sua diagnosi critica: è l'itteratura.

17 settembre 2018

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (25): Caso mai arrida la fama




Caso mai, non postuma, arrida la fama (la postuma, come si sa, è senza rimedio), si è ancora in tempo per chiedersi in cosa s'è sbagliato. L'onda non è clemente e, quasi senza eccezioni, annega chi ha sollevato nel mare della stupidità: la propria, vanitosa, prima ancora che l'altrui, stucchevole. 

23 agosto 2018

Lingua loro (39): Assoluto

"Un genio assoluto", "un capolavoro assoluto", oltre che, naturalmente, "un campione assoluto", "una meraviglia assoluta" o, d'altro lato, "uno schifo assoluto", "un'infamia assoluta", fino a giungere all'ormai spesso menzionato "male assoluto", cui tuttavia manca nella chiacchiera corrente (a qualsiasi livello tale chiacchiera si agiti) il contraltare del "bene assoluto". La rara evocazione di quest'ultimo resta fin qui riservata a chierici autorizzati e anche questa asimmetria dirà qualcosa dello stato presente del mondo, che, di assoluto, percepisce appunto solo il male.
I due lettori di Apollonio non possono non avere già fatto caso, e da tempo, a un uso siffatto di assoluto: ridicolo, peraltro, nei casi in cui è riferito a cose e a persone, a relativizzare le quali le misure esistono e, tra le misure, bastano le modeste. Ogni epoca ha gli assoluti che crede tali, è il facile commento, e ciò che crede assoluto dice del metro di giudizio di cui dispone. Il sorriso non esime tuttavia da qualche riflessione. 
Il dilagare di assoluto è in effetti una delle molte manifestazioni dell'enfasi esibita oggi dalla comunicazione e dall'espressione (non solo dalle pubbliche, ovviamente, ammesso che una distinzione dalle private abbia ancora senso). A sua volta l'enfasi non è che un sintomo, di nuovo tra i molti, del carattere totalitario che, nella vicenda storica della civiltà globale, comunicazione ed espressione hanno preso ormai da un secolo. 
La prassi linguistica totalitaria fu sperimentata in forme tutto sommato grossolane (anche se efficienti) dai regimi politici qualificabili al modo medesimo, nel cuore del Novecento. Fu teorizzata frattanto, nelle sue direttive di massima, dai suoi ben armati propugnatori. Fu contemporaneamente stigmatizzata da qualche critico disarmato, per venire infine universalmente adottata, in maniere sofisticate ma sempre riconoscibili, dal discorso pubblico, al di là delle superficiali differenze ideologiche, peraltro progressivamente dileguatesi, come si sa. 
Da lì, la prassi linguistica totalitaria è percolata dappertutto e non c'è angolo dell'espressione e della comunicazione d'oggidì che non ne sia affetto. Pubblicizzando il privato (e privatizzando il pubblico), le reti sociali hanno agito in proposito come potenti vettori epidemici. Tutto ciò che oggi vien detto (si trattasse anche dell'affermazione che tutto è relativo) è detto in modo da poter essere accompagnato dalla qualificazione di assoluto: 'libero da ogni limite; non determinato da rapporti, da relazioni; incondizionato'.
Un dì ormai molto lontano, non sarebbe forse stato il caso di aggiungere che, fuori della vacua questione dell'assolutezza ontologica del relativo o dell'assoluto, questione che abbaglia da sempre la scarsa intelligenza umana, almeno come metodo e appunto per sopperire, nei limiti del possibile, alla propria scarsità, quella intelligenza s'era indirizzata a considerare i rapporti, le relazioni d'ogni cosa cadesse nel campo della sua limitata esperienza. E ciò non solo nella prospettiva teoretica, ma, con modestia ancora maggiore e correlato maggiore pericolo, anche in quella etica, dove fu viva la pratica di una critica e di una lotta a ogni assolutismo (primo fra tutti, il politico).
Oggi, l'assolutismo è di massa. Per amore di paradosso e per giocare a contraddirsi, lo si direbbe assoluto. Assoluta pare inoltre l'ansiosa attesa di una sua affermazione, manifestata e ribadita, come si diceva, sotto il segno di qualsivoglia ideologia e di qualsivoglia inclinazione morale, dai mille e mille assoluto che, come continui oltraggi all'atteggiamento critico del pensiero e delle correlate prassi, capita di leggere e di ascoltare. 
Questo frustolo non ha ovviamente provato a farne una confutazione: confutare l'assoluto, con chi lo predica, più che impossibile, è inutile. Li ha messi in relazione, nel tentativo di comprenderli, con le attitudini di una fase storica e culturale che, come un giorno è cominciata, un giorno finirà, andando eventualmente verso il peggio. E ciò piaccia o non piaccia ai cultori dell'assoluto: totalitari senza nemmeno saperlo, che non è un modo assoluto di esserlo e, ragionevolmente, nemmeno dei migliori.

22 agosto 2018

Lingua nostra (11): Irredimibile


"Guardò; dinnanzi a lui sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile."

[Nella foto, uno scorcio di un quartiere residenziale (in pieno centro urbano, abitato da piccola borghesia impiegatizia e ceti comparabili) della "Donnafugata" che, nell'anno corrente, è la "capitale italiana della cultura". Va quindi precisato che non si tratta di istallazioni artistiche per eventi correlati (come pure qualcuno potrebbe ritenere), ma di espressioni della cultura della popolazione indigena. La loro spontaneità le rende preziose per chi si interessa a tale cultura. Sarà utile sapere, all'osservatore dei relativi usi, che la campana per la raccolta del vetro non è colma: la composizione è di conseguenza frutto di libera scelta e non dettata da una pur ipotetica necessità. Non è colma del resto - e vale da conferma del costume locale - nemmeno quella ritratta nella foto sottostante e lontana solo un centinaio di metri dalla prima. Ambedue le istantanee sono state scattate nella prima serata del 22 agosto 2018.]


28 luglio 2018

Lingua loro (38): "Mister italiano"

"Mister italiano": l'illustre designato ne avrà certamente sorriso. Lo sa di spirito gioviale Apollonio, che, attardato, s'imbatte solo oggi nell'esilarante notizia che lo riguarda. 
Come nomignolo mediatico per indicare l'allievo di Arrigo Castellani, "Mister italiano" va tuttavia al di là d'ogni immaginazione, per chi conserva un ricordo anche distante di quel leggendario maestro. La cronaca è crudele con le sacre memorie, talvolta più della storia.
Quanto all'"invasione di termini aglo-americani", "Morbus anglicus" è il titolo di un memorabile intervento di Castellani del 1987. Egli vi esponeva ordinatamente indirizzi e preferenze che erano peraltro già celebri per via di suoi precedenti interventi pubblici in proposito, ma anche per tradizione orale, fuori della sua più stretta cerchia accademica. Avvicinandosi agli studi linguistici in anni in cui valeva ancora la pena di farlo (oltre a Castellani, non mancavano nell'ambiente personalità di rilievo), non c'era nessuno che non avesse sentito raccontare del suo favoloso guisco. Non sono da meno bitto, ginsi, briggio, bluffo, bumerango, bosso, buldogo, bunchero e tutti gli altri rimasti, ahinoi, solo immaginari.
È noto però (o almeno dovrebbe esserlo) che il mondo cambia al di là dell'immaginazione e "al di là" può naturalmente valere anche "al di sotto". Se non fosse così, se per altezza o per estensione il cambiamento del mondo fosse immaginabile, non sarebbe, a ben vedere, cambiamento autentico. E quel "mister" affibbiato oggi all'allievo di Castellani, in modo così inconsapevolmente feroce con la buonanima, è solo una delle tante "crepe nei muri" attraverso le quali s'intravede (ohibò!) il mistero.  


15 luglio 2018

Cronache dal demo di Colono (60): Il confine, oggi





Il confine, oggi: luogo comune di ciarle sfrontate cui, come tali, fa ovviamente difetto il senso del limite. Assennato tenersene alla larga.

4 luglio 2018

Bolle d'alea (25): Ancora Grossman


Un giorno Ivan Grigor'evič stava raccontando ad Alëša della spedizione di Tamerlano, e notò che Anna Sergeevna, smesso di cucire, lo ascoltava attentamente.
«Il vostro posto non è in un artel'» disse ridendo. «Oh» replicò lui «dove volete che vada? Le mie nozioni vengono da libri con le pagine strappate, senza il principio e la fine».
Alëša pensò che forse per questo Ivan Grigor'evič presentava le cose a modo suo, mentre gli insegnanti ricalcavano il manuale dal principio alla fine".


Tutto scorre... è il titolo dell'opera di Vasilij Grossman da cui, nella traduzione di Gigliola Venturi, Apollonio prende questo frammento senza principio né fine, che gli pare prezioso.

15 giugno 2018

Linguistica candida (48): Intelligenza della lingua

Il pensiero incosciente che si chiama lingua (forse solo per distinguerlo da quella sua falda superficiale e sottile che pretende d'essere cosciente e che da millenni è fatta oggetto d'ogni sorta di speculazione) è intelligente, per natura. 
A chi, per cultura, gli si consacra con passione, tocca provare a darne un'ipotetica riformulazione esplicita, la più semplice si possa e nelle forme della lingua medesima, cioè di quel medesimo pensiero, coltivando la speranza (che è forse solo un'illusione) di facilitarsene (e di facilitarne) qualche consapevolezza, senza istupidirlo troppo e irrimediabilmente. 
Insomma, la linguistica (e il vecchio Apollonio teme di averlo già scritto in questo diario, forse con altre parole: lo scuseranno i suoi due tolleranti lettori), la linguistica, si diceva, è solo lingua che si fa ipoteticamente, parzialmente, precariamente intelligente di se stessa.
È appena il caso di dire che invece la disciplina oggi detta linguistica, non rassegnandosi a subordinarsi all'intelligenza della lingua, ma pretendendo scioccamente d'esser lei più intelligente della lingua, ha intrapreso vie che, muovendosi in varie direzioni, sono tutte comunemente opposte al solo indirizzo di ricerca realistico e al correlato obbligo di paziente, modesta semplicità.
 

26 maggio 2018

Dell'incompetenza pubblica

Non c'è gazzetta (culturale) corrente, cartacea e no, che per programma o per accidente non finisca oggi per toccare ogni campo dello scibile. Apollonio è d'ignoranza sterminata. Scorre quelle pagine con curiosità e gli capita così di leggere di cose di cui sa poco o nulla. Lo fa con la grata felicità di chi apprende. Il sentimento è tuttavia sempre attraversato da un'inquietudine. Prova allora a spiegare perché ai suoi due lettori, ammesso siano rimasti in tal numero. Ne dubita. Caso mai, poco male: scrivere vale anzitutto a spiegare le cose a se stessi, gli suggerisce da sempre il suo alter ego, che non ha mai scritto un rigo che valesse ad altro.
Ebbene, anche nei momenti di euforia, Apollonio non si direbbe in grado di esprimere un giudizio ponderato e non dilettantesco sopra più di un paio di ben delimitati temi. Nelle sedi pubbliche di cui s'è detto, tali temi occhieggiano, si ponga, una dozzina di volte in un lustro. Non saranno tutte e dodici le volte, saranno dieci, saranno otto, in ogni caso, nella maggioranza dei casi, egli li vede trattati da gente sulla cui competenza a trattarli ha ragione di nutrire qualche dubbio. Lo stagno disciplinare dei due temi è piccolo e modesto: ci si starnazza in pochi. A farlo pubblicamente nelle sedi indicate, accade siano volatili ambigeneri che Apollonio conosce, di cui ha seguito, pur da lontano, voli e atterraggi. Ne conosce l'apertura alare. Sa quali sono i loro punti di forza. Sa quali sono quelli di debolezza.
Ecco detto allora il fondamento dell'inquietudine di Apollonio quando legge sulle gazzette (culturali) di cose di cui sa poco o nulla, desideroso di apprendere e grato di poterlo fare. Perché mai, gli sussurra perfida una voce interiore, non dovrebbe verificarsi in tali casi ciò che sa accadere dove è in grado di verificare? È possibile che gli incompetenti pubblici si addensino, come fanno, solo intorno ai due temi che egli conosce e pratica? 
A domande interiori siffatte, non trova risposta certa. Dubita del resto di essere abbastanza competente sul tema gigantesco della pubblica incompetenza da essere autorizzato a cercarla, una risposta.

13 maggio 2018

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (24): Competere


Competere? Nobile a condizione lo si faccia per mero diporto. Diversamente, la competizione è agone d'ogni volgarità. Già il solo parteciparvi è degradante, ci si figuri il prevalervi.  

11 maggio 2018

Bolle d'alea (24): Genette



"Quant à moi, je souhaite modestement, comme Stendhal, être lu en 1930" (Gérard Genette, Bardadrac, Seuil, Paris 2006, p. 348, in chiusura della voce "Postérité").

29 aprile 2018

Specchio, specchio delle mie brame...

Nella lunga vicenda dell'umanità la temperie in atto sarebbe la prima ad avere, come intellettuali, persone mediamente più stupide della gente comune. L'avrebbe osservato un semi-silenzioso professore italiano di filosofia, morto pochi anni or sono. Così ha riferito tempo fa un giovane rumoroso, al contrario, e che si dice suo allievo.
Apollonio non è filosofo e sulla vicenda umana universale non si sente autorizzato a proferire motto. Quelle poche mezze ore che ha speso, da autodidatta, a farsi qualche idea speculativa sull'umanità pregressa e presente e, ancora più decisivamente, la sua esperienza (inclusa, se non preponderante, quella di se medesimo) lo spingono tuttavia a sospettare che un'affermazione tanto perentoria sia, ben che vada, l'effetto di un'illusione.
Un'epoca in cui sia stato lecito (o ragionevole) distinguere tra (attività) intellettuali e non, in funzione del relativo grado di stupidità, minore nel primo caso, maggiore nel secondo, Apollonio sospetta non sia mai esistita. 
Ciò non vuol dire naturalmente che la fola non abbia circolato e che non lo abbia fatto perniciosamente. È accaduto soprattutto da quando, come tipica faccetta dell'ideologia moderna, è comparsa gente che, qualificatasi come intellettuale, si è atteggiata a intrinsecamente intelligente. Da allora, è cresciuta a dismisura l'esigenza di nascondere, davanti al mondo, spudoratezza e volgarità di una simile pretesa. Tale gente ha così preso a raccontarsi come intelligente. E c'è stato chi, a forza di raccontarlo, ha finito per crederci e ha pensato di esserlo, intelligente.
Ma si ammetta pure, senza concederlo, che la sortita di quel professore abbia colto nel segno. Si tratterebbe di pensiero concepito da un intellettuale di un epoca in cui gli intellettuali sarebbero mediamente più stupidi della gente comune: quindi, quasi certamente di una stupidaggine. O di un lapsus, di una mal controllata ammissione riflessiva, di un modo di confessarsi stupido.
Pietas, da parte dell'allievo, sarebbe insomma stato continuare a tacerne. 

16 aprile 2018

A frusto a frusto (118)



La conseguenza più nefasta del sorgere di un problema, nella vita associata, è l'apparire di chi si vota a risolverlo. Di quel problema, finisce infatti per diventare regolarmente uno degli aspetti più ardui e cospicui.

6 aprile 2018

Da "Ciclo di rappresentazioni classiche" a "Festival del Teatro Greco"

"Ciclo di rappresentazioni classiche" è stata chiamata fino all'anno scorso un'importante manifestazione culturale promossa a cadenza un dì biennale e più recentemente annuale dall'ultracentenario Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa: 


Con l'anno presente, la denominazione, di sobria eleganza e di referenziale semplicità, sembra sia stata travolta dall'onda inarrestabile di un andazzo: 


Non si cambia un brand senza una ragione cogente. L'adeguamento a un uso corrivo sarà stato ritenuto tale da chi ha deciso l'abbandono del vecchio nome e l'adozione del nuovo. Si sa del resto che trivialità e "così fan tutti" sono ottimi segnali di richiamo per allocchi ambigeneri.
Nella nuova denominazione, s'è d'altra parte affidato al numerale ordinale il compito di millantare una continuità negata dal sostantivo: se si parla di "Festival", si tratta infatti del primo.
La furbesca combinazione suona allora a un orecchio avvertito come un piccolo sfregio portato alla filologia: la scienza rigorosa e arcana che rende salda la parola scritta, sancendone la migliore tradizione, e cui la manifestazione, quasi ne fosse un rito, ha implicitamente dovuto fin qui la sua esistenza. 

14 marzo 2018

L'impulso di scrivere

Anche a una persona per bene, oggi, può capitare di sentire l'impulso di scrivere e di farlo transitivamente, per dirla con Barthes.
Se non si tratta di disturbo grave, per farglielo passare, basta in genere mandarla in libreria, in una di quelle grandi e colorate, ma ormai va bene anche una piccola, perché, come si sa, non è la dimensione che conta e, grande o piccola, l'importante è il Klang
Se il disturbo persiste, efficace può rivelarsi la partecipazione a presentazioni di libri o (come farmaco più forte, da assumere con cautela) a festival o fiere cui libri e scrittura fanno da pretesto: l'esposizione diretta a scrittrici, scrittori, scienziate, scienziati, complessivamente, a intellettuali è di solito risolutiva.
Per i casi più resistenti e difficili, si può infine ricorrere all'iscrizione a uno o più corsi di scrittura (creativa).
Se, anche dopo tale misura, il soggetto continua a provare l'impulso di scrivere transitivamente, immagina di avere un suo libro in quelle librerie, sogna di avere parte attiva in un festival e già si vede docente in uno di quei corsi, si può con serenità concludere che l'impulso è solo banale sintomo di una malattia ben più grave.
Senza che ciò escluda il possesso di qualità (fascino maliardo, per esempio, e naturale predisposizione all'imbonimento), non si tratta in effetti di una persona per bene. Per tale morbo non c'è cura e guarirne è impossibile.

13 marzo 2018

A frusto a frusto (117)




Sarebbe un gran progresso se, dopo secoli di abbaglio, si cominciasse perlomeno a capire che non c'è progresso che non sia una mera faccenda di punto di vista.

16 febbraio 2018

Cronache dal demo di Colono (59): Con la cultura si mangia ma non è detto si beva

Oggi, nella medesima pagina di un quotidiano on line:



Cosa non si farebbe, ormai, per attrarre folle di sfaccendati e sfaccendate che scialacquino (ohibò!) qualcosa del proprio e, soprattutto, dell'altrui, col pretesto d'apparire cólti e cólte. Scialacquano ma non contribuiscono all'approvvigionamento idrico. Semmai, il contrario. 
Con la cultura si mangia - è l'incoercibile commento - ma non è detto si beva. 
Perché si beva, da cultura come l'intende chi ne proclama annualmente capitale una città, bisogna infatti si passi a cultura come l'intende il buon antropologo e, con lui, chi si occupa dell'espressione umana con metodo e passione. 
Non grazie alla cultura festaiola dei (finti) cólti, ma grazie a una cultura umana di base, vuoi con le sue pratiche tecniche (durevoli, probe e silenziose), vuoi con i suoi riti misteriosi ma non perciò meno tecnici, c'è forse speranza che, oltre a mangiare, si beva:



3 febbraio 2018

Assenze e presenze


Ci sono assenze che dolgono: quelle il cui contrario sarebbe stata occasione di gioia e di piacere. Ma non tutte le presenze sono tali. Ne segue che ci sono assenze che sono un regalo. Ancora più gradito a chi lo riceve e ne trae ragione di ilarità. Lo sa infatti dono inconsapevole e involontario e, come un lapsus, esito perversamente magnanimo d'una pusillanimità.

19 gennaio 2018

Vecchio e nuovo



Dentro il vecchio, un torpido bivacco di imbecilli. Dietro il nuovo, un chiassoso codazzo di imbecilli. Cercare, divagando, ciò che non è vecchio né nuovo resta forse il solo modo onesto di coltivare la propria idiozia. 

16 gennaio 2018

Sommessi commenti sul Moderno (25): Libertà di parola e parole in libertà

Libertà di parola e parole in libertà: per inscindibile intreccio, sono ambedue caratteri fondanti della modernità. Non ci può essere l'una senza le altre e non si può godere dell'una (ammesso si tratti di godimento), senza soffrire congiuntamente delle altre (ammesso si tratti di sofferenza).
Una questione di equilibrio, insomma. Una tra le tante che si assegnò come compito un'epoca plurisecolare che è difficile non giudicare ideologicamente e pericolosamente equilibrista. Oggi, rivelatosi un feticcio l'equilibrio, la si vede appunto sommersa dalle parole in libertà: sommersa, in altri termini, dalla libertà di parola liquefatta e pervenuta allo stato (fin qui comico, sebbene graveolente) di putrefazione.

6 gennaio 2018

Cronache dal demo di Colono (58): Affermare una lingua

Come era già chiaro a Dante, affermare una lingua (il pensiero di difenderla è perlomeno discutibile) significa dire e scrivere cose che, in quella lingua, vale la pena siano dette e scritte. E farlo senza stare troppo a pretendere che esse e la medesima lingua che affermano abbiano plauso, ascolto, lettura, durata. 
Sono queste faccende che riguardano il mondo e i suoi sempre complessi (se non irragionevoli) equilibri. Dal tempo della comparsa dell'umanità, di lingue, anche civilissime, tali equilibri ne hanno disperse miriadi. In realtà tutte civilissime, perché tutte umane. 
Gemere per la sorte della propria lingua, con il pretesto che la si ama, è allora solo un modo, malamente mascherato, di gemere sulla propria sorte personale. A farlo, soprattutto in pubblico, raramente si dà di sé un'immagine commendevole. 
Quale sia il valore di ciascuno (e, per la parte che ciascuno rappresenta, della sua lingua e della sua civiltà) si svela infatti crucialmente nel modo con cui osserva e attende, con operosa testimonianza, la fine eventuale. Senza lacrime, senza recriminare.

29 dicembre 2017

Ancora con Giuseppe Tomasi di Lampedusa: cose italiane che non cambiano

Dall'Ottocento in avanti, diceva più di sessanta anni fa Giuseppe Tomasi di Lampedusa con un filo di ironia, la cultura (letteraria) delle Italiane e degli Italiani ha un filtro inestirpabile che ne spiega la permanente approssimazione: il melodramma. Parrebbe un giudizio ormai perento.
La sortita del principe palermitano è tornata invece alla memoria di Apollonio qualche giorno fa come appropriatissima. 
L'insensato turbine che agita le reti sociali ha gettato infatti sulla spiaggia della sua appartata Citera questo cinguettio, lacerto evidente d'una conversazione dal tema socio-culturale: "Io non sono Desdemona (morta per mano di un marito geloso), tanto meno la Bovary, morta di tisi, dopo una vita dissoluta, grazie anche al perbenismo ottocentesco".
Eccolo pienamente all'opera il filtro del melodramma, ancora nell'epoca di Twitter. Probabilmente senza che "cinguettatrice" e "cinguettataria" ne siano state consapevoli: circostanza che ne amplifica il valore. 
Del resto, inconsapevoli non solo loro. Nessuna reazione del tipo di "Ma che diavolo state scrivendo?" tra le migliaia e migliaia di seguaci delle due, a conoscenza di Apollonio. E una topica di tali dimensioni si è guadagnata gli entusiastici rilanci che, come un'onda di piena, l'hanno portata sotto gli occhi divertiti di chi scrive. 
Il melodramma vi rifrange la tragica Emma (Bovary) nel luogo comune nazionale della patetica traviata nazionale, Violetta (Valéry), e la memoria condivisa scioglie così l'implacabile prosa francese del feroce Gustave Flaubert nei versi liquidi e arci-italiani di quel Francesco Maria Piave che, manipolatore di Alexandre Dumas figlio, fu nell'occasione il librettista delle note immortali del buon Giuseppe Verdi. 
Pomata appropriata a lenire ogni male nazionale, decretava sessanta anni fa Lampedusa, con un sardonico sorriso.

25 dicembre 2017

Sommessi commenti sul Moderno (24): L'opinionista compulsivo di massa

Avere un'opinione su tutto, meglio se risentita, e sentirsi d'altra parte in dovere di renderla pubblica. Nella società moderna, fu un dì un disturbo del comportamento tipico delle cosiddette figure intellettuali, dilettanti di norma in quasi tutto ma, dell'opinione, appunto professioniste. 
Oggi il Moderno si è putrefatto e, mentre l'intellettuale come profilo sociale individuabile è da un pezzo andato a ramengo, l'attitudine intellettuale del becero professionismo dell'opinione ha intriso di sé quasi ogni aspetto dell'esperienza umana. 
E come certo non si può dire in questa sede senza dire consapevolmente della sede medesima e di chi vi esprime, è in fondo un'epidemia siffatta a garantire almeno in parte la fortuna della comunicazione nelle reti sociali. Grande o piccola che sia, tale comunicazione è intrinsecamente morbosa e chi la diffonde è un virus.

21 dicembre 2017

Come cambiano le lingue (18): "Antologia"

"Torniamo a trovare Milo De Angelis nella sua casa di Milano per parlare della sua antologia Tutte le poesie 1969-2015 pubblicata da Mondadori nella collana Lo specchio": esordisce così Oreste Bossini aprendo l'intervista radiofonica al poeta, andata in onda la sera del 18 dicembre 2017 sul terzo canale dell'azienda radiotelevisiva pubblica italiana. Dopo un breve saluto di De Angelis, l'intervistatore precisa: "Dunque, questa è una raccolta di tutto il lavoro poetico di Milo De Angelis". E in chiusura della trasmissione: “Grazie a Milo De Angelis per questa ricca e aperta conversazione che prendeva spunto dalla pubblicazione di questa antologia completa di Tutte le poesie 1969-2015 pubblicata da Mondadori nella collana Lo specchio”.
C'era e c'è ancora in antologia (a credere ai dizionari correnti) una connotazione di 'scelta' e, in modo complementare, una di 'lasciar qualcosa da canto', in linea di principio, semanticamente incompatibili con l'idea di completezza e di raccolta esauriente. 
Ecco, per es., quanto scrive alla relativa voce un'opera che si vuole vicina alla lingua viva come il Grande dizionario italiano dell'uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro: "raccolta di passi scelti di uno o più scrittori" e naturalmente "il volume che contiene tale raccolta", proponendo come sinonimi crestomazia, florilegio, silloge e non mancando di dare conto dell'etimo: "dal gr. anthología propr. "raccolta di fiori", comp. di antho- e del tema di légō "raccolgo".
I passi citati in esordio informano che, dopo qualche secolo di stabilità, antologia sta cedendo sul versante del significato. Dicono che, anche tra le persone di cultura (come sono senza ombra di dubbio le sopra menzionate), l'etimo non le fa più da àncora: deve avere infatti smesso d'essere trasparente. Si affacciano i segni d'una deriva orientata ad adeguare il significato alla cruda materialità dell'oggetto designato. Nel caso delle antologie, di norma, un volume con un gran numero di pagine. Un librone, insomma, come è presumibilmente quello che raccoglie tutta la produzione in versi del noto poeta milanese e che, per tale ragione è diventato un'antologia, senza riguardo al fatto che, a credere a quanto ne viene detto, non si tratta di una scelta.