15 agosto 2021

Bolle d'alea (31): Ennio Flaiano

"Crediamo di avere un nome, ce lo ripetiamo e lo scriviamo dappertutto, ma la società ci ammonisce. Non il nostro nome le interessa, ma la nostra funzione e, in senso burocratico, la nostra posizione. Cosicché, volta a volta, noi siamo astanti, iscritti, sottoscritti, presenti, passanti, contribuenti, utenti, usufruttuari, richiamati, abbonati, associati, ricorrenti, fedeli, credenti. Siamo destinatari, mittenti, depositari, conducenti, correntisti, coniugi, parenti, acquirenti. Siamo in carica, in ausiliaria, in aspettative, in ferie, fuori posto. Brilliamo dunque sempre sotto aspetti diversi ma per motivi precisi, mai per quello che crediamo di essere in sostanza. E quando lo crediamo, eccoci allora imputati."
(Ennio Flaiano in uno scritto per Il Mondo del 23 aprile 1957, ora incluso in La solitudine del satiro, raccolta pubblicata a più riprese e la prima volta in Opere. Scritti postumi, a cura di Maria Corti e Anna Longoni, Bompiani, Milano 1988)

[Un Flaiano che pare avere letto - se fosse possibile - Edward Sapir più che Luigi Pirandello e che nota con il suo tratto satirico un fenomeno del massimo rilievo nella vita della lingua, in quella socialmente più esposta ma non solo in essa. 
A margine, una nota di anacronistica e forse transeunte attualità. Alla luce di una proposta grammaticale e ortografica che riguarda la correlazione tra numero e genere grammaticali, proposta che oggi è di tendenza e che aspira senza infingimenti a divenire norma, ecco il medesimo passaggio in una veste accuratamente neo-normalizzata:

"Crediamo di avere un nome, ce lo ripetiamo e lo scriviamo dappertutto, ma la società ci ammonisce. Non il nostro nome le interessa, ma la nostra funzione e, in senso burocratico, la nostra posizione. Cosicché, volta a volta, noi siamo astanti, iscrittə, sottoscrittə, presenti, passanti, contribuenti, utenti, usufruttuariə, richiamatə, abbonatə, associatə, ricorrenti, fedeli, credenti. Siamo destinatariə, mittenti, depositariə, conducenti, correntistə, coniugi, parenti, acquirenti. Siamo in carica, in ausiliaria, in aspettative, in ferie, fuori posto. Brilliamo dunque sempre sotto aspetti diversi ma per motivi precisi, mai per quello che crediamo di essere in sostanza. E quando lo crediamo, eccoci allora imputatə."]

12 agosto 2021

Cronache dal demo di Colono (68): Armi di distrazione di massa


Che un posto così, con le costruzioni (e che costruzioni!) a incombere sopra una derelitta striscia di sabbia, sia potuto divenire, come è divenuto, un luogo meritevole di visite ammirate da parte di frotte di italiani e di italiane (e di qualche forestiere) dice, come significativo dettaglio, di uno sviluppo dello statuto morale della nazione, nell'ultimo quarto di secolo. E lo fa molto meglio di un saggio di storia della cultura o di sociologia. 
Per metonimia, dice forse anche della qualità dei fenomeni di cultura di massa che hanno innescato, fomentato, ingigantito tale ammirazione. Sullo schermo e sulla carta, si è trattato di ben congegnate e redditizie affabulazioni capaci di suggestionare e di obnubilare viste e coscienze, anche quanto alla loro medesima stoffa.
Ne è stata impedita la percezione di un degrado che salta brutalmente agli occhi, se ci si estranea un momento e si riconquista la pulizia dello sguardo: ecco infatti uno scorcio di un povero angolo siciliano, come innumerevoli altri, violentato.
Armi di distrazione di massa, insomma, chissà se, ab ovo usque ad mala, solo parassiticamente cresciute su quel degrado o sue attive complici: in ogni caso, di esso ben consapevoli. Non resta che attendere in proposito il chiarimento e il giudizio del tempo.
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A frustolo pubblicato, un cortese lettore rimprovera benevolmente ad Apollonio la vaghezza del riferimento geografico e l'oscurità di quelli conseguenti. L'immagine che segue basterà forse a precisare l'uno e illuminare gli altri:



7 agosto 2021

A frusto a frusto (132)



Viene un momento in cui si hanno già i propri irrimediabili errori sui quali incrudelire, per occuparsi, se non con un ironico sorriso, degli altrui.

4 agosto 2021

Linguistica da strapazzo (47): "Al guinzaglio"

"Lo tengo sempre al guinzaglio", proferisce una persona durante una conversazione salottiera. Apollonio è come al solito perso dietro le sue fantasie e fa quasi per chiederle: "Chi?". Si trattiene, ma non dalla speculazione nel suo foro interiore.
Per celia o sul serio, una domanda siffatta, riflette, allungherebbe sul significato letterale l'ombra del figurato. D'improvviso, il guinzaglio smetterebbe di essere un guinzaglio e diventerebbe qualcosa cui guinzaglio può fare da metafora. 
A scatenare il corto circuito e il passaggio dal proprio al metaforico, nell'interazione comunicativa, sarebbe il pronome interrogativo chi. Con esso, di norma si chiede di esseri umani. E se un essere umano tenuto letteralmente al guinzaglio è certo immaginabile ma resta una singolare bizzarria, di esseri umani tenuti a metaforici guinzagli ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno sempre a iosa. Ovvio che il tropo prevalga.
Niente di tutto questo succederebbe invece con "Lo tengo sempre per mano". La domanda "Chi?" sarebbe  difficilmente presa per un'uscita scherzosa o provocatoria. E, letterale o figurata che fosse la mano, tutto resterebbe perfettamente coerente con quanto il pronome interrogativo chi impone di dire a chi lo proferisce. Per mano è roba umana, al guinzaglio no è la conclusione: lapalissiana.
Nel dettaglio, pare tuttavia ad Apollonio ci sia un briciolo di una nota osservazione di Roman Jakobson. Se ne scriveva qui un anno fa e non vi si ritorna, se non per coglierne un aspetto che si fa spassoso, considerata una deriva in atto nella società, non solo in quella italiana, beninteso.
A uno spropositato numero di persone è infatti venuto l'uzzolo di accompagnarsi con un cane, talvolta con più d'uno. Nei loro usi linguistici quotidiani, tali persone, con il cane o con i cani, si dicono per tropo imparentate. Non ci sarà lettore di questo frustolo che non possa testimoniare in proposito: di un cane, ci sono frotte di "papà", di "mamme", di "fratelli(ni)" e "sorell(in)e". Nella lista, non è presente la relazione filiale, ma solo de dicto e non de re. Come si sa, "di un cane", "figli" e "figlie" ce ne sono in abbondanza e nemmeno al guinzaglio, nella cruda realtà.
La quantità dei cinofili e delle cinofile è così grande da consentire a un osservatore spassionato di affermare, senza timore d'esagerazione o di smentita, che si tratta di un andazzo. E non ci vogliono sottili ermeneuti per intendere cosa esso riveli e a cosa esso si correli. Basta del resto andare in giro per paesi e città per rendersi conto che la libido procurata dal tenere qualcosa al guinzaglio oggi prevale di gran lunga su quella di tenere qualcuno per mano
Ma ecco appunto: qualcosa vs. qualcunoTenere qualcosa per mano si direbbe solo per estremo spregio di un essere umano. Tenere qualcuno al guinzaglio non si dice ancora e chissà quando si dirà, se mai si dirà, di un cane. Imponendo le sue differenze, la lingua è rigorosa.