15 febbraio 2012

A frusto a frusto (11)




On naît incendiaire, pour mourir pompier, dit-on. Ergo, un incendiaire n'est qu'un pompier encore vert: le temps se charge simplement de le faire mûrir.

13 febbraio 2012

Costanza della lingua

La lingua cambia, certamente. Ma non migliora né peggiora. Resta buona (o cattiva?) com'è, sotto forme sempre diverse.
Possono sconcertare, far sorridere o disperare, entusiasmare o prostrare gli usi che capita ne facciano gli esseri umani. Possono parere indici di sorti magnifiche o di degradi irreparabili: magari, per la transeunte vicenda di una lingua specifica, essi appaiono tali con il massimo di credibilità accordabile al fare umano. Sul lato del positivo, potrebbe mai negarlo, con riferimento all'uso di Dante, un italofono consapevole? Su quello del negativo, come non inorridire in faccia ai commerci quotidiani dell'eterno Newspeak
La lingua permane, tuttavia. La lingua è costante. Ripara rapidamente i guasti che vi produce l'ignobile che la sfrutta e sta sempre pronta a darsi con dedizione al nobile che l'esalta. Per questa ragione, cambia incessantemente. Non migliora: è buona (o cattiva?) e non ne ha bisogno. Se migliorasse, infatti, apparterrebbe al mucchio informe di tutto ciò che, potendo migliorare o essere migliorato, è ineluttabilmente destinato a peggiorare.

07 febbraio 2012

Caratteri (6)




Sì, per godere nella carne e nello spirito, capita rubi. E quando, invece, la mia tavola è ricca, non disdegno il piacere di farne partecipi altri. Ma agli altrui avanzi, alle elemosine preferisco di gran lunga la fame.

29 gennaio 2012

Furfanti del pensiero

Quando, da filologi, si legge Sigmund Freud discettare del suo "uomo primitivo" non solo come se lo tenesse, in quel momento, sul suo lettino di analista ma anche come se l'analisi ne fosse perfettamente compiuta, quando si seguono i suoi ragionamenti sull'uomo moderno costruiti, per analogia e per contrasto, su ciò che egli dà per certo della conoscenza del primitivo, non si può fare a meno di pensare che, nel Moderno e sotto il mito della scienza, ciò che fa grandi certi (presunti) grandi è l'invereconda spudoratezza con cui affermano le loro elementari sciocchezze. 
Se si tratta poi di figure geniali (e Freud, senza dubbio, geniale, lo fu: certo più di Chomsky, che pure appartiene alla stessa razza di moderni furfanti del pensiero), le loro sciocchezze di base, mischiate a lampanti intuizioni del vero, da secoli disponibili a chiunque rifletta, cementano sistemi concettuali labirintici più che complessi. Folle di ubriacati seguaci, a quel punto, vi si perdono. 
Ne derivano scolastiche, discipline, intere e sedicenti scienze, istituite sovente come chiese.

27 gennaio 2012

Caratteri (5)




Lo ammetto. Quanto alla vita, è capitato talvolta me la sia imperdonabilmente presa a cuore. Ma è stato un equivoco. Solo uno spiacevole equivoco.

26 gennaio 2012

Caratteri (4)




"Non dirmi la verità, perdio! Lascia che, per le mie orecchie, siano le mie parole, affettuose, a camuffarla a dovere".

23 gennaio 2012

Trame del rovescio (2)

Se è inutile che tutto cambi, vogliamo che tutto resti com'è.

A frusto a frusto (10)



Un'illusione di perennità pervade chi nutre immoderatamente il suo spirito di un sogno di bellezza. Consolatrice della sua vita per qualche breve tratto, essa finisce sempre però per diventare il suo massimo tormento e la porta spalancata sulla sua perdizione.

Caratteri (3)



Fermarsi a riflettere, dice, è spesso perdita di tempo. Si può star certi che, anche volesse, del suo tempo non andrà mai sprecato nemmeno un minuto.

22 gennaio 2012

L'amato e l'amante

Nel caotico e indistinto fluire di eventi che dopo, soltanto molto dopo, si riesce a concepire come ordinati all'oggetto o al soggetto (all'amato e all'amante), è una relazione che crea, nel tempo stesso, fatti e punti di vista, che mai verrebbero all'esistenza senza dipendere gli uni dagli altri. 
Si pensi a questo punto quanto dipenda da una relazione la differente importanza che ai fatti si dice, in falsa coscienza, si assegna per loro presunte specifiche proprietà (per es. e secondo le circostanze, gli economici prima dei politici, i religiosi prima degli economici, i pubblici prima dei privati e così via). 
Si tratta invece e sempre di ordini gerarchici che nascono dalla relazione creatrice delle pertinenze fattuali e delle prospettive atte a interagire con tali pertinenze.
Anche una volta ciò riconosciuto e ammesso, resta ancora la trappola soggettivista che immagina pertinenze e gerarchie come effetti di scelta d'una coscienza, a quel punto o trascendentale o relativistica. 
Fuori della morte e quindi del nulla, se ne sfugge in vita, forse, solo con l'esperire l'accidente dell'eros, la forza misteriosa e selettiva che non si saprebbe immaginare che come relazione della differenza e come differenza nella relazione. Eros porta all'esistenza, appunto, oggetti e soggetti, l'amato e l'amante e, sotto il dominio di eros, la coscienza e la consapevolezza della scelta, si osserva con facilità, non si danno: il culmine della soggettività si scioglie in quella di un'ineluttabilità oggettiva altrettanto apparente. Gli antichi dissero un dio questa relazione della differenza, questa differenza nella relazione.

21 gennaio 2012

"...edito a stampa"

"Questo è il suo primo romanzo edito a stampa": attestata e deliziosa variatio della formula di cui al frustolo di due giorni fa. Comporta un esordiente non di primo pelo e già rotto al mestiere,  magari sotto la volta di parrocchie d'altri culti dottrinali, e consente d'immaginare dialoghi come il seguente: 
-"Ah, che sorpresa, Maestro, Lei ha scritto e pubblicato un romanzo!"
-  (con ritrosa degnazione) "Sì, è vero. Ma solo una cosetta, che, certo, è molto piaciuta."
- "È opera dotta e appassionata. Oltre che appassionante. Chissà quanto ha dovuto lavorarci e con quanti sforzi, sottraendo le notti al sonno, per salvaguardare ai giorni la sacralità del lavoro."
- (quasi risentito) "Ribadisco. Solo una cosetta. Nel tempo libero, nei finesettimana, e quasi con la mano sinistra, sa, mi diletto con la scrittura e di romanzi così ne ho piene le sporte. Guardi" - aprendo un cassetto - "eccone qui, già bell'e pronti, una mezza dozzina."
- "Non mi dica, Maestro. E tutti inediti?"
- (didattico) "Ma no, mio caro giovanotto, alcuni editi. Ma non a stampa. Gutenberg non è più nemmeno il passato prossimo, è  già il passato remoto. Noi siamo nel futuro e guardiamo avanti, ragazzo, guardiamo oltre l'avanti".

19 gennaio 2012

"Questo è il suo primo romanzo"

Paese un dì di poeti (oltre che di santi e di navigatori), l'Italia lo è oggi di prosatori (sulle altre categorie, si stenda nell'occasione un velo di pietà). E "questo è il suo primo romanzo" è la formula che ricorre frequente sulle quarte di copertina della relativa produzione.
Il prosatore o, più sovente, la prosatrice esordiente è merce che si trova oggidì su tutti gli espositori delle librerie. Merce continuamente rinnovata, considerata la sua alta deperibilità. Venduti come esordienti, infatti, così come vergini, si può essere solo una volta, a meno di mettere in opera gli strani artifizi di antiche mezzane o di accorti consulenti editoriali. 
La prima volta è dunque volatile, oltre che difficile, come ognun sa, e bisognerebbe fare molta attenzione a come la si spende e a chi la si dà. Anche in letteratura, infatti, solo poche prime volte profumano veramente d'inizio e, conseguentemente, d'eternità. Nella maggior parte dei casi, i primi romanzi più che d'inizio, sanno invece d'iniziazione: ad una professione pubblica di non commendevole menzione. Sono insomma puttanate e, trattandosi sovente di giovani firme, intenderanno i cinque lettori di Apollonio come vanno tenuti coloro che le incoraggiano e ne traggono profitto.
Ma qui, come si sa, non si è usi far la morale a nessuno anche perché si pensa che, in persistente penuria di virtù, l'allegria del vizio (sempre che il vizio sia allegro: purtroppo non è spesso così, quanto ai casi in questione), l'allegria del vizio, si diceva, sia, come attitudine di vita, di gran lunga preferibile alla lugubre ipocrisia spacciata tartufescamente come virtù, ad ogni angolo di questo povero mondo.
Se l'esordio si porta, che il relativo profitto ben faccia a chi ha saputo imbastirlo, come prestatore o prestatrice d'opera e come, si dica così, impresario.

Strapaese (2)


Svevo, Saba, Magris: linea spezzata e sghemba del margine triestino. A zig-zag, dall'attitudine all'atteggiarsi. Dall'esserci al farci.

18 gennaio 2012

Vocabol'aria (3): "tassa"

Nell'Italia delle assemblee condominiali, dei consigli universitari, delle società bocciofile e d'ogni altro consesso c'è al momento sovente qualcuno che s'alza e, con aria grave e importante, propone l'introduzione di qualche nuova tassa: sul calpestio delle scale, sull'uso della carta igienica nei gabinetti dei dipartimenti, sui lanci del boccino.
Nel demi-monde intellettuale degli accademici, soprattutto, la moda dilaga: le evocazioni di tasse, tributi, imposte e gabelle si sciolgono come dolci caramelle in bocche dalle dentature rinforzate di schiatte trinariciute.
Tassare fa tendenza, insomma, e permette a ciascuno di sentirsi, fosse anche solo nel suo piccolo, un "mariomonti", cioè professore, appunto, e competente, serio, severo, rigoroso. Anche elegante. In una parola di "mariomonteggiare".
La conclusione è la solita. Non c'è sciocco di mondo che non corra dietro all'andazzo e non c'è andazzo, neanche il più probo, che non abbia dietro di sé un codazzo di sciocchi di mondo. L'uso linguistico, inconfutabile, l'attesta.
E se si tassasse l'uso di tassa?

A frusto a frusto (9)



Fedele e costante, un amore sarebbe gioia paradisiaca. O forse pena infernale. In questo purgatorio, di gran lunga preferibili gioie e pene di un amore costante ma infedele a quelle d'uno fedele ma incostante.

16 gennaio 2012

A frusto a frusto (8)

 


Forse è futile l'ininterrotta conversazione con cui l'amore delizia le sue prede ma non quanto il mediocre dialogo con cui s'affliggono i suoi reietti.

Caratteri (2)



È un competente perfetto. A forza di millantare una dottrina, ha finito per convincere d'averla anche se stesso.

15 gennaio 2012

Trucioli di critica linguistica (6): Volkswagen



"Das Auto." Un'industria automobilistica che definisce e comunica la sua immagine con un simile payoff cavalca un movimento che aspira nuovamente all'assoluto e forse si propone di mettersi alla sua testa. È un'antonomasia e l'antonomasia è strumento linguistico (e quindi di pensiero) a fondamento d'ogni monoteismo. D'ogni attitudine ideologicamente totalitaria.
Se priva della capacità e della faticosa pazienza di cogliere sistemi di relazioni e di differenze, l'esperienza umana, nell'innumerabilità dei fenomeni, vaga nel caos. Il relativo vissuto degrada facilmente nello spregevole relativismo.
L'antonomasia reifica la reazione di sperduti impauriti e furbi intolleranti. Per antonomasia, una cosa diventa la Cosa. Un popolo, il Popolo. Un partito, il Partito. Uno stato, lo Stato. Diventa Dio un dio qualsiasi, che riesce a fare addirittura a meno del modesto utensile dell'articolo determinativo (ma certi privilegi non sono appunto da tutti).
Capita così di esperire molte auto, tanto più nel mondo globale. Una sola (e definita) è però "L'Auto.", col punto in fondo: cioè definitivamente. Le altre eventuali sono epifenomeni.
L'industria automobilistica che lo dice è tedesca. Ed è laconico il tedesco della sua quasi silente e, trattandosi d'assoluto, quasi inesprimibile e mistica comunicazione. È al tempo stesso risentita rivendicazione.  
Auto non ha frontiere linguistiche: è parola sovranazionale. Non è sovranazionale l'articolo determinativo. Di genere neutro, peraltro. Di conseguenza, ancora più marcato e particolare. Fuori dell'area in cui si scrive in tedesco, è altresì marcata l'iniziale maiuscola di un nome altrimenti comune ed è tipico artifizio segnalatore di valore antonomastico.
Tutto ciò (e altro qui taciuto, per non annoiare con ulteriori pedanterie i cinque lettori) si legge al fondo di un comunicato commerciale teletrasmesso (per l'Europa intera, c'è da supporre). In tale comunicato (e il suo presente tentativo di lettura, forse, annoierà meno da qui in avanti), c'è un paesaggio boschivo e fiabesco, come quello di una saga nordica, e una folla di piccoli ricci che corre a rifugiarsi in una sorta di tempio naturale, come per una funzione religiosa notturna.
Al loro cospetto, si manifesta, per obliqua illuminazione celeste, il simbolo che potrebbe pure essere una runa e che, dalla sua fondazione, identifica quell'industria automobilistica.
Come istituto morale, oltre che economico, l'industria in questione ha segnato i fasti dello sviluppo più feroce delle società di massa nel trascorso Novecento e ha accompagnato tali fasti fino ai loro esiti socio-politici più deliranti e appropriati, a quanto pare, al delirio del Moderno.
Ciò è d'altra parte iscritto per sempre nel nome proprio con cui fu battezzata dal suo fondatore. Auto vi si scopre essere riflesso di un'espressione linguisticamente nazionale: Wagen. E tale espressione si determina, nazionalisticamente, in funzione di una delle parole in cui l'ideologia e la falsa coscienza della Modernità tedesca si è espressa al meglio delle sue capacità: Volk, 'popolo'.
Adorate allora la Runa, folle timorate di piccoli roditori. A vostra difesa, gli aculei di un velleitario rifiuto sono inutili. Inutile è chiudervi a riccio. Ma non temete e fatelo con abbandono. La Germania ha sempre amato gli animali e oltremodo li ha amati proprio colui cui la grande industria automobilistica deve la sua esistenza: Adolf Hitler.
Se, incauti e inconsapevoli come bestioline, tornando dal rito di adorazione, vi capitasse di attraversare la strada alla Germania, alla sua Auto, alla sua Runa (che, illuminando la notte e fuori del destino umano, vanno meccanicamente avanti come devono), state pure tranquilli. Stavolta l'Auto, la Runa, la Germania sono anche tanto (ideologicamente) ben equipaggiate da riuscire persino ad evitare di schiacciarvi.

[A conclusioni più consolatorie, a proposito del medesimo comunicato commerciale, giunge oggi Arturo Carlo Quintavalle in un articolo sul supplemento domenicale del Corriere della Sera, ma i suoi lettori lo sanno: Apollonio fa del suo umor nero uno spasso].

14 gennaio 2012

A frusto a frusto (7)



Per qualsiasi ora sia previsto il tuo arrivo, sai che chi t'attende sente che non sarà sollecito quanto vorrebbe. Stai andando a Citera: l'isola effimera delle certe illusioni. 

13 gennaio 2012

A frusto a frusto (6)




La miracolosa assenza di un perché rende vero qualche raro riso. E veramente diverso dal pianto.

Strapaese (1)

Pirandello, Sciascia, Camilleri: parabola girgentana della doxa. Dall'inquietudine alla quisquilia. Dal paradosso allo stereotipo.

Caratteri (1)



C'è chi pretende e capita persino s'illuda d'aver dirittura morale solo perché, dandosi il caso, ha qualche rigida convinzione cui tenersi obliquamente conforme.

11 gennaio 2012

Interpretare

"L'agente Astolfo della polizia stradale era un po' corto di vista, e la notte, correndo in moto per il suo servizio, avrebbe avuto bisogno degli occhiali; ma non lo diceva, per paura d'averne un danno nella sua carriera": è l'antagonista di Marcovaldo, in una delle venti storielle di Italo Calvino che hanno come protagonista il povero manovale.
È la sera di un rigido inverno. La famigliola è intirizzita davanti a una stufa ormai priva di braci. Marcovaldo va per legna in città ma torna ovviamente col gramo raccolto offerto da qualche stentata aiuola. Dalla medesima ricerca, tornano invece con legna da ardere i suoi bambini. Leggono libri di fiabe e sanno che la legna si trova nei boschi, anche se un bosco non l'hanno mai visto. Cammina cammina fino al limite della città, hanno trovato "il bosco sull'autostrada": una selva di cartelloni pubblicitari, da cui son riusciti a divellere qualche compensato.
Verso quel bosco fantastico convergono allora Marcovaldo, istruito dai marmocchi per una nuova raccolta, e Astolfo, messo in allarme da chi ha già visto i monelli impegnati nella loro impresa.
"Il cartellone di una compressa contro l'emicrania era una gigantesca testa d'uomo, con le mani sugli occhi dal dolore. Astolfo passa, e il fanale illumina Marcovaldo arrampicato in cima, che con la sega cerca di tagliarsene una fetta. Abbagliato dalla luce, Marcovaldo si fa piccolo piccolo e resta lì immobile, aggrappato a un orecchio del testone, con la sega che è già arrivata a mezza fronte.
Astolfo studia bene, dice: - Ah, sì: compresse Stappa! Un cartellone efficace! Ben trovato! Quell'omino lassù con quella sega significa l'emicrania che taglia in due la testa! L'ho subito capito! - E se ne riparte soddisfatto".
L'eterno interprete: il miope Astolfo ne è allegoria. L'eccesso di adeguamento alle semiosi di cui si padroneggiano i codici sociali è malattia della cultura. Ed è componente fondamentale di quella stupidità che, opponendola alla luminosa dei Marcovaldo, Robert Musil si propose di descrivere, consapevole che darne una definizione è impossibile. L'eterno interprete è sempre pronto a capire. E non c'è evenienza del mondo da cui non se ne riparta con l'ebete sazietà di chi l'ha intesa.
"Tutto è silenzio e gelo. Marcovaldo dà un sospiro di sollievo, si riassesta sullo scomodo trespolo e riprende il suo lavoro. Nel cielo illuminato dalla luna si propaga lo smorzato gracchiare della sega contro il legno".

[Questo frustolo medesimo, a petto della bellezza fiabesca e ironica, silente e lunare del crudo testo di Calvino, è sortita degna d'un Astolfo, miope e supponente.]

07 gennaio 2012

A frusto a frusto (5)



La guardava come l'aveva sempre guardata: con la naturale attenzione cui invita la pertinenza della bellezza.

06 gennaio 2012

"La Sicilia come metafora"

Dall'emisfero australe arriva ad Apollonio la segnalazione di un premuroso sodale. Lo informa che nella prosa di  un editorialista del più venduto quotidiano italiano è comparsa ieri una nuova metastasi di la Sicilia come metafora. L'espressione formulare fu coniata da Leonardo Sciascia, amplificata dal titolo di un libro curato da Marcelle Padovani alcuni decenni or sono e sul suo esempio mille e mille altre sono state frattanto corrivamente costruite.
Coloro che si servono dello stilema (e Sciascia per primo) intendono dire, più o meno, che la Sicilia   (o Roccacannuccia o Pratofiorito) sarebbe sineddoche (dell'Italia, del mondo e così via): più questione di metonimia che di metafora, di conseguenza. 
Il Cielo preservi però Apollonio dal farsi risentito vindice di pedantesche appropriatezze terminologiche. Ognuno si esprime e vive come meglio gli aggrada, correndo liberamente il rischio di piacere a molti sciocchi, dispiacendo a pochi idioti, o di esser gradito a pochi idioti e ignorato da molti sciocchi. 
C'è poi uno stretto varco (lo si deve pur ipotizzare) tra le due evenienze: chi sia votato a percorrerlo nessuno lo sa, meno che mai, di norma, il predestinato, cui (ammesso che ne abbia qualche consapevolezza) sembrerà sempre di avere parlato solo a se stesso e di avere scritto solo ciò che era capace di scrivere e niente altro.
A forza d'insistere sull'abuso di metafora, potrebbe poi verificarsi una disgrazia peggiore di quella, corrente da qualche anno, che vede l'un tempo nobile figura tanto mal ridotta.
Potrebbe accadere infatti che anche sineddoche entri nel turpe commercio di quella lingua che Barthes definiva fascista e sia così d'improvviso fatta strumento di vizio e di perdizione. Il recente caso di ossimoro dovrebbe suonare da ammonimento. Contro l'effimera epifania del nome d'un tropo sotto la penna linguisticamente irresponsabile d'una persona di mondo a niente valgono i millenni che quel nome ha trascorso in scritti conservati da polverose biblioteche.
Meglio tacere, premuroso sodale, e sorridere (o gemere) sommessamente.

31 dicembre 2011

Trucioli di critica linguistica (5): Martini

Metà degli anni Novanta del secolo scorso: una festa sfarzosa e notturna. Il Teatro Olimpico del Palladio (o Apollonio si sbaglia?) le fa da scenario. È un tempio della ragionevolezza classica e inquieta della civiltà dell'Occidente, in uno dei momenti più alti della sua premoderna maturità.
Un giovane uomo dai tratti marcatamente mediterranei s'avanza nel tripudio, tra coetanee e coetanei. Corre a impugnare, come trasparente simbolo, una bottiglia di spumante, apertamente disposta alla bisogna. Con gesto enfatico, ne fa saltare il tappo e spillare il liquore.
Il tappo monta su verso il cielo, allontanandosi da un panorama di monumenti del Vecchio continente. Prende a viaggiare veloce da Est verso Ovest, tra nuvole illuminate dalla luna. L'inquadratura in fantastica soggettiva è quella che sofisticati prodotti della grande industria capitalistica dello spettacolo e del consenso hanno prestato ai missili balistici intercontinentali sovietici diretti verso ignare ed inermi città americane. L'immaginario collettivo dei tempi del terrore nucleare, insomma, messo in berlina dopo la caduta del Muro.
Il tappo si dirige del resto verso la città americana per eccellenza. Si dirige proprio verso un suo emblema edilizio: un grattacielo. Vi penetra. È l'anticipazione di una realtà non ancora imminente ma certo prossima. La fornisce una futile fantasia pubblicitaria. E, col senno del poi, lascia di stucco.
A ricevere il tappo nell'ombelico, opportunamente esposto, è però nella circostanza una donna di colore, quasi posta sopra un piedistallo come una venere antica, in un ambiente animato ma scarno. Personaggio della moda, si tratta di celebrata bellezza dalla fama globale.
La donna stacca il tappo dal suo ombelico. Ne rileva l'iscrizione. Sul fondamento dell'osservazione sperimentale, si lancia in un tipico modulo della razionalità occidentale: un'inferenza. Tale inferenza fa appunto da payoff della campagna pubblicitaria: "Martini? There's a party".  Ecco, per la memoria e per verifica dei lettori, il comunicato commerciale:



Passa un anno e si replica. Le variazioni sono modeste ma vale la pena notarle. Investono la testimonial, lo scenario verso cui il tappo muove e quello da cui esso si muove.
La prima è adesso una star hollywoodiana dai piccanti trascorsi interpretativi. Spingendosi ancora più verso Ovest, il tappo che viene dall'Est la raggiunge, ma senza contatto fisico diretto e imbustandosi (segno di un eros corretto da tempi calamitosi?). Lo dice una ripresa televisiva che duplica la realtà per farla più reale (ma non per questo vera) e proietta il singolare evento sopra uno schermo gigante, nel momento topico di una cerimonia emblematica della cultura della costa occidentale americana.
Durante una festa d'uomini e di donne e secondo la già nota modalità, il proiettile è stato scagliato di nuovo da un giovane dai tratti italiani, stavolta senza enfasi sulla mediterraneità. 
Come quadro, la festa pare avere scorci della Mantova ducale. Se di ciò si tratta, si tratta allora di nuovo del luogo simbolico di uno sfarzo e di uno spirito al tempo stesso inquieti e sereni, volatili e immortali, come furono quelli del Rinascimento.
Il payoff non muta nella sostanza. Lascia l'interrogazione retorica, ormai ridondante, per la semplice asseverazione che satura una sospensione. Ripete poi il modo ragionevole dell'inferenza su base sperimentale:



Il secolo rapidamente declina. Declinano fasti e speranze indotti dalla  caduta del Muro. Declina anche, simbolicamente, il millennio. E nel simbolico declino di un millennio ecco che il giubilo si trasforma, paradossale augurio, in premonizione della catastrofe d'una civiltà.
La festa notturna, adesso, è solo di donne. Gazebo, bordi di una piscina: in uno spazio aperto che non c'è dettaglio che non qualifichi come posto in alto e, soprattutto, come non-luogo.
Stilizzate sullo sfondo, però, e a fare "Oriente", una piramide e un parallelepipedo cui sta in cima una sorta di cupoletta sferica: tre, due, uno. Forse, allora, è il paradiso di un martire di un Islam post-moderno, traboccante, a detta del Corano, di splendide uri dagli occhi neri e di una bevanda fresca e chiara.
Percorre un diritto corridoio il prototipo di un uomo (tale è il testimonial stavolta, con prospettiva rovesciata): si intuisce che desidera essere ammesso alla festa. Va da un chiuso verso l'aperto. Bussa così a una porta topologicamente paradossale. Riconosciuto nel suo valore dallo spioncino, la porta gli viene aperta.
Per l'ammissione all'Eden il suo valore e la sua fama non bastano tuttavia. Un attributo è decisivamente richiesto: bisogna che, opportunamente dotato, faccia saltare un tappo, molti tappi, forse, che facciano "boom". Dall'uri portiera (l'abito dal rigore monacale, scura d'occhi e di capelli) viene di conseguenza l'espressione di un'esclusione per via d'un principio normativo, cui soggiace un'aperta modalità deontica: "No Martini. No party". È, coerente coi tempi, il nuovo e fortunato payoff della campagna commerciale.
Non più il piacere ipotetico-descrittivo, tutto occidentale, dell'inferenza di una ragionevolezza laica e quasi scientifica. Non più il (pur pericoloso) contagio di un'ideologia umana o dell'umanissimo spasso libertino, da un Occidente a un altro ed estremo Occidente.
Adesso, movendo ad Oriente, la prospettiva prescrittiva d'una religione: il piacere è promessa metafisica che segue la prova estrema e ultra-umana di un passaggio da un dentro opprimente verso un ignoto fuori. È un piacere che domanda la preliminare soddisfazione di un dovere, l'assolvimento del quale è forse però un annichilimento:



La premonizione si fa profezia. La profezia si compie da se stessa. Alcuni tappi esplosivi, opportunamente orientati da uomini che contano con certezza sulle uri promesse, hanno centrato le altissime ma periclitanti certezze della civiltà dell'Occidente. Resta aperta, a quel punto, solo una strada: una glossa in cui, facendo dell'ironia sull'ironia, si finisce per dire, papale papale, ciò che, visto che è accaduto, doveva ineluttabilmente accadere.
Forse solo torbidamente sognata, la festa che ha celebrato la fine del Secolo breve è essa stessa rapidamente finita e di recuperare le fonti di una lieta ragionevolezza non si è più (o, ottimisticamente, ancora) capaci:



Oggi (sono già passati alcuni anni) lo si può avere per certo. Lo ha dimostrato il decennio dei piccoli numeri e delle cifre sempre più spropositate e ormai non solo ingovernabili ma forse incalcolabili. Il decennio dei ridicoli nani.

27 dicembre 2011

A frusto a frusto (3)





Quando al tuo sogno pare indispensabile un noi, capita tu sia pronto a realizzare un incubo.

26 dicembre 2011

Lingua loro (26): "Cronista"

Cronista è approssimativo sinonimo di giornalista, dal punto di vista denotativo, se non suo iponimo, quando indica colui che scrive variamente sui fatti diversi del giorno,  di cui rendono conto le pagine dette appunto di cronaca.
Nella lingua specialistica dei giornalisti, cronista è però nobilitante litote che affiora ormai quasi esclusivamente in riferimento a un collega da poco defunto e peraltro oggetto di lodi iperboliche.
Come predicato e in combinazione con forme verbali copulative perfettive e riferite al passato ("fu" o "è stato"), esso è in tal caso accompagnato da articolo indeterminativo e opportuno attributo ("un grande cronista", "un cronista attento", "uno scrupoloso cronista") o, per effetto antonomastico, da articolo determinativo ("il cronista del mutamento antropologico italiano"). 
Cronista fa parte insomma del lessico stereotipico cui attingono i "coccodrilli", insieme, per esempio, con testimone, eventualmente controverso o partecipe, quando il trapassando o trapassato è un uomo di cultura, e con statista, quando morto o in predicato di morire è invece un personaggio politico.
Cronista, come altre parole d'elezione di tale lessico, prende così un valore connotativo marcatamente iettatorio e c'è da supporre che non ci sia gazzettiere che non compia gesti apotropaici qui, per decenza, non riferibili al solo pensiero che un collega, tempista, si prepari a scriverlo o l'abbia già scritto di lui.
Apollonio suggerisce pertanto che la relativa voce delle opere lessicografiche registri l'uso in questione: "Si qualifica come cronista un giornalista che ha di recente tirato le cuoia".

24 dicembre 2011

Parlare della lingua

"Ein jeder, weil er spricht, glaubt, auch über die Sprache sprechen zu können". Ogni volta che inciampa in questa espressione di Goethe, Apollonio non può fare a meno di pensarla appropriata al presente blog e, dunque, al suo caso, esemplare di chi, "siccome parla, crede di poter parlare anche della lingua". 
Non può nemmeno fare a meno di pensarla però in una versione sottilmente diversa e che, come können permette, in italiano suonerebbe "...siccome parla, crede di saper parlare anche della lingua".
La capacità di parlare (o di straparlare) della lingua, con piena naturalezza, è infatti concessione mirabile che la lingua fa a tutti coloro che la parlano. Una concessione che, in linea di principio, rende tutti i parlanti eguali, a prescindere da differenze d'indole, d'ingegno, di dottrina. 
C'è poi però chi approfitta di tanta munificenza. Usucapito l'effetto della concessione, ne millanta proprietà legittima ed esclusiva e, sdottoreggiando, parla della lingua, supponendo non tanto di poterlo quanto di saperlo fare. 
E non risparmierebbe allora Apollonio la tentazione, sacrilega, di inscrivere anche Goethe nel partito degli idioti speciali che, pretendendo di saper parlare della lingua, irridono e spregiano gli idioti ordinari che, come Apollonio, pensano solo di poterlo fare perché parlano. Interviene però  a frenarlo la sentenza successiva di quel megalomane, insopportabile ma geniale Besserwisser. Suona "Man darf nur alt werden, um milder zu sein; ich sehe keinen Fehler begehen, den ich nicht auch begangen hätte": "Si può solo diventar vecchi per addolcirsi; non vedo compiere nessun errore che non abbia commesso anch'io".

23 dicembre 2011

Bolle d'alea (16): Humboldt

"I dubbi sono tormentosi solo per colui che crede, mai per colui che si limita a rimanere fedele alla sua indagine". Sono parole di Wilhelm von Humboldt. Col dubbio che non siano troppo appropriate alla circostanza ma nell'ipotesi che lo siano molto alla temperie in cui anche la circostanza si scioglie, Apollonio le fa sue e ne fa dono e oggetto d'augurio a chi legge i suoi frustoli. Comunque la pensi, che tragga profitto dal dubbio e che goda della fedeltà alla sua indagine come gode eventualmente d'una fede.

21 dicembre 2011

Bolle d'alea (15): Tomasi di Lampedusa

"La verità è sempre la peggiore delle ipotesi possibili". Lo diceva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, beffardo anzitutto con se medesimo e col proprio destino.
Apollonio lo cita a memoria (con un dubbio: interpretazioni invece di ipotesi? Nel caso, poco male. C'è interpretazione che non sia un'ipotesi?). Citandolo forse imperfettamente, l'immagina sardonicamente sorridente nel dirlo, come  prova a esserlo lui mentre, stasera e nell'attesa di diventare più mite per il canonico augurio, lo ripete, sulle sue orme, a se stesso.

19 dicembre 2011

Glossa

"Ma il fine inganno pone fine all’inganno?”. Così un giocoso lettore ha commentato il frustolo che precede. Il commento invita Apollonio a una glossa che spazia, in realtà, sui tre precedenti e torna, forse, anche un po' più indietro. 
C'è chi pensa, dell'inganno, che sia fine, che sia divino e che il suo fine sia di non avere fine. La sua fine cozzerebbe infatti col suo fine che per definizione, non avrebbe fine. D'altra parte c'è perfino chi ipotizza che, dell'inganno fine, importi non il primo ma un celato, diabolico, secondo fine: una fine senza fine. 
Così, l'inganno sarebbe forse più fine ma, infine, veramente fine? 
Primo o secondo che s'immagini il fine dell'inganno, specula talvolta Apollonio, sono fantasie finite di chi ha fine. Avere un fine? “Umano, troppo umano”: almeno quanto avere fine. Essere umano: chi, fine o non fine, ha sempre un fine e ha sempre fine.
Ne segue che, se ha un fine chi ha fine, l'inganno fine e senza fine si può pensarlo fuori della definizione di un fine. Così l'eros. Così la lingua. Fine. Senza un fine. Senza fine.
Sfiniti? Prima che altri lo faccia, Apollonio commenta se stesso con un "Finiscila!". Ma, appena lo ha fatto, torna, ancora più stupido, a chiedersi: "La? Cos'è mai quel la?".

17 dicembre 2011

16 dicembre 2011

Trucioli di critica linguistica (4): Campari


Una campagna televisiva che pare una glossa lessicografica e, al tempo stesso, un trattato di critica storica (e, sullo sfondo, un'allegoria della vita). 
Cos'è in fondo un aperitivo se non un promettente preliminare? E cosa fu il Settecento se non l'aperitivo del pasto della Modernità? Il pasto fu poi molto indigesto e nettamente al di sotto delle attese. 
Oggi restano tavole malamente coperte da tovaglie ormai penzolanti e macchiate, con resti di pietanze mozzicate a metà, bottiglie vuote, piatti unti, posate usate e come disposte da un uragano, bicchieri rovesciati con tracce di rossetto, bicchieri mezzi pieni in cui galleggiano cicche di sigarette, e poi scorze, ossa e lische di pesce, schizzi del vomito di molti commensali, tozzi di pane, ditate di panna sui braccioli delle sedie, per terra tovaglioli sporchi e accartocciati.
Oggi. Ma come sorrideva allora la Modernità e ruffiana si lasciava sfiorare, lasciva, tra baci e carezze, procrastinava il compimento dell'amplesso, si concedeva all'infinita variazione morale, alle fantasie estenuanti dei preliminari materiali.
Oggi. Non resta che sognare che quel principio sia ancora qui, quando si è già varcata da un pezzo la soglia della fine. Non resta che bere ancora un aperitivo rosso, con in testa "l'idea di un finale diverso".

Terminologia

Tutte per fortuna prive di gravi conseguenze, le sciocchezze che chi fa professione d'essere linguista può perpetrare sono innumeri e questo medesimo blog ne fornisce campioni. Poche sono però più diffuse e meno vistose di quelle cui è indotto chi istituisce l'universo dei fenomeni ai quali consacra la sua attenzione e ne cerca la ratio profonda lasciandosi ispirare dalla terminologia della disciplina. 
In altre parole e per fare un esempio, sono  di norma sciocchezze quelle  di cui si pasce chi, considerato che qualcosa nella lingua è stato per tradizione chiamato "possessivo", decide di studiarlo convinto che qualche speculazione sull'idea di possesso sia la chiave di volta per comprendere funzioni e forme linguistiche dei cosidetti possessivi. Si comporta insomma come se la terminologia, con buona pace di Ferdinand de Saussure, non solo fosse "motivata" ma addirittura fosse lei a "motivare" la lingua.
La terminologia può essere ovviamente oggetto di seri studi filologici. Come storia della cultura (linguistica) e come contributo a un'antropologia non soltanto diacronica, ha senso chiedersi e cercare di capire come e perché a qualcuno venga o sia un giorno venuto in mente, come sua interpretazione di un fenomeno linguistico, di chiamare qualcosa "possessivo" o "dativo" o "passivo" o "persona" o "genere" o "caso". 
Fare però della terminologia o (peggio) di qualche suo irrelato spezzone la fonte della determinazione scientifica del funzionamento di qualche aspetto della lingua è solo una prassi cieca, perché inconsapevolmente ideologica, e onanistica, perché, fondando i suoi ragionamenti sulla sua terminologia, la linguistica pretende così di studiare la lingua e invece studia solo se stessa, trovando conferma dei propri deliri per tale via facilissima. Il possesso s'esprime nel possessivo che (come potrebbe diversamente?) riguarda appunto il possesso. 
Il fatto che la prassi sia oggi comune (tra gli epigoni del formalismo non meno che tra quelli del sedicente funzionalismo) non deve impedire, a chi ha un po' di sale in zucca, di considerarla bizzarra e dilettantesca. Tra l'altro, essa ha il difetto di confermare chi se ne lascia facilmente sedurre nell'irriflesso pregiudizio che una terminologia (e quindi una qualche linguistica, una "grammatica") fondi e spieghi la lingua quando, naturalmente, il minore sta nel maggiore e la linguistica (che è solo lingua autoconsapevole) sarà nata soltanto nel momento in cui essa, la sua terminologia e la "grammatica", riconosciute come arbitrarie, saranno fondate e spiegate dal funzionamento della lingua.    

L'eccellente mediocrità

Tra le incongruenze di un tempo che ha anche preso lo stucchevole vezzo di chiamare eufemisticamente ossimori le contraddizioni prodotte dal disordine pratico e ideale in cui versa non mancano le tragiche ma nemmeno le comiche. 
Tra le seconde, quelle che riguardano l'università. 
A proposito dell'università, è oggi tutto un chiacchierare di qualità, di eccellenza, di classifiche dei migliori e delle migliori e di soggiacenti valutazioni. 
Nei fatti, per produrre tali presunti risultati, gli addetti ai lavori, nell'universo mondo, sono sempre più invitati (se non costretti, ma si tratta poi sempre di vittime consenzienti) a trascorrere gran parte del loro tempo (limitato, perché umano) nella reciproca compagnia imposta da commissioni, riunioni di organi collegiali che proliferano come funghi, briefing, tavoli di concertazione, convegni, contatti con ogni sorta di organismo amministrativo e burocratico, gruppo di pressione e confraternita, allo scopo di "confrontarsi", di mettere a punto progetti, di prospettare sviluppi, di consolidare istituzioni, di rivedere statuti, di calcolare compatibilità, di interagire col territorio o col globo e così via. 
Sono in altre parole invitati a stare in forzosa compagnia della folla di mediocri mezze calzette (una delle quali Apollonio conosce meglio di chiunque altro ed è il suo alter ego) che popola quel mondo di fantasmi. 
Sempre meno viene concesso loro (ed essi stessi si concedono) di intrattenersi con le sole compagnie che varrebbe la pena coltivare, anche nella prospettiva di una ricerca del meglio. Tanto per fare qualche corrivo esempio e restando al dominio delle discipline morali, di stare in compagnia di Kant, di Montaigne, di Ariosto, di Lope de Vega, di Plutarco, di Tacito, di Diderot, di Musil, di Leopardi, di Primo Levi, insomma di quegli esseri umani la cui frequentazione ha valore per se medesima e ha (eventualmente) il pregio di insegnare a tollerare amorevolmente, con se stessi, tutti quei compagni nella disgrazia o nella fortuna d'essere vivi che capita di incrociare.
Sempre meno viene concesso loro (e essi stessi si concedono) di restare da soli a meditare, dopo avere fatto tali incontri, per prepararsi eventualmente a riconoscere, tra i casuali incroci, ancora un Dante, un Platone, un Dostojevski, un Saussure. Di riconoscere qualcuno destinato ad alimentare la scelta pattuglia. Oltre che a meditare su ciò che, considerato il già detto, valesse eventualmente la pena di aggiungere.
In poche parole: una mediocrità parossisticamente spinta all'eccellenza, una mediocrità eccellente è ciò che il tempo presente chiede imperativamente alle sue università. Imperativamente, perché pretende che esse, coerenti con la sua lacerante contraddizione, non possano testimoniare una diversità e insegnare così ai giovani a riconoscere quella contraddizione come effetto di una ridicola follia. 

12 dicembre 2011

A proposito di conti




Uno su ventisette non è certo il rapporto che passa tra l'intelligenza e l'idiozia ma non c'è dubbio che, ahimè, gli si approssima più di ventisei su ventisette.

11 dicembre 2011

Sommessi commenti sul Moderno (3)

Non c'è una volta che, alla fine, il male non soccomba e il bene non prevalga. Ci mancherebbe! Prevale, perdìo. Insinuare che non si tratti del bene sarebbe perlomeno insolente.

09 dicembre 2011

A frusto a frusto (1)


Tocca peraltro amarle, queste livide albe di giorni forieri d'albe ancora più livide.

08 dicembre 2011

Toujours, jamais

C'était la fin des années Soixante-dix du siècle passé. C'était déjà et largement l'époque des théories linguistiques universelles bâties à partir d'une dizaine d'exemples: une époque qui n'a pas encore terminé de vivre ses fastes. La seule différence, c'est que maintenant la dizaine d'exemples qui fonde la construction des théories universelles est tirée, au moins, d'une dizaine de langues différentes. Et il s'agit d'une dégénérescence ultérieure. 
C'était la fin des années Soixante-dix. Au jeune chercheur qui était allé chez Maurice Gross s'informer directement sur ses recherches et, le cas échéant, y participer, il pouvait arriver de l'entendre à peu près affirmer : "Toujours, jamais sont des mots qui ne devraient ni apparaître dans l'expression scientifique d'un linguiste sérieux ni faire partie de sa forma mentis". 
Le jeune chercheur de jadis est devenu entre temps le vieil Apollonio et il n'a aucune difficulté à dire n'avoir jamais entendu un linguiste faire une profession de foi plus profonde et absolue: Maurice Gross, véritable Prométhée de la linguistique de la deuxième moitié du siècle passé. Recueillir des milliers de données, les examiner dans leur innombrables facettes, les classer en fonction d’une riche batterie de propriétés, aucune par soi-même définitoire, aucune dépourvue d'exceptions irréductibles. Un travail empirique gigantesque. Une entreprise héroïque et désespérée, qui n'a pas survécu, il faut le dire, à la disparition, parfois soudaine, de ses géniaux dévots et, il y a exactement dix ans, à l'arrêt tragique de son moteur. 
Il est possible que Maurice se trompait. Il est possible que son rappel sévère à l'innombrable variété des signifiés et des signifiants de chaque langue, contenait lui-même, par paradoxe, un jamais, un toujours. Le jeune chercheur en avait silencieusement l'impression déjà à l'époque. Le vieil Apollonio y songe encore souvent et, derrière la figure d'un Prométhée, il voit surgir celle de Sisyphe. Rage, tendresse, nostalgie se mêlent alors indissolublement dans son esprit.

03 dicembre 2011

Intolleranze (4): Sdoganare

Chi ha violato le operose sedi delle aziende di import-export per impadronirsi con dolo di sdoganare? Chi ha poi traviato quel povero verbo? Chi lo ha strappato, incolpevole, dalla vita tranquilla e riservata che gli assicurava l'appartenenza a un lessico specialistico? Chi s'è fatto untore di questo ennesimo metaforico mal francese? Chi ha messo sdoganare sulla bocca di tutta questa gente di mondo che, sempre per nobilissimi motivi e con l'aria bacchettona di chi vuole fare a tutti i costi l'originale, condisce con parolacce le arringhe agli scolaretti, rivisita deliri ideologici, pratica funeste riesumazioni assistite, amoreggia coi tiranni più sanguinari e coi più sanguinari dei loro assassini, sorseggia vini rossi sul pesce, esibisce mutande, elogia prose stomachevoli sulle gazzette, fomenta le volgarità politicamente corrette di guitte cimiteriali, stordisce gli avventori con chiacchiere molecolari, esalta sfregi paesaggistici e dissemina infestanti lauree honoris causa?
Insomma, chi ha sdoganato sdoganare?

29 novembre 2011

Lingua loro (25): "la Squadra"

Il "Governo"? Che anticaglia! Ormai e ufficialmente "la Squadra". Nella sua Citera, giunge notizia ad Apollonio che il Mister, pardon!, il Commissario "tecnico", oops!, il Presidente del Consiglio dei ministri, insomma, il signor Mario Monti (e che fine ha fatto il buon Ferruccio Valcareggi?) ha comunicato ieri alla stampa la lista completa dei convocati: Albertosi, Anastasi, Anquilletti, Bercellino, Burgnich, Bulgarelli, Castano, De Sisti, Domenghini, Facchetti, Ferrini, Guarneri, Juliano, Lodetti, Mazzola, Prati, Riva, Rivera, Rosato, Salvadore, Vieri, Zoff.
Gli Euro(pei), stavolta, son nostri (inclusivo o non-inclusivo?).

[Era il fatale '68. E non dicano i cinque lettori di Apollonio che lui, sonnolento, non se ne era già accorto, che tira un'aria di rigore].

"...a farci male sulle ripartenze"

"Noi dobbiamo essere bravi a non fare leggerezze sul loro pressing. Loro hanno giocatori bravi a farci male sulle ripartenze".
Tra parallelismi e differenze, metafore e tecnicismi, secondo l'insegnamento di Jakobson, l'iterazione fonda, nella parola, la poesia e, anche quando si tratta delle più piatte corrività, fa del cattivo gusto una delizia.
La supponenza guasta ogni cosa. Ogni cosa sublima la naturalezza.

28 novembre 2011

Della traduzione automatica

Tra la gente di gusto, è d'uso irridere (se non deplorare) il meccanico modo di condursi dei programmi di traduzione automatica, molti dei quali disponibili in rete. 
All'alter ego di Apollonio è accaduto di osservare, per iscritto, che i maldestri tentativi dei pionieri del volo non apparvero meno ridicoli e deplorevoli. Oggi, qualsiasi stupido indossa le ali di un "aeromobile", come capita di sentire dire negli annunci aeroportuali, e (senza che nessuno rida o deplori) si trova in men che non si dica in capo al mondo. Che non sia il volare di Dedalo ed Icaro è inconfutabilmente vero. Altrettanto vero è però che si tratta di un modo di volare. Meccanico, ma di volare. 
Ragionevolmente, la stessa cosa succederà (se non ha già cominciato a succedere) con gli automi consacrati alla traduzione. Come sempre, gli ingegneri hanno ragione ad insistere e torto i poeti a scoraggiarli. Anche lì la meccanica conquisterà gli spazi pratici e di diletto garantiti dall'esistenza di un'utenza banale e sterminata. Non si tratterà delle nobili e discusse traduzioni da Dante di Pound ma di traduzioni si tratterà, in ogni caso. E non sarà questa tra le minori dimostrazioni del fatto che lo spirito avventuriero della specie umana ha sprezzo del pericolo ed è incoercibile. Vedrà chi ci sarà, naturalmente, fino a che limite e, soprattutto, fino a quando.
Fa già del resto impressione e un pizzico di umana tenerezza vedere l'esito indubitabile di un programma elementare di traduzione automatica che fa da oggetto di un tentativo di phishing trovato oggi, tra la sua posta elettronica, da Apollonio. Recita: "Noi scoprimmo l'attività irregolare sul Suo conto".
Dicano i lettori se, in italiano, non è già quasi funzione poetica: con l'enfasi pronominale, il raro passato remoto, l'arcana determinatezza dell'articolo che introduce l'oggetto diretto, l'ambiguità sintattica dello scoprire, sul conto di qualcuno, un'attività irregolare. Roba tutta meritevole, da un lato, di un'acuta incursione strutturalista alla Jakobson, dall'altro, di una fine analisi stilistica alla Spitzer.
E vien quasi voglia di fare il mecenate, pagando almeno un obolo, per un simile aereo risultato. Viene la tentazione di rispondere con le informazioni tanto maldestramente e tanto poeticamente richieste. 
Poi, interessata e bottegaia, sul gusto per la poesia della traduzione automatica prevale la prosaica ragionevolezza di chi alle traduzioni chiede d'essere, anzitutto, umane e, quindi (chissà perché, se di cosa umana si tratta), credibili. 

"La maggior parte di noi"

"Probabilmente la maggior parte di noi non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica', e questa parola suona abbastanza strana, confinata all'uso di pochi specialisti". La citazione viene da un manuale italiano molto fortunato. E meritevolmente fortunato, in funzione del panorama dell'odierna offerta editoriale. Ad essere precisi, sono le parole che vi fungono da incipit (l'enfasi è stata aggiunta da Apollonio).
Anche i libri di linguistica però sono testi linguistici, com'è capitato di scrivere qui, in un frustolo di qualche tempo fa. Quando ad Apollonio succede così di dovere illustrare la differenza che, sovente implicita nelle forme grammaticali di una lingua, corre tra noi inclusivo e noi non-inclusivo, l'esempio fornitogli da quelle parole gli si presenta sempre allo spirito tra i più lampanti, oltre che come uno dei più involontariamente comici e rivelatori della natura della disciplina che pretende di professare. Sarà utile a questo punto, forse, un grossolano chiarimento terminologico. 
Si dice inclusivo un noi in cui chi lo proferisce include appunto il suo interlocutore: [Rivolta a Pinocchio che le ha appena raccontato sue disavventure] "- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremmo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?". 
Si dice non-inclusivo, invece, ogni altro noi e, in particolare, quello proferito escludendo particolarmente chi ascolta e talvolta indicato, per questa ragione, come esclusivo: [Rivolto al minaccioso Carlo VIII, Pier Capponi:] "Se voi suonerete le vostre trombe, noi faremo suonare le nostre campane".
Si torni adesso alle menzionate parole in apertura di un'opera che si propone di presentare a principianti la materia di cui tratta. Secondo l'attitudine espressiva sopra esemplificata, "la maggior parte di noi" è certamente scritto per includere, come interlocutori, i lettori del libro.
Vuole essere così un atto comunicativo accattivante. Sono tali in genere quelli in cui ricorre un noi inclusivo: talvolta anche troppo. Piacioni, dunque, se non peggio. Lo si è appena visto. Dietro un noi inclusivo, capita ci siano (e spesso) il Gatto e la Volpe. 
C'è del resto da chiedersi quanto sia ben educato cominciare un'opera dando obliquamente dell'ignorante a chi si prende la pena di leggerla. Magari è la verità ma proprio per questo potrebbe non essere simpatico sentirsela dire, così, ad apertura di libro. All'ingresso di un istituto di bellezza, poniamo, non la si prenderebbe certo bene se ci si accogliesse dicendo "Siamo proprio bruttini, eh?".
C'è un modo però di trovare umano e non "caporalesco" (né peloso) quel noi e di solidarizzare con esso. Profittando della povertà grammaticale e della conseguente ambiguità dell'italiano (che, lingua da imbroglioni, non ha forme diverse per i due diversi noi), il modo consiste nel fare finta di non capire, nel rifiutare (magari solo per scherzo) la scontata convenzione discorsiva secondo la quale, quando un chierico dice a un catecumeno "Ma quanto siamo ignoranti!", è ben lungi dal volergli confessare di partecipare d'una comune mancanza. 
Insomma, si tratta di prendere il noi di quel "la maggior parte di noi" come un noi non-inclusivo, come un noi che, senza volere dire nulla di chi lo legge, parla esclusivamente di chi lo sta proferendo. Gli autori del fortunato manuale (e meritevolmente fortunato, si ribadisce) sono peraltro due. Il noi che lì ricorre sarebbe quindi anche pienamente giustificato dal banale punto di vista del riferimento.
Sorridendo affettuosamente solidale e aritmeticamente turbato, il lettore potrà chiedersi a questo punto: tra i due autori, quale sarà mai "la maggior parte" della quale, fosse anche solo per ipotetico lapsus, si sta ammettendo sul principio di un libro didattico che "non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica'"?
È ciò che Apollonio fa appunto ogni volta che quel passo gli capita sotto gli occhi, riflettendo sugli scherzi che gioca sempre la lingua. Meglio, riflettendosi in quegli scherzi. Cioè guardandosi senza verecondia nello specchio dell'espressione, lui linguista immaginario.

26 novembre 2011

Intolleranze (3): Solare

È venuto di moda da qualche anno tra i giovani l'aggettivo solare, coi valori metaforici che prende quando è associato a designazioni d'esseri umani o a qualificare loro attitudini o comportamenti. 
Non c'è ragazzina che non si dichiari "solare" quanto a indole, soprattutto se opportunamente sollecitata nei contesti pubblici. Non c'è metà d'una coppia d'innamorati che non magnifichi il carattere "solare" dell'altra e la conseguente qualità "solare" del rapporto. 
Apollonio non esclude si trovino ricche attestazioni di usi comparabili nella corrente narrativa di cassetta. Ne ha sottomano una (in predicato d'essere ironica?): "alla vista della solare marinaretta che sbarcava saettante dal motoscafo Riva". È tratta dal romanzo di esordio di un giovane e ormai affermato scrittore romano, capace di mettere all'opera tutte le veneri della retorica, come si evince già dal modestissimo lacerto. Non mette conto di farne esplicitamente il nome. La citazione è resa trasparente dalla menzione di un natante di marca, che equivale, in funzione dell'autore, all'apposizione di un sigillo, a una sphragìs. Un motoscafo Riva compare infatti sulla copertina dell'edizione del romanzo da cui Apollonio cita. Necessitano altre prove della topicità del passo in cui solare fa la sua comparsa?
Certo è che, col successo popolare, è venuto al solare in questione un qual inequivocabile tanfo di cattivo gusto. Non è un caso d'altra parte che, correlativamente, anche il motoscafo Riva facesse già qualche anno fa da elemento di contorno di un comunicato commerciale teletrasmesso che vedeva il suo fuoco nella vicenda d'un dettaglio anatomico progressivamente scoperto dallo smagliarsi di un già ridottissimo abitino (qualcuno dei cinque lettori di Apollonio ne serberà magari grata memoria).
Al degrado prima verso il finto lusso di massa, infine verso una piatta e corriva pretenziosità, forse l'aggettivo solare era destinato, poi, se è vero che (a credere ai lessici specializzati) esso ebbe già qualche fasto sotto la penna dannunziana e in prose d'arte correlabili.
Se non si tratta, invece, di un tanfo cimiteriale e cadaverico. Perché inquieta apprendere di una "epidemia dell'aggettivo sonnig (solare)" già in quella che Viktor Klemperer definì, col titolo del suo celebre libro, LTI: Lingua Tertii Imperii, cioè la lingua del Terzo Reich. E inquieta sapere che, secondo la testimonianza del filologo, qualunque ne fosse stata la scaturigine, "a quel tempo solare imperversava negli annunci mortuari" con cui famiglie devote al credo hitleriano annunciavano al mondo il sacrificio, in guerra, dei loro giovani rampolli, definiti appunto sempre, una volta morti, di indole "solare". 
Che tutti i solare di oggi ricorrano in realtà come decorazioni dei cippi funerari verbali, di discutibile fattura, sotto cui giacciono giovani morti inconsapevoli? Che siano malcelate autonecrologie le parole di coloro che li proferiscono per qualificarsi moralmente?
Comunque sia, anche quanto a solare, è dato verificare come dica il vero l'incipit di un famoso opuscolo di Marx, secondo il quale ci sono vicende storiche che, presentandosi una prima volta, s'illuminano dei lampi corruschi della tragedia e, presentandosi una seconda, brillano delle ridicole luminarie della farsa.

22 novembre 2011

Tira un'aria di rigore

"Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà appena la parola tornerà ai cittadini per l'elezione di un nuovo Parlamento". Sono (pare, verbatim) espressioni che vengono da chi oggi copre la più alta carica istituzionale della Repubblica italiana. 
In questo frustolo (di post, Apollonio dichiara di averne abbastanza) non ricorrono in virtù della loro portata politica. Essa è certo molto rilevante ma, sul tema, chi scrive non saprebbe proprio cosa dire, visto che non sa neppure cosa pensare. 
A colpire la fantasia di Apollonio, sono invece due dettagli linguistici. Il primo è l'uso, in funzione attributiva, dell'aggettivo composto a tutto campo. Hai voglia d'esecrare, come s'era soliti fare tra politici raffinati e intellettuali di supporto, la volgarità di una celebre "discesa in campo" di qualche anno fa! A frequentare lo zoppo, s'impara a zoppicare? Forse. Più ragionevolmente, c'è da ipotizzare che lo zoppo sia stato solo colui che, prima di altri, aveva intuito quale fosse l'andazzo. E l'andazzo inclinava verso lo zoppicare.  Comunque sia andata, la metafora sportiva del "campo" s'è evidentemente banalizzata. La figura è già catacresi. La sua volgarità "è tra noi", ormai. E compare pacificamente nelle dichiarazioni e nei comunicati ufficiali, stilisticamente accreditata (o, come si dice adesso, "sdoganata") da una fonte che non potrebbe essere più autorevole.
C'è poi quel riprenderà, in collegamento predicativo, appunto, con "il confronto a tutto campo". In un frustolo come il presente, sarebbe ozioso diffondersi sul concetto di presupposizione. Basterà osservare che la sospensione del "confronto a tutto campo" è semplicemente presupposta da chi dice riprenderà in quel contesto. Nulla potrà mai riprendere ad esistere, infatti, che non si trovi soggetto a una sospensione d'esistenza. 
Qui giunto, Apollonio ha però il sospetto di avere forse oltrepassato le linee dello sterrato campetto di periferia in cui passa oziosamente il suo tempo a palleggiare con le parole. Prega di conseguenza i suoi cinque lettori di non sollecitarlo in proposito con commenti (che, rivolti a lui, sarebbero a sproposito). Consiglia loro di rivolgersi ai dotti delle discipline morali (ivi comprese le politiche). 
Da essi potranno essere illuminati sui significati, nella teoria e nella prassi della democrazia, se non di eventuali sospensioni del confronto politico, di sue limitazioni a zone del "campo" che escludano (ohibò!) l'area di rigore, con le decisioni sul relativo tiro.

16 novembre 2011

Antonomasie e riciclaggio

"Solo ministri tecnici per il Professore", "E Pier Luigi avverte il Professore...", "Nei giorni della Grande Crisi...": tra le antonomasie che compaiono in questi giorni nella comunicazione pubblica alcune sono fresche, come, messo lì a giganteggiare, "lo Spread". Altre sono riciclate. In esordio, se ne sono menzionate un paio, tratte dalla stampa quotidiana.
Il Professore, pochi anni fa, era un altro. L'Italia è sempre stata piena di professori, del resto, e i candidati alla relativa antonomasia son legioni. D'altra parte, dopo la Grande Crisi, la Grande Crisi è sempre, come della guerra diceva il Greco della Tregua (la memoria tradisce Apollonio?). 
Gli ambientalisti della parola saranno felici: mai gettare tra i rifiuti un'antonomasia. Alcune si degradano lentamente e restano molto inquinanti, talvolta per millenni (ma non sarà questo il caso di quelle qui in questione, per fortuna). Ripulita, un'antonomasia già usata si presta ancora ottimamente ai suoi scopi.
Ecco dunque i primi effetti delle annunciate misure di risparmio. Della fantasia e dell'intelligenza.

13 novembre 2011

Sordidi ignoti e solidi noti

Ma "la solida borghesia" delle cui lodi sono piene in questi giorni le gazzette e cui sembra tocchi salvare adesso l'Italia dal flagello dei cosiddetti mercati non sarà per caso la solita borghesia fattasi solida a spese altrui? 
In breve, col pretesto di sordidi ignoti, i solidi noti.

[Modesti materiali per un'elementare esercitazione di fonologia. Se ne sconsiglia l'uso in altri contesti discorsivi].