17 settembre 2018

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (25): Caso mai arrida la fama




Caso mai, non postuma, arrida la fama (la postuma, come si sa, è senza rimedio), si è ancora in tempo per chiedersi in cosa s'è sbagliato. L'onda non è clemente e, quasi senza eccezioni, annega chi ha sollevato nel mare della stupidità: la propria, vanitosa, prima ancora che l'altrui, stucchevole. 

23 agosto 2018

Lingua loro (39): Assoluto

"Un genio assoluto", "un capolavoro assoluto", oltre che, naturalmente, "un campione assoluto", "una meraviglia assoluta" o, d'altro lato, "uno schifo assoluto", "un'infamia assoluta", fino a giungere all'ormai spesso menzionato "male assoluto", cui tuttavia manca nella chiacchiera corrente (a qualsiasi livello tale chiacchiera si agiti) il contraltare del "bene assoluto". La rara evocazione di quest'ultimo resta fin qui riservata a chierici autorizzati e anche questa asimmetria dirà qualcosa dello stato presente del mondo, che, di assoluto, percepisce appunto solo il male.
I due lettori di Apollonio non possono non avere già fatto caso, e da tempo, a un uso siffatto di assoluto: ridicolo, peraltro, nei casi in cui è riferito a cose e a persone, a relativizzare le quali le misure esistono e, tra le misure, bastano le modeste. Ogni epoca ha gli assoluti che crede tali, è il facile commento, e ciò che crede assoluto dice del metro di giudizio di cui dispone. Il sorriso non esime tuttavia da qualche riflessione. 
Il dilagare di assoluto è in effetti una delle molte manifestazioni dell'enfasi esibita oggi dalla comunicazione e dall'espressione (non solo dalle pubbliche, ovviamente, ammesso che una distinzione dalle private abbia ancora senso). A sua volta l'enfasi non è che un sintomo, di nuovo tra i molti, del carattere totalitario che, nella vicenda storica della civiltà globale, comunicazione ed espressione hanno preso ormai da un secolo. 
La prassi linguistica totalitaria fu sperimentata in forme tutto sommato grossolane (anche se efficienti) dai regimi politici qualificabili al modo medesimo, nel cuore del Novecento. Fu teorizzata frattanto, nelle sue direttive di massima, dai suoi ben armati propugnatori. Fu contemporaneamente stigmatizzata da qualche critico disarmato, per venire infine universalmente adottata, in maniere sofisticate ma sempre riconoscibili, dal discorso pubblico, al di là delle superficiali differenze ideologiche, peraltro progressivamente dileguatesi, come si sa. 
Da lì, la prassi linguistica totalitaria è percolata dappertutto e non c'è angolo dell'espressione e della comunicazione d'oggidì che non ne sia affetto. Pubblicizzando il privato (e privatizzando il pubblico), le reti sociali hanno agito in proposito come potenti vettori epidemici. Tutto ciò che oggi vien detto (si trattasse anche dell'affermazione che tutto è relativo) è detto in modo da poter essere accompagnato dalla qualificazione di assoluto: 'libero da ogni limite; non determinato da rapporti, da relazioni; incondizionato'.
Un dì ormai molto lontano, non sarebbe forse stato il caso di aggiungere che, fuori della vacua questione dell'assolutezza ontologica del relativo o dell'assoluto, questione che abbaglia da sempre la scarsa intelligenza umana, almeno come metodo e appunto per sopperire, nei limiti del possibile, alla propria scarsità, quella intelligenza s'era indirizzata a considerare i rapporti, le relazioni d'ogni cosa cadesse nel campo della sua limitata esperienza. E ciò non solo nella prospettiva teoretica, ma, con modestia ancora maggiore e correlato maggiore pericolo, anche in quella etica, dove fu viva la pratica di una critica e di una lotta a ogni assolutismo (primo fra tutti, il politico).
Oggi, l'assolutismo è di massa. Per amore di paradosso e per giocare a contraddirsi, lo si direbbe assoluto. Assoluta pare inoltre l'ansiosa attesa di una sua affermazione, manifestata e ribadita, come si diceva, sotto il segno di qualsivoglia ideologia e di qualsivoglia inclinazione morale, dai mille e mille assoluto che, come continui oltraggi all'atteggiamento critico del pensiero e delle correlate prassi, capita di leggere e di ascoltare. 
Questo frustolo non ha ovviamente provato a farne una confutazione: confutare l'assoluto, con chi lo predica, più che impossibile, è inutile. Li ha messi in relazione, nel tentativo di comprenderli, con le attitudini di una fase storica e culturale che, come un giorno è cominciata, un giorno finirà, andando eventualmente verso il peggio. E ciò piaccia o non piaccia ai cultori dell'assoluto: totalitari senza nemmeno saperlo, che non è un modo assoluto di esserlo e, ragionevolmente, nemmeno dei migliori.

22 agosto 2018

Lingua nostra (11): Irredimibile


"Guardò; dinnanzi a lui sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile."

[Nella foto, uno scorcio di un quartiere residenziale (in pieno centro urbano, abitato da piccola borghesia impiegatizia e ceti comparabili) della "Donnafugata" che, nell'anno corrente, è la "capitale italiana della cultura". Va quindi precisato che non si tratta di istallazioni artistiche per eventi correlati (come pure qualcuno potrebbe ritenere), ma di espressioni della cultura della popolazione indigena. La loro spontaneità le rende preziose per chi si interessa a tale cultura. Sarà utile sapere, all'osservatore dei relativi usi, che la campana per la raccolta del vetro non è colma: la composizione è di conseguenza frutto di libera scelta e non dettata da una pur ipotetica necessità. Non è colma del resto - e vale da conferma del costume locale - nemmeno quella ritratta nella foto sottostante e lontana solo un centinaio di metri dalla prima. Ambedue le istantanee sono state scattate nella prima serata del 22 agosto 2018.]


28 luglio 2018

Lingua loro (38): "Mister italiano"

"Mister italiano": l'illustre designato ne avrà certamente sorriso. Lo sa di spirito gioviale Apollonio, che, attardato, s'imbatte solo oggi nell'esilarante notizia che lo riguarda. 
Come nomignolo mediatico per indicare l'allievo di Arrigo Castellani, "Mister italiano" va tuttavia al di là d'ogni immaginazione, per chi conserva un ricordo anche distante di quel leggendario maestro. La cronaca è crudele con le sacre memorie, talvolta più della storia.
Quanto all'"invasione di termini aglo-americani", "Morbus anglicus" è il titolo di un memorabile intervento di Castellani del 1987. Egli vi esponeva ordinatamente indirizzi e preferenze che erano peraltro già celebri per via di suoi precedenti interventi pubblici in proposito, ma anche per tradizione orale, fuori della sua più stretta cerchia accademica. Avvicinandosi agli studi linguistici in anni in cui valeva ancora la pena di farlo (oltre a Castellani, non mancavano nell'ambiente personalità di rilievo), non c'era nessuno che non avesse sentito raccontare del suo favoloso guisco. Non sono da meno bitto, ginsi, briggio, bluffo, bumerango, bosso, buldogo, bunchero e tutti gli altri rimasti, ahinoi, solo immaginari.
È noto però (o almeno dovrebbe esserlo) che il mondo cambia al di là dell'immaginazione e "al di là" può naturalmente valere anche "al di sotto". Se non fosse così, se per altezza o per estensione il cambiamento del mondo fosse immaginabile, non sarebbe, a ben vedere, cambiamento autentico. E quel "mister" affibbiato oggi all'allievo di Castellani, in modo così inconsapevolmente feroce con la buonanima, è solo una delle tante "crepe nei muri" attraverso le quali s'intravede (ohibò!) il mistero.  


15 luglio 2018

Cronache dal demo di Colono (60): Il confine, oggi





Il confine, oggi: luogo comune di ciarle sfrontate cui, come tali, fa ovviamente difetto il senso del limite. Assennato tenersene alla larga.

4 luglio 2018

Bolle d'alea (25): Ancora Grossman


Un giorno Ivan Grigor'evič stava raccontando ad Alëša della spedizione di Tamerlano, e notò che Anna Sergeevna, smesso di cucire, lo ascoltava attentamente.
«Il vostro posto non è in un artel'» disse ridendo. «Oh» replicò lui «dove volete che vada? Le mie nozioni vengono da libri con le pagine strappate, senza il principio e la fine».
Alëša pensò che forse per questo Ivan Grigor'evič presentava le cose a modo suo, mentre gli insegnanti ricalcavano il manuale dal principio alla fine".


Tutto scorre... è il titolo dell'opera di Vasilij Grossman da cui, nella traduzione di Gigliola Venturi, Apollonio prende questo frammento senza principio né fine, che gli pare prezioso.

15 giugno 2018

Linguistica candida (48): Intelligenza della lingua

Il pensiero incosciente che si chiama lingua (forse solo per distinguerlo da quella sua falda superficiale e sottile che pretende d'essere cosciente e che da millenni è fatta oggetto d'ogni sorta di speculazione) è intelligente, per natura. 
A chi, per cultura, gli si consacra con passione, tocca provare a darne un'ipotetica riformulazione esplicita, la più semplice si possa e nelle forme della lingua medesima, cioè di quel medesimo pensiero, coltivando la speranza (che è forse solo un'illusione) di facilitarsene (e di facilitarne) qualche consapevolezza, senza istupidirlo troppo e irrimediabilmente. 
Insomma, la linguistica (e il vecchio Apollonio teme di averlo già scritto in questo diario, forse con altre parole: lo scuseranno i suoi due tolleranti lettori), la linguistica, si diceva, è solo lingua che si fa ipoteticamente, parzialmente, precariamente intelligente di se stessa.
È appena il caso di dire che invece la disciplina oggi detta linguistica, non rassegnandosi a subordinarsi all'intelligenza della lingua, ma pretendendo scioccamente d'esser lei più intelligente della lingua, ha intrapreso vie che, muovendosi in varie direzioni, sono tutte comunemente opposte al solo indirizzo di ricerca realistico e al correlato obbligo di paziente, modesta semplicità.
 

26 maggio 2018

Dell'incompetenza pubblica

Non c'è gazzetta (culturale) corrente, cartacea e no, che per programma o per accidente non finisca oggi per toccare ogni campo dello scibile. Apollonio è d'ignoranza sterminata. Scorre quelle pagine con curiosità e gli capita così di leggere di cose di cui sa poco o nulla. Lo fa con la grata felicità di chi apprende. Il sentimento è tuttavia sempre attraversato da un'inquietudine. Prova allora a spiegare perché ai suoi due lettori, ammesso siano rimasti in tal numero. Ne dubita. Caso mai, poco male: scrivere vale anzitutto a spiegare le cose a se stessi, gli suggerisce da sempre il suo alter ego, che non ha mai scritto un rigo che valesse ad altro.
Ebbene, anche nei momenti di euforia, Apollonio non si direbbe in grado di esprimere un giudizio ponderato e non dilettantesco sopra più di un paio di ben delimitati temi. Nelle sedi pubbliche di cui s'è detto, tali temi occhieggiano, si ponga, una dozzina di volte in un lustro. Non saranno tutte e dodici le volte, saranno dieci, saranno otto, in ogni caso, nella maggioranza dei casi, egli li vede trattati da gente sulla cui competenza a trattarli ha ragione di nutrire qualche dubbio. Lo stagno disciplinare dei due temi è piccolo e modesto: ci si starnazza in pochi. A farlo pubblicamente nelle sedi indicate, accade siano volatili ambigeneri che Apollonio conosce, di cui ha seguito, pur da lontano, voli e atterraggi. Ne conosce l'apertura alare. Sa quali sono i loro punti di forza. Sa quali sono quelli di debolezza.
Ecco detto allora il fondamento dell'inquietudine di Apollonio quando legge sulle gazzette (culturali) di cose di cui sa poco o nulla, desideroso di apprendere e grato di poterlo fare. Perché mai, gli sussurra perfida una voce interiore, non dovrebbe verificarsi in tali casi ciò che sa accadere dove è in grado di verificare? È possibile che gli incompetenti pubblici si addensino, come fanno, solo intorno ai due temi che egli conosce e pratica? 
A domande interiori siffatte, non trova risposta certa. Dubita del resto di essere abbastanza competente sul tema gigantesco della pubblica incompetenza da essere autorizzato a cercarla, una risposta.

13 maggio 2018

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (24): Competere


Competere? Nobile a condizione lo si faccia per mero diporto. Diversamente, la competizione è agone d'ogni volgarità. Già il solo parteciparvi è degradante, ci si figuri il prevalervi.  

11 maggio 2018

Bolle d'alea (24): Genette



"Quant à moi, je souhaite modestement, comme Stendhal, être lu en 1930" (Gérard Genette, Bardadrac, Seuil, Paris 2006, p. 348, in chiusura della voce "Postérité").

29 aprile 2018

Specchio, specchio delle mie brame...

Nella lunga vicenda dell'umanità la temperie in atto sarebbe la prima ad avere, come intellettuali, persone mediamente più stupide della gente comune. L'avrebbe osservato un semi-silenzioso professore italiano di filosofia, morto pochi anni or sono. Così ha riferito tempo fa un giovane rumoroso, al contrario, e che si dice suo allievo.
Apollonio non è filosofo e sulla vicenda umana universale non si sente autorizzato a proferire motto. Quelle poche mezze ore che ha speso, da autodidatta, a farsi qualche idea speculativa sull'umanità pregressa e presente e, ancora più decisivamente, la sua esperienza (inclusa, se non preponderante, quella di se medesimo) lo spingono tuttavia a sospettare che un'affermazione tanto perentoria sia, ben che vada, l'effetto di un'illusione.
Un'epoca in cui sia stato lecito (o ragionevole) distinguere tra (attività) intellettuali e non, in funzione del relativo grado di stupidità, minore nel primo caso, maggiore nel secondo, Apollonio sospetta non sia mai esistita. 
Ciò non vuol dire naturalmente che la fola non abbia circolato e che non lo abbia fatto perniciosamente. È accaduto soprattutto da quando, come tipica faccetta dell'ideologia moderna, è comparsa gente che, qualificatasi come intellettuale, si è atteggiata a intrinsecamente intelligente. Da allora, è cresciuta a dismisura l'esigenza di nascondere, davanti al mondo, spudoratezza e volgarità di una simile pretesa. Tale gente ha così preso a raccontarsi come intelligente. E c'è stato chi, a forza di raccontarlo, ha finito per crederci e ha pensato di esserlo, intelligente.
Ma si ammetta pure, senza concederlo, che la sortita di quel professore abbia colto nel segno. Si tratterebbe di pensiero concepito da un intellettuale di un epoca in cui gli intellettuali sarebbero mediamente più stupidi della gente comune: quindi, quasi certamente di una stupidaggine. O di un lapsus, di una mal controllata ammissione riflessiva, di un modo di confessarsi stupido.
Pietas, da parte dell'allievo, sarebbe insomma stato continuare a tacerne. 

16 aprile 2018

A frusto a frusto (118)



La conseguenza più nefasta del sorgere di un problema, nella vita associata, è l'apparire di chi si vota a risolverlo. Di quel problema, finisce infatti per diventare regolarmente uno degli aspetti più ardui e cospicui.

6 aprile 2018

Da "Ciclo di rappresentazioni classiche" a "Festival del Teatro Greco"

"Ciclo di rappresentazioni classiche" è stata chiamata fino all'anno scorso un'importante manifestazione culturale promossa a cadenza un dì biennale e più recentemente annuale dall'ultracentenario Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa: 


Con l'anno presente, la denominazione, di sobria eleganza e di referenziale semplicità, sembra sia stata travolta dall'onda inarrestabile di un andazzo: 


Non si cambia un brand senza una ragione cogente. L'adeguamento a un uso corrivo sarà stato ritenuto tale da chi ha deciso l'abbandono del vecchio nome e l'adozione del nuovo. Si sa del resto che trivialità e "così fan tutti" sono ottimi segnali di richiamo per allocchi ambigeneri.
Nella nuova denominazione, s'è d'altra parte affidato al numerale ordinale il compito di millantare una continuità negata dal sostantivo: se si parla di "Festival", si tratta infatti del primo.
La furbesca combinazione suona allora a un orecchio avvertito come un piccolo sfregio portato alla filologia: la scienza rigorosa e arcana che rende salda la parola scritta, sancendone la migliore tradizione, e cui la manifestazione, quasi ne fosse un rito, ha implicitamente dovuto fin qui la sua esistenza. 

14 marzo 2018

L'impulso di scrivere

Anche a una persona per bene, oggi, può capitare di sentire l'impulso di scrivere e di farlo transitivamente, per dirla con Barthes.
Se non si tratta di disturbo grave, per farglielo passare, basta in genere mandarla in libreria, in una di quelle grandi e colorate, ma ormai va bene anche una piccola, perché, come si sa, non è la dimensione che conta e, grande o piccola, l'importante è il Klang
Se il disturbo persiste, efficace può rivelarsi la partecipazione a presentazioni di libri o (come farmaco più forte, da assumere con cautela) a festival o fiere cui libri e scrittura fanno da pretesto: l'esposizione diretta a scrittrici, scrittori, scienziate, scienziati, complessivamente, a intellettuali è di solito risolutiva.
Per i casi più resistenti e difficili, si può infine ricorrere all'iscrizione a uno o più corsi di scrittura (creativa).
Se, anche dopo tale misura, il soggetto continua a provare l'impulso di scrivere transitivamente, immagina di avere un suo libro in quelle librerie, sogna di avere parte attiva in un festival e già si vede docente in uno di quei corsi, si può con serenità concludere che l'impulso è solo banale sintomo di una malattia ben più grave.
Senza che ciò escluda il possesso di qualità (fascino maliardo, per esempio, e naturale predisposizione all'imbonimento), non si tratta in effetti di una persona per bene. Per tale morbo non c'è cura e guarirne è impossibile.

13 marzo 2018

A frusto a frusto (117)




Sarebbe un gran progresso se, dopo secoli di abbaglio, si cominciasse perlomeno a capire che non c'è progresso che non sia una mera faccenda di punto di vista.

16 febbraio 2018

Cronache dal demo di Colono (59): Con la cultura si mangia ma non è detto si beva

Oggi, nella medesima pagina di un quotidiano on line:



Cosa non si farebbe, ormai, per attrarre folle di sfaccendati e sfaccendate che scialacquino (ohibò!) qualcosa del proprio e, soprattutto, dell'altrui, col pretesto d'apparire cólti e cólte. Scialacquano ma non contribuiscono all'approvvigionamento idrico. Semmai, il contrario. 
Con la cultura si mangia - è l'incoercibile commento - ma non è detto si beva. 
Perché si beva, da cultura come l'intende chi ne proclama annualmente capitale una città, bisogna infatti si passi a cultura come l'intende il buon antropologo e, con lui, chi si occupa dell'espressione umana con metodo e passione. 
Non grazie alla cultura festaiola dei (finti) cólti, ma grazie a una cultura umana di base, vuoi con le sue pratiche tecniche (durevoli, probe e silenziose), vuoi con i suoi riti misteriosi ma non perciò meno tecnici, c'è forse speranza che, oltre a mangiare, si beva:



3 febbraio 2018

Assenze e presenze


Ci sono assenze che dolgono: quelle il cui contrario sarebbe stata occasione di gioia e di piacere. Ma non tutte le presenze sono tali. Ne segue che ci sono assenze che sono un regalo. Ancora più gradito a chi lo riceve e ne trae ragione di ilarità. Lo sa infatti dono inconsapevole e involontario e, come un lapsus, esito perversamente magnanimo d'una pusillanimità.

19 gennaio 2018

Vecchio e nuovo



Dentro il vecchio, un torpido bivacco di imbecilli. Dietro il nuovo, un chiassoso codazzo di imbecilli. Cercare, divagando, ciò che non è vecchio né nuovo resta forse il solo modo onesto di coltivare la propria idiozia. 

16 gennaio 2018

Sommessi commenti sul Moderno (25): Libertà di parola e parole in libertà

Libertà di parola e parole in libertà: per inscindibile intreccio, sono ambedue caratteri fondanti della modernità. Non ci può essere l'una senza le altre e non si può godere dell'una (ammesso si tratti di godimento), senza soffrire congiuntamente delle altre (ammesso si tratti di sofferenza).
Una questione di equilibrio, insomma. Una tra le tante che si assegnò come compito un'epoca plurisecolare che è difficile non giudicare ideologicamente e pericolosamente equilibrista. Oggi, rivelatosi un feticcio l'equilibrio, la si vede appunto sommersa dalle parole in libertà: sommersa, in altri termini, dalla libertà di parola liquefatta e pervenuta allo stato (fin qui comico, sebbene graveolente) di putrefazione.

6 gennaio 2018

Cronache dal demo di Colono (58): Affermare una lingua

Come era già chiaro a Dante, affermare una lingua (il pensiero di difenderla è perlomeno discutibile) significa dire e scrivere cose che, in quella lingua, vale la pena siano dette e scritte. E farlo senza stare troppo a pretendere che esse e la medesima lingua che affermano abbiano plauso, ascolto, lettura, durata. 
Sono queste faccende che riguardano il mondo e i suoi sempre complessi (se non irragionevoli) equilibri. Dal tempo della comparsa dell'umanità, di lingue, anche civilissime, tali equilibri ne hanno disperse miriadi. In realtà tutte civilissime, perché tutte umane. 
Gemere per la sorte della propria lingua, con il pretesto che la si ama, è allora solo un modo, malamente mascherato, di gemere sulla propria sorte personale. A farlo, soprattutto in pubblico, raramente si dà di sé un'immagine commendevole. 
Quale sia il valore di ciascuno (e, per la parte che ciascuno rappresenta, della sua lingua e della sua civiltà) si svela infatti crucialmente nel modo con cui osserva e attende, con operosa testimonianza, la fine eventuale. Senza lacrime, senza recriminare.

29 dicembre 2017

Ancora con Giuseppe Tomasi di Lampedusa: cose italiane che non cambiano

Dall'Ottocento in avanti, diceva più di sessanta anni fa Giuseppe Tomasi di Lampedusa con un filo di ironia, la cultura (letteraria) delle Italiane e degli Italiani ha un filtro inestirpabile che ne spiega la permanente approssimazione: il melodramma. Parrebbe un giudizio ormai perento.
La sortita del principe palermitano è tornata invece alla memoria di Apollonio qualche giorno fa come appropriatissima. 
L'insensato turbine che agita le reti sociali ha gettato infatti sulla spiaggia della sua appartata Citera questo cinguettio, lacerto evidente d'una conversazione dal tema socio-culturale: "Io non sono Desdemona (morta per mano di un marito geloso), tanto meno la Bovary, morta di tisi, dopo una vita dissoluta, grazie anche al perbenismo ottocentesco".
Eccolo pienamente all'opera il filtro del melodramma, ancora nell'epoca di Twitter. Probabilmente senza che "cinguettatrice" e "cinguettataria" ne siano state consapevoli: circostanza che ne amplifica il valore. 
Del resto, inconsapevoli non solo loro. Nessuna reazione del tipo di "Ma che diavolo state scrivendo?" tra le migliaia e migliaia di seguaci delle due, a conoscenza di Apollonio. E una topica di tali dimensioni si è guadagnata gli entusiastici rilanci che, come un'onda di piena, l'hanno portata sotto gli occhi divertiti di chi scrive. 
Il melodramma vi rifrange la tragica Emma (Bovary) nel luogo comune nazionale della patetica traviata nazionale, Violetta (Valéry), e la memoria condivisa scioglie così l'implacabile prosa francese del feroce Gustave Flaubert nei versi liquidi e arci-italiani di quel Francesco Maria Piave che, manipolatore di Alexandre Dumas figlio, fu nell'occasione il librettista delle note immortali del buon Giuseppe Verdi. 
Pomata appropriata a lenire ogni male nazionale, decretava sessanta anni fa Lampedusa, con un sardonico sorriso.

25 dicembre 2017

Sommessi commenti sul Moderno (24): L'opinionista compulsivo di massa

Avere un'opinione su tutto, meglio se risentita, e sentirsi d'altra parte in dovere di renderla pubblica. Nella società moderna, fu un dì un disturbo del comportamento tipico delle cosiddette figure intellettuali, dilettanti di norma in quasi tutto ma, dell'opinione, appunto professioniste. 
Oggi il Moderno si è putrefatto e, mentre l'intellettuale come profilo sociale individuabile è da un pezzo andato a ramengo, l'attitudine intellettuale del becero professionismo dell'opinione ha intriso di sé quasi ogni aspetto dell'esperienza umana. 
E come certo non si può dire in questa sede senza dire consapevolmente della sede medesima e di chi vi esprime, è in fondo un'epidemia siffatta a garantire almeno in parte la fortuna della comunicazione nelle reti sociali. Grande o piccola che sia, tale comunicazione è intrinsecamente morbosa e chi la diffonde è un virus.

21 dicembre 2017

Come cambiano le lingue (18): "Antologia"

"Torniamo a trovare Milo De Angelis nella sua casa di Milano per parlare della sua antologia Tutte le poesie 1969-2015 pubblicata da Mondadori nella collana Lo specchio": esordisce così Oreste Bossini aprendo l'intervista radiofonica al poeta, andata in onda la sera del 18 dicembre 2017 sul terzo canale dell'azienda radiotelevisiva pubblica italiana. Dopo un breve saluto di De Angelis, l'intervistatore precisa: "Dunque, questa è una raccolta di tutto il lavoro poetico di Milo De Angelis". E in chiusura della trasmissione: “Grazie a Milo De Angelis per questa ricca e aperta conversazione che prendeva spunto dalla pubblicazione di questa antologia completa di Tutte le poesie 1969-2015 pubblicata da Mondadori nella collana Lo specchio”.
C'era e c'è ancora in antologia (a credere ai dizionari correnti) una connotazione di 'scelta' e, in modo complementare, una di 'lasciar qualcosa da canto', in linea di principio, semanticamente incompatibili con l'idea di completezza e di raccolta esauriente. 
Ecco, per es., quanto scrive alla relativa voce un'opera che si vuole vicina alla lingua viva come il Grande dizionario italiano dell'uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro: "raccolta di passi scelti di uno o più scrittori" e naturalmente "il volume che contiene tale raccolta", proponendo come sinonimi crestomazia, florilegio, silloge e non mancando di dare conto dell'etimo: "dal gr. anthología propr. "raccolta di fiori", comp. di antho- e del tema di légō "raccolgo".
I passi citati in esordio informano che, dopo qualche secolo di stabilità, antologia sta cedendo sul versante del significato. Dicono che, anche tra le persone di cultura (come sono senza ombra di dubbio le sopra menzionate), l'etimo non le fa più da àncora: deve avere infatti smesso d'essere trasparente. Si affacciano i segni d'una deriva orientata ad adeguare il significato alla cruda materialità dell'oggetto designato. Nel caso delle antologie, di norma, un volume con un gran numero di pagine. Un librone, insomma, come è presumibilmente quello che raccoglie tutta la produzione in versi del noto poeta milanese e che, per tale ragione è diventato un'antologia, senza riguardo al fatto che, a credere a quanto ne viene detto, non si tratta di una scelta. 


19 dicembre 2017

Bolle d'alea (23): Waggerl


"In fondo, solo l'inutile è veramente durevole": l'osservazione di Karl Heinrich Waggerl ricorda ad Apollonio che, per provare a durare ancora un po', questo diario non deve smettere d'essere inutile. Inutile quanto basta, del resto, a restare umano.
E di continuare a godere appieno della propria inutile umanità è ciò che Apollonio augura nella propizia occasione a chi, se è qui a leggerlo, è perché ama accompagnarsi con lui per benevolenza e per amicizia.

[In originale: "Im Grunde ist nur das Unnütze wirklich von Dauer"]

12 dicembre 2017

L'utile


E c'è poi quello strano ma comunissimo modo di illudersi che l'utile sia il criterio principale per intendere come sono e cosa fanno gli esseri umani, quando l'umanità per intero non serve manifestamente a nulla né c'è modo di credere necessaria ad alcunché la sua esistenza. 

10 dicembre 2017

Competenze e incompetenza


Solo chi ha poca competenza della natura umana può credere che pratica e successo dell'incompetenza non richiedano opportune competenze: dietro ogni incompetenza trionfante c'è un'arte, l'arte di fare trionfare l'incompetenza. E ci sono tempi che possono parere di decadenza, ma nei quali tale arte fiorisce invece e i suoi prodotti brillano in tutto il loro splendore.

9 dicembre 2017

A frusto a frusto (116)





Del proprio tempo ci si lagna, quando ci si scopre inadatti a viverlo e, conseguentemente, chiamati a lasciarlo.

23 novembre 2017

"Nidore" da "Nuovi Argomenti"

"«La sua scrittura ha il nidore abbagliante di una collana di diamanti»" recita una recensione comparsa di recente nell'edizione on line di Nuovi Argomenti, celebre rivista culturale fondata e diretta a suo tempo da Moravia e Carocci e che conta adesso una direttrice e cinque direttori - tolta la direttrice, lo stesso numero di membri del Direttorio che, sul tempestoso spirare del diciottesimo secolo, traghettò la Francia da Robespierre a Napoleone. 
Apollonio legge e resta di stucco: nidore? Il contesto lo aiuta, però, come l'aiuta il luogo comune espressivo: nitore, non nidore. Di una scrittura, è d'uso si lodi il nitore, la qualità d'essere nitida. Del resto a ciò fa riferimento il séguito, con il suo paragone, a dire il vero, corrivo anzi che no.
Certo, nitore non è una parola comune. Ancora meno comune è nidore, però, che con nitore forma quella che in linguistica si chiama una coppia minima, cioè una coppia di parole di una lingua (in questo caso, l'italiano) la cui differenza consiste di un solo segmento distintivo. 
A fare differenti nidore e nitore provvedono le corde vocali, che al momento in cui si articola la consonante dentale, vibrano nel primo caso, non vibrano nel secondo. Un'inezia, insomma. A tale inezia, però, e alla quasi identità formale tra le due parole, corrisponde un'autentica catastrofe, dal correlato punto di vista del significato. 
Se nitore, senza vibrazione delle corde vocali, designa appunto la qualità di ciò che è nitido, nidore, con vibrazione delle corde vocali, è un "Odore piacevole [...] o più spesso sgradevole", come scrive il Vocabolario Treccani. Si passa non solo dalla vista all'olfatto, ma anche da una qualificazione positiva a una media che scivola facilmente verso il negativo: "Odore che per lo più si sprigiona dalla carne arrostita, dal grasso bruciato, da cibi guasti, da uova fradice. - In senso generico: puzza, odore sgradevole", chiosa il Battaglia.
Con tanta carne al fuoco, c'è insomma puzza di bruciato. Ed è impossibile trattenersi dal pensare, con un sorriso, che non si tratti di una banale coquille ma di un autentico lapsus. 
Un lapsus di chi, però? Il passo compare infatti nella recensione come citazione dal libro recensito. È chi recensisce che cita male? O chi recensisce cita bene, ma non ha percepito che dalla citazione sale un qualche nidore? Insomma, nidore, di chi è? O, posta diversamente, nidore, per chi non olet?
Domande futili, come si vede, e che ci si pone proprio a tempo perso. Tali sono di solito quelle che  formula Apollonio: i suoi due lettori lo sanno bene. Domande futili e prive di risposte. 
Una cosa però si può dire con sufficiente certezza. Se alla celebre rivista non manca chi dirige, le fa invece crudamente difetto un correttore di bozze. Con la sua opera modesta, avrebbe evitato che chi legge sospetti che "ci sia del marcio in Danimarca". Naturalmente, a naso:


1 novembre 2017

Linguistica candida (47): Impossibile

Dopo il fortunato tema morale "come una lingua non deve essere", ecco fare capolino, nel mercato dei consumi culturali, un altro tema che prende a pretesto l'espressione umana ed è dotato di un modale: "come una lingua non può essere".
Un tema molto prevedibile. Esso è infatti la sbardellata estensione di un'idea ormai vecchia, tra quelle che hanno circolato in linguistica nel secolo scorso. Secondo tale idea, la Grammatica (si badi bene, al singolare e con iniziale maiuscola, come Dio) ha da dire non tanto come una frase può essere, quanto come una frase non può essere ed è perciò da definire agrammaticale.
Non c'è chi non sappia, tra coloro che praticano la sfortunata disciplina e ne conoscono un po' le vicende, quali danni abbia prodotto alla ricerca linguistica un'idea siffatta, isterilendola e rendendola dogmatica. 
Venuta ormai in uggia agli specialisti e propalata già abbastanza tra quei profani particolari e pericolosi che sono gli specialisti di altre discipline, l'idea dell'impossibile, gonfia come una rana che si atteggia a bue, è ora offerta al gran pubblico dei profani autentici. E c'è da chiedersi come mai finora non si fosse pensato di farlo. Il consumo di un modale (volere, potere, dovere) è graditissimo infatti al palato grossolano di chi ai libri che legge chiede soprattutto occasioni per indignarsi o per stupirsi. E cosa c'è di più stupefacente e spettacolare di un'evocazione dell'impossibile? 
Quasi assente dal mercato, invece e come sempre, è un tema modesto: "come una lingua è". Si tratta di un soggetto, d'altra parte, che domanda cautela, competenza, riflessione, per essere affrontato. E sono le disposizioni di spirito che mancano a chi è allora forse solo costretto a trovare qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di molto appariscente da fare, visto che, per mettersi con pazienza e serietà a descrivere accuratamente anche solo una lingua tra quelle che ci sono state e ci sono, non saprebbe proprio da dove cominciare.

3 ottobre 2017

Vocabol'aria (19): "Ultima spiaggia"

Erano alcuni anni che l'espressione "ultima spiaggia" non si faceva troppa luce nella comunicazione pubblica. La si vede oggi riapparire, in riferimento alla situazione politica europea, sulla copertina di un settimanale d'opinione un dì glorioso. Oggi, quel settimanale è passato a fare da pubblicazione d'accompagnamento del più venduto quotidiano nazionale. Pare perciò giunto, esso medesimo, alla sua ultima spiaggia.
Il tropo vale infatti come 'ultima possibilità di risolvere una situazione; estrema via di salvezza'. Così lo glossa il Battaglia, che ne individua l'origine nell'estensione metaforica del titolo della traduzione italiana di un romanzo del genere apocalittico comparso sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso: On the beach di Nevil Shute.
Le prime bombe atomiche della storia erano esplose solo un decennio prima e si temeva che presto ne esplodessero altre, in giro per il mondo. All'Australia, immaginata in quel libro, dopo la catastrofe, come area del pianeta ancora per poco esente dalla generale contaminazione nucleare, quel titolo assegnava un'immagine che evidentemente piacque molto al demi-monde culturale italiano e fu largamente adottata, divenendo così un luogo comune espressivo, nel Bel paese.
Il Battaglia non fa cenno (né gli se ne può fare colpa, per lampanti ragioni cronologiche) di un gustoso séguito della storia sociale italiana dell'espressione. Tra la fine del nono e l'inizio del decimo decennio del Novecento, con la caduta del Muro di Berlino come emblema, tale séguito fu effetto collaterale del precipitoso declinare di correnti ideologiche che avevano avuto grandissimo rilievo nella storia del Novecento e che, tra politica e cultura, si erano istituite come egemoniche nel ceto intellettuale italiano.
Forse con intenti scaramantici più che ironici, dalle parti di Capalbio, nell'estrema Maremma toscana, si battezzò infatti "L'ultima spiaggia" uno stabilimento balneare, con annessi servizi di ristorazione, che si pretese esclusivo e presso il quale, durante i mesi estivi, prese l'abitudine di raccogliersi ritualmente la crema di quel ceto, in sospetto d'essere appunto alla sua ultima spiaggia.
Con gli anni, "L'ultima spiaggia" nei pressi di Capalbio è stata ingoiata dal mare, per effetto dell'erosione costiera. E sembra così che, oltre al tempo, anche la natura si sia incaricata di sottolineare con feroce sarcasmo derive politiche e sociali di comparabile erosione. 
Anche con riferimento alla crisi europea cui s'è alluso in esordio, una spiaggia italiana qualsivoglia è frattanto diventata, per molte e molti, un'ultima spiaggia non solo metaforica, come è sotto gli occhi di ognuno. E, visto che di spiagge si tratta, in proposito si sentono da più parti evocare parafrasi di un indimenticabile "Li fermeremo sul bagnasciuga", lessicalmente innovativo, per dire così, quando fu proferito, visto che bagnasciuga vi fu adoperato al posto del più appropriato battigia.
La sortita fu in ogni caso esemplare ricorrenza di una vana spacconata e, mutatis mutandis, come tale oggi si ripresenta, perché, quando il mare avanza, anche l'ultima spiaggia finisce appunto per scomparire.

26 settembre 2017

Maschili che (non) la fanno franca


Nessuna intenzione, da parte di Apollonio, di prendere parte (peraltro, tardiva) alle polemiche sorte con il pretesto di un'iniziativa d'indirizzo linguistico presa qualche settimana fa dall'amministrazione comunale di Torino. Nessun desiderio di impegnarsi nel generale dibattito morale sugli usi corretti della lingua cui tale iniziativa fa appello: in proposito, l'unico criterio che vale è l'appropriatezza al tempo. Che poi il tempo piaccia o no è faccenda strettamente privata e se si sopporta come ineluttabile il chiasso di chi lo loda, a chi lo spregia, se lo spregio è autentico, basta il silenzio. Nessuna voglia di argomentare sul grado di plausibilità espressiva delle diverse misure lì suggerite: l'accanimento grammaticale è certo meno drammatico di quello terapeutico (le due attitudini hanno del resto parecchio in comune) ma è oltraggiosamente più stucchevole e c'è solo da sperare che, come andazzo, passi.
Solo un'osservazione piana, fredda e sorridente, come può appunto nascere nell'animo disincantato di quel pianista in un bordello che, qualche mese fa, Apollonio ha suggerito al suo alter ego di sostenere d'essere, smettendo una volta per tutte l'abito ormai ridicolo del linguista.
Oltre ad alcuni maschili subdolamente camuffati (se n'è detto già altrove), nella lingua ci sono maschili generici (se qualcuno sospetta ironia in tale qualificazione, sappia che è involontaria), ci sono maschili generici, si diceva, che paiono farla franca. 


Tratto dall'edizione on line di un importante quotidiano, come illustrazione della notizia cui si è fatto riferimento in esordio, questo quadretto dice per esempio che chi s'è incaricato o incaricata della sorveglianza ha opportunamente intercettato il maschile di "I dipendenti che arrivano in ritardo saranno sanzionati" e l'ha sanzionato. Ha lasciato però in circolazione e a piede libero quello che prospera, quatto quatto, in "Chiunque arrivi in ritardo sarà sanzionato". L'ha persino raccomandato. Forse perché si tratta di sanzione, appunto. E, nello spirito di sanzione, qual genere grammaticale va sanzionato, oggidì, se non (e giustamente) un generico maschile? In un modo o nell'altro, insomma, esso non la fa franca.
Sanzionando, a chi ha compilato la tabella è scappato anche altro, ma in proposito sorvolare è bello.

20 agosto 2017

Linguistica candida (46): Né filosofia né filologia


La lingua è il suolo di profondissima e misteriosa umanità sul quale, da gran tempo, hanno tirato su i loro edifici filosofia e filologia, con opportune lottizzazioni. Si è trattato e si tratta di una speculazione edilizia fiorente, cui non manca tra l'altro il merito di costruzioni mirabili. Essa gode in ogni caso di una millenaria e sempre vigente sanatoria.
La speculazione non è tuttavia fin qui riuscita a rendere irriconoscibile quel suolo e c'è da dubitare mai ci riesca. A dispetto di sbancamenti e d'altre modificazioni di superficie, la lingua determina strettamente ogni nuova costruzione, dal momento che senza essa, come senza suolo, ogni edificazione sarebbe impossibile.
Avventurarsi verso una conoscenza consapevole della lingua (conoscenza consapevole anzitutto d'essere radicalmente ipotetica) comporta quindi sapere di edilizia filosofica e filologica. Comporta tuttavia al tempo stesso una sospensione delle relative dottrine e delle loro attitudini speculative. Esse non rivelano la lingua nemmeno nei loro fondamenti. Al contrario, la coprono e vi affiorano al massimo le tecniche che, volte a specularvi al meglio, tuttavia non giungono mai a celarla compiutamente.
Così che solo malgrado filosofia e filologia a un tentativo di conoscenza consapevole della lingua può capitare di vantare qualche successo tanto precario quanto prezioso.

19 agosto 2017

Sommessi commenti sul Moderno (23): L'idraulico, alla fine dei tempi

Già negli anni Sessanta del secolo scorso, da un'anticipatrice specola nuovaiorchese, un profetico Woody Allen dettava, en philosophe: "Not only is there no God, but try getting a plumber on weekends".
Le cose hanno frattanto proceduto e, da anni, persino nella provincia estrema dell'impero di cui Apollonio continua a fare esperienza, un idraulico non lo si trova in nessun giorno della settimana. La prova dell'idraulico è cruciale: weekend è ormai sempre. Come guerra, per Mordo Nahum, testimone Primo Levi.
Escatologia di una civiltà impiegatizia che ha creato il weekend, identificandovisi, e ha disperso l'umanità delle arti: il fine-settimana è la sua degna fine dei tempi.

15 agosto 2017

Intolleranze (9): Riflessione

Un dì (quando c'era solo la stampa) si pubblicavano articoli, pezzi, elzeviri, si interveniva, si polemizzava, si discuteva. 
Oggi, ci si faccia caso, sulla stampa e sui suoi succedanei non compaiono che "riflessioni". "Esce oggi una mia riflessione...", "...ho riflettuto sul tema in...", "...ci ha inviato una sua riflessione in proposito...". 
Non c'è più nessuno che scriva e basta, nessuno che scriva, se si vuole, senza riflettere. Tra le persone di autentico talento, così usava una volta. Ci pensino un attimo i due lettori di Apollonio. Pier Paolo Pasolini che chiama un suo pezzo per il Corriere "la mia riflessione": lo vedono possibile? Suvvia! È una virtù perduta, lo scrivere irriflesso. E le sciocchezze (anche violente) che si leggono in quantità non sono effetto di assenza di riflessione ma del suo contrario: di un eccesso di riflessione.
Oggi, non c'è peraltro più nessuno che, quando scrive, non vuole dare a intendere di avere riflettuto. "Perché tieni a dirmelo?", verrebbe da chiedergli, "Temi forse che io sospetti tu non l'abbia fatto?"
Del resto, a rifletterci un momento, l'uso che dilaga non è che un riflesso. Le acque stagnanti di una temperie riflettente (più che riflessiva) rimandano indietro ai suoi protagonisti (di qualsiasi taglia essi siano) le loro immagini riflesse, motivo di compiacimento per il loro narcisismo.

14 agosto 2017

A frusto a frusto (114)





"Senza se e senza ma", capita sovente di sentir raccomandare. Ma, tolti i se e tolti i ma, cosa resta dell'umana libertà?

24 luglio 2017

Cronache dal demo di Colono (56): "La velocità della luce non si decide per alzata di mano"

Il mondo va come deve andare. Sono i numeri, le condizioni fattuali e ineluttabili: non c'è scelta. Lo si sente dire, non da oggi, dagli intelligenti.
"La velocità della luce non si decide per alzata di mano": proprio così. Ed ecco allora equiparate alla velocità della luce (ed è un bel salto) le più disparate dinamiche umane, per le quali invece l'alzata di mano parve un giorno una conquista. Si pretende adesso siano prospettate oggettivamente. Come le relative prassi.
Beh! con qualche rigurgito di infantile velleitarismo (ma anche dopo catastrofi umane, recenti e recentissime, rapidamente dimenticate) ritorna spudoratamente alla luce l'ennesima contraddizione moderna. O forse, l'ennesimo doppio tradimento: che si tratti, eventualmente, di tradimento involontario, non ne diminuisce l'infamia e ne fa solo crescere la ridicolaggine. 
La "scienza" (tra virgolette) stupidamente costituita dai suoi chierici come sede dell'autorità, invece che come fonte del dubbio. E per correlazione, ancora più gravemente, il dubbio lasciato in preda della stupidità di innumerevoli chiacchiere "democratiche" (tra virgolette), perché se ne faccia strame.
Nessuno ricorda che furono altre le (false) promesse: alla democrazia, con modi nuovi, un'autorità affabile; il rigore di un dubbio sempre più accanito, alla scienza.

5 luglio 2017

Linguistica applicata (1): Combinazione e commutazione


Ottenebrati dall'ontologia e dai giudizi assoluti, si fa fatica a capirlo e ancora più fatica ad ammetterlo. Il metodo è tuttavia categorico, in proposito: il valore dei termini di una combinazione viene a galla chiaro (e sovente impietoso) quando, come capita per via di comici o crudi accidenti della vita, tali termini si trovano soggetti a una commutazione.

27 giugno 2017

Cronache dal demo di Colono (55): La scelta si è sciolta

Quando non si sceglie, in genere è semplicemente perché non c'è scelta.
E invece, come prevedibile, un uragano di chiacchiere sulle ragioni della crescente disaffezione alla scelta politica, nei paesi che furono culla moderna della democrazia, in Europa.
Si tira in ballo, in proposito, il solito feticcio americano. A differenza di quelle sorte in Europa con secoli di controverso travaglio, lì si tratta di una compagine politica nata già sul principio con l'idea che i suoi cittadini avessero il diritto di farsi a piacimento i fatti propri, a casa loro e nei vasti dintorni. L'idea era tipica di ricchi proprietari terrieri schiavisti in una terra (all'epoca) infinita. Oggi, anche lì, le cose stanno in maniera diversa di allora. Ma gli (ipocriti) fantasmi della libertà vivono più a lungo degli uomini: altrimenti che fantasmi sarebbero? 
Nella vecchia Europa, con qualche eccezione strettamente individuale, del potere pubblico si è sempre avuta una concezione meno appartata e ha sempre contato la grandezza dei numeri. Grandezza dei numeri che poi, non bisogna mai dimenticarlo, fu anche quella dei numeri di un Mussolini, di un Hitler, di tante repubbliche democratiche: spaventosa, come ha raccontato qualche testimone. 
Ora non ci sono più neppure i numeri, a sostegno delle democrazie europee. E una democrazia cui mancano i numeri, che democrazia è? Che ci fosse da scegliere era nei patti, ma la scelta si è sciolta: si deve concludere che si è sciolto anche il patto.
Urgono aggiornamenti lessicali o, a individuale scelta, la profonda consapevolezza che le parole politiche che continuano a circolare, in primis "democrazia", sono solo formalmente le medesime. Non è d'altra parte la prima volta che succede, ma è sempre la prima perché i modi sono nuovi e diversi.

2 giugno 2017

Trucioli di critica linguistica (25): Marco Mengoni, "nel mentre"

"Senza fare i giganti | e giurarsi per sempre | ma in un modo o in un altro | sperarlo nel mentre": canta Marco Mengoni nella sua "Sai che". E c'è il rischio che Fortunato Zampaglione, il paroliere (deliziosa designazione di un mestiere, sulla quale Apollonio una volta o l'altra spera di tornare), sia stato il primo, nella storia della canzonetta italiana, non tanto a dare spazio alla locuzione "nel mentre", quanto ad assicurarle il rilievo che le conferisce la fine di un verso, in consonanza con "per sempre": significato e significante, si osservi, in quella rigorosa correlazione sintagmatica in cui il rapporto paradigmatico collassa, come voleva Roman Jakobson a proposito della funzione poetica.
Eppure, niente sembra più prosaico e dimesso, oggi, di "nel mentre". La sua storia non è però infame né comincia di recente. E quanto alla lingua della poesia, non è forse un caso che abbia a un certo punto incontrato Giovanni Pascoli. Ma stiano tranquilli i due lettori di Apollonio, non si vuole qui mescidare sacro e profano e a Zampaglione e Mengoni ci si tiene: di altro, poco o nulla si saprebbe dire.
E allora: "per sempre" e "nel mentre" sono due modi di prospettare il tempo, ché di tempo si tratta e, tutta intera, "Sai che", il cui ritmo di base ricorda quello del battito dei secondi, ha il solito conflitto di amore e tempo come tema principale (in linea di massima, a pretendere altro da una canzonetta ben fatta si fa giustamente figura di presuntuosi imbecilli).
La prima prospettiva è illimitata ma inesistente: "per sempre"; l'altra, "nel mentre", deve la sua esistenza precisamente ai suoi limiti: i limiti di "sperarlo", un "per sempre".
E i significati, con il loro sofisticato equilibrio, stanno in funzione di significanti composti, in ciascun caso, da tre sillabe che iterano regolarmente i loro profili di composizione. Chiuse le prime ("per", "nel") e le seconde ("sem", "men"), aperte le terze ma con un attacco composto da un nesso occlusiva-vibrante e, come apice, la medesima vocale ("pre", "tre"). 
Sul profilo vocalico dell'insieme si gioca foneticamente una sottile variatio ("per sèmpre", "nel méntre"), naturalmente dove, per via dell'accento, la differenza si fa pertinente e quindi può incrinare l'uniformità senza distruggerne l'evocazione. Con la vibrante, variata dalla liquida, l'intreccio coinvolge in modo saliente consonanti nasali. 
Sono precisamente i valori consonantici della parola "amore" e chi ascolta con attenzione il testo nella sua interezza vedrà come vibrante e nasali lo marchino profondamente, dal punto di vista sonoro: "e tu resti alla porta | con l'amore che resta". 
Del resto, quanto al conflitto tra amore e tempo, non è detto che l'ineluttabile vittoria del secondo significhi la disfatta del primo, "nel mentre" di una vita:

19 maggio 2017

Lingua loro (37): "...e non sentirli"

"Aspettando il Salone internazionale del Libro di Torino: trent'anni e non sentirli": qualche giorno fa il portale di un importante istituto culturale nazionale ha intitolato così un articolo che annunciava l'evento adesso in corso.  
Impossibile dire a chi, nella prosa gazzettiera, si debba il conio dell'espressione "X anni e non sentirli" per celebrare anniversari di personalità (o di personaggi) della scena pubblica e, conseguentemente, di iniziative, di istituti e di tutto il resto di cui possa farsi prosopopea. 
Certo è invece che l'espressione è piaciuta a tanti. Oggi è un topos. La variabile X è da saturare con un aggettivo numerale cardinale. Non con uno qualsiasi, però. Con un numerale che, in riferimento all'esistenza della persona o della cosa celebrata, dica d'una durata, di una resistenza, di una permanenza rimarchevoli. La coordinazione dei due membri è solo formale. Il suo valore è avversativo-concessivo: 'son tanti ma...', 'malgrado siano tanti...'. 
Nel caso sia adoperata per celebrare esseri umani, senza dirlo esplicitamente, l'espressione lascia dunque intendere di un arco della vita che, in funzione del tema del discorso, si trova nella sua ineluttabile fase discendente; lascia intendere che si tratta di tradizioni percepite o percepibili come vetuste, nel caso di istituti, di manifestazioni e dell'altro che esorbita dall'umano.
Nello spirito commerciale del tempo, è evidentemente questo il caso della fiera torinese. Al compimento del suo terzo decennio di esistenza, essa conta già tra le cose antiche. 

6 maggio 2017

"Oh gran bontà de' cavallieri antiqui!"

New York, Hunter College, 26 febbraio 1955, da Vittorio Ceroni a Bruno Migliorini,  Presidente dell’Accademia della Crusca.
«Onorevole Signor Presidente,
[...] Può codesta Onorevole Accademia autorizzare l’uso della tanto necessaria parola […]? Sarei gratissimo se ricevessi una risposta definitiva. […]».
Risposta di Bruno Migliorini, 9 marzo 1955.
«Preg.mo Professore,
Le rispondo non nella mia qualità di Presidente della Crusca – perché non è compito dell’Accademia autorizzare o non autorizzare i singoli a usare determinate parole – bensì come privata persona […]».


[Il delizioso scorcio è tratto da una pagina qui raggiungibile. Chi volesse vi troverà maggiori dettagli sul tema che suscitò, sotto la penna di Bruno Migliorini, "privata persona", tale espressione di elegante ritrosia. Il mondo come fu e come non è più.]


22 aprile 2017

Linguistica candida (45): "Ma mi, ma mi, ma mi..."

Comincia a percolare anche negli ambienti profani cui Apollonio appartiene la notizia che la ricerca neurolinguistica più avanzata, con i suoi sofisticati strumenti d'indagine, avrebbe ormai a portata di mano il modo di "leggere" le parole che agli esseri umani passano letteralmente per il capo, pur restando prive di manifestazione. Una variante che si dice linguistica e si prospetta come tecnologica, oltre che come scientifica, dell'eterno sogno di leggere nel pensiero, a patto che questo - si afferma - abbia preso nel cervello la forma di parole.
Apollonio non può dire se la notizia sia affidabile. Con un gioco che, come si sa, è sempre molto pericoloso, potrebbe essere bene una di quelle "balle di scienza" (così una benemerita manifestazione pisana di un paio di anni fa) che, da ambienti che appunto si pretendono (e talvolta sono) scientifici, vengono messe in circolazione per spillare quattrini a chi ha potere e danaro ed è tutt'altro che disinteressato e innocente, nei confronti della ricerca. 
Una riflessione è tuttavia già possibile, restando ai margini della questione dell'affidabilità e di altri aspetti della notizia, sui quali, caso mai capitasse, si dirà in altra occasione.
Ad Apollonio è infatti accaduto di leggere che, del risultato scientifico a portata di mano, s'immaginano già le conseguenze pratiche. 
Tra queste, un nuovo modo di praticare professionalmente un interrogatorio per ottenere dall'interrogato informazioni che egli fosse renitente a dare. Insomma, per chiamare le cose con il loro nome, un nuovo metodo di tortura. Più pulito di quelli antichi e consolidati, ovviamente. Niente corda, waterboarding o pestaggio: una banale TAC. E, con la TAC, la possibilità di "leggere" le parole nel cervello, estorcendo così l'informazione.
Un commento sorge tuttavia spontaneo, insieme con un amarissimo sorriso: sarebbe possibile estorcere l'informazione all'interrogato, sempre a condizione che costui la formulasse nel suo intimo sotto forma di parole. Ma, sottoposto all'eventuale prova, a questo punto, chi sarebbe tanto sciocco da farlo? Pensare parole, sarebbe esattamente come proferirle. 
Per sfuggire, di parole, gli basterebbe allora pensarne altre. Per esempio, potrebbe ripetersi interiormente: "Brutti figli di puttana, da me non saprete proprio nulla". Nella TAC del suo cervello, i neo-torturatori, puliti e tecnologici, "leggerebbero" così, papale papale, ciò che ai vetero-torturatori, con pieno merito, capitava e (purtroppo, ancora) capita di sentirsi dire. 
Il successo scientifico sarebbe assicurato e certamente grandioso: c'è da immaginare che la relativa ricerca neurolinguistica ne sarebbe universalmente illustrata e proiettata, perlomeno, verso un premio Nobel. Non ne sarebbero tuttavia felici i neo-torturatori. Della pasta eterna dei torturatori, anche i neo-torturatori finirebbero per adottare, ai loro scopi, i metodi vecchi ed affidabili dei torturatori di ogni tempo. Sarebbero forse ulteriormente incattiviti da un cocente rammarico: aver gettato un sacco di quattrini dalla finestra, per finanziare scientifiche fole.


21 aprile 2017

A "Tempo di libri", la "linguistica" sul mercato, la cosiddetta Legge di Gresham e Aristofane

Compare e ricompare, nelle reti sociali, la foto di un espositore di un'importante casa editrice che, tra i tanti in questi giorni disposti per la manifestazione commerciale "Tempo di libri", si afferma sia consacrato alla "Linguistica". La foto è preziosa testimonianza del tempo che stanno appunto attraversando i libri, quanto alla linguistica, dalla prospettiva del mercato.
Alla sua vista, è impossibile impedire a un aforisma di risalire dal profondo luogo della memoria dove si conservano le parole più rivelatrici. Quei libri rendono tali parole limpidamente presenti alla coscienza e, visto che appunto di faccende commerciali si tratta, proferirle diventa doveroso: "La moneta cattiva scaccia la moneta buona".
L'aforisma condensò, pare, l'esperienza del mondo di Thomas Gresham, mercante e banchiere inglese del Cinquecento: in Francia, Montaigne gli era contemporaneo e, in patria, stava arrivando il tempo di Shakespeare. Lo si ricorda qui, per richiamare, nello spirito dei due lettori di Apollonio, la consapevole maturità culturale di quel tempo, che non era appunto da poco.
In ogni caso, a Gresham il motto è attribuito. Naturalmente, quando è attribuito, perché di norma circola (si potrebbe dire: giustamente) come espressione di un'anonima saggezza, cui le temperie calamitose invitano sempre ad attingere per orientarsi con seria serenità. 
O con sferzante ironia, come, proprio comparando il corso delle monete con temi civili e culturali, fece già Aristofane, ad Atene e tra il quinto e il quarto secolo prima dell'Era cristiana. Un commediografo di un altro tempo culturalmente maturo che molto ante litteram si procurò imperitura fama d'essere politicamente scorretto e oltremodo divertente. 
In una traduzione ottocentesca, ecco in proposito un celebre passaggio delle sue Rane: "Coi probi cittadini parmi che Atene | usi come coi vecchi e nuovi nummi. | Poiché sebbene adulterati quelli | stati non sono, e sien dei nummi i primi | di conio vero e di provato suono, | fra i Barbari non men che fra gli Elleni, | pur valersen non vuol ma bensì adopra | gli altri che bronzo sono, or or coniati, | e di peggiore impronta". 
Che tempi, insomma, quelli di "Tempo di libri" (e forse non solo per la linguistica).