3 dicembre 2016

Scuola e società, ma solo per ischerzo e su richiesta di un lettore affezionato

La scuola (dire moderna suonerebbe ridondanza: quella precedente non ha qui pertinenza) aderiva ovviamente alla società utilitaristica che l'aveva espressa, come istituto correlato ma separato. Le forniva infatti un supporto importante alla formazione delle competenze necessarie all'operare dei suoi diversi strati (dai mestieri alle professioni, dai ceti burocratici a quelli dirigenti). Un supporto importante ma non esclusivo. Bimbe e bimbi, adolescenti e giovani, si pensava, avrebbero avuto in seguito il loro tempo per vivere la società e alla loro vita dopo la scuola si riteneva spettasse (come è indubitabile) il resto della loro formazione. Dura formazione. Ed eventualmente contraddittoria. Ma la contraddizione, appunto, era ancora messa nel conto e che la scuola stridesse un po' con il resto della società veniva tenuto come inevitabile.
In quella società, la scuola era insomma una sorta di "epochè", con la correlata sospensione del tempo (sospensione pedagogicamente adatta alle età umane coinvolte). Si trattava, ovviamente, di un'ideologia. Ma c'è istituto che non sia retto da un'ideologia? L'esistenza della scuola era pertanto considerata un valore in se stessa. La scuola era sì utile, ma era esempio lampante di quella eterogenesi dei fini che un pensiero maturo correla sempre all'attività umana. 
In essenza, la scuola era posta, appunto ideologicamente, al di là del criterio di utilità. Pur imponendosi largamente in quella società, questo lasciava ancora spazio a disomogeneità, almeno di pensiero. La scuola viveva in questo spazio di parziale disomogeneità. Operava nell'area del progresso generale dell'umanità, così si credeva o si faceva sembiante di credere, e la faccenda era regolata. Anche l'animo del capitalista più rapace era sedato, in proposito, magari dalla prospettiva di un'utilità differita.
In tutto ciò, c'era naturalmente quel fondo di ipocrisia che fu tratto tipico della borghesia tanto montante quanto montata in sella, quando pensò che bastasse demistificare la rappresentazione che reggeva l'antico regime per accedere a un universo di fatti autentici. La paideia che veniva praticata nella sua scuola valeva tuttavia ancora in parte come rappresentazione e ciò, di nuovo, la faceva un po' discosta dalla società, mondo dei crudi fatti e delle utilità. Con il suo essere una parentesi, la scuola riusciva allora a prospettare valori eventualmente disomogenei (dire alternativi, sarebbe troppo) a quelli della società che l'aveva generata e la nutriva, come monito e sottile contraddizione.
Fosse consapevolezza dei limiti di tali valori e quindi del fatto che essi non esaurissero l'umano, fosse al contrario segno che li si teneva come abbastanza forti da sopportare che altri ne circolassero (pur in limiti temporali ristretti ma decisivi, come quelli dell'infanzia, dell'adolescenza, della giovinezza), fatto sta che alla scuola (come del resto a non pochi altri istituti sociali) non si chiedevano rendiconti estranei alla sua separatezza, in un regime di relativa autonomia. Tutto ciò, sempre più stancamente, fino verso la fine del Secolo breve, quando la contraddizione tra scuola e società, divenuta un po' troppo stridente nell'Occidente capitalista, produsse un'esplosione effimera ed essa stessa contraddittoria. Fu il cosiddetto Sessantotto, con i suoi cascami, in maggioranza deteriori (ancora un esempio di eterogenesi dei fini, in senso opposto a quello precedentemente menzionato).
In Italia, si parla tanto, in questi ultimi tempi, del liceo classico e della sua sorte. Esso fu a lungo esemplare del quadro pedagogico e ideologico che si è appena tratteggiato (né stupisce se si pensa a chi ne tracciò le linee educative). Non ne era il solo esempio, tuttavia. Un po' di liceo c'era infatti in scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all'università e al di là delle caratterizzazioni anche specificamente professionali delle didattiche che vi venivano praticate. C'era tutte le volte che di un impegno di studio non ci si chiedeva appunto a cosa servisse, se fosse utile o inutile, ma lo si prospettava come iscritto in un sistema diverso da quello dettato dall'utilità, secondo il principio appunto che l'umano (anche l'umano applicato alle tecniche, senza escludere le filologiche) trascende l'utile. 
Del resto, per venire al caso specifico del greco e del latino, indurre conoscenze filologicamente fondate di un passato, peraltro remoto o remotissimo, non era forse un modo per relativizzare il presente e le sue utilità, qualsiasi presente sociale e ogni idea correlata di utilità, e per porre ogni cosa sul metro di ponderate  e sagge valutazioni millenarie? Per i commentatori più pensosi, latino e greco sono invece ridotti ad "asticelle". Con altri contenuti didattici (ma didattici, a questo punto?), "asticelle" da innalzare (ma se ne è appunto all'altezza?) per essere sicuri che gli stupidi da inserire nei cicli di riproduzione ideologica e di produzione materiale siano i più bravi a saltare a comando, come bestie da circo.
Ora dica ad Apollonio, affezionato Lettore che gli ha chiesto d'essere meno implicito in proposito, se l'odierna società Le pare adatta a tollerare un'attitudine diversa da questa, dalla scuola cui peraltro lesina i mezzi. Dica se il becero utilitarismo sociale che impera (venduto talvolta come divertimento, anzi, in questa fase, soprattutto come divertimento) Le pare compatibile con disomogeneità e contraddizioni. Dica se, dietro i vacui moraleggiamenti con cui si stordiscono gli sciocchi e gli sciocchi si stordiscono, è oggi possibile concepire (anche ipocritamente) l'esistenza di una scuola che trascenda il criterio di utilità e di un'utilità immediata e si incardini in quello di umanità. "Spendibile" è l'attributo che ormai si correla d'elezione alla formazione scolastica, cui si chiede appunto d'essere "spendibile".
Una società che subordina la scuola all'utilità, che chiede alla sua scuola di dimostrare di essere utile perché, diversamente, non può permettersela, è però perlomeno onesta. Dice le cose come stanno, di se stessa e della sua scuola. Se una scuola diversa, modicamente diversa da se stessa, una società del genere non può permettersela, vuol dire che semplicemente non la merita. E una scuola umana, come la voleva Wilhelm von Humboldt, una scuola non da "caporali", produttrice di bestie ammaestrate, creda ad Apollonio, non è la sola promessa che il Moderno nascente fece a se stesso e che, al di là di molte cattive o cattivissime riuscite, il Moderno putrefatto dice o dimostra di non potersi permettere, neppure come promesse. La sola domanda che sa fare, in proposito, e che delimita il suo orizzonte miserabile è infatti "A cosa serve?". Passando da tale porta, si spinge persino a dire, per voce di suoi esponenti molto illuminati, che ci sono, utili per questo, anche belle cose inutili. Non la sfiora nemmeno il pensiero però ci sia qualcosa in funzione della quale la stessa opposizione tra utile e inutile possa non essere pertinente.
La società che ci sta capitando di vivere è del resto solo una società di poveracci e di servi, servi e poveracci di gran successo inclusi. 
Si continuerà a chiamarla come si vuole, la scuola utile di questa società di servi e di poveracci, anche liceo classico, ma la si è già completamente perduta. I nomi restano (Apollonio altre volte l'ha osservato) a designare, nel mondo, cose diverse.

2 dicembre 2016

Vocabol'aria (18): "Post-truth"

Propalata di continuo in modo malandrino e quasi universalmente accolta senza il minimo vaglio critico, se fosse già post-verità la credenza non solo che la verità esista (cosa di cui è invece lecito dubitare) ma che, come verità indiscutibile, stia lì, unica e fresca, pronta a essere colta, facile e a portata di mano? 
Con logico candore, che la balla per eccellenza sia proprio questa lo rivela il nome stesso, post-truth, che si è dato al fenomeno. Basta che si osservi tale designazione controluce, per vederne la trama. Se non si fosse avuta la faccia tosta di spacciare qualcosa come verità, se non si fossero assuefatti i clienti a tale credenza, con dosi sempre più massicce di verità acquisite, il post non sarebbe mai venuto. Tutti si sarebbe ancora alla ricerca. E fanno sorridere i commenti pelosi e interessati che alla questione vanno adesso dedicando non pochi tradizionali confezionatori professionisti di tale post-verità. 
Nuovi venditori prosperano oggi nel mercato in cui si vende la verità, cioè nel luogo materiale e morale in cui della verità si è fatto e si fa mercato. Accusano i vecchi venditori d'essere truffaldini e i vecchi ricambiano l'accusa. Palesemente, i nuovi sono dei contaballe e degli scalzacani. Per paradosso, sono più autentici, come falsi. 
L'ormai molto usurato doppiopetto, il camice bianco piuttosto bisunto coprono male l'ipocrisia dei vecchi, ammesso l'abbiano mai fatto. E appunto non c'è più monopolio nell'uso dell'avverbio "oggettivamente" o di espressioni equivalenti ("lo dicono i fatti", "lo dimostrano i numeri", "il dato è inequivocabile", "serve per...", "bisogna senza ombra di dubbio...", "misure inderogabili" e così via). 
Della spudorata post-verità della verità, questa panoplia lessico-sintattica fu un dì spia e consacrazione, al tempo stesso. Continua a esserlo ancora adesso, solo che è abusivamente impugnata e maneggiata dal primo che passa, con scandalo di chi ne deteneva l'uso né si peritava di farne abuso. 
D'altra parte, distrutto, con la scusa che bisognasse modernizzarsi, l'arcaico bisogno di verità, che non si vuole certo dire fosse commendevole ma, fuori di certi àmbiti, era almeno contenuto, uno nuovo ne fu creato, qualche secolo fa. Tanto immane quanto vano, come bisogno, e di verità quasi sempre più che vane. 
Se non fosse stato creato tale bisogno e se alla creazione non avessero provveduto l'inganno da un lato, la dabbenaggine, dall'altro, chi si darebbe oggi pena di disporre sul tappeto le proprie mercanzie da quattro soldi nella piazza della sedicente (in)formazione?
La post-verità non è altro che la verità, tutta la verità del Moderno che, maturando, è giunta al suo stato di putrefazione. Non da oggi, però. Da gran tempo, anche se da oggi i tartufi, non essendo più i soli a produrla, fanno sembiante di accorgersene e ne menano scandalo.

18 novembre 2016

Come cambiano le lingue (17): "Opera d'arte" al "pomodoro"

"Pomodòro" - recita il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia - "(pomidòro, pómo d'òro), sm. (plur. pomidòri, pomidòro, pómi d'òro, pomodòri)".
In fondo alla voce, caso mai ce ne fosse bisogno, visto che una volta tanto il caso è trasparente, si precisa: "Da pómo d'òro (la var. pomidoro è rifatta sul plur.)".
Evidente che il plurale pomodori fu, in origine, anch'esso un abuso. Tra i plurali possibili elencati dal lessicografo, è ricordato come ultimo, ma è il più popolare. Già più di mezzo secolo fa, Gerhard Rohlfs, annotava: "La lingua s'è decisa per pomodori". Da buon linguista, gli stava ovviamente a cuore descrivere e non stigmatizzare.
Pare adesso (Apollonio ne ha solo indiretta testimonianza) che una figura della vita pubblica italiana ai cui discorsi c'è oggi chi presta grande orecchio, da opera d'arte abbia tratto un plurale opere d'arti. Lo avrebbe fatto in una sua recente sortita fiorentina. E lo avrebbe fatto, si noti, non secondo il modello dell'abusivo pomodori, ma secondo quello, altrettanto abusivo, di pomidori. Ora, tra gli altri e soprattutto insieme con pomidoro, secondo il menzionato linguista tedesco, il plurale pomidori pare fosse, "notevolmente diffuso nel vernacolo toscano". 
C'è allora da chiedersi se, producendosi nel suo (si ribadisce, presunto) opere d'arti, l'oratore non abbia voluto sottilmente assicurarsi la benevolenza di un pubblico la cui competenza linguistica nativa forse include ancora pomidori: "se qui la gente pensa pomidori (ed è difficile non lo pensi, in questo momento), allora bisognerà dirle opere d'arti". Alternativamente, potrebbe essersi trattato di un caso di mimetismo linguistico. Il pomidori che stava evidentemente acquattato e per evidenti ragioni nella mente della platea, per le vie di una corrispondenza d'amorosi sensi, si è così riflesso in quel presunto opere d'arti sortito da labbra che, anche con questo dettaglio, si rivelerebbero tanto sensibili agli umori popolari: aleggiando silente, un pomidori ha finito per produrre un esplicito opere d'arti
Insomma, almeno per il linguista, che appunto non stigmatizza, ma osserva e descrive, c'è materia per riflettere. E la prima riflessione è la solita: pomodoro o opera d'arte, a mutare le lingue sono appunto gli abusi. La seconda è che ciò che è successo una volta, si può stare certi che succederà di nuovo. Se è autentico, l'opere d'arti di oggi ripete pomidori e potrebbe succedere che un (per il momento ipotetico) plurale operadarti un giorno verrà, sulla scorta di quel plurale pomodori di cui nessuno ormai mena scandalo e dal cui uso non si astiene, c'è da scommettere, nemmeno il più trinariciuto linguaiolo. 
Apollonio non può nascondere tuttavia ai suoi lettori che, mentre si dice cose del genere, tra il divertito e il sorridente, una preoccupazione lo invade.
Il periodico ritorno del modello di ciò che, come abuso, è già successo gli pare non riguardi solo la storia della lingua e i suoi cambiamenti, in fondo innocui, ma anche ben altro. E la faccenda linguistica, come una spia d'allarme che s'accede, prende, d'improvviso, i contorni per nulla rassicuranti di una vicenda che, come altre volte è successo e anche molto di recente, pare destinata a non fermarsi al sugo di pomodoro.

31 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (48): Un classico

C'è chi vuole abolire il latino e chi no (il greco, quello, si è già abolito da sé). C'è chi difende un modello di scuola per l'Occidente e chi dice che, come modello, pare una sdrucita marsina un po' ridicola, ormai, e in ogni caso da rattoppare. C'è chi parla di fine del classico come metonimia e, come metafora, la butta sul potare. C'è poi l'intollerabile tropo sportivo dell'asticella. Bassa? Sono alti i lai. Alta? Ma dai... 
Chi sarebbe poi all'altezza di alzarla, l'asticella? Sbaglia Apollonio a sospettare che in coloro che rispondessero "io" il vertiginoso sentimento sarebbe chiaro indice che sono dei palloni gonfiati o (va detto, per correttezza di genere) delle mongolfiere?
Frattanto (e, a dire il vero, già da un po') ciò di cui si discute "non è più tra noi". Anzi, c'è il sospetto che la generazione (ideale, oltre che anagrafica) che oggi ne parla tanto e, pontificando, talvolta oppone il suo petto a difesa, talaltra arretra e, bontà sua, concede il passaggio a una storia che in realtà ha già sfondato le mura, ne parli come Omero faceva dei suoi eroi, Virgilio del suo Enea o Ariosto dei suoi cavalieri e delle sue donne: per fantasia e per sentito dire. 
Lo stesso accadrebbe ad Apollonio, del resto, se anche lui pretendesse di avere qualche indirizzo da dare, in proposito. Non ne ha invece, come è normale che sia, e pensa che sia doveroso non nasconderselo. Doveroso verso se stesso, sia chiaro.
La baruffa classicamente intellettuale e classicamente nazionale sul tema della scuola e del liceo classico che oggi riempie qualche pagina delle gazzette culturali, insomma, è tutta letteratura: di qual livello, giudichino i due lettori di Apollonio. Forse non lo biasimeranno però se, al confronto, dichiara in conclusione di trovare Ariosto più spassoso, Virgilio più commovente e Omero più sanguigno.   

30 ottobre 2016

Per il momento

"1958-59 Milano. Umberto Eco, che collabora con il musicista Luciano Berio alla sede Rai di Milano (firmeranno insieme l’«esperimento sonoro» Omaggio a Joyce), legge svogliatamente – su una copia prestatagli proprio da Berio – il Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, senza trarne per il momento una grande impressione".

(D. Giglioli e D. Scarpa, "Strutturalismo e semiotica in Italia (1930-1970)", Atlante della letteratura italiana, vol. III, Einaudi, 2012, Torino, p. 882).

25 ottobre 2016

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (23): L'utile, l'inutile e ciò che non è né utile né inutile

Tra le cose che si fanno, ci sono le utili e le inutili. Ci sono poi quelle per le quali, semplicemente, l'alternativa non è pertinente e non ha senso chiedersi se, facendole, si fa qualcosa di utile o di inutile. Riconoscere come ci sia qualcosa che trascende e delimita l'area di applicazione dell'opposizione tra utile e inutile è tanto fecondo, quanto è perniciosa l'idea di una sua riduzione al modulo che mette corrivamente in contrasto l'utile e l'inutile. Ciò che non è né utile né inutile non è infatti quel banalmente inutile (come sovente si opina) di cui una superiore scaltrezza riconosce a conti fatti l'utilità. Pensare peraltro che sia questo il modo argomentativo per redimere ciò che non è utile né inutile agli occhi di un mondo capace di pensare solo nei termini di utile e di inutile è la via più certa per decretarne l'incomprensione. A quel mondo va invece detto (e con chiarezza) che, nell'esperienza umana, c'è appunto ciò che non è né utile né inutile, richiamandolo così alla consapevolezza di un limite. Tale limite istituisce precisamente la differenza da cui emerge, per via negativa, l'àmbito in cui vige l'opposizione tra utile e inutile. L'àmbito siffatto è piuttosto ristretto, a dire il vero, e a rimanerci rinchiusi, non solo il pensiero ma anche l'azione rischiano l'asfissia. Del resto e conclusivamente, senza una relazione gerarchicamente ordinata con ciò che appunto non è né utile né inutile, l'opposizione medesima tra utile e inutile mancherebbe, a ben vedere, di ogni valore.

24 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (47): Il futuro di un vecchio mestiere

"Vuoi continuare a fare il tuo mestiere? Non puoi farlo, se non ne impari uno nuovo: quello di trovare il modo di continuare a fare il vecchio".
Il tempo presente dice così a chi presta la sua opera negli istituti di ricerca e d'istruzione superiore. E a voce sempre più alta, con toni sempre più ultimativi. Se lo sente dire non solo se pratica discipline umanistiche. Infatti, se ne pratica d'altro genere, se lo sente dire da più tempo e in modi più spicci: così che si è parecchio più avanti, con la faccenda, in quei casi.
C'è chi ci sguazza e impara subito l'altro mestiere: capita, peraltro, si fosse sbagliato quando aveva preso la strada del primo mestiere, perché era l'altro la sua vera vocazione. Trovata così la sua strada, il primo mestiere gli serve solo da pretesto per fare il secondo.
C'è chi ci casca, ingenuamente, e magari vuol dare a vedere di averlo imparato, il nuovo mestiere utile a fare il vecchio: spera di lucrare così la sopravvivenza, prova a venire a patti, s'arrabatta. 
Ciò che accade è del resto trasparente. Si tratta di un'ovvietà. Se ti si dice, a voce sempre più alta e con toni sempre più ultimativi, che, per continuare a fare il tuo mestiere, devi imparare un mestiere nuovo e diverso da quello che fai è solo perché, semplicemente, si vuole che, in un modo o nell'altro, tu smetta di farlo, il vecchio mestiere che fai. 
Senza illusioni, allora, si può solo ubbidire. C'è mai stato tempo che ha sopportato disubbidienze? Smettere, appunto. Sorridendo: tanto a chi importa? E, smettendo, chi ha sogni e rigorosi metodi per produrli, se lo porti via, il vecchio mestiere.
Via nello spazio, ormai, non si può più: l'ideologia contraria al vecchio mestiere è globale. Resta il tempo. Lo porti nel futuro, oltre un tempo presente cui esso chiaramente non piace, visto che, meschinello, questo tempo non ha i mezzi né materiali né morali per permetterselo.

20 ottobre 2016

A frusto a frusto (111)



La prole morale di certe figure carismatiche, come del resto la materiale di certi padri e di certe madri, si incarica quasi sempre con svelta generosità di sciogliere i dubbi che la loro scomparsa avesse eventualmente lasciati sulle loro qualità.

19 ottobre 2016

A frusto a frusto (110)




All'ombra delle migliori cause capita nascano e crescano (e non di rado) le combriccole delle peggiori persone.

18 ottobre 2016

A frusto a frusto (109)



Al pari della ricchezza, come è spregevole il possesso di una dottrina, come sa di furto, di falso e di volgare ostentazione, quando ogni occasione gli è buona per farsi pubblicamente bello spregiando l'altrui ignoranza, che è come dire l'altrui povertà.

17 ottobre 2016

A frusto a frusto (108)




Niente e tutto: grandezze non raggiungibili, neanche sotto la forma comica e perciò tipicamente umana di un non averci capito niente e di un avere sbagliato tutto.  

15 ottobre 2016

Bolle d'alea (21): Sainte-Beuve

"Quasi tutte le celebrità muoiono in un autentico stato di prostituzione. Finire come Sieyès o come Rossini, da filosofo stucco o da artista disincantato".
Charles-Augustin Sainte-Beuve, Mes poisons


[In originale: "La plupart des hommes célèbres meurent dans un véritable état de prostitution. Finir comme Sieyès ou comme Rossini, en philosophe repu ou en artiste désabusé": qui, in italiano, l'ha messa Apollonio. Nel Trésor de la Langue Française informatisé (TLFi), essa illustra la prima accezione della sezione B. della voce prostitution: "Fait de renoncer à sa dignité, de se déprécier; usage dégradant que l'on fait de ses qualités, de son savoir, pour des raisons d'intérêt ou d'ambition, par nécessité ou par obligation".]

14 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (46): "But what's a sweetheart like you doin' in a dump like this?"

Per Bob Dylan, Apollonio ha nutrito e ancora nutre una grande ammirazione. È quasi superfluo che lo dichiari. La sua età, i tempi e i luoghi nei quali ha fin qui trascorso la sua vita, insomma, fatti piatti e banali spiegano tale sentimento. Con le ragioni che per brevità si diranno estetiche, esso è stato nutrito (e forse ciò val la pena che sia detto) da una sorta di ragione morale: confermata nei decenni, l'impressione che tratto fondamentale e caratterizzante di Bob Dylan sia una rigorosa serietà. Serietà, certo, come professionista ma anche come essere umano, per quanto ciò si possa dire da tanto lontano e quindi limitandosi - è giusto lo si faccia - alla sfera pubblica.
A mettere a repentaglio tale immagine di costante serietà - è questo oggi il pensiero di Apollonio - interviene adesso il conferimento dell'onorificenza di cui tutti in questi giorni parlano: il premio Nobel per la letteratura. 
Nella vita umana e, specificamente nel campo delle arti e della conoscenza, poche cose come gli onori e le pompe sono stati e sono ridicoli, da sempre. Lo sono vieppiù in una temperie come la presente e Apollonio non vuole tediare qui i suoi due lettori con l'esposizione di uno stato di cose che sta sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, hanno ben presente. 
Sotto consacrazioni, ufficialità, ricerca di oggettività nel giudizio e conseguente imposizione di unanimismi c'è forse qualche chiacchiera ma, così dicendo, si rischia di passare ancora per ottimisti. L'ipotesi più credibile è che non ci sia proprio nulla e che, di vero, se così si può dire, ci siano solo i distintivi.
Qualcosa, Bob Dylan, l'ha fatta, con un impegno autentico, operoso e modesto. Non ha bisogno del premio che gli si vuole dare e l'onorificenza, se egli l'ha accettata (come pare sia ormai successo)*, non gli farà onore e incrinerà per sempre la sua lucida immagine di essere umano che bada al sodo e che prende sul serio ciò che fa.
Apollonio non vuole tuttavia perdere la speranza e sogna (sapendo che è un sogno) che, tra qualche mese, dal palco di Stoccolma, Dylan dichiari che non gli importa nulla del premio Nobel, che possono tenerselo o darlo a un Luzi o a un Baricco. E che poco gli cale dei parrucconi che hanno preteso di darglielo, per farsi belli, come di quelli che si sono scandalizzati apprendendo che glielo davano, sempre per farsi belli, dei critici favorevoli e dei contrari, stupidi gli uni come gli altri, dei letterati togati e di quelli in t-shirt, che sbavano per un alloro qualsiasi. 
E detto questo e imbracciata la sua chitarra, cominci a cantare "But what's a sweetheart like you doin' in a dump like this?"


* Qualche ora dopo. Apollonio era male informato. Pare al contrario non sia successo. La speranza che Dylan non si tradisca resiste.

11 ottobre 2016

Vocabol'aria (17): "Turista", "grammatico" e tabù


Viaggiatore, gastronauta, sguardo invece di mappa: da chi sente dove spira il vento (e dice appunto di sognare di volare), quanti espedienti, oggi, per non ammettere d'essere un turista e per non fare sentire turisti, volgarmente, coloro cui si vuole impartire il settimanale fervorino della propria religione trinitaria e la cui opinione si vuole di conseguenza influenzare. 
Lo si scriveva qui, ora è solo un paio di giorni: la stupidità del turista è ormai conclamata ed è chiaro che nessuno vuole passare per stupido, definendosi o lasciandosi definire turista. Si voleva una prova? Eccola sul piatto.
Sulla parola turista si sta insomma stendendo (e, come si sa, non da oggi) la lunga ombra del tabù e essa pare destinata a seguire la sorte già toccata a grammatico. Apollonio lo segnalava tempo fa
In effetti, nessun grammatico, tra le falangi che oggi ne circolano compatte, accetterebbe per sé la qualificazione di grammatico. Con intento eufemistico, dice di sé d'essere un linguista e guai a contraddirlo: sui tabù e sulla correlata correttezza politica di espressione non si scherza. Allo stesso modo, non si dia del turista a un turista: oggi, sarebbe come dargli del cretino. Non sarebbe stato così duecento anni fa, nemmeno cento, ma i valori delle parole cambiano, non solo quelli di sistema ma anche quelli sociali (ammesso che ci sia una differenza).
Immaginino allora i due lettori di Apollonio se, per improvvida rilassatezza, capitasse loro di definire qualcuno come un grammatico che fa il turista o come un turista che fa il grammatico
Amano il quieto vivere? Si orientino piuttosto, al giorno d'oggi, su un linguista viaggiatore o un viaggiatore linguista. Ammetteranno che alle proprie e alle altrui orecchie suonano meglio.
Se poi, anche nella pratica dell'eufemismo, aspirano al sublime, per loro Apollonio ha un consiglio. Dicano (ma, ci si raccomanda, sorridendo angelicamente) un glottonauta odeporico.

10 ottobre 2016

"Se tanto mi dà tanto": linguistica e altre discipline, sui media


Capita spesso che temi legati alla lingua si affaccino sui mezzi di informazione e di comunicazione, tanto sui tradizionali quanto sui nuovi (ma li si può ancora qualificare così?). 
Temi del genere sono quelli sui quali Apollonio vanta, come sanno i suoi due lettori, una modesta competenza. Niente di sofisticato, si badi bene, ed effetto di un commercio con la disciplina, di una militanza di base e di una convivenza con il suo scalcagnato alter ego ormai anche troppo lunghi.
Ebbene, niente è sempre, come niente è mai, quindi non si vuole dire sempre ma certo nella maggioranza delle occasioni che vedono faccende linguistiche affiorare sui media, Apollonio si sentirebbe di assicurare a chi è meno competente di lui e gli chiedesse un parere che le cose che si trovano dette o scritte sono sciocchezze (sovente sesquipedali) e che i modi con cui sono dette o scritte oscillano tra la semplice inconsapevolezza (quando chi parla o scrive non è del mestiere, senza magari saperlo, perché crede di esserlo) e il vero e proprio malandrinaggio (quando chi parla o scrive è del mestiere e può dire di esserlo, perché il mestiere è quello che è e ai mestieranti bisogna che, con un mestiere del genere, ci si rassegni).
Apollonio ha fatto il callo alla circostanza. In gioventù, da tonto, ne menava scandalo, per fortuna quasi sempre solo tacito e interiore. Oggi, essa gli procura spassi sopraffini. Non solo: gli è preziosa, perché gli dà rinnovata occasione di tenere sempre presente una misura di cautela. 
Quando, come ami per il suo desiderio di sapere, sono temi di altre discipline a presentarsi tra le medesime onde, egli, da incompetente, sarebbe infatti pronto ad abboccare come un pesce. C'è però la memore esperienza del trattamento consueto che riceve la sua disciplina. Ciò lo fa subito guardingo. Interviene insomma un salvifico "Se tanto mi dà tanto...". È antidoto alla naturale credulità ed è invito a fare controlli, a interrogarsi, a nutrire dubbi. 
È appena il caso di dire, a scanso di un equivoco da cui si spera siano già esenti i due lettori di Apollonio, che l'attitudine è consigliabile anche nei confronti di questo medesimo diario.

9 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (45): L'odierno svelamento della radicale stupidità del turista

La faccenda è seria e, forse, che la si butti in politica (e negli angusti limiti di una politica locale o nazionale), invocando implausibili repressioni, è solo una delle consuete manifestazioni del giocoso spirito italiano, che di tutto fa baruffe da cortile.
Come non poche delle trovate del Moderno, il turismo era un'attività umana nuova ed elitaria. Del Moderno, essa segnò appunto i primi fasti. Cresciuta prima pian piano, tumultuosamente poi e come un uragano, i suoi esiti attuali sono sotto gli occhi di tutti coloro che sanno vedere. Da gran tempo, la sua polpa si è del resto putrefatta e si è giunti all'osso.
Anche il turismo finirà, come finisce tutto. Frattanto tutti si fa inevitabilmente i turisti, con maggiore o minore consapevolezza, e sarebbe troppo facile e ingeneroso dire che le distruzioni che il turismo comporta sono solo l'effetto dell'accesso al turismo degli altri o, peggio, delle masse.
Se gli esiti sono tanto indecorosi, c'è infatti da chiedersi se non lo fossero anche i suoi esordi. Se non siano stati già gli esordi a seminare quelle devastazioni del turismo, che sulle prime solo ideali sono adesso a fondamento delle materiali. Se non sia allora già l'ideologia, poniamo, di un Goethe a prefigurare, mutatis mutandis, ciò che adesso si verifica. Se non sia soltanto la scala a rendere oggi facilmente percepibile il turismo, come fenomeno, per ciò che esso è forse sempre stato: un'attitudine umana sovranamente stupida e, in quanto stupida, distruttrice della bellezza.
C'è da chiedersi insomma se non sia già la presenza del turista, anche di un solo turista e del suo sguardo, a rendere brutto, concettualmente brutto e, conseguentemente, brutto nei fatti, ciò che, senza turista e senza essere divenuto oggetto dello sguardo in essenza sciocco del turista, sarebbe forse rimasto bello e meritevole di meraviglia.
Nel suo foro interiore, Apollonio, cui peraltro capita non di rado di fare il turista, crede di avere sciolto tale dubbio e lo ha già confessato ai suoi due lettori.

7 ottobre 2016

Semiologia

Quella che occhieggia sotto tale nome nelle parole di Ferdinand de Saussure e che, opportunamente, bisogna continuare a chiamare semiologia e non semiotica, non è un'ermeneutica, né teorica né pratica. "Nous la nommerons sémiologie [...]. Elle nous apprendrait en quoi consistent les signes, quelles lois les régissent. Puisqu'elle n'existe pas encore, on ne peut dire ce qu'elle sera; mais elle a droit à l'existence, sa place est déterminée d'avance", si legge nel Cours
La semiologia avrebbe dovuto essere, e non è stata, il quadro concettuale in cui inscrivere una concezione della funzione segnica, come rapporto, inaudita fino a quel momento (e, nel séguito, negletta, quando non rifiutata, anche dai linguisti). E sul suo fondamento, si sarebbe dovuta proiettare tale concezione, senza snaturarla e mantenendone la radicale severità differenziale, al di là del limite sperimentale della lingua. Questo è peraltro il dominio in cui la funzione segnica emerge in tutta la sua specificità, grazie a esperimenti che le buone, forse le migliori condizioni di osservazione rendono facili ed esemplari. 
Invece, le semiotiche che hanno prosperato e che si sono brevemente imposte sulla scena delle discipline umanistiche nella seconda metà del Novecento sono in genere ermeneutiche, più o meno tradizionali. Ciò a prescindere dal fatto che si siano richiamate, di norma surrettiziamente, al pensiero di Saussure o che non lo abbiano fatto, trovando altrove (e pour cause) il loro fondamento. Non stupisce, di conseguenza, il vederle già da qualche tempo avviate verso un rapido riassorbimento nelle rispettive case madri, filosofiche, per la maggior parte, per la minore, filologiche. 

4 ottobre 2016

La Terra è tonda...


La Terra è tonda e, andando di occidente in occidente, la civiltà che un giorno si diceva appunto occidentale ne ha compiuto (e da tempo) il giro completo. Ha inseguito il corso del sole, eternamente attratta dal luogo del tramonto, 
In questa temperie, torna dunque da oriente (e da sud) nei luoghi da cui si mosse. Ne partì talvolta inerme, più sovente in armi. 
Il viaggio non le è stato d'altra parte privo di effetti. Torna perciò ibridata ma perfettamente riconoscibile. Ha i tratti che, tolto il belletto, sono forse i suoi essenziali. È rapace, violenta e avventuriera o nutre l'illusione disperata che l'altrove da raggiungere sarà infine la felicità. 
Oggi ancora più disperata, come illusione. Lo si sa ed è forse il massimo insegnamento involontariamente consegnato all'umanità dalla civiltà che sarebbe ormai obsoleto chiamare occidentale: su questa Terra tonda, muoversi è solo un girare in tondo. Una rivoluzione.

3 ottobre 2016

2 ottobre 2016

A frusto a frusto (106)



Nel gran concerto o, se si preferisce, nel caos indiavolato del mondo, non c'è chi non sia, a conti fatti, più di un minuscolo dettaglio. Prestare attenzione ai dettagli: un modo, forse buono, di avere cura di ciascuno ed anche di sé.

1 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (44): A scuola da Elio, con "Pierino e il lupo"

Anche Elio (l'Elio che si coniuga di norma con "le Storie tese") pare sia finito a fare da voce recitante dell'ennesima versione di Pierino e il lupo. Al Santo Natale manca una dozzina di settimane, e la notizia (culturale, ci mancherebbe) ha cominciato a circolare dove deve. 
Tutti a precisare, ovviamente, che egli assolve al compito a modo suo. Come se ce ne fosse bisogno. Si sa che Elio (con o senza "le Storie tese") fa tutto a modo suo. Fa ciò che fanno molti (o forse tutti, nel suo ambiente) ma a modo suo. Va a Sanremo e lo fa a modo suo. Partecipa a un talent show e lo fa a modo suo. Recita in Pierino e il lupo e lo fa a modo suo. 
Di professione, Elio non fa il cantante o l'uomo di spettacolo, come possono credere i distratti. Fa "quello che fa a modo suo". A tale mestiere deve la sua fortuna, oltre che una fama di intelligenza che sapranno i due lettori di Apollonio se considerare usurpata. L'epoca è infatti tale che nessuno fa a modo suo (anche perché non saprebbe proprio come fare) e tutti fanno come fanno tutti. Che ci sia uno che di mestiere, facendo ciò che fanno tutti, fa "quello che fa a modo suo" è, da parte sua, una bella trovata.
Da una manciata di decenni, d'altra parte, nella carriera di un artista fare da voce recitante in Pierino e il lupo è una sorta di soglia, attraversata la quale non si torna più indietro. È la soglia che s'apre sullo spaventoso baratro della didattica e del bene pubblico. Si sta parlando del baratro che, ora è un po' ormai, ha inghiottito per esempio il povero Roberto Benigni. Anche lui e appunto non a caso, un dì voce recitante in Pierino e il lupo. 
Scavezzacolli per quanto siano stati in gioventù, viene infatti il momento in cui mamme e papà si sentono messi davanti al compito di preparare la loro creatura a un'educazione comme il faut. Sotto la prospettiva musicale, Pierino e il lupo si presenta così al loro orizzonte, da mezzo secolo inesorabile, come sintesi perfetta di conformista anticonformismo. Chi provvede a tale loro esigenza sa bene che sono mamme e papà il vero bersaglio della correlata operazione, non bimbi e bimbe, si spera ancora salvi e salve (per quanto ancora per poco) da simili preoccupazioni. La voce recitante di Pierino e il lupo va così periodicamente rinnovata in funzione dei gusti di una simile platea in cui ciascuno fa come tutti, pensando in tal modo di fare a modo suo. 
È così giunto anche il momento e la consacrazione di Elio (l'Elio che si coniuga di norma con "le Storie tese"), che della pratica è oggi appunto maestro. E, del resto, si scopre che, tristemente, anche in questo caso si tratta di seria didattica e di ricerca del bene pubblico e non di vile e allegro commercio.

26 settembre 2016

Linguistica candida (39): I nuovi detrattori di Noam Chomsky

Era chiaro che a Noam Chomsky, prima o poi, dovesse succedere, come effetto del trapasso dal Moderno ultra-maturo all'attuale e completamente putrefatto (trapasso cui peraltro egli medesimo ha contribuito, dal 1956, con le sue idee e, a partire dal decennio successivo, con la sua immagine pubblica di intellettuale).
In coro, ha cominciato a parlare male di lui gente che, di ciò che il linguista americano pensa e ha fatto, non capisce nulla e, se ne parla male, ne parla male senza capire perché; o meglio, semplicemente perché pensa di mettersi così tra le prime schiere di un tendenziale andazzo.
Nei decenni trascorsi, del resto, non pochi dei suoi estimatori (linguisti inclusi) erano completamente inconsapevoli di ciò che facevano e, anche loro, seguivano un andazzo, con la trasparente ingenuità che fa sempre la fortuna dei furbi. 
Chomsky paga oggi qualcosa di quel facile consenso con gli accenni di un'irrisione maramalda e altrettanto facile.
Facili nemici si raccolgono infatti intorno al simulacro dell'allievo geniale e malandrino di Zellig Harris, dell'ultimo erede del legato metodologico di Leonard Bloomfield (da lui, a parole, proditoriamente rinnegato). Apollonio non li tiene per amici, sappiano i suoi due lettori. E fosse chiamato a decidere con chi stare, l'errore di Chomsky, dei suoi libri, del suo impegno di linguista gli pare incomparabilmente più nobile, come sfida all'intelligenza, della loro montante nullità. Contro le idee di Chomsky si poteva, anzi si doveva argomentare. Leggendo le parole dei suoi attuali detrattori si possono solo allargare le braccia.

18 settembre 2016

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (22): La comparsa di reazionari



Nella storia delle lingue, ma ovviamente non solo in essa, la comparsa di petulanti reazionari è prova certa che il cambiamento è ormai irreparabilmente (e, si può dire, purtroppo) già avvenuto.

16 settembre 2016

Cronache dal demo di Colono (43): Un Campiello sopra le righe

La letteratura, lo si sa, non è una cosa seria. Meglio: non lo sarebbe e non lo era. Lo è divenuta, in una temperie, la presente, e forse già in un'epoca, quella in corso (la deriva non è cominciata l'altro ieri), che non tollera esistano cose poco o non serie. 
Ne sanno qualcosa, per esempio, il gioco, la ricerca, l'amore, il diporto: tutti àmbiti dell'esperienza umana del mondo e nel mondo diventati oggi serissimi, a tratti tetri, come è appunto capitato alla letteratura. 
Una prova? Per contrasto, la più peregrina: la trasmissione televisiva (curata da Rai Cultura, dicono i titoli di testa) della serata finale del Premio Campiello 2016. In rete, dove Apollonio l'ha trovata, pare resti disponibile ancora per un paio di giorni. Se curiosi e non al corrente, i suoi due lettori si affrettino alla verifica.
La produzione del programma, preoccupata della serietà della serata letteraria, l'ha affidata per contrappasso a due conduttori universalmente ritenuti di spirito: una ciarliera signora sarda che fa la sarda e un giovanotto marchigiano, allampanato e, a dire il vero, ormai piuttosto avanti con gli anni. 
Ebbene, per evidente mandato, nelle due ore di trasmissione, non c'è stato un solo momento in cui i poverini non abbiano tentato di metterla sul ridere. Penosamente, non ci sono riusciti. L'ineluttabile aleggiare della tetra serietà di cui ormai vive il tema letterario, come si è detto, ha avuto la meglio, anche se di esso si è avuta cura di tacere radicalmente. 
Facili ironie, giochi di parole, battute, birignao, false baruffe, inciampi, gaffe, uscite demenziali, interviste di sublime trans-idiozia, i due ne hanno tentato di tutti i generi, sempre atteggiandosi inoltre a un trattenuto sussiego. Si pensi: con un esercizio di supremo virtuosismo, per i cento venti minuti hanno anche tenuto sulle loro facce un sorriso che si pretendeva meta-ebete. O forse, in armonia coi tempi, post-ebete. Con l'ossimoro di un ammiccamento esplicito, parevano proferire così a ogni passo, cercando di intercettare la simpatia d'ogni segmento del pubblico nazionale, una tradizionale divisa italiana: il "Ma guarda un po' che s'ha da fa' pe' campa'". 
L'attitudine è del resto precisamente la cifra stilistica dell'attempato ex-giovanotto marchigiano, quella cui deve la sua fortuna. Tra i due, è infatti parso lui il capo-comico e, sullo sfondo, anche lo scalcagnato impresario cui la committenza (gli industriali veneti, un tempo floridi e ora evidentemente male in arnese) ha affidato per ragioni di economia l'intera baracca.
Insomma, con chiara intenzione (giustificata dalla manifesta incapacità di fare altro e di evitare in ogni caso il peggio), non una parola è stata proferita in due ore che non fosse sopra le righe. Ed è difficile non sospettare che, in realtà, lo si sia fatto perché di quelle nude righe letterarie che, in linea di principio, avrebbero dovuto essere le serie protagoniste della serata si è avuta vergogna e che starci sopra era infine un modo buono e a buon mercato per coprirle. 


10 settembre 2016

Linguistica candida (38): Ascoli, Manzoni e la frattura degli studi linguistici di espressione italiana

Con la lingua, Alessandro Manzoni aveva un rapporto viscerale e agonistico ma soprattutto consapevole. C'è bisogno di dirlo? Non era, in altre parole, un cretino di talento, come sono stati e sono scrittori anche molto rinomati. Ed era, nella prassi, ancor più che nella teoria, un fine grammatico, oltre che (e non paia un paradosso) un acuto linguista speculativo. Cultore di una linguistica diversa da quella che praticò il bravo glottologo Graziadio Isaia Ascoli. 
Ascoli infatti non capì Manzoni: gli mancavano i mezzi e sarebbe difficile immaginare due uomini dalle formazioni più diverse e contrastanti. Meglio, a Manzoni appena morto, di Manzoni linguista, con qualche schiamazzo, Ascoli fece mostra di capire ed enfatizzò ciò che, a suo parere, era sbagliato e, certamente, era discutibile. 
L'enfatico additamento dell'errore altrui, invece della piana esposizione di ciò che positivamente si ha da dire, lasciando all'intelligenza del lettore il ponderato giudizio, è del resto malvezzo avvocatesco da cui lo stile di argomentazione della glottologia non si è più liberato.  
Erano faccende politiche, del resto: cascami di pensieri, raccolti da epigoni che il Risorgimento, con il suo esito, aveva messo nelle condizioni parossistiche tipicamente produttrici di sconsideratezze. Temperie - tutti e tutte le si conosce, visto che si ripresentano periodicamente - in cui qualcosa, qualsiasi cosa bisogna si dica e si faccia, pena il sentirsi fuori del flusso vitale (ingannevolmente, vitale) che corre per il mondo. Esattamente le situazioni, invece, in cui non bisognerebbe far nulla, lasciando che il mondo vada appunto al diavolo da sé, consapevoli con un sorriso della probabilità di trovarsi ineluttabilmente ad accompagnarlo.
Dalla frattura ideale tra Manzoni, il linguista fine e speculativamente pratico, e Ascoli, il rude e bravo glottologo delle inezie e dalle frustrate ambizioni di finezza, frattura decretata da Ascoli, come s'è detto, l'attenzione alla lingua e gli studi linguistici d'espressione italiana non si ripresero mai più. Lo spirito di Manzoni avrebbe certo avuto bisogno di Ascoli. Ma molto, molto di più Ascoli avrebbe avuto bisogno dello spirito di Manzoni, se l'avesse capito. 
Ora che, in proposito, una tradizione nazionale qualsivoglia pare si stia definitivamente disperdendo (se non s'è già completamente dispersa) nell'indeterminatezza di idee cervellotiche tanto locali, quanto globali, Apollonio pensa sia il caso di dirlo, come ipotesi di testimonianza, a chi, giovane e sfaccendato o sfaccendata, vuole conservare la curiosa memoria di glorie (poche) e fallimenti (tanti) della linguistica di espressione italiana.

30 agosto 2016

Cavallo Pazzo e George Armstrong Custer


Chi crebbe con l'idea (forse sbagliata) che la prateria nei dintorni del torrente Little Bighorn fosse, come in effetti fu, il solo scenario appropriato all'incontro tra George Armstrong Custer e Cavallo Pazzo (non, si badi bene, tra il cattivo e il buono né tra il buono e il cattivo, ma semplicemente tra George Armstrong Custer e Cavallo Pazzo, con le loro lingue diverse, con le loro diverse visioni del mondo), trova comico lo spettacolo d'oggi in cui torme di loro controfigure giocano a rimpallarsi temi disciplinari che spacciano per diversi dalla tribuna delle medesime "conferenze" (pardon! ma da un po' è d'uso si dica così).

23 agosto 2016

Linguistica da strapazzo (44): L'"Isola di Sicilia" e il maestro "Topolino"


Isola, la Sicilia lo è per antonomasia. Della circostanza culturale (la materiale ne è un accessorio, per quanto indispensabile), folle di siciliani (più o meno illustri) e qualche "continentale" hanno peraltro fatto e continuano a fare un topos metaforico, talvolta come giustificazione di autentiche nefandezze. 
Il nesso isola di Sicilia è tuttavia una rarità testuale, fuori del contesto discorsivo di una descrizione geografica. Ne fornisce un'attestazione inopinata e straniante, quindi da mettere forse anche in conto della funzione poetica, la copertina di questo fascicolo di Topolino. 
Ai redattori del settimanale, l'evidenza iconica, da un lato, e la celebrità del nudo nome proprio, dall'altro, non devono essere parse sufficienti. Hanno così ritenuto di mettere in chiaro che Sicilia, da buon nome proprio, non è sostanza. Ben che vada, è qualità, per giunta solo metalinguistica. La sostanza sta nel nome comune: isola come tante, la Sicilia, e, come tante, bisognosa del suo "complemento di denominazione".
C'è più di un filo di pedanteria grammaticale e di ridondanza didattica in una sortita del genere: è del resto ben noto che la vecchia testata sia stata da sempre animata da intenti educativi. Così usava un dì, per la stampa destinata d'elezione alla gioventù.  

19 agosto 2016

Dal bello al brutto


Quando questi luoghi erano belli, non ci veniva nessuno. Ora non lo sono più e, di forestieri, ce n'è a frotte. L'epoca (non da oggi, oggi però in maniera parossistica) è irresistibilmente attratta dal brutto. Quando, per il suo continuo e crescente consumo, non ne trova a sufficienza nel mondo com'è, lo produce, lo amplifica, lo diffonde dappertutto.

4 agosto 2016

Raf, Ron e il Gattopardo

"...i cani: Fufi, la grossa mops della sua infanzia, Tom, l'irruente barbone confidente ed amico [...], le zampe carezzevoli di Pop, il pointer che in questo momento lo cercava sotto i cespugli e le poltrone della villa e che non lo avrebbe più ritrovato": poche righe tratte dalla Parte settima del Gattopardo. Fabrizio Corbera, morendo e dopo aver detto tra sé di Tancredi, trova ironica consolazione nella memoria dei suoi cani: Fufi, Tom, Pop.
C'è una sagra paesana, tra pochi giorni, in un angolo di Sicilia. Ne dice, eloquentemente, questa immagine:


Ad Apollonio, come ricordano forse i suoi due lettori, le curiosità dell'onomastica (letteraria) non sono indifferenti. E memore del passaggio citato in esordio, non può trattenersi dal pensare che colui il cui nome viene preso a pretesto per organizzare la festa (ovunque egli si trovi, in questo momento) starà chiedendosi, con un sardonico sorriso, di qual razza mai siano, tra gli altri, il Raf e il Ron che nell'occasione ustoleranno.


15 luglio 2016

Linguistica da strapazzo (43): Maestro e ministro

I titoli dei giornali mirano sempre all'effetto: “Pagate i maestri come i ministri”. Quaranta anni fa, un titolista del Corriere della sera pensò bene di attirare così l'attenzione del pubblico sopra uno scritto di Natalia Ginzburg. Lo ricorda meritevolmente Doppiozero, che ripubblica il testo per la nota circostanza anniversaria di questi giorni. Non ne muta il titolo. Evidentemente, esso resta d'effetto. Vi si allude al denaro e il tema, con altri che sarebbe corrivo elencare, non manca mai di eccitare. 
L'articolo della scrittrice è naturalmente più sfaccettato. Fa le lodi ideali della professione di maestro elementare (erano altri tempi, per la faccenda del genere). D'altra parte e in chiaroscuro, fa anche la descrizione del misero stato materiale e morale di tale professione nella società italiana dell'epoca. “Soprattutto dovrebbe essere, tale professione, insignita di una dignità simile a quella che si prodiga alle professioni più alte, più responsabili, più delicate: essi dovrebbero essere, nella scala sociale, pari ai ministri”: ecco il passaggio che ispirò l'ignoto titolista. Ne venne fuori, con quel titolo, il pretesto per una illustrazione di come, nel mutamento linguistico, il destino delle parole sia bizzarro e impredicibile. Sapere se l'ideatore ne fosse consapevole è impossibile ed è inutile chiedersi se, come ispiratrice, lo fosse Natalia Ginzburg. Nelle teste degli esseri umani, anche dei più acuti, la lingua ha strade che, per essere percorse, non domandano consapevolezza. 
Le parole maestro e ministro hanno molto in comune e il loro accostamento fa scintille, per chi le sa vedere. La loro forma, anzitutto. La prima si è formata così come oggi la si sente a partire dal latino magistru(m). È passata di bocca in bocca, in tempi ormai remoti e per tanto tempo: è una parola di trafila popolare. Ne è conseguito l'esito di una qualche usura, nella sua forma. La seconda non è una parola di trafila popolare; nell'espressione poi divenuta italiana, è stata ripescata dal latino ministru(m). Ciò è accaduto per le vie di una lingua più di livello; di conseguenza, con meno accidenti. 
Quanto invece alle funzioni e, di conseguenza, al significato? Qui viene appunto il bello. Le due basi latine erano infatti costruite secondo il medesimo modello, all'epoca trasparente. Per dirla con approssimativa semplicità, come si vede meglio in magister e in minister, le medesime parole al caso nominativo, tale modello comportava l'aggiunta di un suffisso comparativo -ter  agli avverbi magis e minus. Non è necessario a questo punto invocare grande dimestichezza con la lingua di Cesare e Cicerone: lo si sa, il primo valeva 'più' e il secondo 'meno'. Insomma, tra i due e per opposizione reciproca, magistru(m) era er Più, ministru(m) era er Meno: si badi bene, correlativamente. 
Ministru(m) era infatti la parola che si usava per dire 'servitore'. Lo testimonia ancora oggi la lingua speciale della Chiesa: se qualcuno vi si dichiara ministro del Signore, lo fa per dire d'esserne un servitore, non un ministro come ormai la parola si intende tra i laici. Tanto meno un ministro con portafoglio: così almeno dovrebbe essere, in linea di principio. E, sempre nella lingua della Chiesa, qui presa a testimone di una conservazione, maestro, anzi Maestro ha un valore che sarebbe ridondante ricordare. Un valore del genere vige ancora negli usi nobili della parola maestro: quelli cui sempre Doppiozero sta dedicando da qualche settimana e per altri versi molta attenzione (e anche lì, bisogna un giorno o l'altro che ci si torni, dalla prospettiva linguistica).
Fuori delle lingue speciali e degli usi di maestro che si son detti nobili, le due parole hanno invece avuto la storia che hanno avuto. E, per dirla meno equivocamente con espressioni combinatorie (le parole, da sole, sono sempre poca cosa: anzi, nulla), tra fare il maestro e fare il ministro c'era ai tempi dell'articolo e c'è ancora la differenza che tutti si conosce. 
Contro tale differenza, anche di trattamento economico, Natalia Ginzburg lanciava argomenti di una razionalità tanto lucida quanto, a ben vedere, radicalmente disincantata, se non fosse per l'ossessivo ricorrervi dei noi (del resto, nessuno è perfetto). Nella situazione in cui venivano espressi, erano argomenti provocatori e paradossali, certo. Resi ancora più paradossali però dalla storia di maestro e di ministro, di cui, come si diceva, è inutile chiedersi se la scrittrice fosse al corrente.
Quella storia e, complessivamente, la storia della lingua mostrano come i rapporti tra le parole e le cose siano sovente e bellamente soggetti a bizzarri capovolgimenti. Anche lo scritto di Natalia Ginzburg e il titolo che gli diede il Corriere e ribadisce Doppiozero lo confermano: con il tempo, er Più (maestro) è passato a designare professionalmente un poveraccio che si guadagna la vita badando a torme di indisponenti mocciosi e può solo lamentevolmente sognare di avere in società la considerazione e le prebende destinate (e si dica se non è ironia) a un er Meno (ministro) qualsiasi, cioè a uno che, con la scusa di servire, si trova tra coloro che il ruolo autorizza a fingere di contare qualcosa.
Sono circostanze linguistiche, ritiene Apollonio, di cui non è male acquisire, quando si dà l'occasione, almeno un briciolo di consapevolezza.


9 luglio 2016

Lilli e la Prussia vagabonda


“Nella vita e nel lavoro ci vuole disciplina. Io vengo dall’impero austroungarico e ho avuto un’educazione un po’ prussiana”: così, secondo la pagina Facebook che celebra l'evento, pare abbia detto in qualche occasione la celebre ed illustre premiata. Ed è un lampante esempio del modo con cui capita che, nell'espressione, la figura divori la lettera.
La Prussia, con l'Austria-Ungheria, non ha naturalmente nulla da spartire, dal punto di vista geografico; poco, da quello storico-culturale. Tra i due stati, per ragioni di egemonia, si giunse persino a una guerra, ora è un secolo e mezzo. Vinta dalla Prussia, ci sono storici che ritengono che essa, voluta dal tremendo Otto von Bismarck, sia alla radice di molti dei terribili guai in cui il conseguente spirito tedesco - e, in verità, prussiano - gettò l'Europa nel secolo seguente (con complice stupidità di altre nazioni, naturalmente).
In quella guerra, come si sa, si ficcarono anche gli Italiani, appena fattisi uniti, contro l'Austria-Ungheria e con la Prussia. La chiamarono Terza guerra d'indipendenza e, al netto del solito Garibaldi, ci guadagnarono, al carro dei Prussiani, le prime brutte figure della loro storia bellica unitaria. 
Ne ebbero anche lutti incomprensibili, gli Italiani. Come quello di cui narra un Giovanni siciliano nei Malavoglia. Ci si pensi un momento, Luca d'a Trizza, un ragazzo dalla cui sopravvivenza dipendeva il destino della Casa del nespolo, che ci stava a fare a Lissa? Ce l'aveva mandato la leva obbligatoria, che il Regno d'Italia aveva imposto ai suoi cittadini, non tutti peraltro felici di esserlo, seguendo un modello anche prussiano: nel senso proprio 'di Prussia'. Che porti male, prussiano, al Bel Paese? 
Ma prussiano, è chiaro, non val più 'di Prussia', come il celebre blu. Vale 'rigido', 'severo': donde l'attenuazione di "un po'", che non guasta mai. Né, mentre segnala la simpatica evenienza linguistica, sfiora Apollonio il pensiero che alla rigorosa giornalista che si rivendica asburgica manchino gli opportuni riferimenti e che quindi, Dio non voglia!, come un'italiana qualsiasi, le capiti di esprimersi per approssimazioni.
Non potendo fare altro, la buonanima di Giovanni, il certaldese, di certo sorride. Da italiano vero.

5 luglio 2016

Linguistica candida (37): De textu




I testi tacciono. Parlassero, sotto sacro giuramento direbbero che detestano la linguistica del testo.

24 giugno 2016

A frusto a frusto (105)




Un odioso presente è un futuro radioso passato.

Cronache dal demo di Colono (42): Il terzo "no"

Nei due secoli precedenti, hanno detto "no" prima all'Europa di Napoleone, poi a quella di Hitler. Apollonio non ha un giudizio certo e, a dire il vero, sorride, prima ancora di diffidare, dei giudizi facili e certi come degli sconcerti, delle indignazioni, dei richiami, delle perorazioni che in proposito circolano a bizzeffe, in queste ore. 
Apollonio ha solo dubbi e si stupisce, ancora si stupisce (come si sa, è un inguaribile ottimista) che non prevalga un dubbio. Il dubbio che, davanti il tribunale della storia, non abbiano nuovamente ragione. Un dubbio che dovrebbe indurre tutti a un'intima riflessione morale, prima che politica o economica. E al relativo silenzio.

Lingua loro (36): "...quella più gettonata"

"Maturità, la traccia sul valore del paesaggio è quella più gettonata", scrive l'Ufficio Stampa del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
"Quella più gettonata": tre parole. Ne sarebbero bastate due: "la preferita" o "la favorita". Tre per due: non è buon segno o, se si vuole, è segno dei tempi. Segno dei tempi e di un'evoluzione ormai più che tendenziale è d'altra parte anche l'enfatico quella che ricorre dove lo farebbe per antica dignità un meno appariscente la.
L'epoca e la sua direzione sono del resto palesemente contraddittorie. Lo si coglie fin negli infimi indizi, come sono i qui esposti. Si dice, anzi si millanta di preferire velocità e brevità nella comunicazione ma, non appena una scelta si dà, si praticano stucchevoli perifrasi, forme lunghe, surrogati, derivati e parole senza succo. Ha un succo, invece, gettonata. Ma che succo?
Senza averne merito, Apollonio è tra coloro che videro nascere il verbo gettonare e, nell'espressione quotidiana, ne videro il participio passato sempre più fortunato (o più gettonato, se così si vuol dire sulla scorta del Ministero). In breve, gettonato divenne autonomo e si istituì funzionalmente come mero aggettivo.
Erano gli anni del juke-box. Il successo delle canzonette si misurava con il numero di gettoni (o di monete) che la macchina ingoiava per riprodurle. Il juke-box assolveva il suo compito con procedimenti meccanici e secondo protocolli analogici che il ricordo rende oggi quasi teneri. Il braccino prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava in posizione verticale. Lo deponeva infine sopra il piatto in posizione orizzontale. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina. Per metonimia, erano i movimenti di una società in età ancora infantile e balbettante: la società nella cui fase matura comunicazione e cosiddetti consumi culturali sarebbero divenuti invece incondizionati e illimitati, come sono appunto oggi.
Circostanze materiali (il juke-box) e morali (il successo misurato in termini di gettoni) davano a quel mondo un aspetto di durevolezza. Ma era un aspetto ingannevole. Di esso, nulla è oggi sopravvissuto. Tranne la cosa che poteva parere meno solida. Una parola: gettonato. E il suo succo, ormai irrimediabilmente irrancidito, è ciò che si trova a dare un paradossale sapore di antica modernità, per chi sa coglierlo, alla prosa ministeriale. E (ohibò!) alle sue "tracce".

13 giugno 2016

Trucioli di critica linguistica (24): Un fiore per Fiorella

"Le parole perdute" è la prima traccia del doppio CD pubblicato or sono quasi due anni da Fiorella Mannoia, in occasione dei suoi dodici lustri. Pagato il pegno del solito annuncio pubblicitario (Apollonio non ha saputo eliminarlo e se ne scusa), chi legge ha qui a disposizione il video: 


Ed ecco qualche chiosa linguistica al testo. "Migliore" vi ha naturalmente il fascino che fu di una celebre antonomasia, da cui discese la qualificazione di un ceto che tale si tenne (o forse ancora si tiene) per definizione. "Hanno camminato tanto" si dice delle cose o di coloro che vengono da lontano e che quindi si prospetta siano in grado di andare lontano. "In eterno movimento" combina una denominazione politica con una perennità paradossale. "Le ritrovi nelle strade" allude ai luoghi in cui il movimento aveva appunto le sue epifanie. Con "l'aurora" si va alle radici di una delle mitopoiesi moderne più feconde e più predisposte peraltro al troncamento: "il sol dell'avvenir" (alle cadenze metriche non manca talvolta una sottile ironia).  
Quanto al sistema della persona grammaticale, "io" si compone con "tu" in un "noi" inclusivo, che fa da tradizionale emblema funzionale e grammaticale della prospettiva ideologica che si è già specificata. Altrettanto, se non più tipica è d'altra parte la contrapposizione di "noi", e di un "noi" di tal fatta, con "loro". Come si usava e si usa, la terza persona in questione è però accuratamente indeterminata; è in altre parole una forma di impersonale: "ce li portano via". 
In proposito e passando dal testo a una interpretazione dei gesti, come lingua del corpo, non si manchi di osservare in proposito un importante dettaglio. Quando di tale terza persona si tratta nel testo, la cantante fa un gesto tipico dell'oratoria politica. Tra i tanti gesti che ricorrono e che sono dettati da una sorta di danza, il gesto di cui si sta parlando è eccezionale perché è l'unico così univocamente caratterizzato. Con braccio e indice tesi, la cantante addita più volte lateralmente, cioè fuori dello spazio della intimità del "noi" che sta enunciando, fuori dello spazio del faccia a faccia tra chi enuncia e chi è destinatario dell'enunciazione.
La canzone non è però un messaggio di speranza: così potrebbe parere, ma solo superficialmente. "Le parole perdute" non è rivolta alla naturale attitudine che caratterizza l'ottimismo della gioventù. La partita della gioventù, giustamente piena di speranze, è infatti ancora da giocare. Fiorella Mannoia si indirizza piuttosto a chi, nella propria vita, vede la partita già giocata e già consumata una sconfitta. Lo dicono con chiarezza i valori modali e tempo-aspettuali. In proposito, l'elenco è facile ed impressionante. Verbi come "tornare", "ritrovare", "resteremo", "ritornerà" si susseguono. "Il tempo corre in fretta" è formula più volte ripetuta. "Vorremmo... dobbiamo" marca un contrasto insopprimibile e conduce a "quello che non siamo". Infine, l'iterato e apertamente consolatorio "noi siamo ancora in tempo" è, se non una lampante ammissione della verità del contrario, una aperta concessione della sua alta probabilità. Lo conferma il modale, che allude naturalmente al celebre ottimismo della volontà, di "voglio crederci ancora". Lo sancisce definitivamente l'avverbio ancóra. A ricorrenze parlanti e contrastanti dell'avverbio ancóra nella canzonetta italiana degli ultimi anni, Apollonio ha già consacrato un frustolo qualche tempo fa e non è il caso che annoi i suoi due lettori con ripetizioni. Basterà concludere che una speranza che non si può perdere è l'abito che spesso indossa la disperazione.
Insomma, le intenzioni di chi ha composto quei versi sono certo commendevoli e sono intenzioni in funzione delle quali il vecchio cuore di Apollonio non può non commuoversi. Ma la scienza è la scienza e una cruda analisi del testo, con le sue fredde ragioni, ne rivela la stoffa. È vero: "i sogni si allontanano". Forse è però solo perché, al di là d'ogni valore ideologico, si tratta dei sogni di una gioventù sempre più remota. E malgrado Fiorella Mannoia taccia anche lei, come è d'uso, il soggetto di quel cruciale e già notato "ce li portano via", la sua canzone, nel complesso, dice impudicamente di chi o di cosa si tratta. Implacabili e banali, a portare via i sogni, sono appunto i molti anni.
E, se mai lo è stato, non è a questo punto difficile capire quale sia il segmento di pubblico cui "Le parole perdute" è rivolta. Fiorella Mannoia intona la sua canzone accattivante per una generazione che ha perduto le parole di una giovinezza che fu come una gravidanza interrotta. Un pubblico che non solo è più o meno coetaneo dell'interprete ma ne condivide anche un'orientata Erlebnis. Sorelle e fratelli minori di coloro che "fecero il Sessantotto" e per l'accesso dei quali alla ribalta della vita quella manciata di anni in meno fu spesso esiziale. Non ebbero la sfacciata presunzione di avere sulle labbra le parole che, per una stagione, parvero nuove. Al massimo, assolsero con convinzione al dovere di ripeterle. Né toccò loro la sorte mettere a frutto quelle parole, di passare con esse dalla parte di chi se la sarebbe cavata o, in qualche caso, ne sarebbe morto, prima che, giuste o sbagliate che fossero, esse perdessero radicalmente il loro valore. 
Gli spiriti di quella gioventù si infransero anzitutto contro il piombo autentico degli anni eponimi. In séguito, contro il luccichìo d'oro posticcio degli Ottanta. In uscita di quel decennio, sopra le teste di ormai ex-ragazze ed ex-ragazzi, sarebbe definitivamente crollato un mondo intero, insieme con il Muro di Berlino. Così, si sarebbe inopinatamente chiuso il Secolo breve e di quelle parole non si sarebbe più saputo cosa fare, come di moneta uscita di corso.
Negli anni che seguirono, le si cambiò infatti al ribasso con le stucchevoli paroline di generici buoni sentimenti e di moraleggiamenti fondamentalisti. Da tempo, ormai, attitudini del genere sono spacciate per impegno politico. Questo offre la fiera delle idee molto a buon mercato cui il disordine globale invita agli acquisti tutti coloro, giovani o vecchi, che con pia falsa coscienza aspirano oggi a salvarsi l'anima. In alternativa, ma solo per i vecchi, c'è la nostalgia di Fiorella Mannoia.

11 giugno 2016

Émile Benveniste, come ciambella

Scusino Apollonio i suoi due lettori: questo frustolo ha ragioni strettamente personali. Esso va in soccorso del suo alter ego. Oggi, nel tardo pomeriggio, lo sconsiderato è impegnato in una scabrosa congiuntura acquatica. Apollonio dubita ne esca indenne e teme anneghi. Non esclude così che possa venirgli utile, come ciambella di salvataggio, Émile Benveniste. A ogni buon fine, gliene rammenta parole inaffondabili.


"En réalité la comparaison du langage avec un instrument [...] doit nous remplir de méfiance, comme toute notion simpliste au sujet du langage. Parler d'instrument, c'est mettre en opposition l'homme et la nature. La pioche, la flèche, la roue ne sont pas dans la nature. Ce sont des fabrications. Le langage est dans la nature de l'homme, qui ne l'a pas fabriqué. Nous sommes toujours enclins à cette imagination naïve d'une période originelle où un homme complet se découvrirait un semblable, également complet, et entre eux, peu à peu, le langage s'élaborerait. C'est là de la pure fiction. Nous n'atteignons jamais l'homme séparé du langage et nous ne le voyons jamais l'inventant. Nous n'atteignons jamais l'homme réduit à lui même et s'ingéniant à concevoir l'existence de l'autre. C'est un homme parlant que nous trouvons dans le monde, un homme parlant à un autre homme, et le langage enseigne la définition même de l'homme" (De la subjectivité dans le langage (1958), adesso in Problèmes de linguistique générale, Gallimard, Paris 1966, p. 259).

Apollonio sa che il suo alter ego non le condivide fino in fondo (nemmeno egli medesimo, peraltro) ma è sicuro che, se il rischio è di andare al fondo, vi si aggrapperà. 
Del resto, come quasi tutto ciò che il grande allievo di Antoine Meillet ha lasciato in eredità a chi vuol riflettere sulla lingua in modo autenticamente linguistico, esse sono uno splendido punto di arrivo e, al tempo stesso, un buon punto di partenza. Per andare oltre.

8 giugno 2016

Lingua loro (35): Eroe

Eroico, l'aggettivo, dopo secoli di onorato servizio, pare destinato alla soffitta. 
Al suo posto e con parte delle sue funzioni, nella lingua di tutti i giorni si è installato il sostantivo eroe, da cui peraltro l'aggettivo deriva. Poco importa che la qualificazione sia appropriata al gesto che ne viene illustrato o solo (ridicolmente) enfatica, come è il caso, tra i mille, che si raggiunge con questo linkPompiere eroe, medico eroecane eroe e così via sono oggi la norma. Ad Apollonio è già capitato di registrare persino casi di poliziotta eroe, al posto del femminile eroina, che tuttavia anch'esso ricorre nel nuovo modulo, dandosi il caso. 
Pompiere, poliziotto, medico, cane eroico, a proferirli o a scriverli, si passa invece già per gente fuori moda. Se riferiti a esseri umani, eroico, eroica, eroici, eroiche hanno il tanfo del lessico da bollettini bellici d'antan ("...le soverchianti forze nemiche..."). O paiono usciti direttamente da quei testi comicamente militareschi che ancora accompagnano le cerimonie di conferimento di medaglie ("...con sprezzo del pericolo e noncurante del..."). 
Gli aggettivi derivati da eroe sono roba insomma con cui non si può più andare in giro per i nuovi mezzi sociali di comunicazione, pensando d'esser presi sul serio (o, forse, nel caso specifico, di non essere presi sul serio: ma sulla complessa faccenda dei contenuti, come al solito, Apollonio ha poco da dire). 
Il nuovo costrutto tende alla fissità e il nome eroe (o, come si diceva, eroina) vi è introdotto come apposizione, ovviamente. Il modello è quello consolidato di scienziato genio e di concertista bambina. Niente di stupefacente, di conseguenza.
Di eroi, però, come è facile vedere, i tempi presenti abbondano e, nel caso di eroe, il travolgente andazzo invita quindi a non escludere l'eventualità che la forma finisca per essere sentita, funzionalmente, come un mero attributo. E che da lì, cioè da quello che i linguisti sofisti chiamano un uso, risalendo la corrente, eroe non si trovi finalmente ricategorizzato anche come aggettivo da qualche dizionario del futuro. 
Temerario sarebbe farlo già adesso. Sarebbe appunto gesto da lessicografo eroe.