"Mi ero scocciato di fare come esempio di sinonimia «gatto» e «micio», che non funziona bene per la nota questione della 'coloritura' (il valore affettivo del secondo termine). Da ora in poi, «cistifellea» e «colecisti»": questa dichiarazione dal tema linguistico, Apollonio l'incrocia tempo fa, per accidente, in una rete sociale. Chi l'ha prodotta è un filosofo (del linguaggio). La sede di ricorrenza dice naturalmente che non si tratta di qualcosa di cui si possa fare oggetto di una discussione seria. Proprio perciò perfetta a fare da pretesto per una confessione qui, dove la serietà non è di casa.
Apollonio confessa in effetti di invidiare, benevolmente, chi si è espresso in quel modo e di considerarlo felice e fortunato. Come il Tonio manzoniano lo fu dalla peste, senza venirne ucciso, Apollonio fu toccato dalla filologia nel corso della sua formazione. Da allora, ha vissuto il suo rapporto con la lingua, sentimentale e (sempre che lo si possa dire) intellettuale, da filologo a metà. Un'esistenza piena di turbe. Per esempio, a proposito delle due coppie di parole messe in relazione da quella dichiarazione per dire della sinonimia, gli guastano il piacere di goderne e di entusiasmarsene, come forse si dovrebbe, fastidiose arrière-pensées, cautelose remore, complicazioni artificiose.
Quanto a gatto e micio, non si tratta soltanto o precisamente di ciò che lì viene detto "'coloritura'". Tra i filologi a metà del secolo scorso, ci fu infatti chi propose di definire il fenomeno in questione nei termini di una stratificazione di signifié e di signifiant (o di contenuto e espressione: così si espresse, va detto, meno felicemente). Così da spiegare, per esempio, come mai a una morosa accada di appellare felicemente "Micio!" il suo moroso, ma meno felicemente "Gatto!", mentre, rovesciando il rapporto tra i generi, le cose non si presentano in modo tanto netto.
Anche perché, in guisa correlata, nel contrasto tra gatto e micio un mezzo filologo vede in gioco la bizzarra faccenda dell'onomatopea. Questa, dicono, è ostacolo sperimentale e concettuale alla ipotesi dell'arbitrarietà segnica (cioè della funzione che si instaura appunto tra i già menzionati signifiant e signifié). Mentre a lui ne pare invece palese conferma.
Micio si trascina dietro miao, è vero. Ma non si è mai sentito un gatto proferire "miao". Si sono invece uditi proferire "miao" tanti esseri umani, cresciuti a pane e italiano, per rappresentare il fiato fonico che esce dalla bocca del gatto, traendone una pertinenza fonologica, all'espressione del felino proprio estranea. Chi proferisce miao non proferisce infatti Liao né Biao né Diao e bisogna soprattutto guardarsi dal pensare che, fuori della rima e della grafia, il suo miao possa essere messo in proposito a confronto con ciao, che di pezzi funzionali ne conta solo tre.
Per concettualizzare acusticamente il verso del gatto, gente cresciuta a pane e altra lingua fa d'altra parte quasi lo stesso o fa diversamente. Quanto per gente simile corrisponde lessicalmente al micio italiano va tuttavia talvolta molto lontano dall'onomatopea felina. Rimane egualmente in un'area espressiva radicata nella lingua infantile o infantilizzata e, di nuovo, da lì l'esito lessicale passa connotativamente, come stuzzicante eufemismo, nella lingua delle più intime relazioni tra esseri umani, raggiungendo quel rovesciamento dei valori di genere, a proposito di micio e di gatto, cui sopra si alludeva. Bah!
Quando poi, coppia sinonimica per coppia sinonimica, a gatto e micio si accostano cistifellea e colecisti, allo spirito di un mezzo filologo si presenta il fantasma di Giacomo Leopardi. Come negare infatti una buona ragione al pessimismo del poeta e prosatore recanatese (descrizione definita), quando si osserva l'infelice destino che tra i dotti continua ad avere la bella e opportuna distinzione da lui posta tra "parole" e "termini"?
Come le mele e le pere nella metafora dell'operazione aritmetica, per un (leopardiano) filologo a metà, parole e termini sono cose che non si possono mettere insieme grossolanamente: "Le parole [...] non presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più [micio, si direbbe] quando meno [gatto, si direbbe] immagini accessorie. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini [sono termini e non parole cistifellea e colecisti, si direbbe] perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti": così appunto nello Zibaldone.
Che poi, in certi ambienti, anche coltivati, e in certi discorsi, anche sofisticati, si sia usi chiamare termini le parole e parole i termini e, con paradossale pretesa di chiarezza, fare così di tutto un guazzabuglio, a un mezzo filologo dispiace e appunto ne soffre, ma, rassegnato, proprio non può farci nulla. E se qualcuno proclama che, come esempio di coppia sinonimica, cistifellea e colecisti risultano più adeguati di gatto e micio è impossibile che, giudicando costui beato, non pensi che è tale come di solito è uno scopritore dell'acqua calda...
Due termini contro due parole: andando a caccia di coppie sinonimiche, quando mai ci sarà partita in proposito tra termini e parole? Il mezzo filologo non fa di nome Libertino Faussone, ma ha il sospetto che lo stesso si potrebbe dire della coppia di polirematiche (toh! ancora un termine) chiave a stella e chiave poligonale. O, per restare nel piccolo orto di casa, di apocope e troncamento.
Ma ecco evocata così ancora una questione, con la relativa turba, per un filologo a metà. Cistifellea: c'è del greco e del latino, lì dentro. Ma con il greco dottamente passato attraverso una sua resa nel latino della medicina medioevale. E poi un ordinamento, nella composizione dei due elementi, che si è fissato ponendo l'attributo, come predicato, dopo il nome, come argomento. Colecisti: tutto greco, ma dottamente ripescato; con questa combinazione di nome, come predicato anteposto, più nome, come argomento posposto, di certo più arcaizzante. Ma ripescato quando?
Non si chieda di più a un mezzo filologo, per giunta in questa sede. Ma ricorrendo all'aiuto di una canonica opera lessicografica può ancora dire che cistifellea sta già negli scritti di un medico toscano attivo nella prima metà del Settecento e che colecisti ebbe una sua voce e, si pensi, proprio come sinonimo di cistifellea in un celebre vocabolario pubblicato da un editore napoletano alla fine del terzo decennio del diciannovesimo secolo.
Delle vicende di micio e, ancor più, di gatto è invece inutile stare qui a dare anche il minimo conto. Ma certo è bello e suggestivo leggere, in una voce lessicografica del primo: "'Micio': così si chiama da' piccoli bambinelli il gatto, per essere la voce più comoda alla loro pronunzia e perché è accompagnata da un certo suono, al quale quell'animale facilmente risponde". Storie secolari, insomma, che, a ricostruirle passo dopo passo, testo dopo testo, è quasi ovvio che, per esaurimento e per non proclamarsi disperato, con i suoi pochi mezzi e in preda a una sua tipica turba, il mezzo filologo sia quasi tentato di aderire spiritualmente alla bella favola proposta sulla lingua da un Giambattista Vico. Insomma, in un modo o nell'altro, quasi un suicidio intero, per un filologo a metà.
Lo ammettano allora e in conclusione i due lettori di questo diario, se hanno avuto la pazienza di giungere fin qui. Apollonio ha ragione a essere invidioso di quel filosofo del linguaggio, al cui spirito le sinonimie si presentano con fresca e nativa naturalezza. Quanto più felice e fortunato di un misero filologo a metà è chi, di tutto questo ciarpame di una filologia dozzinale, consapevolmente o, ancora meglio, inconsapevolmente, può infatti proclamare: "Ma chi se ne Frege!"
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