13 giugno 2022

Intolleranze (13): "Pescato"

Heringsschwarm
Apollonio non ha in gran pregio la ristorazione pubblica. Forse l'ha affatto in uggia, fuori naturalmente del caso in cui essa si presenta come modesta e benemerita resa di un servizio a chi viaggia e, in genere, a chi non può disporre per qualche ragione di una cucina privata. 
Mangiare è rito il cui ufficio, come quello d'ogni altro rito (ivi inclusa la preghiera), soffre naturalmente della solitudine, ma privatezza non è in contrasto con pluralità e ci sono anzi riti alla cui buona riuscita privatezza e (contenuta) pluralità di partecipi sono indispensabili: ridondante specificare quali. Intorno alla ristorazione pubblica, è poi cresciuto da parecchi anni un discorso tanto sbardellato da non celare, nemmeno al più sprovveduto allocco, che di mistificazione si tratta. E ciò non ha certo attenuato le riserve di Apollonio.
Nominalizzazione di un participio perfetto, (il) pescato è divenuta parola tipica del discorso gastronomico, ai vari livelli in cui esso viene proposto: dai menù ai saggi di ermeneutica. Quanto a riferimento, include comodamente tutto quanto, provenendo dal mare, fa da materia prima dell'alimentazione. 
La storia di pescato come sostantivo pare tuttavia abbastanza recente: c'è ragione di credere che sia apparso nella seconda metà del secolo scorso; più precisamente in quegli anni Sessanta in cui vedette sensibili al mutamento linguistico segnalarono con prontezza una fase critica (e a loro dire poco commendevole, anche se ineluttabile) dello sviluppo della lingua nazionale. 
Il modello è ovviamente antico: (il) raccolto, (il) prodotto. Ma (e qui non si può che riconoscere il fiuto di quelle vedette) ha in effetti trovato modo di proliferare in un registro burocratico-economico-commerciale, cui generalizzazioni e astrazioni del genere fanno ovviamente gran comodo: (il) fatturato, (il) ricavato, (il) venduto, (l')invenduto, (l')immagazzinato, (l')inesitato, (il) ceduto, (l')acquisito e così via. Come al solito, in questione non è la plausibilità del tipo nella lingua di specialità. Rivelatore è invece il suo tracimarne e il suo inquinante sversarsi, per dirla con un neologismo, in un diverso bacino.
Ecco appunto: ogni volta che, nel contesto della ristorazione pubblica e nel discorso che la concerne, Apollonio ode o legge (il) pescato percepisce il tanfo di una contaminazione. Non un buon viatico per accostarsi con i giusti sentimenti al piatto che si pretenderebbe di mettere per lui sulla tavola.

4 giugno 2022

Linguistica da strapazzo (49): "non fare pipì ai cani", come dato

L'opera poetica del gruppo musicale milanese Elio e le storie tese testimonia una vena compositiva d'ironia facile e stucchevole. Forse per tale ragione e in virtù della collocazione geo- e sociolinguistica dei suoi componenti, essa è sensibile alle dinamiche espressive e comunicative di tendenza e in via di popolarizzazione. Ha già quasi dieci anni un loro  "ma poi scendi a pisciare i miei cani", interessante attestazione, per dire così, letteraria di un non tradizionale costrutto di pisciare sintatticamente transitivo e semanticamente causativo.
Tanto negli usi propri, quanto nei figurati, pisciare era sì presente in costrutti transitivi (e lo si trova attestato perlomeno sin dal Trecento), ma sempre con il soggetto come 'pisciatore', che è appunto quanto vale il soggetto nell'uso intransitivo. Chi pisciava, capitava pisciasse sangue o "un'autobiografia mirabolante" come qualificazioni dell'oggetto interno del predicato, o capitava pisciasse il letto o le braghe, come oggetti intrisi dal getto. Non è né l'uno né l'altro il caso di i miei cani dell'attestazione. Sintatticamente (e, è sempre il caso di ribadirlo a profani e chierici, la sintassi ha ragioni che la semantica non conosce), in questa costruzione il nesso nominale in questione funge da appropriato e mero oggetto diretto: "I miei cani, li hai pisciati?".
Penetrato dal basso e ripreso, sul principio, in un registro che eventualmente si atteggiava appunto a scherzoso, tale uso ha via via perso la sua connotazione e fuori d'ogni ricerca d'effetto, in un registro informale, capita da un po' di cogliere sulle labbra di parlanti per nulla incompetenti dello standard "Sempronio è giù che piscia il cane". Testimonianza affatto diretta, d'altra parte, del proliferare nei contesti urbani italiani della specie del cinofilo (sarà qui consentito l'uso del maschile come genere non marcato), crescita ormai fuori di ogni controllo, con evidenti casi di degrado di equilibri ambientali cittadini.
A quel punto, il più poteva considerarsi fatto, in funzione dell'immagine a corredo di questo frustolo. Essa circolava qualche tempo fa in un popolare gruppo pubblico di una popolarissima rete sociale. L'onda di tale oceano l'ha portata sulla spiaggia della Citera di Apollonio. 
Un buon pretesto per manifestare ancora una volta la futilità di questo diario. Ma sarà necessario? Ridondante è forse anche una precisazione: nel contesto da cui proviene, l'immagine era esposta come testimonianza di un errore. Si inscriveva idealmente in uno specifico filone "social". Ancora fino a qualche tempo fa, tale filone era arricchito con regolarità anche dalle istantanee di graffiti o biglietti irrispettosi di qualche norma grammaticale tratte da pedanti visitatori di pubbliche latrine. Tra costoro si contavano persino reputati accademici, cui deporre il proprio habitus severo ripugnava e forse ancora ripugna anche (o forse soprattutto) nell'esercizio o a contorno delle funzioni corporali. 
Nel caso in questione, le funzioni corporali sono di altra specie, come si vede, e quanto testimoniato dalla foto non è qui considerato in rapporto a una norma; non passa insomma come errore.
Non si nega che quanto si legge si allontani in modo patente da ciò che è ancora consueto. Ma è ottima l'occasione per alludere alla differenza tra normale e normativo, talvolta negletta anche da chi capita pretenda di ispirarsi al Coseriu di un celebre e problematico saggio (a margine: era e resta complicato, anche se può fare comodo, ricondurre Ferdinand de Saussure a categorie aristoteliche; ci tentò il linguista rumeno o, forse più precisamente, moldavo per nascita, italiano per formazione culturale e scientifica, argentino e spagnolo al sorgere della fama e finalmente tedesco nella sua consacrazione). 
La patente devianza di "Non fare pipì ai cani" è quindi chiamata in causa qui per ciò che essa svela o lascia intuire della grammatica normale e non per ciò che essa infrange della grammatica normativa.
E, a volere essere ancora più attenti e analitici, c'è da precisare che, prima di dichiarare tale devianza un dato, va considerata la possibilità che si tratti di mera evenienza della parole. In quanto tale, un accidente filologico, privo di valore linguistico: insomma, una aplografia. In tal senso, Non fare pipì ai cani sarebbe pari pari un Non fare fare pipì ai cani da cui un vero e proprio guasto meccanico ("una svista spiegabilissima") avrebbe espulso un fare. Tutto qui: cioè, per il linguista, nulla.
Che non si tratti di una aplografia è, si badi bene, già un'ipotesi: questo è del resto il permanente statuto dell'operare del linguista, in ciò comparabile con il parlante quando si esprime. Solo dopo che si sia fatta tale ipotesi e la si sia accettata come fondamento dell'argomentazione, si può assegnare a Non fare pipì ai cani il valore di dato linguistico. Lo si ribadisce: valore da verificare in funzione di ciò che è normalmente costruito e potrebbe essergli idealmente sostituito e non di ciò che è normativamente prescritto e dovrebbe comparire al suo posto. Si faccia attenzione alla differenza tra i modali: potrebbe, da un lato, dovrebbe dall'altro.
Sotto il segno di quel potrebbeNon fare fare pipì ai cani e Non fare pipì ai cani si configurano pertanto come varianti formali, con relazioni funzionali diversamente rappresentate nei due casi, l'uno più, l'altro meno analitico. E se il più analitico è ovviamente di scarso interesse, è il meno analitico, con la sua stringatezza formale, paradossale rivelatore di un processo di mutamento in atto nella manifestazione di valori funzionali. Lo si diceva: tutto quanto è in proposito contenuto (e palesato) da Non fare fare pipì ai cani sarebbe infatti presente, per ipotesi, nella variante ridotta, tanto per l'intenzione comunicativa di chi lo ha scritto, quanto per chi, interpretandolo, se ne rivela capace (comunque lo consideri, dalla prospettiva normativa: diversamente, non si avrebbe nemmeno ragione di esibirlo come un errore).
Ecco allora venire in chiaro la proporzione che soggiace alla forma scorciata. Nello standard, c'è una relazione di parafrasi morfosintattica tra pisciare, in un costrutto intransitivo, e fare pipì. "Fra le tue gambe precocemente intirizzite dal lavoro, razzoleranno come pollame i tuoi figlioli piagnucolosi, laceri e sporchi; se li prenderai su un poco, ti piscieranno sopra i calzoni rattoppati", scriveva Aldo Palazzeschi e, con una sfumatura affettuosa forse non adatta al tenore del passo ma quanto al resto dalla perfetta equivalenza, nulla impedirebbe di leggervi un "...faranno pipì...". 
Per analogia, nel nuovo standard, la relazione è stata estesa anche al costrutto transitivo in cui ricorre pisciare, ormai diffuso e testimoniato, come si diceva, ben oltre il testo di Elio e le storie tese che è servito a introdurre il frustolo. Così, divenuto plausibile "Scendo e piscio il cane", altrettanto sta accadendo a "Scendo e faccio pipì al cane", con uno scivolamento funzionale dell'oggetto diretto verso la relazione di oggetto indiretto, lungi dall'essere inatteso, in un processo del genere.
A chi pensasse che la faccenda si risolva a colpi di "giusto" e di "sbagliato", di cosa si deve dire e cosa non si deve dire, di cosa urta o non urta ogni sorta di permalosa sensibilità e giudicasse già questo modesto e sommario frustolo un ammasso di fumosi arzigogoli, Apollonio può solo dire "È la linguistica, bellezza!".