Posti davanti a un prodotto dell'ingegno, molti e molte non si trattengono dal porsi le domande "cosa significa?", "cosa mi / ci dice?". Apollonio si trattiene invece e prova a spiegare perché. Dubita infatti che l'artefice abbia voluto rivolgersi proprio a lui, che a lui abbia voluto mandare un messaggio e che abbia fidato sulla sua capacità di recepirlo e di attribuirgli un senso.
Dubita? Meglio dire che ne è certo. Ci si figuri, si ponga, Ariosto o Melville, ma anche Calvino o Yourcenar prefigurarsi un apollonio qualsiasi come interlocutore della loro espressione... Eppure, con le opere dell'ingegno non è raro, anzi è comune, è quasi la regola che si pretenda di comportarsi con tanta arrogante presunzione: "Ecco cosa ci dice...", ancora peggio "...ci vuole dire...".
Posto davanti a un prodotto dell'ingegno, ad Apollonio sorge invece spontanea la domanda "com'è fatto?". Se la pone senza eccezione, quando, condizione felice, si espone all'esperienza del bello e, talvolta, si lancia nell'osservazione e nell'esperimento, accompagnando il suo alter ego, che in tale gioco trova uno dei suoi spassi principali: "com'è fatto?"
Sarà che Apollonio e alter ego sono rimasti bambini e la loro è un'estetica infantile. Non spregiano significati e messaggi, ma poco ovviamente ne sanno e lasciano alla dottrina di chi ne sa di sviscerarli, confessando tuttavia che tali esposizioni o, meglio, tali commentari di norma li annoiano.
In effetti, le glosse raramente dicono cose che non sono per se stesse evidenti e non sempre le curiosità etiche ed erudite che li infiorettano valgono a riscattarne la banalità teoretica. Chiedersi "com'è fatto?", chiedersi qual è la relazione che, in una espressione umana, rende i significati significati e significanti i significanti capita sveli al contrario ciò che proprio la facile evidenza del senso nasconde. E nella scoperta sta il godimento.
Nella loro crudezza infantile, Apollonio e alter ego ritengono inoltre (o forse soltanto intuiscono) che nell'ingegnosa maniera con cui un'opera umana è fatta e pertanto si esprime stanno precisamente il suo significato e il suo messaggio principali, se non gli unici meritevoli di considerazione. Tutti gli altri, pretendono, sono meramente accessori. Sono gli accidentali pretesti di cui la musa si abbiglia per rendere il suo fascino caso mai più stuzzicante nella contingenza. Sì, proprio la musa: c'è modo migliore di chiamarla?
Nel "come" c'è ciò che fa durare l'opera umana, a loro avviso. C'è il suo autentico perché, se di un perché c'è bisogno (e non è detto). Nel modo con cui fa ciò che fa chi fa lancia la sua sfida contro il nulla.
Un impegno siffatto è esauriente e fa sì che l'artefice sia per qualche momento dimentico del nulla, opponendogli la sua opera. Ma, ci si intenda, ineluttabilmente il nulla ingoierà anzitutto e ben presto lui e, prima o poi, la sua arte: con i suoi esiti, umani, e con gli umani che ne hanno goduto.
[Roman Jakobson moriva quarantaquattro anni fa. Non fu tutto oro ciò che lasciò. La furbizia vi fece qua e là aggio sulla straordinaria intelligenza. Con una vita all'eccesso come la sua, era forse inevitabile. Ma nel suo lascito tutto ancora brilla. À suivre.]

.jpeg)





.jpg)
























