11 settembre 2021

Bolle d'alea (32): Hugo von Hofmannsthal

"Der gute Geschmack ist die Fähigkeit, fortwährend der Übertreibung entgegenzuwirken." (Hugo von Hofmannsthal, Buch der Freunde, Insel-Verl., Leipzig 1922, p. 89)

[Più o meno: "Il buongusto è la capacità di combattere senza posa l'esagerazione". E, con riferimento a quanto si scriveva quasi in explicit del frustolo precedente, ancora una volta la prova, per Apollonio, d'essere un plagiario: non c'è infatti pensiero cui presti qui e altrove modesta espressione che non gli venga da una lettura il cui ricordo capita sia evaporato ma che ha lasciato il suo palese sedimento.] 

5 settembre 2021

Linguistica da strapazzo (48): Gonfi di smisurate sineddochi


Non è necessario avere frequentato corsi universitari di linguistica per sapere che l'appropriatezza di un atto linguistico è in funzione del contesto. Certe sortite, in certi contesti, sono "fuori luogo" (nell'aggettivo composto, luogo copre per metonimia anche il tempo e altre condizioni contestuali).
Qualche mese fa, un'affettuosa ma lontana sodale chiede via chat ad Apollonio se è incolume. L'inopinata domanda lascia Apollonio di stucco. Di norma, la sua amica è nel pieno controllo di sé e non dice cose fuori luogo. Cosa mai può averle fatto credere che un'inchiesta del genere fosse appropriata al tempo e al luogo? Apollonio aveva corso rischi di cui era stato inconsapevole? 
Apollonio vive a Palermo e, in quella mattinata, sopra Palermo s'era abbattuto un acquazzone estivo. Niente di più di un acquazzone estivo. Qualche precisazione contestuale è forse a questo punto indispensabile. 
Palermo è un agglomerato urbano intrattenuto molto male. Sia chiaro: molto male, in un modo o nell'altro, da tutti i suoi cittadini (Apollonio non si esclude) e da tutte le sue cittadine, qualsivoglia ruolo o funzione ciascuno o ciascuna abbia nella vita della locale società.
Attirano l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione, naturalmente, le sesquipedali manchevolezze e la torpida incuria di coloro che coprono cariche o dovrebbero assolvere a funzioni pubbliche. Ma tali resoconti non sono tuttavia sempre la migliore guida nella formulazione di giudizi ponderati. Centinaia di migliaia di minuti e eventualmente meno percettibili abusi e sfaceli hanno formato e formano, stratificandosi, un irreparabile degrado complessivo. E, a Palermo, è appunto questo il caso: non c'è un solo metro quadro dell'area cittadina che non esibisca tale disdoro. 
Tra consolidata negligenza pubblica e capillari scorrettezze private, capita dunque che ci siano zone di Palermo storicamente e regolarmente soggette ad allagamenti, quando piove un po' più intensamente del solito. Quando poi l'acquazzone è particolarmente violento (da qualche tempo, nella lingua dell'andazzo, lo si qualifica come "una bomba d'acqua"), gli allagamenti possono diventare importanti: importanti, si badi bene, ma sempre molto ben delimitati. 
Ecco appunto, nella mattinata in questione una "bombetta d'acqua" era molto inegualmente caduta sopra la città. Quanto a Palermo è disposto ad allagarsi si era regolarmente allagato e, complice l'estate, sempre avara di notizie, gli allagamenti avevano trovato spazio nell'informazione televisiva, radiofonica e in rete, sotto un'etichetta complessivamente riassumibile come "Palermo allagata": una sineddoche, il tutto per una parte. 
L'avere preso il tropo come una descrizione realistica di quanto s'era prodotto era stata la ragione dell'affettuosa richiesta di rassicurazione da parte dell'amica di Apollonio, che evidentemente aveva considerato la possibilità che anche lui, da palermitano, con i suoi libri e le sue carte, fosse a mollo. 
Ovviamente Apollonio non lo era per nulla ed era addirittura contento che una pioggia un po' più insistente avesse, per dire così, ripulito un po' la pubblica via, provocando naturalmente altri problemi, con una pulizia che, come si intende, non è veramente tale ed è solo trascinamento di cumuli rifiuti da un luogo, più fortunato, all'altro, meno.  
Per quel che vale, l'aneddoto vale anch'esso per metonimia, ma in senso opposto: un caso per i moltissimi. Il modulo di "Palermo allagata", lo spacciare il tutto per una parte, anche piccola, è ormai divenuto lo standard della comunicazione pubblica, soprattutto in caso di eventi spiacevoli. Dal minuscolo al maiuscolo, non c'è fatto che, sulla sua scala, non sia presentato d'acchito come globale e determinazione, distinzione, delimitazione, esattezza non hanno più corso. Pur in relazione con fatti ben più drammatici dell'acquazzone palermitano, "Germania in ginocchio" e "Grecia in fiamme" ne sono recenti esempi estivi molto loquaci.
È in effetti uno dei tratti di un'informazione che di realmente informativo ha ormai pochissimo e in cui quasi tutto è, da gran tempo, mera letteratura, come testimonia l'uso di ogni sorta di tropo e il palese intento di provocare in chi vede, ascolta o legge l'orrore, lo spavento, lo stupore, la meraviglia. E ci sarebbe da essere felici per le persone di lettere, se non si trattasse di quella pessima letteratura che, con simile intento, ha nel bolso, nell'enfatico e nel reboante le sue qualificazioni specifiche. 
Al punto che, se c'è una cosa di cui dolersi principalmente, non è tanto della perdita del senso della realtà, quanto di quella del buongusto indotta presso chi assume i prodotti velenosi di questo procedere spudoratamente malandrino e si ritrova la testa costantemente intronata dagli scoppi di simili balle. D'altra parte, a ben vedere, buongusto e senso della realtà sono, come in una medaglia, due non separabili facce di un sentimento di misura. 
E parrà forse una ben strana e stridente contraddizione che una società che ha nel numero il suo massimo feticcio non sappia più cosa sia la misura, ma solo a chi è (colpevolmente) inconsapevole del fatto che, non solo nelle faccende morali, la misura è d'elezione un criterio qualitativo.

2 settembre 2021

Bollettino ortografico (4): Ministero dell'Università e della Ricerca e Treccani

 


Mutan d'accento...

Ancora sulla scuola

"Sogno un mondo in cui ogni adulto sia di riferimento, in cui ogni adulto senta in modo naturale il ruolo educativo, anche solo attraverso l'esempio. Un mondo in cui la scuola sia permanente, universale, distribuita, quotidiana, una responsabilità collettiva, un bene comune": un docente certamente benemerito e probabilmente intenzionato a diventarlo ancor più tra i suoi seguaci cinguetta tempo fa in rete queste parole e il cinguettio giunge alle orecchie dell'alter ego di Apollonio.
L'alter ego di Apollonio mise piede per la prima volta in una scuola il primo ottobre del 1957. Una scuola, qui si intende, vera e propria: con banchi, insegnante, quaderni, libri, lezioni, compiti e così via. Una scuola a solo un paio di decine di chilometri da quella dove come maestro passava molto malvolentieri le sue mattinate un Leonardo Sciascia che appunto ne fuggì, ma con l'accortezza di non rinunciare all'essenziale per se medesimo, appena ne ebbe l'occasione.
Da allora, sempre in un contesto scolastico, l'alter ego di Apollonio ha cambiato più volte funzione, livelli, luoghi, ma dalla scuola non è ancora uscito. Non indossa più un grembiule nero come la pece, ma quasi tutto il resto, nella sostanza, per lui è come si presentava quel giorno. 
Per venire via definitivamente dalla scuola gli manca poco, intendiamoci, e, a questo punto, spera di non farlo a piedi avanti. Sono già sessantaquattro anni e, alla fine, se il Cielo vorrà (dice), saranno sessantasei: senza una sola interruzione.
Alla scuola, a questa bizzarra invenzione moderna, a questo inestricabile grumo di costrizione e di libertà, di conformismo e di rivolta, di violenza simulata e di cura dissimulata è stato accanitamente fedele come a niente altro nella sua esistenza. Si vuole che non le sia affezionato? Non fosse per altro, perché gli ha dato da vivere. E da trascorrere il suo tempo.
Eppure, blatera sommessamente ad Apollonio, un sogno come quello di cui cinguetta l'encomiabile collega non lo ha mai avuto. Di più: dice addirittura che se l'avesse fatto, il sogno di "scuola [...] permanente, universale, distribuita, quotidiana, una responsabilità collettiva, un bene comune", l'avrebbe vissuto come un incubo spaventevole: la fosca realizzazione totalitaria, peraltro già tentata e sempre incombente, oggi più che mai, di tutto quel certo peggio che le ideologie moderne trascinarono con sé, con il tanto di discutibile buono.
All'alter ego di Apollonio, la scuola è sempre piaciuta per differenza e, confessa, gli è anche piaciuto molto, talvolta e sempre per differenza, ciò che scuola non è e quasi si impegna a non esserlo. Ritiene anzi che nella differenza nasca il valore della scuola; nel fatto che lì fuori, c'è quanto non è scuola e rende appunto la scuola relativa e non assoluta, così come la scuola rende relativo il resto. È l'autentico compito della scuola, pensa: la sospensione, l'epochè.
La scuola, insiste, avrebbe proprio tale missione: relativizzare. Ovviamente anche se stessa. E se oggi, come pare le sia addirittura imposto, diserta tale compito con comica soggezione alle pratiche e alle ideologie assolute è proprio perché (Apollonio l'osservava in un frustolo di qualche mese fa, da una prospettiva diversa), prendendo a dire scuola ciò che scuola non è e così millantando di magnificarla, se ne disperdono irreparabilmente i caratteri e in effetti la si annichilisce.