20 dicembre 2023

Bolle d'alea (35): Genette

"Mort. J'ai longtemps hésité entre mourir très jeune, comme Mozart, ou très vieux, comme Hugo. Je n'ai plus beaucoup le choix, mais je m'avise (à temps?) de cette recette complexe, préconisée par je ne sais quel sage oriental (peut-être Bernard Shaw): mourir jeune, mais le plus tard possible", scrisse sornione Gérard Genette settantanovenne nel suo Codicille.
È la stagione degli auguri ed è la diciannovesima volta per questo diario. Apollonio condivide lo spirito e ammira la lettera delle parole di Genette. E trova in esse quanto augura a se stesso, da vecchio bambino impenitente della vita. Ma la sortita sta qui a disposizione di chi legge perché se ne serva allo stesso modo o come vuole.
In una temperie sentimentalmente liquida come la presente, in cui, per via di sommersione, non si sa se all'asfissia del pensiero i buoni sentimenti contribuiscano più dei cattivi, anche l'allegra ironia di un augurio riflessivo e tutt'altro che paradossale può fungere per qualche minuto da respiratore. 

[In traduzione estemporanea: "Morte. Ho esitato a lungo tra il morire molto giovane, come Mozart, o molto vecchio, come Hugo. Non ho più molta scelta, ma mi accorgo (per tempo?) di questa ricetta complessa, consigliata da non so qual saggio orientale (forse Bernard Shaw): morire giovane, ma il più tardi possibile".]

2 dicembre 2023

Linguistica al volo (2): Da "perché" a "pérche"


In questa canzonetta (dai contenuti manifestamente edipici: i due lettori di Apollonio avranno avuto la pazienza di ascoltarla), perché diventa pérche. Da giambo a trocheo, verrebbe fatto di dire. Vera e propria σφραγίς della giovanissima artista, che, con ratio musicale, usa giocare con le frammentazioni delle parole e con gli spostamenti di accento. Non è la sola; fanno lo stesso anche altri e altre cantanti della medesima generazione, non sempre con esiti artisticamente commendevoli.
Ma, ci si intenda, con pieno diritto. Sono manifestazioni del "legame musaico": nesso e concetto sono danteschi (stanno nel Convivio: I vii 14) e anticipano grosso modo di sette secoli la nozione di funzione poetica, di cui si fa opportuno credito a Roman Jakobson. 
"Legame musaico": tra i dotti, se il valore del sostantivo è pacifico, quello dell'attributo è stato oggetto di dibattito. Nel Convivio, vale semplicemente 'poetico' o più specificamente 'musicale'? Questione di non poco momento, nella prospettiva d'una filologia dantesca, ma sulla quale una linguistica da strapazzo può sorvolare e non solo perché l'occasione per alludervi in questo frustolo a qualcuno sarà parsa ignobile.  

28 novembre 2023

Caratteri (22)




Guardarsi semplicemente in faccia è rischio che non può correre: si imbattesse in uno specchio, ha sempre pronto un bel quadrato per oscurarlo.

27 novembre 2023

Bazzecole (1): Pesci al "Sole", una domenica dello scorso inverno

Sul settimanale culturale del noto quotidiano economico, "Le avventure di un merluzzo" recitava parecchi mesi fa il titolo di un articolo che non poteva non attirare l'attenzione di Apollonio. Almeno in parte, quell'articolo parlava infatti di lui. 
"L'uomo è ciò che mangia": così fu scritto con provocatoria autorevolezza or sono quasi due secoli. E sono stati da sempre presenti nell'alimentazione di Apollonio (e nei commerci preliminari che l'alimentazione comporta) lo stoccafisso (u piscistoccu, nella saporita memoria di una Messina tanto anelata durante l'infanzia e l'adolescenza), il baccalà e i naselli mediterranei che in Sicilia passano sotto la designazione di mirruzzi, ma che, appunto, non sono merluzzi, come li denomina il relativo italiano regionale.
A illustrare vistosamente il pezzo e la pagina, cosa ci stava allora a fare quel mucchietto di sugherelli o suri (in Sicilia, con varianti locali, sauri)? Pesce azzurro che coi merluzzi (o coi naselli, loro parenti) condivide solo l'ovvio iperonimo e, con altrettanta ovvietà, il fatto d'essere commestibile, ma in modo diversamente gradevole (donde un differente pregio).
Insomma, una sciatteria redazionale che ad Apollonio parve e ancora pare indice di un degrado già segnalato in questo diario. Indice non meno degno di nota, dal punto di vista culturale, di quello che attesterebbe, si ponga, la presenza di un ritratto di Ugo Foscolo a illustrare uno scritto che avesse a tema Alessandro Manzoni.
Che Apollonio sappia, in proposito, nei fascicoli seguenti di quel settimanale non sono comparse rettifiche. Evidentemente, per chi lo sfoglia e per chi lo cura (e letteralmente non ha saputo che pesce pigliare), merluzzo o suro, che differenza fa? 
Di cultura, di qualsivoglia cultura, non si conosce tuttavia definizione migliore di quella che la identifica con la capacità di discernere, di fare di un àmbito che agli ignari si presenta come indistinto e confuso (liquido, si direbbe oggi, e non solo a proposito di pesci) un sistema di elementi che trovano nella discretezza la loro identità. 

5 novembre 2023

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (36): Descrizione vs. giudizio


Non c'è descrizione senza punto di vista. Capita che, a partire da un punto di vista inusuale, una descrizione metta in luce aspetti fin lì non considerati di ciò che descrive. C'è chi la prende allora per un giudizio, per via di quella pigrizia intellettuale che fa ritenere i punti di vista corrivi gli unici possibili o i soli consentiti. Qualsiasi valore si annetta agli aspetti messi in luce dalla nuova prospettiva, la confusione tra descrizione e giudizio va invece evitata. Se è una descrizione e dichiara il proprio punto di vista, non è un giudizio, tanto meno un biasimo o una lode. Piaccia o non piaccia, è una descrizione.

26 ottobre 2023

Squarciare, celebrando: Italo Calvino, IOO

Presso un prestigioso ateneo romano, è stato ed è all'opera un Laboratorio Calvino fecondo di iniziative, in questo anno centenario dalla nascita dello scrittore. 
Nell'epoca della comunicazione, nemmeno la Sagra della zucchina bollita di Pratofiorito può fare a meno di costituirsi come brand. E non c'è brand che possa rinunciare a una "identità visiva": tutta l'attività di comunicazione ne va infatti contraddistinta, per essere riconoscibile, per esserne appunto marchiata. 
Il menzionato Laboratorio ha così opportunamente curato di avere un'identità visiva e l'ha commissionata a un reputato studio professionale. Lo dichiarano i materiali prodotti: si tratta di uno studio che pare abbia nel lettering la sua specializzazione.
Nei materiali in questione, l'elemento qualificante dell'identità visiva del committente è dunque il nome dello scrittore cui sono consacrate le celebrazioni. Esso è posto sempre in modo da risultare saliente. Lo fa nella foggia qui riprodotta alla buona e come si può (anche per tema che farlo diversamente non si possa, senza esserne autorizzati), in modo bastevole tuttavia al presente scopo: 

italocalvino

Chi volesse verificare trova qui o qui le pezze di appoggio, in originale.
C'è in tale foggia un lampante e ricercato contrasto tra marcatezza e non-marcatezza. Il marcato è in rosso; il non-marcato non lo è. Attenzione: diversamente da quanto si è qui riusciti a riprodurre, nell'elaborazione grafica originale il punto sopra la prima i non è in rosso e il dettaglio, minuscolo, non va trascurato. Ma si proceda. Il marcato occupa le posizioni iniziali e finali e la cesura tra nome di battesimo e nome di famiglia, quindi una posizione finale secondaria; il non-marcato occupa il resto. Il marcato è fatto solo di lettere di elementi vocalici; il non-marcato di quelle tanto di elementi vocalici, quanto di elementi consonantici. Una serie di opposizioni che, per via di salienza, fanno appunto in modo che da italocalvino emerga, come cifra, un 100. È la trovata. Accanto, al di là o al di sotto del ricercato 100, occhieggia tuttavia un ulteriore signe
Come per la cifra 100, si badi bene, la sequenza italocalvino non ha nulla che giustifichi specificamente che vi si legga altro, ma a marcare le lettere di certe vocali e non di altre o delle consonanti ne emerge anche la sequenza di un pronome di prima persona proferito in modo insistito e perentorio, come capita, per esempio, quando se ne fa una rivendicazione: ioo. Un pronome di prima persona: "il più lurido di tutti i pronomi", nelle parole di Carlo Emilio Gadda. 
È difficile immaginare che a tale exploit (etimologicamente, 'esplicito') sia mancata, nascosta dalla banalità del centenario, una Meinung, un'intenzione di significare, per dirla da una prospettiva fenomenologica, qui molto opportuna. Ciò non significa che, per precauzione analitica, ci si possa dire certi che a tale Meinung abbia corrisposto una consapevolezza. Che cioè tanto nel reputato studio che ha realizzato la foggia in questione, tanto nel think tank committente si sapesse da un lato cosa si stava facendo, dall'altro cosa si stava acquistando come identità visiva.
Sarebbe però divertente conoscere il pensiero del redivivo Calvino sopra chi trae visivamente dal suo nome una cifra (stilistica?) in cui occhieggia il chiaro vestigio di quel pronome di prima persona di cui, in vita, disse più volte di avere anche lui come scrittore (come persona, non si sa) una qualche ripugnanza. Un pronome e una funzione di cui affermò talvolta fosse il caso (o l'obbligo) di abdicare senza titubanze o remore, nel lavoro letterario.
Ma forse si rivela proprio in questo minuscolo dettaglio la ratio complessiva, se non di tutte, di molte operazioni messe in moto con l'anno centenario che si sta vivendo. E ciò che qui si è osservato è appunto un sintomo, oltre che un segno.
Se pure in maniera diversa da Pier Paolo Pasolini e da Leonardo Sciascia, anche Italo Calvino, con la sua straniante familiarità, è stato ed è ancora una figura perturbante, per chi prova a intenderlo. 
La memoria dello scrittore provoca probabilmente sentimenti contrastanti nel profondo di coloro che oggi impersonano la cultura nazionale nella sua ufficialità. O che aspirano e si candidano a farlo, grazie alla ribalta istituzionale offerta dalle cerimonie della sua imbalsamazione. 
Un contesto insomma favorevole a quella perdita di controllo dell'espressione che, per via di un'ambiguità nella rielaborazione grafica del suo stesso nome, apre così una sorta di squarcio tra le bende della mummia del celebrato. 

12 ottobre 2023

Ancora su "io Capitano": marginale chiosa grammaticale

Il caso è minuscolo (e inoffensivo) ma capita appunto in questi giorni di leggere in rete uno scritto sul film di Garrone che, in un passaggio, si esprime così: "È questo l'intento da cui muove Io, capitano, il film di Matteo Garrone". E in modo simile si vede evocato il titolo qui e là, non solo in rete.
L'opera ha per titolo io Capitano, senza virgola. Caso mai si nutrissero dubbi, lo testimonia l'immagine che accompagna questo frustolo. E se le risorse grafiche messe a disposizione da questa piattaforma non consentono, riproducendolo, l'uso contrastivo di maiuscoletto e maiuscolo, tollererà chi legge che qui si faccia ricorso al contrasto, non troppo dissimile, tra minuscolo e maiuscolo. 
La questione è del resto ben lungi dall'essere meramente grafica, dal momento che le scelte grafiche della locandina sono effetto di una trasduzione, per dirlo con una metafora, di valori sintattici.
Il rapporto tra il pronome di prima persona (così importante, come si è detto nel frustolo precedente, per intendere la ratio narrativa picaresca del film) e il nome che l'accompagna è infatti quello che passa tra soggetto e predicato nominale. 
In altre parole, se il costrutto fosse completo di verbo e il nome corredato da un articolo, invece di presentarsi come una secca frase nominale (a rappresentare la competenza elementare che il protagonista ha dell'italiano), il verbo sarebbe una copula e l'insieme suonerebbe come "io [sono il] Capitano". Proprio ciò che urla Seydou sul finire del film, rivendicando la sua paradossale missione di "scafista", cioè di soggetto dell'evento finale, se non principale della sua avventura, vista nel suo sviluppo narrativo.
"Io, capitano", con la virgola, varrebbe altro: "capitano" non sarebbe predicato, ma apposizione (per dirlo con la terminologia grammaticale tradizionale). In termini funzionali, sarebbe insomma una sorta di attributo di un Io maiuscolo non solo nella resa grafica, come lasciano intendere coloro che citano il titolo scorrettamente. Insomma, una prospettiva statica e non processuale.
Le bon Dieu (o, se si preferisce l'altra versione, le Diable) est dans le détail. E Apollonio può dare così prova ai suoi due lettori, eventualmente preoccupati di un'improbabile deriva verso la serietà di questo vano diario, che, al Cielo piacendo, il loro vecchio sodale non è cambiato e continua imperterrito a occuparsi di virgole.  
 

7 ottobre 2023

Spettatore pagante (3): "io Capitano" di Matteo Garrone

Si arriva pian piano, in sala, a capire perché suoni io Capitano il titolo del più recente film di Matteo Garrone: un bel film. 
Pian piano e solo in conclusione si giunge a intenderne l'appropriatezza come chiave di lettura della pellicola. Un titolo ben fatto serve anche a questo e io Capitano è un buon titolo. Per argomentarlo, conviene però procedere con ordine.
La pellicola mette sullo schermo le avventure per niente spassose di Seydou, come protagonista, e di suo cugino Moussa, come spalla. Sono due teen-agers wolof, per lingua e cultura, e senegalesi, per nazionalità, quindi anche francofoni per via di colonizzazione. 
Seydou e Moussa decidono di mettersi in viaggio verso l'Europa. Al loro progetto si oppone, ragionevole e sentimentale, la madre di Seydou: la terra è madre; la madre è l'Africa. Una madre che balla ancora bene ai forsennati ritmi di una festa, ammette il figlio, mentre le svela il suo progetto, prendendosene inutili e patetici rimbrotti: partire non è un po' morire, è morire tout court e, nel caso specifico, spesso non per figura, gli dice la donna.
Spinge però i ragazzi a partire un sogno altrettanto sentimentale e appunto, per opposizione, irragionevole. Senza gli esiti della propria irragionevolezza, un essere umano avrebbe poco da narrare. L'Africa alberga poi tanti ragazzi. Addirittura ragazzi che coltivano sogni. Il sogno di Moussa e di Seydou è in realtà poca cosa e, come è regola nella liquidità globale, sta per intero nel regno dell'apparire. Saranno i bianchi a fermarli per strada, un giorno e in Europa, si dicono irragionevolmente i due adolescenti, per averne un autografo. Perché?
Nella povera condizione in cui vivono, compongono ingenue canzonette, sui ritmi e nei modi che detta la loro cultura. Sopra tale friabile sostegno, sognano i fasti della notorietà che giungono loro tramite uno smartphone, che parla le tante lingue del successo canterino, tra le quali non manca l'italiano.
Il sogno non è tuttavia privo di suggestioni: i modi e i ritmi delle composizioni di Seydou e Moussa, insieme con quelli di altre culture africane hanno infatti profondamente intriso, come si sa, la musica commerciale prima occidentale, poi globale. E, sia detto a margine, chissà se, quando canticchiano sotto la doccia o si agitano in discoteca, i tanti e le tante che oggi temono invasioni e spregiano gli ibridi sono consapevoli di essere già, loro medesimi e medesime, in un avanzato stato di ibridazione. Tale che si potrebbe persino adattare al caso curioso odierno, a mo' di rivelatore paradosso, l'un dì famosa sentenza di Orazio. Perlomeno quanto all'espressione musicale (e non è poco), Africa capta, ferum victorem cepit (e mai attributo fu più appropriato, se per ferum si intende, come si può, 'brutale'. 'feroce').
I due ragazzi partono, dunque, e si avviano verso una realtà che, intervenendo spietata, ha i caratteri di un autentico inferno. Il cinema ha però la diabolica capacità di riscattare l'inferno con la bellezza delle immagini. E c'è appunto chi, preso dalla mera indignazione morale che la vicenda narrata suscita nei e nelle superficiali, ha visto in ciò un tratto di condannabile estetismo cinematografico. Di bellezza tuttavia non ce ne sarà mai troppa.
io Capitano non indugia mai d'altra parte sulla violenza, come realisticamente avrebbe potuto, e non toglie ai cattivi, che nel film non mancano, l'impronta di una piena appartenenza al genere umano: spregevoli, si badi bene, ma esseri umani, al pari delle vittime. Tutti terrestri. E tutti sporchi, impastati di quella polvere, di quel fango, di quella sabbia, di quell'ocra e di quel giallo che, a partire dalle prime scene, sono il tratto formale del film, quanto a colore. 
Non del film per intero, tuttavia. Ocra e giallo scompaiono appunto nell'ultimo quarto d'ora, per lasciare lo schermo al blu del mare. Lampante marca formale di una letterale catastrofe narrativa, del capovolgimento che porta il dramma verso il suo scioglimento, consumato sull'acqua e verso il cielo, con la terra a fare da semplice sfondo, ma come un'ombra: l'ombra di un sogno.
La pellicola ha poi un paio di parentesi fantastiche. Rimarchevoli. Potrebbero parere esornative o concessioni all'inclinazione fiabesca dell'ispirazione del regista. In altri suoi film, questa ha preso il sopravvento (a parere di Apollonio, con esiti discutibili). Qui sono invece finestre aperte sul sistema soggiacente del tessuto narrativo. 
Con le loro aperture, è la prospettiva interiore di Seydou a venire in primo piano. La fantasia gli consente di risolvere un conflitto lacerante: si trova costretto ad abbandonare, destinata a morte certa, un'anziana donna implorante che la marcia nel deserto ha fiaccato (la madre? Certo, per figura: da portare con sé come uno spirito privo di peso e volante). Ed è il sogno a permettergli di riemergere dall'esperienza delle torture subite per avere rifiutato di sottoporre sua madre e la sua famiglia al ricatto dei carcerieri. Non una telefonata con la richiesta di un riscatto, ma un angelo che vola a rassicurare nel reciproco sogno la donna, sorridente nel sonno. L'angelo porta con sé Seydou, dietro sua richiesta, ma il privilegio non giunge fino a concedergli di essere visto dalla madre o di parlarle, nell'occasione.
Ecco appunto. Ci si siede in sala e, sulle prime ma per lunga pezza, ci si figura di essere esposti a una narrazione in terza persona: Garrone che narra di Seydou e Moussa. Pian piano, ci si accorge però che la ratio del film è diversa. In realtà, regista e sceneggiatori si sono fatti mediatori artistici di un racconto in prima persona: Garrone ha fatto un film delle esperienze e delle relative parole di Seydou. Ciò cui si assiste, in rielaborazione cinematografica, non è il resoconto del viaggio di Seydou procurato da un osservatore esterno, ma il racconto che Seydou fa della sua avventura, materiale e morale. 
Quando si giunge a questa conclusione, diventa immediatamente chiaro che io Capitano ha l'impianto del romanzo picaresco: Seydou è il picaro nella temperie della modernità putrefatta. E, una volta che lo si è inteso, non si vuole dire tutti, ma molti pezzi del composto narrativo e cinematografico vanno al loro posto. Fanno sistema.
Prende anzitutto un valore specifico l'età del protagonista, un adolescente orfano del padre. Prende valore la presenza del cugino e compagno, perso nelle peripezie e finalmente ritrovato: un topos. Ha ragione l'insistenza nell'incipit e nel séguito sulla sprovveduta ingenuità di Seydou, via via sanata da una silenziosa e tutta interiore crescita di consapevolezza, nel contatto con un mondo feroce, violento e beffardo: c'è infatti chi ha parlato, in proposito, del modello del romanzo di formazione. 
Ma acquista un grande rilievo compositivo la leggerezza con cui il viaggio viene presentato, anche nei suoi momenti più crudi e violenti, da chi lo narra sapendo appunto di avercela fatta. E leggera, fin dalle sue origini, fu appunto la letteratura picaresca. 
Non si trascuri, in proposito, la presenza salvifica, quando la pellicola volge verso la conclusione, di una figura che, per il protagonista, surroga la paterna. Essa svanisce nel momento in cui il picaro si prepara ad affrontare la sua prova decisiva. Prova, si badi bene, che Seydou non vorrebbe affrontare: vi si trova infine costretto. Gliela impone infatti un'ennesima e interessata angheria, cui deve piegarsi per salvare Moussa: gli toccherà farsi pilota della barca con la quale proverà a raggiungere la Sicilia, conducendovi una folla di disperati e disperate. E dunque non dal bene né dal male Seydou esce infine forte e consapevole, ma da un inestricabile miscuglio di bene e di male. È ciò che porta Seydou alla rivendicazione finale di un'espressione in prima persona, al suggello della pellicola che, facendo anche da titolo, ne sanziona circolarmente la natura davanti allo spettatore. 
In faccia all'elicottero della Guardia costiera italiana finalmente giunto a intercettare i clandestini, "Io capitano, io capitano... tutti salvi... nessuno è morto" urla il picaro Seydou dalla torretta dello sgangherato natante con il quale, sedicenne che non sa nemmeno nuotare, quindi per mera fortuna, ha condotto attraverso il Canale di Sicilia quella ciurma di esseri umani: ciurma dolente, irrequieta e, soprattutto, fertile. 
Con la finale ingenuità della verità, il picaro Seydou confessa e rivendica insomma d'essere lui lo "scafista". Così oggi usa dire appunto gente che, beata lei, ha sempre chiaro davanti a sé il confine tra buoni e cattivi e non immagina che uno scafista possa non solo sentirsi Capitano ma essere anche "timorato", come del resto, per dirla finalmente con Jean-Paul Sartre, una sgualdrina può essere "respectueuse".

6 ottobre 2023

Linguistica al volo (1): Ai matti si dà sempre ragione

Per parafrasi, si dà immancabilmente ragione a chi si ritiene, la ragione, l'abbia persa. Raccomandato dalla voce popolare, il comportamento non mira certamente a fare sì che chi ha perso la ragione, visto che gliela si dà, ne ritorni in possesso.
L'osservazione, scherzosa e peregrina, fa da minuscolo esperimento per intendere come, combinandosi con dare o con perdere, ragione vada da una parte o dall'altra in funzione di la: dare ragione, perdere la ragione.
L'articolo determinativo (tale, per la terminologia grammaticale) non ha un significato, ma un valore. Esso sortisce dall'opposizione tra presenza e assenza, come a dire da un mero rapporto paradigmatico. Ed è il valore dell'articolo a dare all'insieme un senso, per dirla come piace a quei molti che forse, senza saperlo, intendono appunto una direzione.

20 settembre 2023

Spettatore pagante (2): "Coup de chance" di Woody Allen

Avviso: eviti di leggere questo frustolo chi, nella fruizione di qualsivoglia prodotto narrativo, si appassiona esclusivamente alla "storia" e dice di perdere interesse se capita sappia in anticipo "come finisce" (poveraccio o poveraccia, è il sommesso pensiero di Apollonio in proposito  e certamente non per la mancata lettura di questa sua modesta prosa).

"Colpo di fortuna" o, se si preferisce scendere di registro, "Botta di culo" sono quanto corrisponde al francese Coup de chance, che fa da titolo al più recente film di Woody Allen. Apollonio ha avuto l'occasione di vederlo al cinema in un'anteprima preceduta da un'intervista al regista nuovaiorchese in live streaming nazionale: un quarto d'ora pieno di stucchevoli banalità (duole dirlo).
Coup de chance è, come dichiara il titolo, un film sul tema della τύχη, sul ruolo della sorte nelle vicende personali e pubbliche degli esseri umani. Sul versante delle personali, il tema è caro ad Allen, come si sa, ed uno di quelli sui quali si sono esercitate sin dalle loro prime testimonianze e senza distinzioni riflessione e letteratura occidentali. 
La pellicola si rivolge senza più infingimenti a un pubblico europeo, come è ormai consueto nella produzione di Allen. Stavolta però forse più specificamente proprio al pubblico europeo continentale (se anche con il pubblico si può fare per analogia una distinzione tipicamente vigente per la filosofia). Allen e i suoi produttori sono infatti ben consapevoli che si tratta del solo pubblico cui indirizzarsi, sperando di averne un ritorno.
La pellicola narra una vicenda che si svolge ancora una volta in un'elegante Parigi (fatta di edifici di pregio, di gallerie d'arte e di giardini) e in un canonico château che signoreggia un dintorno naturale e boschivo, dove si pratica la caccia al cervo. 
Non basta, tuttavia. C'è appunto una novità, come ha sottolineato la campagna di lancio di Coup de chance. Il film è in francese. Non era mai avvenuto nei precedenti girati in Europa da Allen, tutti uniformemente sceneggiati e recitati nella lingua del regista. 
In funzione del target, per Coup de chance si tratta di una scelta di comunicazione pubblica efficace: "il primo film francese di Allen", ma anche, data l'età, "il suo cinquantesimo e l'ultimo che si propone di girare": un secco "il suo ultimo", sarebbe suonato iettatorio, come si intende. 
La trovata linguistica è inoltre sostenuta dal richiamo alla più volte dichiarata predilezione di Allen per il cinema europeo del passato. C'è però da chiedersi se, snobismo per snobismo, non sarebbe stato forse meglio glisser. Tanto più che, francese o inglese in superficie, i film di Allen si esprimono sempre in alleniano. Ma i tempi sono questi e non c'è scelta che si pretende di gusto superiore di cui non vada fatta esibizione, con irrimediabile riduzione del gusto all'ordinarietà, per eccesso di svelamento della sua venalità.
Non è d'altra parte necessario essere storici e filologi della produzione di Allen per rendersi presto conto, in sala, che Coup de chance condivide il suo tema fondamentale con Match Point, del 2005, e che quindi rimonta alla vena del regista la cui prima chiara epifania si ebbe con una sezione di Crimini e misfatti, del 1989: un Allen già maturo, pertanto.
Confrontato all'archetipo (se si può dire così), ma anche e soprattutto alla menzionata e valorosa riproposizione di Match Point, dal retrogusto shakespeariano (ci si ricordi della scena del sogno), Coup de chance mette sullo schermo tipi: bozzetti più che personaggi con contraddizioni e complessità. Si badi bene, la tendenza a una sorta di commedia dell'arte in Allen c'è sempre stata, come d'altra parte è naturale per un autore dalla vena satirica. Non si satireggia senza caricatura e non c'è caricatura che non sia tipizzazione. 
Per restare con massima pertinenza alla produzione alleniana di questo secolo, in Match Point dei tipi si vedeva però l'anima dolorosa, incarnati come si trovavano nella rappresentazione di personaggi che simulavano persone invischiate, nolenti o volenti, nell'intrico sempre irragionevole della vita.
Invece, il disegno personale e umano dei personaggi di Coup de chance è ridotto all'osso. E, a contrastare il sospetto che la vena di Allen nella costruzione delle figure delle sue commedie si sia rinsecchita (invecchiare è rinsecchirsi, andando verso il secco che non risparmia nessuno), c'è solo l'ipotesi benevola che il regista intenda così mostrare come sia inutile la ricerca di uno spessore o di un'anima nella rappresentazione dell'umanità: tutti e tutte secche e legnose marionette, mosse dalla sorte.
C'è poi un'altra differenza complessiva e d'impianto tra Match Point e Coup de chance: in ambedue, la τύχη ha una sua epifania in apertura. Ed è ovvio; tutto comincia accidentalmente, nelle vicende umane: nascere è un caso, morire una necessità, ha scritto da qualche parte l'alter ego di Apollonio senza pretesa di originalità. In ambedue le pellicole, la sorte ha anche e soprattutto un'epifania in chiusura, risolutiva. 
Nel film londinese, però, la fortuna premiava infine e crudamente il méchant. La pellicola produceva così un effetto di benefica frustrazione in spettatori e spettatrici con desiderio se non di un happy end, perlomeno di una riparazione al disgustoso guasto nell'ordine del mondo cui aveva assistito.
Al contrario, Coup de chance si conclude in modo consolatorio e il pubblico sorride. La τύχη punisce il cattivo, certo per la sua ὕβρις, la sua oltraggiosa tracotanza: più volte si sente dire al personaggio in questione che lui, alla fortuna, non crede: la fortuna ce la si costruisce, com'egli pensa in effetti di essersela costruita, commissionando a efficienti sicari un paio di omicidi. La sorte lo ferma, uccidendolo, sulla soglia di un terzo che si vede costretto stavolta a compiere personalmente. 
Per l'impresa, il malnato ha concepito come scenario una caccia al cervo nella già menzionata foresta. Sta qui appunto la comica trovata del film. In essa si riconosce finalmente il prezioso residuo dello scanzonato spirito di Woody Allen. Vi si riflettono però anche l'ordine e la necessità che qualsiasi narrazione ha da imporsi, pur proponendosi di dire dello spaventoso potere del caso nella vicenda umana. Come scrivere, fare film è disperata rivendicazione, anche solo per finzione, della possibile esistenza di un sistema.
Ebbene, in tale sistema il méchant non ha riflettuto come doveva sul fatto che che, tradito dalla moglie, l'animale indubitabilmente dotato di corna è lui medesimo, nell'occasione. E un cervo lo crederà appunto e con ragione un anonimo cacciatore che, vedendo un movimento tra i cespugli, non esiterà a farne il bersaglio del suo colpo mortale. 
Messo a morte dalla sorte, dunque, il cattivo. Come merita, dice Allen con un salutare sberleffo, non per i due assassini realizzati e per il terzo da realizzare. Nel superiore ordine narrativo, semplicemente perché irrimediabilmente cornuto.

10 settembre 2023

Spettatore pagante (1): "Oppenheimer" di Christopher Nolan

Sopra Oppenheimer di Christopher Nolan, Apollonio dubita oggi che il suo alter ego abbia voglia di esprimersi per iscritto. Ma il cinema di Nolan è una delle sue palestre preferite e poi lo conosce volubile e soggetto all'estro. Si sa che a determinare le voglie è appunto l'estro. 
Per il momento, l'alter ego sostiene che vedere Oppenheimer di Nolan solo una volta non basta, per dirne, ancora di più, per scriverne sensatamente. 
Ma ciò vale per ogni altro film del regista inglese, obietta Apollonio. Le sue pellicole vanno bene naturalmente anche per spettatrici e spettatori da "una botta e via": la maggioranza. Seducono al tempo stesso tuttavia anche e forse soprattutto la minoranza di quei perversi e di quelle perverse inclini a chiedersi come sarà la successiva e talvolta finiscono così per innamorarsi. Sarà segno di qualità artistica?
Forse. E non si può dire che Oppenheimer non dia segni della sua qualità. Ma Apollonio, spericolato, non si perita di dire che non si tratta dell'opera migliore di Nolan. E il chiasso che ne ha anticipato e accompagnato l'uscita nelle sale, ai suoi occhi, ha reso più manifesta la discrepanza. Prezzo da pagare a ineludibili esigenze commerciali. Emma Thomas e Syncopy hanno lavorato alla grande: una campagna con i fiocchi.
Nei commenti sul film (o perlomeno in quelli che Apollonio e il suo alter ego hanno accidentalmente intercettato, tra le miriadi) il soggetto, nelle sue faccette psico- e sociologiche, e il tema, con le sue imponenti conseguenze, hanno tuttavia fatto premio (per dirla come un assessore o come un mister) sullo specifico cinematografico. 
E non solo sullo specifico cinematografico (del quale, tanto Apollonio, quanto l'alter ego masticano pochissimo), ma anche, più in generale, sul narrativo. Invece, la costruzione narrativa, se non è il meglio (o il peggio) del film, è certo quanto è formalmente notevole. Tanto da indurre a chiedersi se a tale forma corrispondano valori funzionali, dice l'alter ego, e se tali valori funzionali tengano, rendano cioè sistematico il prodotto finito.
Apollonio lo sa bene e il suo alter ego ci ha anche speculato: Nolan ha un conto aperto con il tempo. Ma il cinema è ineluttabilmente lineare. Come dell'espressione linguistica osservò Ferdinand de Saussure. E Roman Jakobson fece finta di non capire, per preconcetta polemica con quel fantasma, commenta l'alter ego, tirando in ballo i suoi chiodi fissi. 
Lingua e cinema, continua, impongono un tempo anche a chi pare non volere concedere al tempo nessun privilegio, narrando, come Nolan non smette di fare. Mirabile, nella sua opera, fu in proposito la valorizzazione dell'aspetto, in Dunkirk: un breve capolavoro, formalmente semplice, funzionalmente complesso, che provocò invece poco rumore
Nel fluviale Oppenheimer, il tempo è invece frantumato, come l'atomo: per vano gioco? Si direbbe di no. Individuare con precisione il funzionamento di tale frantumazione nei suoi effetti narrativi è indispensabile, per una valutazione. 
L'alter ego ha ragione: a capire se ci si prende gusto, necessaria perlomeno un'altra botta...

22 agosto 2023

Linguistica da strapazzo (52): Ferdinand de Saussure, Roman Jakobson e Renato Carosone

In questa canzonetta di Renato Carosone c'è materiale per più di un'osservazione linguistica.
Di una linguistica modesta e da strapazzo, s'intende, che si occupa alla buona dell'espressione umana com'è, con gli strumenti messi a disposizione da Saussure e da Jakobson, per esempio. Non di quella importante e da scienziati che, visto che delle lingue umane ritiene di sapere tutto, pare sia già passata a trattare di lingue impossibili. O di quella da seri tecnici e ingegneri che, per considerare le reali, pretende si vada di corpora giganteschi.
In funzione poetica, allora, Carosone valorizza l'iterazione, variandola tanto sull'asse delle combinazioni, quanto su quello delle commutazioni. Cioè nei rapporti sintagmatici, come in quelli paradigmatici.
L'iterata variazione o la variata iterazione gli sono consentite dalla metafonesi. È questo un processo fonetico-fonologico (con eventuale fall out morfosintattico, com'è qui il caso) da cui è interessato, tra tante altre varietà, il napoletano, anche quando si fa letterario e canoro.
La vocale colpita dall'accento, se è media ([o] o [e]), mantiene o muta la sua altezza in funzione di quella atona della sillaba seguente. E se questa è alta ([u] o [i]), si innalza.
Nella lingua, cioè nell'umano, il passato è sempre presente nel presente e bisogna imparare a vederlo (diacronia e sincronia). E dunque, una volta introdottasi nel sistema, come è avvenuto nell'epoca ormai remota in cui, anche se atone, le vocali venivano tutte proferite distintamente, la metafonesi opera anche quando della vocale atona non rimane ormai che un uniforme vestigio: senza innalzamento, rossə, ma, con innalzamento, russə; senza innalzamento, essə, ma, con innalzamento, issə.
Il processo ha finito per procurare così forma rigorosa e lampante manifestazione all'opposizione di genere grammaticale, cruciale alla confezione della canzonetta e del suo tessuto semanticamente allusivo (significato e significante), come si vede o, meglio, si sente dalla voce di Carosone (langue e parole).
In anticipata e permanente barba, si direbbe da una prospettiva di politica linguistica, alle fantasiose e transeunti proposte che vorrebbero si credesse che, a ottundere certe differenze nell'espressione, basti la mutanda di uno scevà.

6 agosto 2023

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (35): Figure della vita pubblica

La vita pubblica ha, tra le sue manifestazioni macroscopiche, il potere di ingigantire figure che, fuori di essa e nell'eventuale considerazione privata, starebbero sotto la soglia dell'osservabile. E dalla vita pubblica, come si sa, perlomeno come osservatori e osservatrici, non si ha scampo. L'effetto allucinatorio non va tuttavia mai dimenticato, soprattutto perché capita spesso che in tali figure, anche fuori delle occasioni pubbliche, trovi pretesto il discorso e, addirittura, inciampi il pensiero, dove non guasta invece che ogni cosa sia precisamente dimensionata.

4 agosto 2023

Potere e silenzio

Si dice corrivamente che l'operare di chi ha potere e aspira a consolidarlo tragga beneficio dall'essere circondato dal silenzio. La faccenda merita tuttavia una riflessione. Da sempre. Tanto più in un'epoca infestata dalla comunicazione, come la corrente.
Il potente brama infatti un'approvazione e il silenzio può alimentare il sospetto che il consenso gli faccia difetto. Un sospetto che può sottilmente farsi pubblico.
Capita così che al silenzio, oggi soprattutto, il potente preferisca espressioni esplicite di dissenso, pronte d'altra parte a innescare i peana dei suoi compari e di chi, in un modo o nell'altro, lo puntella.
Ed è così che per chi conserva un po' di giudizio, davanti a uno spregiato potere, tacere radicalmente è una risorsa. Talvolta, l'unica risorsa per prendere sostanziale distanza dal potente, decretandone l'irrilevanza, cioè quanto il potere detesta massimamente. L'essere smascherato come irrilevante dal silenzio che lo circonda. Irrilevante come è spesso e oggi sempre più di ieri. "A lot of talk and a badge", si dirà insomma, per solo apparente paradosso.  
A ben vedere, "Parla!" è ciò che si ingiunge a chi subisce un interrogatorio, come oggi accade più spesso di quanto non si creda e con il supporto di argomenti che, diversi dagli antichi, si ritengono in ogni caso di gran peso. Non parlare è in tal caso un obbligo morale. E non parlare del potente, non unirsi ai cori di chi, biasimandolo o lodandolo, ne sostiene in sostanza il potere, è forse l'estrema opposizione.  

23 luglio 2023

Linguistica candida (66): Meccanizzare

Diversamente da quanto corrivamente credono non solo i profani e le profane, ma anche fior di specialisti e specialiste, la lingua non è fatta di parole (o, in modo più sofisticato, di parole e procedure, di lessico e di computazione), ma radicalmente e solo di procedure.
È una procedura, niente altro che una procedura, la fondamentale, inesausta, continua attività da cui sortisce qualcosa che significa (un 'quanto' significante) e qualcosa che ne è significato (un 'quanto' significato).
Nei solchi tracciati da miriadi di tradizioni culturali diverse, tale procedura non agisce una volta per tutte. Agisce tutte le volte che un essere umano accede alla sua capacità di parola, anche solo interiormente (come si fa, in realtà, nella stragrande maggioranza dei casi e non solo nell'ascolto degli altri). Agisce atto dopo atto, momento dopo momento (è quanto, della procedura, Ferdinand de Saussure chiamava parole), ma appunto in modo sistematico (è quanto il medesimo chiamava langue).
Che la lingua sia una 'energia', un continuo farsi e poco o per nulla una collezione di dati, di fatti da conservare e, caso mai, da ricombinare, apparve d'altra parte chiaro già a Wilhelm von Humboldt or sono due secoli, senza che gli sfuggisse naturalmente le strabilianti varietà e stratificazione storica dei relativi fenomeni.
Tale energia si esercita basicamente nei modi e nei termini indicati meno di cento anni dopo dal già menzionato Saussure con penetrante precisione. Ovviamente, non in tutta la loro vastissima gamma, non in tutti i loro innumerevoli dettagli. Solo per sommi capi, tanto grande e spaventoso gli parve quanto gli accadde di intuire.
Se infatti gli esseri umani esaurissero un giorno la conoscenza delle procedure della loro facoltà linguistica, avrebbero ipso facto esaurito la conoscenza di loro medesimi.
Per quanto si voglia essere ottimisti, è allora da ritenere molto improbabile che giunga a conseguire un risultato siffatto una mente umana, anche collettiva, come si presenta in effetti quella di una disciplina, ove questa disciplina fosse saggia e ben indirizzata, come oggi non è. 
Le parole che stanno certo sulle labbra, sotto le penne, nelle orecchie e sotto gli occhi di tutti e tutte non sono che alcuni degli esiti di tali procedure (si badi bene, solo alcuni: ci sono infatti esiti calcolabili e calcolati, privi di manifestazione). Sono quanto ne viene prodotto.
È ovvio che le parole per sé attirino l'attenzione di chi, restando sulla superficie, si ferma al prodotto e non solo non bada al modo della produzione, ma spesso non immagina nemmeno che esso esista, attribuendo ai prodotti lo statuto di enti: cose che esistono per se medesime.
Costui o costei ritiene che tutto stia lì, bell'e fatto, eventualmente solo variabile, caso mai, nelle forme di un gigantesco deposito in cui si va a prendere quanto serve, ficcandolo alla bisogna dove serve. 
È a un modello come questo che si ispirano i tentativi ingegneristici, molto fortunati oggi e di certo ancora più fortunati in futuro, di simulare la facoltà linguistica umana nella conformità dei suoi esiti, simulandone in realtà un'apparenza più che bastevole alla meccanica elementare degli scopi pratici e comunicativi che ci si prefigge. Scopi la cui taglia incoraggia a considerare spettacolari, celandone la reale pochezza.
A ben vedere, tali tentativi non si basano in effetti sopra fondamenti diversi da quelli della più vieta, millenaria tradizione filologico-grammaticale. Hanno mezzi classificatori enormemente più efficienti, ma hanno della lingua un'idea non diversa da quella che a un profano può avere fornito la più corriva formazione scolastica: ci sono delle parole e tutto sta nel metterle insieme di modo che a qualcuno paiano appropriate.
Ciò che è meccanizzabile, ciò che si sta meccanizzando, in altre parole, è il tendenziale o già realizzato conformismo di una sterminata gamma di pratiche comunicative e non la facoltà linguistica umana. 
Ma già altre volte, nella storia della civiltà in cui questo minuscolo diario cerca con modestia di prosperare, si sono imboccate strade che, invece di condurre verso una migliore e più ponderata comprensione degli esseri umani, sembrano portare verso usi smodati dei mezzi di cui si dispone, usi indotti da un'inconsapevole e irresponsabile volontà di potenza e di dominio. 
  

17 giugno 2023

Linguistica candida (65): Pretesti della linguistica




Non c'è genere, specie, modo, forma dell'espressione umana che non possa fare da pretesto a una riflessione linguistica, se da pretesto, a bene intendere, le fanno persino le lingue.

31 maggio 2023

Per l'ultima volta, in un'aula universitaria dalla parte della minoranza

Coloro che frequentano questo diario perdoneranno l'anziano Apollonio se, nell'occasione, prova a intrattenerli e a intrattenerle, sempre che lo vogliano, con una nota a suo modo personale. Promette che non la tirerà troppo per le lunghe.
Lo sanno: il suo alter ego bazzica da più di mezzo secolo per le aule universitarie. Da quarantotto anni, lo ha fatto anche e via via soprattutto dalla parte della minoranza.
Così egli definisce, con semplice tratto osservativo, la situazione di chi si dice insegni: modo di esprimersi più corrivo e oltremodo più impegnativo. Gente che abbia qualcosa da insegnare e che sappia farlo ce n'è stata, ce n'è e ce ne sarà sempre poca.
Minoranza vs. maggioranza è invece un semplice criterio di opposizione, realizzato sovente se non di norma come singolare vs. plurale. Ed è testimoniato ed evidente, concreto, tangibile già nel modulo costruttivo e di arredamento degli spazi deputati. 
Ci sono tante seggiole, disposte in più file, da una parte; ce n'è solo una, sovente inutilizzata, o ce ne sono poche, dall'altra, e disposte, caso mai, in una fila unica.
A ciò, prima che a ogni altra speculazione teoretica o morale, un osservatore marziano ancorerebbe un'onesta descrizione dei riti che si svolgono in quegli spazi. E, come si sa, sovente anche il più stupido marziano vede le cose della Terra più acutamente di come le veda il terrestre più sveglio. 
Ebbene, tornando alla vicenda dell'alter ego di Apollonio, il suo primo ingresso in un'aula universitaria nella collocazione di tendenziale singolarità e di certa minoranza appena descritta avvenne l'undici dicembre 1975, nella precaria veste che gli si addiceva. Lo testimonia irrefragabilmente il documento qui esposto. Senza il suo supporto, dichiara l'alter ego, non avrebbe potuto essere così preciso. Ma, disordinato, tiene una sorta di archivio.
In effetti, la memoria si sarebbe limitata a dirgli genericamente l'anno accademico e se è facile, per lui e per Apollonio, immaginare ancora oggi quanto fosse coinvolto dall'impegno quel non ancora ventitreenne e quanto l'incoscienza tipica dell'età l'abbia non paradossalmente soccorso, allora e nel séguito, può assicurare (ed è certo d'essere creduto) che non ci furono cerimonie nell'occasione, com'era ovvio. Niente ballo del debuttante, insomma.
L'undici dicembre 1975, entrò in aula, fece il suo lavoro e passati i quarantacinque minuti (questo era l'uso) andò via, salutando il centinaio di quasi coetanei e coetanee che se lo erano trovato davanti e che ebbero così ad assistere a ciò che per lui (solo per lui) fu un evento.
Non è successo nulla di diverso oggi, trentuno maggio 2023. L'alter ego di Apollonio è entrato in un'aula universitaria dalla parte della minoranza: per l'ultima volta. Niente cerimonie. Apollonio, solo estraneo, per dire così, presente al rito, c'era e può testimoniarlo: due dozzine di ventenni, da una parte, lui, dall'altra.
Del resto, ad assicurare all'alter ego, tempo fa e a Zurigo, prima un'entrata in scena comme il faut e, dopo venti anni di servizio, un'uscita appunto scenografica e che resterà per sempre cara al cuore fu il suo sincero datore di lavoro elvetico; una gloriosa istituzione cui nulla egli può rimproverare; tanto meno di mancare di garbo e dei correlati modi nei confronti di chi le reca il suo contributo (che nel suo caso specifico non si ardisce pensare sia stato recato ad aumentare quella gloria, piuttosto a non portarvi eccessivo nocumento).
La bella festa fu, ora lo si può dire, una tappa di avvicinamento al traguardo odierno, perché per l'autentica e definitiva ultima volta l'alter ego di Apollonio è entrato in aula dalla parte della minoranza oggi e a Palermo; lì dove, testimonia il documento, l'aveva fatto per la prima volta quasi quarantotto anni or sono. 
Come per quel suo lontano debutto oggi è arrivato, ha fatto il suo lavoro e, passato il tempo dovuto, è andato via, salutando la ventina di nipoti ideali che se lo sono trovato davanti e hanno assistito in tal modo a ciò che per lui è stato l'evento cui Apollonio consacra questo frustolo.
Lo fa, si badi bene, per dire come per il suo alter ego si sia trattato di un addio a un mirabile arcano. Ancora oggi, trentuno maggio 2023, l'ormai prossimo settantunenne, nella sua condizione di minoranza, si è sentito infatti quasi coetaneo della maggioranza presente in aula, composta di ventenni. 
Come s'è narrato, era stata la medesima cosa la prima volta e allora con buona ragione. Ma così non ha mai smesso di essere nelle centinaia e centinaia di volte comparabili, per quasi cinque decenni e, lo si comprenderà, sempre più miracolosamente. 
Fino a oggi, trentuno maggio 2023. Perché oggi l'incantamento che prese l'alter ego di Apollonio l'undici dicembre 1975 di botto è svanito. E con esso i suoi venti anni.

6 maggio 2023

Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (4): Guardoni ed esibizionisti

Nel Moderno, il numero degli esibizionisti era ancora minore, molto minore di quello dei guardoni: a chi capitava di esibirsi, non mancavano certamente i guardoni e poteva trarne un gusto che, dandosi casi diversi, poteva essere ripugnante o una ripugnanza che poteva essere gustosa. 
L'Ultra-Moderno è tale anche perché ha rovesciato il rapporto in questione: per quanto i guardoni possono essere aumentati di numero e certamente lo sono, il numero degli esibizionisti è cresciuto oltre ogni limite, anche per via del crollo del pudore, tra le antiche virtù ormai la meno praticata. 
Nella temperie ultra-moderna, per un solo guardone, fosse anche uno di quelli che a coltivare la propria inclinazione mettono il massimo impegno, ormai ci sono frotte di esibizionisti. Costoro sono perciò sovente frustrati e insoddisfatti: "Mi esibisco, ma per chi, se nessuno mi guarda?"
Frustrati a tal punto, gli esibizionisti, da essere singolarmente ridotti, con bizzarro corto circuito, a fare i guardoni di se stessi, per un universale trionfo di un ancora più perverso narcisismo.
 
[Il generale maschile di questo frustolo è naturalmente solo convenzionale e, malgrado oggi si parli tanto di corpo, l'esibizionismo cui ci si riferisce, come d'altra parte il correlato voyeurismo, non ha la materia corporale come oggetto necessario e forse nemmeno come principale.]

10 aprile 2023

Palermo

"La strada adesso era in leggera discesa e si vedeva Palermo vicina completamente al buio. Le sue case basse e serrate erano oppresse dalla smisurata mole dei conventi; di questi ve ne erano diecine, tutti immani, spesso associati in gruppi di due o tre, conventi di uomini e di donne, conventi ricchi e conventi poveri, conventi nobili e conventi plebei, conventi di Gesuiti, di Benedettini, di Francescani, di Cappuccini, di Carmelitani, di Liguorini, di Agostiniani... Smunte cupole dalle curve incerte simili a seni svuotati di latte si alzavano ancora più in alto, ma erano essi, i conventi a conferire alla città la cupezza sua e il suo carattere, il suo decoro e insieme il senso di morte che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere. A quell'ora, poi, a notte quasi fatta, essi erano i despoti del panorama [...]. 
Il coupé appesantito andò più lento, contornò villa Ranchibile, oltrepassò Terrerosse e gli orti di Villafranca, entrò in città per Porta Maqueda. Al caffè Romeres ai Quattro Canti di Campagna gli ufficiali dei reparti di guardia scherzavano e sorbivano granite enormi. Ma fu il solo segno di vita della città: le strade erano deserte, risonanti solo del passo cadenzato delle ronde che andavano passando con le bandoliere bianche incrociate sul petto. Ai lati il basso continuo dei conventi, la Badia del Monte, le Stimmate, i Crociferi, i Teatini, pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla":
 
 
La letteratura rimane testimonianza autentica dei luoghi, delle genti, delle cose. E dietro le sconce apparenze, grazie forse soltanto alla letteratura, una verità si può solo immaginarla: severo paradosso.
Per sapere di Palermo, restare in poltrona a leggere Il Gattopardo vale ben più di una visita. Anzi, la visita è sconsigliabile a chi non vuole fare la comparsa nella volgare messa in scena di sconce apparenze, oggi corrente.

 

6 aprile 2023

Linguistica da strapazzo (51): "Mi porta una birra?"

In un abito démodé, seduto a un tavolino del dehors (dehor, nello scritto, ormai per molti e senza scandalo), "Mi porta una birra?" lancia da lontano l'antiquato avventore al cameriere. E questi, di rimando e senza avvicinarsi, sciorina "Vuole una ***, una ***, una ***, una *** o una ***?". Invece di rispondere, dando effetto alla "comanda", ecco l'anziano già perso nel ricordo contrastivo di espressioni del tempo della sua gioventù. 
Ora è più di mezzo secolo: la bevanda in questione era oggetto di un consumo alimentare probabilmente ancora minoritario, nel Bel paese. Né a chi la consumava passava allora per la testa di designarla, quando era il caso, se non con un nome comune o, forse meglio, non-proprio: birra. Anche con articolo indeterminativo (che, mai scordarlo, è un numerale): quindi una birra, per via del banale tropo implicitamente metonimico che rende combinabile con la categoria grammaticale del numero un cosiddetto mass noun
Rientrando nel locale, privo del dato che avrebbe reso perfetta e pertinente la richiesta, "Tre caffé e tre acque frizzanti" grida di conseguenza il cameriere al ragazzo dietro il banco. Quel tipo sarà servito quando saprà e dirà cosa precisamente vuole, proferendo il nome di una marca.
Altri tempi, sotto molteplici aspetti, quelli in cui "Mi porta una birra?" era una bastevole ovvietà. A farle guerra e a sommuovere un'area commerciale e comunicativa che, fin lì, era stata dormiente fu una campagna pubblicitaria fortunatissima. 
Il suo pay off divenne un tormentone: "Chiamami Peroni, sarò la tua birra". La campagna contava sul contributo di un'appariscente testimonial, non a caso esageratamente bionda e, per stereotipo, dai palesi tratti germanici (le rosse, le brune erano ancora lontane dall'orizzonte comune). 
Ammiccando, dalle labbra della ragazzona sortiva, con l'imperativa richiesta di appello per nome proprio, la dichiarazione di correlata, futura disponibilità: insomma, se non l'attesa di una proposta di matrimonio, almeno quella di una relazione tanto stabile da comportare conoscenza e uso di un nome proprio. Anche se sempre venale, si badi bene, come relazione. Ma c'è commercio che non lo sia? Allusivamente, come poteva esserlo quello che viene detto, per luogo comune, il più antico del mondo. Altri tempi. Poco politicamente corretti e, ciò che è più grave, senza saperlo: lo si era annunciato.
Dare però un nome proprio a qualcosa che un nome ce l'ha già, ma non-proprio (o comune, come si dice tradizionalmente), è impulso umano incoercibile, a determinate condizioni. Altrimenti perché, appena alla luce, anzi, ancor prima di nascere, un bimbo diventerebbe Pietro o Leonardo e una bimba Giulia o Sofia?
Il commercio amplifica a dismisura tale impulso, in tutte le sue faccette e per i suoi trasparenti scopi. Ingigantisce così a dismisura anche il saprofitico numero di esperti, di saggi, di scuole sul branding: non la minore delle sue comiche conseguenze.
Nella sfera dell'alimentazione, per esempio (ma sulla scorta di molte altre), ormai non c'è prodotto la cui menzione non sia investita da un processo di valorizzazione metalinguistica: funzionalmente, questo è quanto la tradizione grammaticale pone sotto l'etichetta di nome proprio (né si può dire che l'etichetta, presa come sempre alla lettera, non abbia provocato e non provochi tra i dotti interminabili discussioni, com'è tipico delle questioni di lana caprina, per dirla con Galilei).
Insomma, mela? Arancia? Patata? Cipolla? Banana? Giammai. Integri ciascuno i nomi propri correlati: Apollonio non vuole che questo suo frustolo sia sospettato di fare pubblicità occulta, fuori dell'esempio stagionato che, come pretesto, gli ha procurato l'avvio.
E Corbezzolo di Roccacannuccia, pardon... Pistacchio di Bronte è un campione del moltiplicarsi o piuttosto della vera e propria inflazione delle denominazioni che si vogliono protette: protette come nomi. Tutti, nelle loro molteplici forme, rappresentano ormai caricaturalmente il fall out dell'esplosione di una (interessata) libido nominandi
Per ciò che vale (spesso, fuori della metalingua, nulla), un nome proprio costa e si paga. Sono le pratiche del commercio, non c'è bisogno di ribardirlo. Ma come non vedere, antropologicamente, in una libido siffatta la reazione morbosa e parossistica alla ferita che, in una temperie in cui non c'è cosa e non c'è prassi che non sia di massa, procura il sentimento morale di un crudo e universale anonimato?
"E la mia birra?" "Se non mi dice quale..." "Una birra, le ho detto, che mi disseti. Del nome poco mi cale."

31 marzo 2023

Nomi propri e "Zeitgeist"

A contare o ad avere contato una Aurora tra le proprie nonne, non sono oggi in molti e in molte. E qualunque sia il loro numero, sarà certamente inferiore di quello di coloro che hanno una Aurora come nipote. 
Aurora, con Giulia e Sofia, è tra i nomi prediletti da genitori e genitrici per le loro (peraltro ormai scarse) bambine e, trattandosi di un nome ancora apertamente parlante (a differenza degli altri di successo), ci sarebbe da chiedersi come mai. 
In effetti, questo presente non pare tempo di aurore. È tempo di (spesso inconsapevoli) contraddizioni però e forse le tante Aurore sono appunto tali per antifrasi. Sono le Aurore dell'occaso. 
Or sono pochi anni, ossimoro divenne parola di un'atteggiata moda espressiva che, come tutte le mode, è presto tramontata. Ciò non significa che di contraddizioni il tempo non abbia continuato ad abbondare.
Tra i due gruppi menzionati in apertura, Apollonio si iscrive nel primo: una sua nonna faceva Aurora. E Apollonio ha ricordi tenerissimi della fragile e minuta vecchina che frequentò intensamente dalla nascita fino all'adolescenza. 
Gliela portò via un'influenza (la "Spaziale", altrimenti detta "Hong Kong"). E avvenne traslocando da un luogo all'altro della Sicilia. Così che, da morta, Aurora A., maritata S., ha finito per stabilirsi, e sono ormai undici lustri, nel camposanto di una cittadina in cui, da viva, abitò solo per diciotto giorni e senza mai lasciare il letto. 
A chi ha percorso e percorre il viale di quel cimitero, scorrendo le epigrafi, come capita, la scarna lapide, sin da quando fu posta, non avrà mai detto nulla. Un nome e due date. Uno otto otto sei, uno nove sei otto vi si trova inciso, quanto agli anni.
Cinque anni prima di quel 1886, l'undici gennaio 1881, alla Scala, c'era stata la prima del "Ballo Excelsior":
 
 
Loquace testimonianza di qual fosse lo spirito di quel tempo. 
Il Secolo stupido, giunto al suo ultimo quinto, si celebrava come compiuta realizzazione dell'avvento inarrestabile di sorti sempre più magnifiche e sempre più progressive. Non c'era contrada che non ne fosse investita e in cui la relativa luce non fosse nell'atto di sorgere. In cui il tempo non apparisse come un'aurora.
Anche nella Terranova di pescatori e coltivatori di cotone affacciata sul Canale di Sicilia, dove la luce, abbagliante, non era mai mancata, a dire il vero: ma quella semplice del sole. Persino a Terranova parve dunque appropriato ai sensibili parenti chiamare Aurora una bimba, venuta per giunta alla luce nel giorno del Natale di Roma. Si aggiungeva, ultimogenita, a una nidiata con la quale si era già probabilmente assolto all'esigenza della trasmissione dei nomi di famiglia.
Terranova? Sì, Terranova di Sicilia. Parecchi decenni dopo, nel 1927, la vanagloria di un regime bramoso di antiche nobiltà onomastiche l'avrebbe ribattezzata con un nome ripescato dalla sua storia più antica. Un nome ragionevolmente mai proferito come si decise suonasse e come suona ancora adesso: Gela. 
Così che Aurora aveva fatto in tempo a diventare madre ancora a Terranova. Madre anche di un Enea la cui ancora fresca assenza, quando Apollonio la conobbe, la tormentava crudamente, anche per la vana, continua, irragionevole speranza che tale assenza cessasse: per via di un miracolo. 
La luce dei tempi radiosi profetizzati negli anni della nascita dell'Aurora da cui discende Apollonio non aveva infatti impedito, anzi c'era il dubbio avesse attivamente preparato prima le carneficine della Grande guerra, quindi nemmeno dopo un trentennio, l'impenetrabile oscurità in cui l'Enea da lei nato si sarebbe definitivamente disperso. 
Chi aveva voluto che di Terranova si facesse Gela aveva mandato infatti l'Enea di Aurora a combattere verso un gelido Oriente, da cui, ultimo segno di vita, giunse una cartolina. Poi più nulla.
 

 
 

12 marzo 2023

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (34): In lotta con il tempo

 
C'è chi polemizza col proprio tempo gloriandosi d'essere in ritardo e chi illudendosi d'essere in anticipo: attitudini ambedue vane e volgari. Il tempo, proteiforme, accetta sfide solo da chi è tanto idiota da chiamarsene fuori.

3 marzo 2023

Italiano al crepuscolo

È ormai prossima al mezzo secolo l'età media di coloro che, popolando lo Stivale e le Isole, si esprimono e comunicano in italiano. 
Stivale e Isole contribuiscono in modo preponderante all'insieme della nazione linguistica italiana. E d'altra parte non c'è area geografica senza progressivo invecchiamento della popolazione e con crescita demografica significativa che abbia l'italiano come lingua corrente. 
Nascono sempre meno esseri umani che dalla balia odono "il volgare del sì" e che, crescendo, l'avranno come lingua nativa. E la grande e crescente maggioranza di coloro che l'hanno ricevuto e l'hanno ancora come tale è più vicina alla fine che all'inizio della propria vita.
Fuori d'ogni aspetto speculativo, pare ad Apollonio che ciò basti a qualificare l'italiano come una lingua già avviata a un'agonia (quanto lunga, chi lo sa?) e a dare una tinta crepuscolare a ogni sua epifania: naturalmente anche alla presente. 
Ciò non esime dall'impegno a provare a procurare al crepuscolo dell'italiano qualche bagliore significativo. In ogni campo in cui valga la pena darlo, come testimonianza.
Fuori di un presente intrinsecamente effimero, non tutto si fa perché abbia un futuro. E chi ha un grande passato, come è appunto il caso della nazione linguistica italiana, ha un debito da onorare con tale passato. Anche, anzi soprattutto nel momento in cui si fa consapevole del fatto che ciò che fa è già passato e non ha futuro.

21 febbraio 2023

Linguistica da strapazzo (50): "Non siamo più intelligenti degli animali"

 

Apollonio è lungi dal dichiararsi in disaccordo, per quanto personalmente lo riguarda, e sa bene che "mal comune è mezzo gaudio". Vorrebbe tuttavia segnalare che in casi del genere, al posto della quarta persona grammaticale con valore inclusivo, potrebbe suonare più appropriato l'uso di un'onesta prima singolare.
 

11 febbraio 2023

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (33): Parole e numeri


 

Si sa da sempre che, con le parole, capita si apra la strada a sciocchezze e imposture. Ma è ormai più che chiaro che i numeri, crescendo senza limiti, consentono oggi di fare altrettanto e forse meglio. Di spararle, insomma, sempre più grosse. Ciò ne spiega il successo in ogni sorta di chiacchiera e soprattutto in quella che correntemente si spaccia per scienza della parola.

5 febbraio 2023

Reliquie (ultra-)moderne

Da qualche tempo, ci si faccia caso, tra morti freschi (di cui certamente dispiace) e morti stagionati (e qui il dispiacere si stempra), non c'è anno, mese, settimana, giorno che non faccia da occasione per una commemorazione. Spesso per più d'una. 
Così, pescando a casaccio fra i trapassati letterati e limitandosi alle ricorrenze annuali, nel 2021, tra gli altri, fu la volta dei duecento anni dalla nascita di Gustave Flaubert, dei settecento anni dalla morte di Dante e dei cento dalla nascita di Leonardo Sciascia. Nel 2022, cento anni dalla morte di Giovanni Verga e dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio e Jack Kerouac. L'anno cominciato da poco, cento cinquanta anni dalla morte di Alessandro Manzoni, cinquanta da quella di Carlo Emilio Gadda, cento dalla nascita di Italo Calvino. 
La cultura (come definirla altrimenti?) ultra-moderna o, se si preferisce e senza giudizio morale, la cultura della modernità per eccesso di maturazione marcita o putrefatta ha un pantheon pesantemente sovraffollato. Tale è del resto ogni altro istituto materiale e morale della temperie: di tutto, troppo. 
Aggravano l'impressione di un parossismo l'inclinazione sentimentale all'enfasi e alla spropositata celebrazione e, in correlazione, l'ideologia bottegaia che, con l'eterna scusa dell'elevazione morale, spinge a montare fiere e festeggiamenti di santi patroni e di sante patrone. 
Ammantandosi delle migliori intenzioni, chi ne cura l'organizzazione spera che, andando a spasso tra le bancarelle, sfaccendati e sfaccendate si lascino andare all'acquisto della paccottiglia prodotta ed esposta per l'occasione.
Si è sicuri, per esempio, che grufolare nella corrispondenza privata, si ponga, del povero Italo Calvino (come si è già fatto e pare si continuerà a fare), alimentando così gazzette culturali e simili, sia comportamento molto differente dal profanare tombe di presunte vergini e supposti martiri, traendone molari, malleoli e occipiti da esporre nelle teche degli altari? Fatta la tara di pur molto diverse scale temporali, non potrebbe trattarsi in ambedue i casi di commercio di reliquie?
Di reliquie, non c'è epoca che non abbia le sue e sono comici o malandrini coloro che pensano simili pratiche tipiche del passato: la natura morale o, se si preferisce, la morale naturale degli esseri umani non passa. Passano, questo sì e rapidamente, oggi rapidissimamente, i fenomeni attraverso i quali essa si fa palese. 

23 gennaio 2023

Linguistica candida (64): Noia sincronica e spasso diacronico

La noiosa osservazione dell’uniformità e del conformismo sincronici (postura, interlocuzione e così via) è temperata dallo spasso che procura, prospetticamente, la consapevolezza diacronica. 
Le brache a vita bassa e le giacche che non coprono il deretano cominciano a fare la stessa impressione che fanno da tempo zazzere, basettoni e pantaloni a zampa d’elefante. 
Di postura, di interlocuzione, insomma, ci si stancherà, prima o poi. Chi lo sa è già oltre quel momento. E sorride fin da adesso di postura, di interlocuzione e di chi ne fa un uso atteggiato e buffonesco.