26 settembre 2016

Linguistica candida (39): I nuovi detrattori di Noam Chomsky

Era chiaro che a Noam Chomsky, prima o poi, dovesse succedere, come effetto del trapasso dal Moderno ultra-maturo all'attuale e completamente putrefatto (trapasso cui peraltro egli medesimo ha contribuito, dal 1956, con le sue idee e, a partire dal decennio successivo, con la sua immagine pubblica di intellettuale).
In coro, ha cominciato a parlare male di lui gente che, di ciò che il linguista americano pensa e ha fatto, non capisce nulla e, se ne parla male, ne parla male senza capire perché; o meglio, semplicemente perché pensa di mettersi così tra le prime schiere di un tendenziale andazzo.
Nei decenni trascorsi, del resto, non pochi dei suoi estimatori (linguisti inclusi) erano completamente inconsapevoli di ciò che facevano e, anche loro, seguivano un andazzo, con la trasparente ingenuità che fa sempre la fortuna dei furbi. 
Chomsky paga oggi qualcosa di quel facile consenso con gli accenni di un'irrisione maramalda e altrettanto facile.
Facili nemici si raccolgono infatti intorno al simulacro dell'allievo geniale e malandrino di Zellig Harris, dell'ultimo erede del legato metodologico di Leonard Bloomfield (da lui, a parole, proditoriamente rinnegato). Apollonio non li tiene per amici, sappiano i suoi due lettori. E fosse chiamato a decidere con chi stare, l'errore di Chomsky, dei suoi libri, del suo impegno di linguista gli pare incomparabilmente più nobile, come sfida all'intelligenza, della loro montante nullità. Contro le idee di Chomsky si poteva, anzi si doveva argomentare. Leggendo le parole dei suoi attuali detrattori si possono solo allargare le braccia.

18 settembre 2016

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (22): La comparsa di reazionari



Nella storia delle lingue, ma ovviamente non solo in essa, la comparsa di petulanti reazionari è prova certa che il cambiamento è ormai irreparabilmente (e, si può dire, purtroppo) già avvenuto.

16 settembre 2016

Cronache dal demo di Colono (43): Un Campiello sopra le righe

La letteratura, lo si sa, non è una cosa seria. Meglio: non lo sarebbe e non lo era. Lo è divenuta, in una temperie, la presente, e forse già in un'epoca, quella in corso (la deriva non è cominciata l'altro ieri), che non tollera esistano cose poco o non serie. 
Ne sanno qualcosa, per esempio, il gioco, la ricerca, l'amore, il diporto: tutti àmbiti dell'esperienza umana del mondo e nel mondo diventati oggi serissimi, a tratti tetri, come è appunto capitato alla letteratura. 
Una prova? Per contrasto, la più peregrina: la trasmissione televisiva (curata da Rai Cultura, dicono i titoli di testa) della serata finale del Premio Campiello 2016. In rete, dove Apollonio l'ha trovata, pare resti disponibile ancora per un paio di giorni. Se curiosi e non al corrente, i suoi due lettori si affrettino alla verifica.
La produzione del programma, preoccupata della serietà della serata letteraria, l'ha affidata per contrappasso a due conduttori universalmente ritenuti di spirito: una ciarliera signora sarda che fa la sarda e un giovanotto marchigiano, allampanato e, a dire il vero, ormai piuttosto avanti con gli anni. 
Ebbene, per evidente mandato, nelle due ore di trasmissione, non c'è stato un solo momento in cui i poverini non abbiano tentato di metterla sul ridere. Penosamente, non ci sono riusciti. L'ineluttabile aleggiare della tetra serietà di cui ormai vive il tema letterario, come si è detto, ha avuto la meglio, anche se di esso si è avuta cura di tacere radicalmente. 
Facili ironie, giochi di parole, battute, birignao, false baruffe, inciampi, gaffe, uscite demenziali, interviste di sublime trans-idiozia, i due ne hanno tentato di tutti i generi, sempre atteggiandosi inoltre a un trattenuto sussiego. Si pensi: con un esercizio di supremo virtuosismo, per i cento venti minuti hanno anche tenuto sulle loro facce un sorriso che si pretendeva meta-ebete. O forse, in armonia coi tempi, post-ebete. Con l'ossimoro di un ammiccamento esplicito, parevano proferire così a ogni passo, cercando di intercettare la simpatia d'ogni segmento del pubblico nazionale, una tradizionale divisa italiana: il "Ma guarda un po' che s'ha da fa' pe' campa'". 
L'attitudine è del resto precisamente la cifra stilistica dell'attempato ex-giovanotto marchigiano, quella cui deve la sua fortuna. Tra i due, è infatti parso lui il capo-comico e, sullo sfondo, anche lo scalcagnato impresario cui la committenza (gli industriali veneti, un tempo floridi e ora evidentemente male in arnese) ha affidato per ragioni di economia l'intera baracca.
Insomma, con chiara intenzione (giustificata dalla manifesta incapacità di fare altro e di evitare in ogni caso il peggio), non una parola è stata proferita in due ore che non fosse sopra le righe. Ed è difficile non sospettare che, in realtà, lo si sia fatto perché di quelle nude righe letterarie che, in linea di principio, avrebbero dovuto essere le serie protagoniste della serata si è avuta vergogna e che starci sopra era infine un modo buono e a buon mercato per coprirle. 


10 settembre 2016

Linguistica candida (38): Ascoli, Manzoni e la frattura degli studi linguistici di espressione italiana

Con la lingua, Alessandro Manzoni aveva un rapporto viscerale e agonistico ma soprattutto consapevole. C'è bisogno di dirlo? Non era, in altre parole, un cretino di talento, come sono stati e sono scrittori anche molto rinomati. Ed era, nella prassi, ancor più che nella teoria, un fine grammatico, oltre che (e non paia un paradosso) un acuto linguista speculativo. Cultore di una linguistica diversa da quella che praticò il bravo glottologo Graziadio Isaia Ascoli. 
Ascoli infatti non capì Manzoni: gli mancavano i mezzi e sarebbe difficile immaginare due uomini dalle formazioni più diverse e contrastanti. Meglio, a Manzoni appena morto, di Manzoni linguista, con qualche schiamazzo, Ascoli fece mostra di capire ed enfatizzò ciò che, a suo parere, era sbagliato e, certamente, era discutibile. 
L'enfatico additamento dell'errore altrui, invece della piana esposizione di ciò che positivamente si ha da dire, lasciando all'intelligenza del lettore il ponderato giudizio, è del resto malvezzo avvocatesco da cui lo stile di argomentazione della glottologia non si è più liberato.  
Erano faccende politiche, del resto: cascami di pensieri, raccolti da epigoni che il Risorgimento, con il suo esito, aveva messo nelle condizioni parossistiche tipicamente produttrici di sconsideratezze. Temperie - tutti e tutte le si conosce, visto che si ripresentano periodicamente - in cui qualcosa, qualsiasi cosa bisogna si dica e si faccia, pena il sentirsi fuori del flusso vitale (ingannevolmente, vitale) che corre per il mondo. Esattamente le situazioni, invece, in cui non bisognerebbe far nulla, lasciando che il mondo vada appunto al diavolo da sé, consapevoli con un sorriso della probabilità di trovarsi ineluttabilmente ad accompagnarlo.
Dalla frattura ideale tra Manzoni, il linguista fine e speculativamente pratico, e Ascoli, il rude e bravo glottologo delle inezie e dalle frustrate ambizioni di finezza, frattura decretata da Ascoli, come s'è detto, l'attenzione alla lingua e gli studi linguistici d'espressione italiana non si ripresero mai più. Lo spirito di Manzoni avrebbe certo avuto bisogno di Ascoli. Ma molto, molto di più Ascoli avrebbe avuto bisogno dello spirito di Manzoni, se l'avesse capito. 
Ora che, in proposito, una tradizione nazionale qualsivoglia pare si stia definitivamente disperdendo (se non s'è già completamente dispersa) nell'indeterminatezza di idee cervellotiche tanto locali, quanto globali, Apollonio pensa sia il caso di dirlo, come ipotesi di testimonianza, a chi, giovane e sfaccendato o sfaccendata, vuole conservare la curiosa memoria di glorie (poche) e fallimenti (tanti) della linguistica di espressione italiana.

30 agosto 2016

Cavallo Pazzo e George Armstrong Custer


Chi crebbe con l'idea (forse sbagliata) che la prateria nei dintorni del torrente Little Bighorn fosse, come in effetti fu, il solo scenario appropriato all'incontro tra George Armstrong Custer e Cavallo Pazzo (non, si badi bene, tra il cattivo e il buono né tra il buono e il cattivo, ma semplicemente tra George Armstrong Custer e Cavallo Pazzo, con le loro lingue diverse, con le loro diverse visioni del mondo), trova comico lo spettacolo d'oggi in cui torme di loro controfigure giocano a rimpallarsi temi disciplinari che spacciano per diversi dalla tribuna delle medesime "conferenze" (pardon! ma da un po' è d'uso si dica così).

23 agosto 2016

Linguistica da strapazzo (44): L'"Isola di Sicilia" e il maestro "Topolino"


Isola, la Sicilia lo è per antonomasia. Della circostanza culturale (la materiale ne è un accessorio, per quanto indispensabile), folle di siciliani (più o meno illustri) e qualche "continentale" hanno peraltro fatto e continuano a fare un topos metaforico, talvolta come giustificazione di autentiche nefandezze. 
Il nesso isola di Sicilia è tuttavia una rarità testuale, fuori del contesto discorsivo di una descrizione geografica. Ne fornisce un'attestazione inopinata e straniante, quindi da mettere forse anche in conto della funzione poetica, la copertina di questo fascicolo di Topolino. 
Ai redattori del settimanale, l'evidenza iconica, da un lato, e la celebrità del nudo nome proprio, dall'altro, non devono essere parse sufficienti. Hanno così ritenuto di mettere in chiaro che Sicilia, da buon nome proprio, non è sostanza. Ben che vada, è qualità, per giunta solo metalinguistica. La sostanza sta nel nome comune: isola come tante, la Sicilia, e, come tante, bisognosa del suo "complemento di denominazione".
C'è più di un filo di pedanteria grammaticale e di ridondanza didattica in una sortita del genere: è del resto ben noto che la vecchia testata sia stata da sempre animata da intenti educativi. Così usava un dì, per la stampa destinata d'elezione alla gioventù.  

19 agosto 2016

Dal bello al brutto


Quando questi luoghi erano belli, non ci veniva nessuno. Ora non lo sono più e, di forestieri, ce n'è a frotte. L'epoca (non da oggi, oggi però in maniera parossistica) è irresistibilmente attratta dal brutto. Quando, per il suo continuo e crescente consumo, non ne trova a sufficienza nel mondo com'è, lo produce, lo amplifica, lo diffonde dappertutto.

4 agosto 2016

Raf, Ron e il Gattopardo

"...i cani: Fufi, la grossa mops della sua infanzia, Tom, l'irruente barbone confidente ed amico [...], le zampe carezzevoli di Pop, il pointer che in questo momento lo cercava sotto i cespugli e le poltrone della villa e che non lo avrebbe più ritrovato": poche righe tratte dalla Parte settima del Gattopardo. Fabrizio Corbera, morendo e dopo aver detto tra sé di Tancredi, trova ironica consolazione nella memoria dei suoi cani: Fufi, Tom, Pop.
C'è una sagra paesana, tra pochi giorni, in un angolo di Sicilia. Ne dice, eloquentemente, questa immagine:


Ad Apollonio, come ricordano forse i suoi due lettori, le curiosità dell'onomastica (letteraria) non sono indifferenti. E memore del passaggio citato in esordio, non può trattenersi dal pensare che colui il cui nome viene preso a pretesto per organizzare la festa (ovunque egli si trovi, in questo momento) starà chiedendosi, con un sardonico sorriso, di qual razza mai siano, tra gli altri, il Raf e il Ron che nell'occasione ustoleranno.


15 luglio 2016

Linguistica da strapazzo (43): Maestro e ministro

I titoli dei giornali mirano sempre all'effetto: “Pagate i maestri come i ministri”. Quaranta anni fa, un titolista del Corriere della sera pensò bene di attirare così l'attenzione del pubblico sopra uno scritto di Natalia Ginzburg. Lo ricorda meritevolmente Doppiozero, che ripubblica il testo per la nota circostanza anniversaria di questi giorni. Non ne muta il titolo. Evidentemente, esso resta d'effetto. Vi si allude al denaro e il tema, con altri che sarebbe corrivo elencare, non manca mai di eccitare. 
L'articolo della scrittrice è naturalmente più sfaccettato. Fa le lodi ideali della professione di maestro elementare (erano altri tempi, per la faccenda del genere). D'altra parte e in chiaroscuro, fa anche la descrizione del misero stato materiale e morale di tale professione nella società italiana dell'epoca. “Soprattutto dovrebbe essere, tale professione, insignita di una dignità simile a quella che si prodiga alle professioni più alte, più responsabili, più delicate: essi dovrebbero essere, nella scala sociale, pari ai ministri”: ecco il passaggio che ispirò l'ignoto titolista. Ne venne fuori, con quel titolo, il pretesto per una illustrazione di come, nel mutamento linguistico, il destino delle parole sia bizzarro e impredicibile. Sapere se l'ideatore ne fosse consapevole è impossibile ed è inutile chiedersi se, come ispiratrice, lo fosse Natalia Ginzburg. Nelle teste degli esseri umani, anche dei più acuti, la lingua ha strade che, per essere percorse, non domandano consapevolezza. 
Le parole maestro e ministro hanno molto in comune e il loro accostamento fa scintille, per chi le sa vedere. La loro forma, anzitutto. La prima si è formata così come oggi la si sente a partire dal latino magistru(m). È passata di bocca in bocca, in tempi ormai remoti e per tanto tempo: è una parola di trafila popolare. Ne è conseguito l'esito di una qualche usura, nella sua forma. La seconda non è una parola di trafila popolare; nell'espressione poi divenuta italiana, è stata ripescata dal latino ministru(m). Ciò è accaduto per le vie di una lingua più di livello; di conseguenza, con meno accidenti. 
Quanto invece alle funzioni e, di conseguenza, al significato? Qui viene appunto il bello. Le due basi latine erano infatti costruite secondo il medesimo modello, all'epoca trasparente. Per dirla con approssimativa semplicità, come si vede meglio in magister e in minister, le medesime parole al caso nominativo, tale modello comportava l'aggiunta di un suffisso comparativo -ter  agli avverbi magis e minus. Non è necessario a questo punto invocare grande dimestichezza con la lingua di Cesare e Cicerone: lo si sa, il primo valeva 'più' e il secondo 'meno'. Insomma, tra i due e per opposizione reciproca, magistru(m) era er Più, ministru(m) era er Meno: si badi bene, correlativamente. 
Ministru(m) era infatti la parola che si usava per dire 'servitore'. Lo testimonia ancora oggi la lingua speciale della Chiesa: se qualcuno vi si dichiara ministro del Signore, lo fa per dire d'esserne un servitore, non un ministro come ormai la parola si intende tra i laici. Tanto meno un ministro con portafoglio: così almeno dovrebbe essere, in linea di principio. E, sempre nella lingua della Chiesa, qui presa a testimone di una conservazione, maestro, anzi Maestro ha un valore che sarebbe ridondante ricordare. Un valore del genere vige ancora negli usi nobili della parola maestro: quelli cui sempre Doppiozero sta dedicando da qualche settimana e per altri versi molta attenzione (e anche lì, bisogna un giorno o l'altro che ci si torni, dalla prospettiva linguistica).
Fuori delle lingue speciali e degli usi di maestro che si son detti nobili, le due parole hanno invece avuto la storia che hanno avuto. E, per dirla meno equivocamente con espressioni combinatorie (le parole, da sole, sono sempre poca cosa: anzi, nulla), tra fare il maestro e fare il ministro c'era ai tempi dell'articolo e c'è ancora la differenza che tutti si conosce. 
Contro tale differenza, anche di trattamento economico, Natalia Ginzburg lanciava argomenti di una razionalità tanto lucida quanto, a ben vedere, radicalmente disincantata, se non fosse per l'ossessivo ricorrervi dei noi (del resto, nessuno è perfetto). Nella situazione in cui venivano espressi, erano argomenti provocatori e paradossali, certo. Resi ancora più paradossali però dalla storia di maestro e di ministro, di cui, come si diceva, è inutile chiedersi se la scrittrice fosse al corrente.
Quella storia e, complessivamente, la storia della lingua mostrano come i rapporti tra le parole e le cose siano sovente e bellamente soggetti a bizzarri capovolgimenti. Anche lo scritto di Natalia Ginzburg e il titolo che gli diede il Corriere e ribadisce Doppiozero lo confermano: con il tempo, er Più (maestro) è passato a designare professionalmente un poveraccio che si guadagna la vita badando a torme di indisponenti mocciosi e può solo lamentevolmente sognare di avere in società la considerazione e le prebende destinate (e si dica se non è ironia) a un er Meno (ministro) qualsiasi, cioè a uno che, con la scusa di servire, si trova tra coloro che il ruolo autorizza a fingere di contare qualcosa.
Sono circostanze linguistiche, ritiene Apollonio, di cui non è male acquisire, quando si dà l'occasione, almeno un briciolo di consapevolezza.

9 luglio 2016

Lilli e la Prussia vagabonda


“Nella vita e nel lavoro ci vuole disciplina. Io vengo dall’impero austroungarico e ho avuto un’educazione un po’ prussiana”: così, secondo la pagina Facebook che celebra l'evento, pare abbia detto in qualche occasione la celebre ed illustre premiata. Ed è un lampante esempio del modo con cui capita che, nell'espressione, la figura divori la lettera.
La Prussia, con l'Austria-Ungheria, non ha naturalmente nulla da spartire, dal punto di vista geografico; poco, da quello storico-culturale. Tra i due stati, per ragioni di egemonia, si giunse persino a una guerra, ora è un secolo e mezzo. Vinta dalla Prussia, ci sono storici che ritengono che essa, voluta dal tremendo Otto von Bismarck, sia alla radice di molti dei terribili guai in cui il conseguente spirito tedesco - e, in verità, prussiano - gettò l'Europa nel secolo seguente (con complice stupidità di altre nazioni, naturalmente).
In quella guerra, come si sa, si ficcarono anche gli Italiani, appena fattisi uniti, contro l'Austria-Ungheria e con la Prussia. La chiamarono Terza guerra d'indipendenza e, al netto del solito Garibaldi, ci guadagnarono, al carro dei Prussiani, le prime brutte figure della loro storia bellica unitaria. 
Ne ebbero anche lutti incomprensibili, gli Italiani. Come quello di cui narra un Giovanni siciliano nei Malavoglia. Ci si pensi un momento, Luca d'a Trizza, un ragazzo dalla cui sopravvivenza dipendeva il destino della Casa del nespolo, che ci stava a fare a Lissa? Ce l'aveva mandato la leva obbligatoria, che il Regno d'Italia aveva imposto ai suoi cittadini, non tutti peraltro felici di esserlo, seguendo un modello anche prussiano: nel senso proprio 'di Prussia'. Che porti male, prussiano, al Bel Paese? 
Ma prussiano, è chiaro, non val più 'di Prussia', come il celebre blu. Vale 'rigido', 'severo': donde l'attenuazione di "un po'", che non guasta mai. Né, mentre segnala la simpatica evenienza linguistica, sfiora Apollonio il pensiero che alla rigorosa giornalista che si rivendica asburgica manchino gli opportuni riferimenti e che quindi, Dio non voglia!, come un'italiana qualsiasi, le capiti di esprimersi per approssimazioni.
Non potendo fare altro, la buonanima di Giovanni, il certaldese, di certo sorride. Da italiano vero.

5 luglio 2016

Linguistica candida (37): De textu




I testi tacciono. Parlassero, sotto sacro giuramento direbbero che detestano la linguistica del testo.

24 giugno 2016

A frusto a frusto (105)




Un odioso presente è un futuro radioso passato.

Cronache dal demo di Colono (42): Il terzo "no"

Nei due secoli precedenti, hanno detto "no" prima all'Europa di Napoleone, poi a quella di Hitler. Apollonio non ha un giudizio certo e, a dire il vero, sorride, prima ancora di diffidare, dei giudizi facili e certi come degli sconcerti, delle indignazioni, dei richiami, delle perorazioni che in proposito circolano a bizzeffe, in queste ore. 
Apollonio ha solo dubbi e si stupisce, ancora si stupisce (come si sa, è un inguaribile ottimista) che non prevalga un dubbio. Il dubbio che, davanti il tribunale della storia, non abbiano nuovamente ragione. Un dubbio che dovrebbe indurre tutti a un'intima riflessione morale, prima che politica o economica. E al relativo silenzio.

Lingua loro (36): "...quella più gettonata"

"Maturità, la traccia sul valore del paesaggio è quella più gettonata", scrive l'Ufficio Stampa del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
"Quella più gettonata": tre parole. Ne sarebbero bastate due: "la preferita" o "la favorita". Tre per due: non è buon segno o, se si vuole, è segno dei tempi. Segno dei tempi e di un'evoluzione ormai più che tendenziale è d'altra parte anche l'enfatico quella che ricorre dove lo farebbe per antica dignità un meno appariscente la.
L'epoca e la sua direzione sono del resto palesemente contraddittorie. Lo si coglie fin negli infimi indizi, come sono i qui esposti. Si dice, anzi si millanta di preferire velocità e brevità nella comunicazione ma, non appena una scelta si dà, si praticano stucchevoli perifrasi, forme lunghe, surrogati, derivati e parole senza succo. Ha un succo, invece, gettonata. Ma che succo?
Senza averne merito, Apollonio è tra coloro che videro nascere il verbo gettonare e, nell'espressione quotidiana, ne videro il participio passato sempre più fortunato (o più gettonato, se così si vuol dire sulla scorta del Ministero). In breve, gettonato divenne autonomo e si istituì funzionalmente come mero aggettivo.
Erano gli anni del juke-box. Il successo delle canzonette si misurava con il numero di gettoni (o di monete) che la macchina ingoiava per riprodurle. Il juke-box assolveva il suo compito con procedimenti meccanici e secondo protocolli analogici che il ricordo rende oggi quasi teneri. Il braccino prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava in posizione verticale. Lo deponeva infine sopra il piatto in posizione orizzontale. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina. Per metonimia, erano i movimenti di una società in età ancora infantile e balbettante: la società nella cui fase matura comunicazione e cosiddetti consumi culturali sarebbero divenuti invece incondizionati e illimitati, come sono appunto oggi.
Circostanze materiali (il juke-box) e morali (il successo misurato in termini di gettoni) davano a quel mondo un aspetto di durevolezza. Ma era un aspetto ingannevole. Di esso, nulla è oggi sopravvissuto. Tranne la cosa che poteva parere meno solida. Una parola: gettonato. E il suo succo, ormai irrimediabilmente irrancidito, è ciò che si trova a dare un paradossale sapore di antica modernità, per chi sa coglierlo, alla prosa ministeriale. E (ohibò!) alle sue "tracce".

13 giugno 2016

Trucioli di critica linguistica (24): Un fiore per Fiorella

"Le parole perdute" è la prima traccia del doppio CD pubblicato or sono quasi due anni da Fiorella Mannoia, in occasione dei suoi dodici lustri. Pagato il pegno del solito annuncio pubblicitario (Apollonio non ha saputo eliminarlo e se ne scusa), chi legge ha qui a disposizione il video: 


Ed ecco qualche chiosa linguistica al testo. "Migliore" vi ha naturalmente il fascino che fu di una celebre antonomasia, da cui discese la qualificazione di un ceto che tale si tenne (o forse ancora si tiene) per definizione. "Hanno camminato tanto" si dice delle cose o di coloro che vengono da lontano e che quindi si prospetta siano in grado di andare lontano. "In eterno movimento" combina una denominazione politica con una perennità paradossale. "Le ritrovi nelle strade" allude ai luoghi in cui il movimento aveva appunto le sue epifanie. Con "l'aurora" si va alle radici di una delle mitopoiesi moderne più feconde e più predisposte peraltro al troncamento: "il sol dell'avvenir" (alle cadenze metriche non manca talvolta una sottile ironia).  
Quanto al sistema della persona grammaticale, "io" si compone con "tu" in un "noi" inclusivo, che fa da tradizionale emblema funzionale e grammaticale della prospettiva ideologica che si è già specificata. Altrettanto, se non più tipica è d'altra parte la contrapposizione di "noi", e di un "noi" di tal fatta, con "loro". Come si usava e si usa, la terza persona in questione è però accuratamente indeterminata; è in altre parole una forma di impersonale: "ce li portano via". 
In proposito e passando dal testo a una interpretazione dei gesti, come lingua del corpo, non si manchi di osservare in proposito un importante dettaglio. Quando di tale terza persona si tratta nel testo, la cantante fa un gesto tipico dell'oratoria politica. Tra i tanti gesti che ricorrono e che sono dettati da una sorta di danza, il gesto di cui si sta parlando è eccezionale perché è l'unico così univocamente caratterizzato. Con braccio e indice tesi, la cantante addita più volte lateralmente, cioè fuori dello spazio della intimità del "noi" che sta enunciando, fuori dello spazio del faccia a faccia tra chi enuncia e chi è destinatario dell'enunciazione.
La canzone non è però un messaggio di speranza: così potrebbe parere, ma solo superficialmente. "Le parole perdute" non è rivolta alla naturale attitudine che caratterizza l'ottimismo della gioventù. La partita della gioventù, giustamente piena di speranze, è infatti ancora da giocare. Fiorella Mannoia si indirizza piuttosto a chi, nella propria vita, vede la partita già giocata e già consumata una sconfitta. Lo dicono con chiarezza i valori modali e tempo-aspettuali. In proposito, l'elenco è facile ed impressionante. Verbi come "tornare", "ritrovare", "resteremo", "ritornerà" si susseguono. "Il tempo corre in fretta" è formula più volte ripetuta. "Vorremmo... dobbiamo" marca un contrasto insopprimibile e conduce a "quello che non siamo". Infine, l'iterato e apertamente consolatorio "noi siamo ancora in tempo" è, se non una lampante ammissione della verità del contrario, una aperta concessione della sua alta probabilità. Lo conferma il modale, che allude naturalmente al celebre ottimismo della volontà, di "voglio crederci ancora". Lo sancisce definitivamente l'avverbio ancóra. A ricorrenze parlanti e contrastanti dell'avverbio ancóra nella canzonetta italiana degli ultimi anni, Apollonio ha già consacrato un frustolo qualche tempo fa e non è il caso che annoi i suoi due lettori con ripetizioni. Basterà concludere che una speranza che non si può perdere è l'abito che spesso indossa la disperazione.
Insomma, le intenzioni di chi ha composto quei versi sono certo commendevoli e sono intenzioni in funzione delle quali il vecchio cuore di Apollonio non può non commuoversi. Ma la scienza è la scienza e una cruda analisi del testo, con le sue fredde ragioni, ne rivela la stoffa. È vero: "i sogni si allontanano". Forse è però solo perché, al di là d'ogni valore ideologico, si tratta dei sogni di una gioventù sempre più remota. E malgrado Fiorella Mannoia taccia anche lei, come è d'uso, il soggetto di quel cruciale e già notato "ce li portano via", la sua canzone, nel complesso, dice impudicamente di chi o di cosa si tratta. Implacabili e banali, a portare via i sogni, sono appunto i molti anni.
E, se mai lo è stato, non è a questo punto difficile capire quale sia il segmento di pubblico cui "Le parole perdute" è rivolta. Fiorella Mannoia intona la sua canzone accattivante per una generazione che ha perduto le parole di una giovinezza che fu come una gravidanza interrotta. Un pubblico che non solo è più o meno coetaneo dell'interprete ma ne condivide anche un'orientata Erlebnis. Sorelle e fratelli minori di coloro che "fecero il Sessantotto" e per l'accesso dei quali alla ribalta della vita quella manciata di anni in meno fu spesso esiziale. Non ebbero la sfacciata presunzione di avere sulle labbra le parole che, per una stagione, parvero nuove. Al massimo, assolsero con convinzione al dovere di ripeterle. Né toccò loro la sorte mettere a frutto quelle parole, di passare con esse dalla parte di chi se la sarebbe cavata o, in qualche caso, ne sarebbe morto, prima che, giuste o sbagliate che fossero, esse perdessero radicalmente il loro valore. 
Gli spiriti di quella gioventù si infransero anzitutto contro il piombo autentico degli anni eponimi. In séguito, contro il luccichìo d'oro posticcio degli Ottanta. In uscita di quel decennio, sopra le teste di ormai ex-ragazze ed ex-ragazzi, sarebbe definitivamente crollato un mondo intero, insieme con il Muro di Berlino. Così, si sarebbe inopinatamente chiuso il Secolo breve e di quelle parole non si sarebbe più saputo cosa fare, come di moneta uscita di corso.
Negli anni che seguirono, le si cambiò infatti al ribasso con le stucchevoli paroline di generici buoni sentimenti e di moraleggiamenti fondamentalisti. Da tempo, ormai, attitudini del genere sono spacciate per impegno politico. Questo offre la fiera delle idee molto a buon mercato cui il disordine globale invita agli acquisti tutti coloro, giovani o vecchi, che con pia falsa coscienza aspirano oggi a salvarsi l'anima. In alternativa, ma solo per i vecchi, c'è la nostalgia di Fiorella Mannoia.

11 giugno 2016

Émile Benveniste, come ciambella

Scusino Apollonio i suoi due lettori: questo frustolo ha ragioni strettamente personali. Esso va in soccorso del suo alter ego. Oggi, nel tardo pomeriggio, lo sconsiderato è impegnato in una scabrosa congiuntura acquatica. Apollonio dubita ne esca indenne e teme anneghi. Non esclude così che possa venirgli utile, come ciambella di salvataggio, Émile Benveniste. A ogni buon fine, gliene rammenta parole inaffondabili.


"En réalité la comparaison du langage avec un instrument [...] doit nous remplir de méfiance, comme toute notion simpliste au sujet du langage. Parler d'instrument, c'est mettre en opposition l'homme et la nature. La pioche, la flèche, la roue ne sont pas dans la nature. Ce sont des fabrications. Le langage est dans la nature de l'homme, qui ne l'a pas fabriqué. Nous sommes toujours enclins à cette imagination naïve d'une période originelle où un homme complet se découvrirait un semblable, également complet, et entre eux, peu à peu, le langage s'élaborerait. C'est là de la pure fiction. Nous n'atteignons jamais l'homme séparé du langage et nous ne le voyons jamais l'inventant. Nous n'atteignons jamais l'homme réduit à lui même et s'ingéniant à concevoir l'existence de l'autre. C'est un homme parlant que nous trouvons dans le monde, un homme parlant à un autre homme, et le langage enseigne la définition même de l'homme" (De la subjectivité dans le langage (1958), adesso in Problèmes de linguistique générale, Gallimard, Paris 1966, p. 259).

Apollonio sa che il suo alter ego non le condivide fino in fondo (nemmeno egli medesimo, peraltro) ma è sicuro che, se il rischio è di andare al fondo, vi si aggrapperà. 
Del resto, come quasi tutto ciò che il grande allievo di Antoine Meillet ha lasciato in eredità a chi vuol riflettere sulla lingua in modo autenticamente linguistico, esse sono uno splendido punto di arrivo e, al tempo stesso, un buon punto di partenza. Per andare oltre.

8 giugno 2016

Lingua loro (35): Eroe

Eroico, l'aggettivo, dopo secoli di onorato servizio, pare destinato alla soffitta. 
Al suo posto e con parte delle sue funzioni, nella lingua di tutti i giorni si è installato il sostantivo eroe, da cui peraltro l'aggettivo deriva. Poco importa che la qualificazione sia appropriata al gesto che ne viene illustrato o solo (ridicolmente) enfatica, come è il caso, tra i mille, che si raggiunge con questo linkPompiere eroe, medico eroecane eroe e così via sono oggi la norma. Ad Apollonio è già capitato di registrare persino casi di poliziotta eroe, al posto del femminile eroina, che tuttavia anch'esso ricorre nel nuovo modulo, dandosi il caso. 
Pompiere, poliziotto, medico, cane eroico, a proferirli o a scriverli, si passa invece già per gente fuori moda. Se riferiti a esseri umani, eroico, eroica, eroici, eroiche hanno il tanfo del lessico da bollettini bellici d'antan ("...le soverchianti forze nemiche..."). O paiono usciti direttamente da quei testi comicamente militareschi che ancora accompagnano le cerimonie di conferimento di medaglie ("...con sprezzo del pericolo e noncurante del..."). 
Gli aggettivi derivati da eroe sono roba insomma con cui non si può più andare in giro per i nuovi mezzi sociali di comunicazione, pensando d'esser presi sul serio (o, forse, nel caso specifico, di non essere presi sul serio: ma sulla complessa faccenda dei contenuti, come al solito, Apollonio ha poco da dire). 
Il nuovo costrutto tende alla fissità e il nome eroe (o, come si diceva, eroina) vi è introdotto come apposizione, ovviamente. Il modello è quello consolidato di scienziato genio e di concertista bambina. Niente di stupefacente, di conseguenza.
Di eroi, però, come è facile vedere, i tempi presenti abbondano e, nel caso di eroe, il travolgente andazzo invita quindi a non escludere l'eventualità che la forma finisca per essere sentita, funzionalmente, come un mero attributo. E che da lì, cioè da quello che i linguisti sofisti chiamano un uso, risalendo la corrente, eroe non si trovi finalmente ricategorizzato anche come aggettivo da qualche dizionario del futuro. 
Temerario sarebbe farlo già adesso. Sarebbe appunto gesto da lessicografo eroe.   




22 maggio 2016

Cose (3): Jeans (e anima)

A sdrucire i jeans, un dì, era la vita. Al pari dell'anima: così Mogol in una memorabile canzonetta musicata da Mario Lavezzi.
Oggi, i jeans, li si compra già sdruciti: segno lampante dello spirito di un tempo che, nostalgico della vita, la simula e, simulatala, ne vende il feticcio.

16 maggio 2016

Professori e cantanti


C'è un indice comparativo lampante e indiscutibile dello scarso livello dell'odierna istituzione universitaria (in questione, è qui l'area delle discipline umanistiche). 
Il numero di cantanti che tengono lezioni accademiche è incomparabilmente più alto di quello dei professori universitari che cantano sul palco di Sanremo o di manifestazioni canore comparabili. 
Se Apollonio non si sbaglia, al momento, questo è eguale a zero (non è così invece per i professori di scuole superiori, uno dei quali ha persino vinto, e meritatamente, il famosissimo festival, con una canzonetta-fervorino). 
Del resto, gli inviti a  fare da professori rivolti ai cantanti si moltiplicano e i loro interventi sono tutti accompagnati da successi strepitosi: così riferiscono cronache entusiaste. Ciò significa che i cantanti sono perfettamente capaci di far lezione. Meno, di certo, lo sarebbero i professori universitari di cantare in pubblico. 
Il dato è eloquente: c'è una diversa serietà nei due mestieri, come fin qui sono stati concepiti in modo un po' statico. Essi richiedono un tasso diverso di professionalità e un impegno differente. E non è il caso di precisare da quale lato la bilancia riveli i valori maggiori. 
È giusto di conseguenza che sempre più spesso si lasci la cattedra ai primi, che richiamano peraltro nelle aule folle osannanti, e che la scena sia al contrario inibita ai secondi, sui quali, provassero a cantare, pioverebbero fischi. 
Di più: per riparare alla disparità osservata in esordio e per innalzare il livello dell'istituzione universitaria (sempre, naturalmente, in funzione delle discipline umanistiche) sarebbe ormai opportuno non solo che i cantanti (e i comici e l'altra gente di spettacolo) fossero incoraggiati a partecipare alle cosiddette valutazioni comparative per posti di professore di università, ma anche che ne risultassero vincitori in numero sempre crescente. Solo così, infatti, si potrebbe finalmente ottenere il giusto equilibrio, nell'aula e sul palco, tra cantanti professori e professori cantanti. 

14 maggio 2016

The Secret Sharer

"Considérée à n'importe quel point de vue, la langue ne consiste pas en un ensemble de valeurs positives mais dans un ensemble de valeurs négatives ou de valeurs relatives n'ayant d'existence que par le fait de leur opposition".
Per la linguistica, sono parole aforistiche. Proprio nel senso di definitive. Proprio nel senso che ne tracciano l'orizzonte. 
Caveat lector, tuttavia. Questo frustolo si apre con parole di Ferdinand de Saussure, ma esula dalla saussurologia. La saussurologia è una bizzarra e ancora innominata disciplina cresciuta come una muffa (e come una fuffa?) intorno al linguista ginevrino. Nell'anno in corso, anno centenario del Cours de linguistique générale, essa sta rinnovando i suoi fasti.
A questo frustolo è invece estranea l'enigmatica figura di nobiluomo e di professore di università sulla quale, in un secolo, si è scritto a fiumi; di recente, persino da una prospettiva psicoanalitica. Non vi si evoca il geniale indoeuropeista, rapidamente incapace (anche forse per delusioni accademiche) di tenere fede alle promesse di un esordio fulminante. Non ci si accosta, d'altra parte, all'introverso ma affascinante maestro della scolaresca dai cui appunti sorse l'apocrifo diffusore del suo nome in giro per il mondo. Si trascura l'ermetico teoreta il cui pensiero è oggetto di attenzione da parte di filosofi, storici e grammatici. Si tace infine sullo scrittore "intransitivo" della montagna di carte frammentarie e private le cui cave alimentano nuove e controverse pubblicazioni.
Questo frustolo, insomma, non ha per protagonista Saussure. È dedicato invece al secret sharer del piccolo e personale laboratorio di ricerca (di sé?) che chi scrive manda avanti da nove lustri. Qual sia il suo vero nome, nel laboratorio, non si sa. Vi passa per Ferdinand e così accetta di buon grado d'essere chiamato. I non pochi anni di consuetudine hanno del resto reso da tempo non inappropriato un reciproco tu.
Ferdinand è taciturno. Osserva discreto ciò che si fa nel laboratorio. Di chi è intento all'opra in quell'officina, pare gli interessi anzitutto "ce qu'il fait". Non si tira mai indietro, però, quando gli si chiede consiglio. Tiene in una modestissima saccoccia qualche utensile sintagmatico e paradigmatico. Se lo vede necessario, lo mette generosamente a disposizione, senza perdersi in chiacchiere. Del resto, il suo tratto è amabilmente semplice. Come le sue idee: rapporto, differenza, sistema.
È insomma un delizioso compagno segreto, Ferdinand. Apollonio non lo cambierebbe con nessun altro. D'altra parte, dopo tanti anni, del suo silenzioso conforto, del suo distante calore non saprebbe più fare a meno. 

1 maggio 2016

Linguistica candida (36): Parole nel cervello




Sarebbe una notizia, caso mai, la scoperta che la gente ragiona coi piedi. Ma forse la notizia è proprio questa.

Variantistica (1): Coraggio o telecamera posteriore?



Di questo annuncio, circola adesso una variante:




Occasionate forse da variazioni nel budget (la durata della seconda è di un terzo minore di quella della prima), ma costruite con ingegnosa modularità (come è da tempo normale per questo tipo di annunci), le due varianti hanno il pregio, per il committente, di rivolgersi allusivamente a due targets diversi e la loro differenza per sottrazione, qualunque ne sia il pretesto, è perfettamente coerente con la tendenza e prende senso in funzione del genere.

25 aprile 2016

Vecchi e cattivi


Vom Standpunkte der Jugend aus gesehen, ist das Leben eine unendlich lange Zukunft; vom Standpunkte des Alters aus eine sehr kurze Vergangenheit (A. Schopenhauer).

[Dal punto di vista della gioventù, la vita è un futuro infinitamente lungo; dal punto di vista della vecchiaia, un brevissimo passato.]

24 aprile 2016

Parabole (7): La profanazione di "Rischiatutto"



C'era il celebre conduttore, un uomo di spettacolo, e c'erano i protagonisti del quiz: autentici sconosciuti e testimoni autentici (o, almeno, presentati come tali) di vite piccolo-borghesi qualsiasi riscattate, nell'occasione ("...sono un bel po' di soldini, eh?"), da bizzarre erudizioni e elevate verso effimere celebrità. Rappresentazione del falso, rappresentazione del non-falso, se non del vero.
L'asimmetria era un asse portante del sistema di Rischiatutto, come fenomeno sociale e televisivo. Il falso e il non-falso, ancor prima della "Risposta esatta!" che ne costituiva il pretesto e il rivestimento. Ma era appunto tanto tempo fa. Era poetica (televisiva) di tanto tempo fa. Il processo scontava ancora la differenza e giocava sullo scarto. Ne faceva un valore.
Un'onda porta anche sulla spiaggia di Citera la recente ripresa di Rischiatutto. Apollonio raccoglie il reperto fortunosamente. Può dirne inoltre solo per quel po' che ha resistito prima di addormentarsi. Una variante ripulita dell'Isola dei famosi, con gli stessi birignao, le stesse insensate allegrie, le stesse pretestuose caciare, le stesse ironie un tanto al chilo che mette settimanalmente in scena Che fuori tempo che fa. Niente asimmetria, insomma. Rappresentazione del falso da una parte, rappresentazione del falso dall'altra: programmaticamente.
Niente ripresa né rivisitazione, pertanto. Profanazione e sconcio: un rito necessario al nuovo, dietro la facciata della celebrazione, per dire che il vecchio, anche sotto forma di memoria, non può e non deve più tornare e che il sacro discrimine che la memoria può ancora evocare, anche solo per via onomastica, va inquinato. Da un estremo lembo del Moderno al Moderno putrefatto.

23 aprile 2016

Parabole (6): "Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida", di nuovo








Poi tutto trovò pace in un cartello di un'azienda turistica.



[Nella menzione del titolo dell'opera, gattopardo è sciattamente minuscolo. La sciatteria è tuttavia coerente con il discorso intellettuale italiano (qui esemplificato in proposito e commentato) e con il modo che Leonardo Sciascia non depose fino ai suoi anni estremi. Secondo Sciascia, infatti, "Giuseppe Tomasi [...] scrisse Il gattopardo" (Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo 1989, p. 102).]

22 aprile 2016

Per una critica del discorso disamorato (1): l'impersonale

Non ha funzionato: quanti amori naturalmente già finiti portano sulla loro pietra tombale un simile, corrivo epitaffio? 
Eppure, i dizionari non hanno ancora registrato (e chissà se mai lo faranno) l'uso di funzionare che vi compare. Così comune, così lampante, così perentorio. E sono proprio quei dizionari che, anno dopo anno, fanno invece a gara nell'infiorare il loro lemmario, millesimato, con invenzioni estemporanee e spesso effimere: specchietti per le allodole.
Le grammatiche, allora? Nemmeno. La lista canonica dei "verbi impersonali", di funzionare non porta traccia. Che poi, per essere precisi, impersonali sono ovviamente le proposizioni dove i verbi eventualmente ricorrono, non i verbi. E Non ha funzionato è appunto una proposizione impersonale. Un caso esemplare per cogliere, anche intuitivamente, cos'è sintatticamente l'impersonalità. Forse migliore, per la bisogna, e certo non peggiore di Grandina, Fa freddo, Si fa buio.
Perfetta, Non ha funzionato, anche per illustrare la pragmatica dell'impersonalità. Gli amori che finiscono sono infatti condizione di osservazione sperimentale appropriatissima, per intendere gli usi discorsivi delle proposizioni impersonali.
E dal momento che nel contrasto si stagliano meglio i valori, dal momento che non c'è valore che non sia differenziale e che non sorga da un'opposizione, vale sempre la pena, a chi vuol farsi ricercatore o ricercatrice del fenomeno, di registrare il decisivo ruolo che le persone (qui si intende, naturalmente, le persone grammaticali) giocano invece nel discorso della fase incoativa e di quella piena degli amori. Il discorso amoroso fa vorticoso ricorso alla persona. Io tu vi pullulano e vi si intrecciano nel frequentissimo ricorrere di noi inclusivi. Del resto, in tutta la sua ideale semplicità, sta il paradigmatico Io ti amo.
Più degnamente di ogni altra divinità, Eros meriterebbe invece di apparire lui in quelle forme impersonali di amare che mai a nessuno verrà fatto di proferire. Sornione, egli si cela e lascia che le sue felici vittime indossino le persone grammaticali che illudono chi le indossa d'essere persone: io e tu. Le persone: appunto, le maschere. Quando Eros se ne va, le maschere cadono e coloro che le hanno indossate stanno lì, nella loro invereconda nudità. Provano a nascondersi. Le soccorre la cortina dell'impersonalità: Non ha funzionato. Ma la cortina è impudicamente trasparente: vi si vede attraverso.
C'è un declivio tra Io ti amo e Non ha funzionato e la distanza è perfettamente misurabile. Il discorso amoroso vi scivola. Si fa discorso disamorato.

19 aprile 2016

Come cambiano le lingue (16): Seduta

Per designare un elemento della mobìlia sul quale ci si siede, capita sempre più spesso ad Apollonio di sentire o di vedere adoperato seduta
Fuori dei valori qui non pertinenti, di seduta il Battaglia registra un'attestazione del 1992 con il significato di "posto a sedere" e una del 1993 con il significato di "sedile di una sedia". Ambedue le attestazioni sono tratte da riviste specializzate, la prima di nautica, la seconda di arredamento. Ancora nessuna traccia di seduta con significati del genere, per es., nello Zingarelli del 2002.
Dovrebbe quindi trattarsi di un'estensione piuttosto recente alla lingua comune di un uso nato nella lingua speciale di mobilieri e architetti. Le lingue speciali, si sa, tendono a darsi un tono. Appena può, a chi è del mestiere piace mostrarsi in possesso di una terminologia tecnica. L'affettazione di specialismo è tuttavia contagiosa, soprattutto in àmbiti in cui a fare mostra di intendersene si fa bella figura. Se si è sentito seduta sulla bocca di un professionista, che lo proferiva con l'aria di sapere ciò che diceva, volete che, alla prima occasione, non si abbia l'incoercibile e giustificata tentazione di ridirlo?  
A soffrire della concorrenza di seduta è soprattutto sedia (meno, altri nomi dell'area semantica). Ne saranno certo consapevoli da un pezzo i due lettori di Apollonio. Stordito com'è, lui arriva al solito in ritardo. Quando si parla di sedie, sedia, ha finalmente capito, è designazione che puzza di obsoleto. Proferire Passami una sedia, Prenda posto su quella sedia, Per la cena di stasera, servono otto sedie non usa più; fa vecchio (o vecchia) parlante; non è di tendenza. E come si cambiano i mobili, quando il loro stile comincia a spiacere, così si cambiano i loro nomi.

1 aprile 2016

A spasso per librerie






Oggi, segno della comicità di un tempo che, per darsi un tono, chiama ossimoro la contraddizione in cui sguazza, persino il buffo bisticcio di una pedanteria un tanto al chilo è di tendenza.

31 marzo 2016

A frusto a frusto (104)

Il viaggio della conoscenza ha un dubbio come punto di partenza e un dubbio come punto di arrivo. Spesso è inoltre impossibile sapere se si tratti veramente di due dubbi diversi. Così, conoscere è esperire, godendone, la curiosa bellezza del vagare da un dubbio all'altro, senza trascurare il dubbio che, in realtà, non ci si sia mai mossi o che, se ci si è mossi, non lo si sia fatto solo circolarmente e che quindi il nuovo dubbio sulle rive del quale si sta gioiosamente approdando sia solo il vecchio, visto (e già molto sarebbe) da una diversa prospettiva. 

23 marzo 2016

Cronache dal demo di Colono (40): Il testamento di Umberto Eco

"Nessun convegno su di me per i prossimi dieci anni": qualcosa del genere, pretende la stampa, comparirebbe tra le ultime volontà di Umberto Eco.
Ad Apollonio, la morte di Eco non è stata indifferente. Per Eco, egli ha nutrito e nutre (nulla vieta il presente, nel caso specifico) un'ammirazione grande, sebbene distante. Stenta a credere così all'esistenza di una simile affermazione. Stenta a credere che, responsabile di una interpretazione del genere, che va oltre ogni limite, non sia quel modesto lector in fabula cui due lustri sembrano già tanto tempo, quando è in ballo una ponderata misura del valore di un'opera.
"Niente convegni per i prossimi duecento anni" deve avere lasciato scritto Eco, per assicurarsi, con la sua proverbiale ironia, una dimensione adeguata. Apollonio ne è sicuro. Non è così? Nel testamento si parla di dieci anni? Ci sono ottime ragioni per ritenerlo apocrifo.

9 marzo 2016

Linguistica candida (35): Parlante consapevole


Tra gli innumerevoli, tutti peraltro molto fortunati, c'è forse solo un modo per dirsi linguista conservando di sé, senza troppo mentirsi, una qualche, se pure dubbiosa considerazione. Provare a diventare un parlante consapevole, ma così consapevole da farsi soprattutto consapevole della miseria della propria consapevolezza.  

25 febbraio 2016

Brutti, sporchi e cattivi. Buono, pulito e giusto. Ottimo e abbondante

Brutti, sporchi e cattivi: tre aggettivi riferiti a una realtà sociale rappresentata in modo espressionista. Ruggero Maccari e Ettore Scola qualificarono così, nel 1976, l'incrocio concettuale tra un'epoca e una temperie culturale, remote e forse già divenute difficilmente comprensibili. Oggi si è infatti agli antipodi, comunque si vogliano poi mettere in scena, per raccontarsela, implausibili continuità. 
Buono, pulito e giusto è l'impeccabile proiezione del wishful thinking che fa da impressionistico orpello a un valore materiale, trasfigurato in morale, del tempo presente. Così lo vuole Carlo Petrini, tra gli ideologi dell'Italia contemporanea, uno dei più rappresentativi.
Le opposizioni tematiche brutti-buono, sporchi-pulito, cattivi-giusto, per quanto varie, sono trasparenti e procedono in parallelo. Non esauriscono d'altra parte il nocciolo del contrasto. 
Se lo si vuol cogliere nella sua interezza rivelatrice, questo va raggiunto per le vie meno palesi di valori linguistici funzionalmente realizzati, come numero e genere. 
Nel 1976, si trattava di plurale, il numero dei tanti. Oggi, si tratta di singolare, ma non di singolare individuale e piuttosto di un singolare come numero di ciò che non si può (o non si deve) contare.
Nel 1976, si trattava di maschile, naturalmente come genere non-marcato, e soprattutto si trattava di un maschile come genere animato. Oggi si tratta di un genere inanimato, che, faute de mieux, compare come maschile; si tratta, in altre parole, di un neutro.
Insomma, da un lato, una pluralità di esseri umani, dall'altro, una cosa, ma una non di numero, di essenza.
Tra Brutti, sporchi e cattivi e Buono, pulito e giusto l'opposizione è dunque radicale, come lo è quella delle due temperie che vi si riflettono.
Del resto, in una fase ancora più remota di quel tempo remoto, in relazione narrativa con altri brutti, sporchi e cattivi, per qualificare l'odierna Cosa della ideologia petriniana, l'ironia feroce di Monicelli (e dei suoi sceneggiatori) aveva ideato una coppia paradossale di aggettivi, divenuta proverbiale. Per chi ha buon palato, ben più sapida peraltro di quel Buono, pulito e giusto tanto stucchevolmente zuccheroso da cariare i cervelli:

12 febbraio 2016

Cronache dal demo di Colono (39): Holden, l'arrotino



"Se la tua storia si inceppa, non preoccuparti!" - dice la notizia "sponsorizzata" che scorre nel flusso dei post della rete sociale - "Hai a tua disposizione dei professionisti della scrittura pronti ad aiutarti a ripartire". 

E, per via di una di quelle strane associazioni che affliggono l'animo dei vecchi (come scrisse uno la cui unica storia non si inceppò), affiora nella mente di Apollonio un ricordo. Un annuncio comparabile, se non funzionalmente identico dietro le diversità formali. Funzionalmente identico nei contenuti, nei modi, nel suo pubblico d'elezione:


11 febbraio 2016

A frusto a frusto (103)




C'è chi, di esistere, fa la sua professione. Difficile però averne ammirazione. Dilettante dell'esistenza: ecco la mia condizione.

5 febbraio 2016

Linguistica da strapazzo (42): Preparato per brodo e arte della transizione


Testo e immagini di questo annuncio si accompagnano con sottile anacronismo. Le immagini si orientano decisamente verso l'esito dell'ideale e emblematica vicenda di cui le parole specificano e spiegano una sorta di fondamento ideologico. La composizione immagine-testo comporta così un gustoso processo di sfalsamento: una transizione narrativa giocata in sincronia. Del resto, tematicamente, è proprio ciò che un preparato per brodo è destinato a fare: per transizione, è una premessa che si scioglie nel suo esito, rendendolo sapido (correlativamente, sensato).
Non è tuttavia l'ovvietà di questi palesi aspetti tematici a giustificare l'attenzione del linguista da strapazzo sull'annuncio; è piuttosto il modo con cui, nel testo, scorrono le persone grammaticali: "Noi di Knorr crediamo che in ognuno di noi si nasconda un grande cuoco. Così se cucini con...".
Il primo noi, con l'enfasi che tocca all'apertura, è ricorrenza della quarta persona non-inclusiva: un NOI, in altre parole, che non include il TU, l'ideale destinatario dell'annuncio. Il secondo noi è invece ricorrenza della quarta persona inclusiva. Stavolta, nel NOI, il TU è incluso: 'anche in te si nasconde un grande cuoco' è quanto vi si afferma, per trasparente allusione.
L'iterazione è procedimento poetico per eccellenza ed è straniante un'iterazione a così stretta cadenza della medesima forma con due valori funzionali differenti. Mira a colpire, a tenere viva l'attenzione. Un gioco sintagmatico di tal fatta, tra identità formale e differenza funzionale, è reso possibile dall'italiano (come lo sarebbe da lingue apparentate). Non lo consentirebbero lingue in cui quarta persona inclusiva (NOI, TU incluso) e quarta persona non-inclusiva (NOI, TU escluso) sono distinte da forme differenti. Non solo per celia, si potrebbero dire tali lingue più probe dell'italiano, in proposito, quanto alla gestione del rapporto tra funzioni e forme.
Una volta che il secondo noi ha aperto al TU la porta del discorso, la seconda persona fa da protagonista nel resto del testo, in parallelo con ciò che le immagini mostrano narrativamente. Tra il noi dell'esordio e il tu dello sviluppo principale della narrazione e della sua conclusione, il secondo noi combina il primo con il TU e fa quindi da specifico elemento di una transizione artisticamente ineccepibile.
Si compone così in armonia un insieme che ha visto partire il testo sotto il segno dell'enunciatore; l'immagine invece sotto quello di una figura sul principio vagamente ambigua ma presto identificata come proiezione ideale dell'enunciatario.
Per successive transizioni, testo e immagini si allineano. Come vuole l'annuncio, in cucina e cucinando si alleano la multinazionale dell'alimentazione e chi compra e utilizza il suo prodotto. Esso stesso del resto è elemento di un'arte della transizione, che conduce al piatto infine pronto, in conclusione alla bocca, al gusto, ai sensi dei o, più precisamente, delle commensali: "Il sapore che unisce".

31 gennaio 2016

Linguistica candida (34): "Chi siamo noi?"



"Chi siamo noi?": questione tenuta per profondissima da millenni. Così profonda da sprofondarne altre, candide e superficiali. Una in particolare, senza risposta alla quale c'è il fondato sospetto che le nuove risposte alla domanda profonda siano solo varianti delle solite: "E noi, cosa è?"

28 gennaio 2016

Linguistica da strapazzo (41): Afasia da personalità pubblica e metonimia onomastica

"Ciao Toponimo" - seguono ovazioni - è l'indirizzo di saluto che di norma l'artista pop rivolge oggi al suo pubblico. Esempi a bizzeffe. Quello qui esposto non viene da labbra italiane ma è, per brevità, il migliore che Apollonio abbia trovato in rete:



Integrare la documentazione non sarà del resto difficile per chi legge.
In "Ciao Milano" e nei comparabili, non si tratta, ovviamente, di prosopopea. Quella è la figura che si riconosce, per es., in "Arrivederci Roma" e in "Addio Lugano bella" e ne garantisce l'immediata perspicuità. Lì è il luogo, evocato come si deve con il suo nome proprio, a essere personificato e a farsi destinatario poetico (poetico in senso tecnico, cioè proprio per via della figura) di un atto enunciativo.
Quando lanciano il loro "Ciao Toponimo" ormai di rito, Emma o Alessandra Amoroso, Ligabue, Biagio Antonacci o Tiziano Ferro si rivolgono invece direttamente a esseri umani, di cui ignorano i nomi personali. In proposito, l'enunciatore è come fosse affetto da una afasia specifica e selettiva. Questa gli renderebbe impossibile la comunicazione calda e personalizzata che ogni personalità pubblica simula di intrattenere con i suoi sostenitori. 
Nell'indirizzare un saluto rituale che è anche una captatio benevolentiae, soccorre allora l'artista una metonimia. Tutti coloro che assistono allo spettacolo in un luogo, prendono il nome del luogo, per contiguità spaziale: il rito della denominazione è compiuto, l'afasia superata, il nome proprio è proferito, nel suo valore magico. Seguono ovazioni, come si diceva.
Ciò che oggi accade negli eventi musicali, accadeva del resto nei politici, un tempo. Per gli appelli diretti al suo pubblico, chi teneva un comizio ricorreva alla stessa risorsa. Non è forse il solo tratto comunicativo che permette una comparazione tra i due generi di evento sociale, il perento e l'attuale.
Qualcuno ha detto che non c'è suono che giunga più dolce e accattivante alle orecchie di un essere umano di un nome che sente come proprio. Chi partecipa a eventi di massa bisogna naturalmente che si accontenti. Né si può escludere del resto che vi partecipi proprio per accontentarsi e per ascoltare come proprio un paradossale nome collettivo nel quale riconoscersi, perdendovisi.

24 gennaio 2016

Trucioli di critica linguistica (23): Ambiguità di "C'eravamo tanto amati"

C'è come un piccolo neo, un delizioso difetto (se così si vuol dire) nella morfosintassi italiana e generalmente romanza che rende ambiguo il titolo del film più celebrato di Ettore Scola (forse, il suo migliore; certo, quello che parve il più ispirato).
Utile per mettere a fuoco l'ambiguità in questione è forse un esempio peregrino, nel contesto, ma piuttosto semplice e intuitivo, ci si augura.
Si ponga di assistere alla reciproca spulciatura di due scimmie. Si descriverà appropriatamente la scena dicendo Le scimmie si stanno spulciando. Si metta a questo punto che,  dopo averlo fatto vicendevolmente, ciascuna delle due scimmie continui con la spulciatura di se stessa. Si descriverà la scena dicendo di nuovo Le scimmie si stanno spulciando.
Ecco: sotto condizioni sintattiche che qui non mette conto di enumerare pedantescamente, per non rendere il frustolo ancora più indigeribile, l'italiano ha forme che non distinguono tra diatesi reciproca e diatesi riflessiva. E se si vuole renderle diverse formalmente si deve dire più di ciò che capita di proferire di solito e per brevità, confidando in proposito nella chiarezza che viene dal contesto e da conoscenze pregresse.
Sulla falsariga dei primati e delle pulci (o della pulce del primato), di nuovo, un paio di esempi, forse oggi ancora più semplici e intuitivi. Il Matteo padano e il Matteo toscano si disprezzano: per renderne esplicita la reciprocità, si può aggiungere un vicendevolmente (o un reciprocamente, un l'un l'altro). Ma non si finisce così per essere ridondanti, in funzione del contesto? Sapendo un po' come i due Mattei oggi si presentano, a chi mai verrebbe in mente, ascoltando quell'espressione, che 'il Matteo padano disprezza se stesso e il Matteo toscano disprezza se stesso' e quindi un'interpretazione riflessiva?
In modo converso, aperte ragioni contestuali escludono si intenda come reciproca Il Matteo padano e il Matteo toscano si piacciono. Si sa benissimo infatti che ciascuno piace a se stesso e pochissimo o per nulla l'uno piace all'altro. D'altra parte, con simili esempi cervellotici, delle attitudini dei due personaggi evocati, ci si guarda bene dal fare una spicciola psicologia del profondo.
I valori implicati nell'ambiguità formale del titolo del film di Ettore Scola dovrebbero essere chiari, a questo punto.
C'eravamo tanto amati ha infatti un'interpretazione reciproca. Si tratta dell'interpretazione che sta più in superficie, della più evidente e corriva in funzione di un plot narrativo tanto noto da rendere superfluo che qui lo si riassuma. Di essa sola si sono del resto dovuti accontentare coloro ai quali titolo e film si sono presentati in lingue che, quanto al rapporto tra funzioni e forme, impongono in proposito il cilicio dell'univocità. E se ne sono accontentati, probabilmente, senza sapere che stavano perdendo qualcosa.
C'è poi infatti l'altra interpretazione, quella in virtù della quale l'espressione C'eravamo tanto amati dichiara, in chi la proferisce e associa al medesimo sentimento altri di cui si fa araldo, un amore riflessivo.
Che l'interpretazione riflessiva sia di norma oscurata dalla reciproca non deve ingannare né deve farla prendere per minore o accessoria. Al contrario e a ben vedere, la riflessiva pare avere una portata maggiore della sua concorrente, quando ci si propone di capire qual senso abbia l'opera di Scola.
La reciproca copre il plot, la vicenda narrata. Al di là del semplice plot, la riflessiva vale come descrizione rivelatrice dell'attitudine che ispira l'atto medesimo di narrarlo. Un atto che dichiara un sentimento riflessivo che si qualifica come narcisista, còlto pure che sia in un suo momento passato (l'imperfetto è il modo narrativo per eccellenza, d'altra parte).
In altre parole, lo specchio sarà pure invecchiato, ma belli e buoni come ci si sembrava, ci si sembra ancora. E, se si è stati buoni e belli tanto da innamorarsi riflessivamente, di amarsi è difficile si smetta. Nessuno ignora peraltro che i sentimenti riflessivi sono i più solidi, persistenti e affidabili. Chissà perché non è ancora venuto in mente di rivendicarne il valore in un opportuno quadro normativo. Se non ha giustamente genere, perché l'amore dovrebbe infatti avere un numero? Per giunta, un numero necessariamente plurale? L'amore ha anzitutto diatesi. Ma di ciò e dei curiosi risvolti etici e teoretici, (Apollonio lo promette) un'altra volta.
Narrando allora una storia di amori reciproci, C'eravamo tanto amati, con le persone della sua enunciazione, con chi se ne fa enunciatore e con chi se ne fa enunciatario, dice anche, se non soprattutto, di un amore riflessivo. E chi non ha amato quel film, amandosi anche per questo? Chi, tra i suoi estimatori, non vi si è riconosciuto con morbido e nostalgico sentimentalismo, certo, per le qualità fatte oggetto di narrazione, ma anche, se si vuole, per i difetti?
E oggi, con la triste notizia della morte del regista, il sentimentalismo ritorna. Unanime, stavolta, e nostalgico al quadrato, si potrebbe dire, perché nostalgico dei tempi in cui un film rivendicava nostalgicamente i tempi passati di un amore narcisista mai perento.
Con il suo titolo ambiguo e con i suoi intenti emblematici, peraltro perfettamente giunti ad effetto, il film di Ettore Scola è allora spia acutissima se non della psicologia profonda, certo dei modi con cui una parte di rilievo della nazione italiana si atteggiò sin dal principio della storia politica unitaria, continuò a fare in alcune cruciali circostanze storiche e dei modi con cui ancora oggi, stancamente, si atteggia: un sentimentalismo narcisista. Lo stesso meno sottilmente riflesso nel recente Noi credevamo il cui titolo e la cui fonte d'ispirazione condividono e non per caso, con C'eravamo tanto amati, persona grammaticale, la tremenda quarta, e tempo verbale, il fantasioso imperfetto. La parte in questione è quella che, della nazione, si pretende, se non è proprio, la culturalmente preminente e che ha tentato, a tratti, di farsene l'egemone, politicamente e socialmente.
Si tratta di un ceto forse per essenza narcisista. Così paiono dire (impossibile sapere quanto consapevolmente) l'ambiguità del titolo del film di Scola e, se ci si pensa un po', il film nella sua interezza, una volta si sia in possesso dell'appropriata chiave di lettura.
Concettualizzare l'esistenza di un tale amore narcisista, perduto a più riprese (vien fatto di dire con un filo di ironia) ma mai completamente abbandonato, dovrebbe indurre a riflettere chi prova a capire come sono andate e come vanno le faccende nazionali, anche attraverso le opere d'arte che la nazione esprime e in cui la nazione si riconosce.
Una consapevolezza del genere potrebbe d'altra parte sviluppare la capacità di uno sguardo finalmente critico (autocritico? Improbabile: di narcisismo si tratta), al di là del dolore che suscita il sapere morto chi ha dato voci e immagini artistiche a un morbido amore di tal fatta, creando appunto le ambiguità sentimentali di uno splendido specchio.

[A sera, in poltrona, tra le mani il Corriere. "Una battuta è l'ultimo regalo di Scola", taglio basso di prima pagina, la rubrica è Padiglione Italia, la firma è di Aldo Grasso: lo si può leggere qui.]

15 gennaio 2016

Scherza coi santi... (8): Sopra un "codesti" di Caproni traduttore di Baudelaire, chiosa a una chiosa del frustolo precedente

"Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?" scrisse Baudelaire. E Giorgio Caproni, traducendo: "Che van cercando in Cielo | tutti codesti ciechi?"
Cosa ci sta a fare quel codesti? Allontana i ciechi dal "je" che, anche lui appunto, si trascina e che si dice inebetito più di loro. Li pone nell'area di pertinenza di un "tu" che, nel componimento, è la "cité" ed è chi legge, se si sale dal livello dell'enunciato a quello dell'enunciazione (dove "je" è naturalmente l'enunciatore).
Il testo è una procedura (un "processo", diceva un caro sodale di Apollonio). C'è da chiedersi se, in tale procedura, l'operazione sia felice, sia ben riuscita. Non solo in funzione di una corrispondenza al sistema da cui si sprigiona l'originale - corrispondenza certo sempre impossibile, sempre idealmente da perseguire, tuttavia -, ma anche in funzione del sistema (lo si vuole considerare in autonomia?) in cui si proietta la nuova creazione. "Tutti questi ciechi" sarebbe stato corrivo? "Tutti codesti ciechi" non sarà corrivo ma è forse troppo loquace e sfiora la belluria.
C'è poi in quel codesti un quid di spregio. Lo spregio è connesso con la presa di distanza di cui s'è detto. Una simile presa di distanza non c'è sotto la penna di Baudelaire, che coi ciechi è invece simpatetica.
Ecco dunque che questa traduzione funge da cartina di tornasole, per Apollonio. Contrastivamente, staglia con nettezza, ai suoi occhi di lettore di Caproni, un tratto idiosincratico del poeta livornese (e genovese. E romano?).
Ora che vede in chiaroscuro questa linea di spregio nella parola di Caproni (codesti, la parola che Caproni rivendica per se stesso, in questa traduzione), Apollonio capisce di averla sempre percepita nell'insieme della sua opera, senza essere mai prima riuscito a trasformare il percetto in concetto. E gli pare così di intuire come mai l'ammirazione, grandissima, non sia mai sfociata in una simpatia.
Apollonio ritiene infatti che lo spregio sia consentito alla vita ma per farsi arte, come per farsi ricerca, deve diventare sprezzatura.

14 gennaio 2016

Sommessi commenti sul Moderno (22): "Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

Il succo di questo frustolo sta nell'immagine che, in apertura, l'illustra e che illustra un articolo giornalistico su recenti e futuri sviluppi nel settore economico della cosiddetta realtà virtuale (ossimoro esemplare: ma di ciò, eventualmente, un'altra volta).
Testa piegata all'indietro, come a guardare verso l'alto, bocca aperta: la postura della persona che occupa il primo piano di tale immagine è loquace. 
È una postura umana che attraversa i tempi e, sotto determinate condizioni, è specifica della specie, ragionevolmente. Essa è per esempio descritta e valorizzata da un testo canonico ed esemplare del Moderno maturo, Les aveugles di Charles Baudelaire:

"Contemple-les, mon âme; ils sont vraiment affreux! | Pareils aux mannequins; vaguement ridicules; | Terribles, singuliers comme les somnambules; | Dardant on ne sait où leurs globes ténébreux. | Leurs yeux, d'où la divine étincelle est partie, | Comme s'ils regardaient au loin, restent levés | Au ciel; on ne les voit jamais vers les pavés | Pencher rêveusement leur tête appesantie. | Ils traversent ainsi le noir illimité, | Ce frère du silence éternel. Ô cité! | Pendant qu'autour de nous tu chantes, ris et beugles, | Éprise du plaisir jusqu'à l'atrocité, | Vois! Je me traîne aussi! Mais, plus qu'eux hébété, | Je dis: que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

In un momento precedente e aurorale del Moderno e sotto prospettiva differente, la medesima postura fu illustrata da un celebre dipinto di Pieter Brueghel il Vecchio:



Ed ecco, cambiando riferimento, tempo e arte, come la rappresentò, con il pretesto di un mito antico di autoaccecamento, Pier Paolo Pasolini, quando la putrefazione del Moderno era già cominciata da un po':


Insomma, si tratta della postura del cieco.
Per ancestrale desiderio, allora, l'accecamento della realtà virtuale come compimento del destino di un'era? L'impulso ad astenersi dalla visione dell'eccesso di bruttezze e di brutture già prodotte da quell'era? Come soluzione finale, la cecità richiesta da una realtà che è già virtuale e solo da perfezionare nei suoi aspetti più crudamente tecnologici? 
Tutto ciò (ed è il lato comico della faccenda, che il Moderno non riesce mai ad allontanare da sé, soprattutto nella fase della sua putrefazione) con il pretesto di uno spasso e dell'accrescimento dell'esperienza perseguito paradossalmente attraverso la sua negazione.
Apollonio, forse già cieco anche lui, lascia però alle meditazioni dei suoi due pazienti e non ciechi lettori ogni conclusione (ma c'è, una conclusione?).

[I ciechi, nella traduzione di Giorgio Caproni: " Osservali, anima mia; son veramente orrendi! simili ai | manichini; vagamente ridicoli; terribili, strani come i | sonnambuli; i loro globi tenebrosi non si sa dove dardeggino. | Gli occhi, fuggita via la scintilla divina, come se | guardassero lontano, restano levati al cielo; mai vedi le loro | fronti appesantite chinarsi, pensose, al suolo. | Attraversano così il buio senza fine, fratello del silenzio | eterno. O città! Mentre a noi intorno canti, ridi e berci, | avida di piacere sino alla ferocia, guarda! anch'io mi | trascino! Ma, inebetito più di loro, dico: Che van cercando, | in Cielo, tutti codesti ciechi?"]