3 febbraio 2026

Cronache dal demo di Colono (76): Jakobson a Niscemi, ovvero: "frana", metafora e metonimia


Nei giorni scorsi, una frana è (metaforicamente) franata sopra le cronache, che ne sono state momentaneamente riempite. Ma la frana in questione, spettacolare per il pubblico e drammatica per chi ne subisce un danno, è solo una tra le tante in una terra che, tra rilievi e corsi d'acqua, è letteralmente disposta a franare. A ciò l'hanno destinata caratteristiche fisiche e rapporti tra ambiente e comunità che vi hanno vissuto e vi vivono. 
Dell'Italia fisica, quella frana, una per tutte, può dunque essere considerata una sineddoche. Lo è in effetti anche quanto alla cittadina di Niscemi. Come sineddoche, rientra tra i casi di metonimia. Niscemi frana, la parte; l'Italia fisica, il tutto, frana.
Non c'è bisogno che si dica, tuttavia, che frana e il derivato franare hanno da gran tempo sviluppato un valore connotativo e metaforico: dal fisico al morale, non c'è àmbito in cui un degrado, una rovina non possa essere metaforicamente qualificato come una frana. 
A tale valore attinge naturalmente l'acuta vignetta che pubblica oggi un quotidiano nazionale (e che Apollonio trova in rete). Vi si esprime (si osservi il genere del participio) una figurina che tratti appena abbozzati, ma loquaci, rendono facilmente identificabile. Non è Niscemi, ovviamente. È il tutto in cui Niscemi si trova iscritta. E non strettamente il tutto fisico, ma anche e forse soprattutto il tutto politico. L'Italia, come nazione e, proiettivamente, come stato, o chi la rappresenta è seduta sopra una frana da cui sta per essere travolta. La frana è qui una metafora, ma poggia, come dice l'immagine, collaborando con il testo, sopra la già esposta metonimia. Anzi, la amplifica.
Attenzione però, perché a questo punto a Niscemi (e dintorni) appare lo spettro di Roman Jakobson e viene il bello. La metafora (operando sulla somiglianza) qualifica il simbolismo della poesia, la metonimia (operando sulla contiguità) qualifica il realismo della prosa, sentenziò con provocatoria acutezza il "filologo russo", inventore di strumenti indispensabili per chi vuole fare della linguistica una disciplina autenticamente critica (cioè capace di discernimento). Che una vignetta proceda per metafora è allora ovvio. È un oggetto artistico (e umoristico): sta indubitabilmente sotto il segno della poesia, attività nella quale il Made in Italy si è specializzato da secoli.
Sotto la poesia della metafora, c'è tuttavia, prosastica, la metonimia. Sotto la frana, ci sono le frane. E, considerato appunto il favore che, nella nazione, gode la poesia sulla prosa ("...poeti, santi e navigatori..."), c'è il rischio (o la certezza?) che la frana metaforica frani non solo sopra la frana fisica di Niscemi, metonimica, ma anche sulla totalità delle frane fisiche, finendo, come capita spesso e ancora una volta, per nasconderle.

2 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (62): ...e genuinamente stupida

Robert Musil attribuì varie qualificazioni a Dummheit, 'stupidità', quando ne fece oggetto di una conferenza, tenuta nella Vienna di un tragico 1937. Si servì di aggettivi, con funzione sintattica di attributi, e a essi affidò l'espressione della sua cruciale distinzione in proposito. Ne sortì una distinzione non tra concetti, ma tra "Eigenschaften", che vale 'qualità, caratteristiche', ma anche 'tratti', nel caso giustappunto 'distintivi'. 
Attenzione. Rivolgendo il suo sguardo sulla stupidità, Musil non si propose di differenziarla da ciò che stupidità non è o non sarebbe, comunque lo o la si voglia chiamare. Non definì ciò che sarebbe la sostanza della stupidità contro ciò che sarebbe la sostanza del suo contrario. E non mise di conseguenza un sostantivo contro un sostantivo. 
Da qualche secolo, di fare ciò si sono creduti capaci in tanti (e, a dire il vero, ci si crede capaci tutti e tutte). Ne è prova l'esistenza in proposito di una letteratura (moderna) ampia e celebrata, anche perché, a frequentarla e celebrarla, si dice siano i e le sagaci. C'è sul tema un figurato apologo di Dino Risi, che è definitivo e che ci si asterrà dal ripetere.   
Musil diede al contrario la stupidità come intuitivamente assodata (per gli esseri umani, d'altra parte, lo è come la mortalità) e avanzò l'idea che al suo interno si possa tuttavia distinguere: atto che, com'è noto, è presupposto indispensabile a ogni ipotesi di conoscenza. Una prospettiva siffatta rende il suo coraggioso tentativo un'eccezione, se non un caso unico. 
E dunque a suo modo di vedere, da un lato, c'è una stupidità "ehrliche", 'onesta', "«helle»", 'luminosa', "schlichte", 'semplice', "echte", 'pura' (qui basteranno questi attributi), dall'altro c'è una stupidità paradossalmente "intelligente" (così, graficamente, tanto in tedesco, quanto in italiano) e "höhere", 'superiore' (non sfugga che si tratta di un comparativo) o 'sostenuta', capita di leggere in traduzione.
Non si sta qui a riassumere il pensiero di Musil e a ripetere le fattispecie che egli fornisce dell'una e dell'altra stupidità. Forse questo diario lo ha approssimativamente fatto in altre occasioni: con il presente, i suoi frustoli superano le dodici centinaia e non si pretenderà da Apollonio che tenga memoria di tutti. Chi vuole può d'altra parte documentarsi ricorrendo direttamente alla fonte che è stata più di una volta recata in italiano. 
Qui, come s'è dichiarato in apertura, l'accento è posto sopra il metodo e sul procedere per opposizioni, che ha un correlato sintattico e categoriale (o quanto a parte del discorso): aggettivi con funzione di attributi. Sono qualia, ma non impressionistici né soggettivi. 
Riesce a determinarli in tale guisa la linguistica ed è forse unica a farlo tra le discipline che si occupano degli esseri umani, cioè, come si diceva un tempo, dello spirito. In effetti, della linguistica, genuinamente stupido è, anzitutto e per natura, l'oggetto. Genuinamente stupidi sono i metodi. Genuinamente stupida può persino provare a essere la teoria, quando, con fatica, si riesce a tenerla con i piedi per terra e a non sostenerla fino al livello di stupidità superiore.

29 gennaio 2026

Linguistica da strapazzo (61): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

Il modo con cui recenti sviluppi della tecnologia sono recepiti dall'opinione pubblica e da non poche menti considerate pensose è conforme a uno schema ideologico che si direbbe ancestrale e che la lingua, come sempre succede, rivela a uno sguardo critico, nel momento stesso in cui lo cela all'insipienza e alla malafede. 
In effetti, nulla di più sciocco o di più acuto può essere concepito di quello che può essere ed è detto: questo frustolo, quanto a imbecillità, ne è una dimostrazione.
Ma, davanti alla prima testa fracassata, "Guarda cosa ha fatto la clava..." avrà esclamato (oltre che pensato) colui che si fece forte della relativa tecnologia. E senza andare tanto indietro, con l'obbligo di affidarsi alla fantasia, ecco banalità come "...è stato investito da un'auto" o come "Una bomba ne ha ucciso quaranta". Si vuol dire che non sono rappresentazioni inappuntabili dell'accaduto?
E, fuori del cruento, "L'aereo ci mette solo un'ora", "Questo detersivo li lava alla perfezione",  "Ecco i fori fatti dal trapano" e così via, ad libitum. Un indirizzo espressivo con un grande passato, certo, ma via via diventato sempre più pervasivo e vero (se così si vuol dire) da quando il telaio meccanico divenne il feticcio della nuova religione e la tela di un pensiero conseguente ha cominciato a essere tessuta con sempre maggiore efficacia. A tagliare un bel po' di teste che si ritenne fosse il caso che smettessero di pensare fu una macchina che - c'era ancora un po' di ingenua onestà onomastica - prese il nome di chi appunto la elesse e delegò nel compito: la "guigliottina"...
Ebbene, con l'IA (o AI) si è ulteriormente e, pare, enormemente esteso lo spettro di occasioni descrivibili da una proposizione (vera) in cui, sotto la funzione di soggetto, si nasconde, obliquamente, uno strumento. Meglio, un ordigno. Tanto obliquamente e tanto ben celato che, come si diceva, c'è un sacco di gente che giura, in fede sua, che si tratta di un soggetto con tutti i crismi del caso: EGLI o ELLA, come costringe a dire la lingua di Dante, affetta dal genere (grammaticale). O, meglio, IT, in una lingua in cui si può schivare la spinosa questione, gettandola nell'impersonale che, come si sa, del genere fa bellamente a meno, da buon feticcio. 
Ne sortisce, a ben vedere, una ideologia sempre più perfetta per la confezione di qualsivoglia imbroglio. E hai voglia di dire che si è (finalmente) nel post-umano. Un imbroglio, anche quando è inconsapevole o viene consapevolmente affidato a un ordigno, è esemplarmente umano. Anzi, umano all'eccesso. Troppo umano, da sempre (il sempre umano, ci si intenda appunto). 
"Una testa fracassata? È stata la clava, diamine!"; "Quaranta o quattrocentomila morti? Noi? Quando mai... la bomba!"... A(h)I! A(h)I! Cosa capita già e capiterà sempre più spesso di udire, come normali imbecilli. Tragico, si dirà. No, comico. E proprio perciò molto più grave. I grandi guai, ci si può riflettere anche senza il bastone dell'IA, nascono di norma dal ridicolo.

[Con questo, sono 1200.]

24 gennaio 2026

Lingua loro (57): "Non era mai successo" (e Primo Levi)

Ogni volta che, come commento di un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati, ad Apollonio accade di udire "Non era mai successo" e rischia così di esserne avvelenato, come antidoto gli si presentano allo spirito l'immagine di Primo Levi e la ragionevolezza pratica dei suoi pacati ragionamenti. 
Apollonio ha quindi finito per chiedersi il perché di un'associazione che potrebbe parere bizzarra. E condivide qui con i suoi due lettori ciò che ne ha da tempo strologato interiormente, per darsene una ragione.  A partire dal "mai", che è una faccenda di filologia.
"Mai" apre infatti la strada a qualche interrogazione. E se ciò che 'è successo' (un po' di pazienza, ci si verrà) fosse successo fuori dei tempi le cui vicende sono note a chi si esprime con tale perentorietà?
In "Non era mai successo", qual è in altre parole la precisa portata storico-filologica di quel "mai"? È il "mai" di una memoria singolare o singolarmente collettiva? Una memoria dotata di quali strumenti, che si spinge indietro fino a quale data e che spazia per quali luoghi? Ecco appunto: una questione, come si diceva, di filologia.
Ma si ammetta pure che sia un "mai" con qualche fondamento filologico (che non sarà ovviamente quello di cui si è ingenuamente portati a fargli credito e che sta al di là d'ogni capacità umana). Si ammetta pure, correlativamente, che non sia un "mai" meramente figurato e iperbolico, per dire l'"io non me ne ricordo" acquattato regolarmente dietro il gonfio, collettivo e dilatato 'noi non ce ne ricordiamo". Resta il fatto che quel "mai" sta a definire la portata di una predicazione al cosiddetto trapassato prossimo, corredata da una negazione: "non era... successo". E qui si va oltre la filologia.
Un trapassato prossimo è costruito sopra un punto di riferimento temporale interno al testo, per quanto implicito. Combinato con la negazione, quanto ad aspetto, tale punto di riferimento consiste in un perfetto: è un 'è successo', come si è già detto di passaggio. Nella virtualità effettiva della sua espressione, si tratta di un'affermazione. Insomma, il negativo "Non era mai successo" contiene positivamente un 'è successo'. E sopra ciò vale allora la pena che ci si fermi a riflettere.
Anzitutto, un'ovvietà: se 'è successo', 'poteva succedere'. Un banale modale corrode fino all'osso qualsiasi "mai": c'è perlomeno il caso da considerare. Ma più gravemente di quanto non si creda, perché, in un discorso siffatto, forse vale la pena di uscire dalla vieta logica, cascame aristotelico, del passaggio dalla potenza all'atto, che pare connaturata espressivamente con quel 'poteva'. 
Ciò che è in atto è ciò che si è in grado di percepire come effettivo. E ciò che si suppone sia solo o ancora (indefinitamente) in potenza e non in atto potrebbe in realtà trovarsi solo in uno stato di latenza, in funzione dell'osservatore e del suo punto di vista.
Considerato il ruolo che hanno in proposito osservatore e punto di osservazione, ci sono infatti regolarmente, da un lato, ciò che è patente, dall'altro, ciò che è latente. Capita poi, di tanto in tanto, che il latente si faccia patente, sotto determinate condizioni, per poi tornare latente, quando intervengono condizioni di osservazione meno favorevoli. Ecco che si è appunto giunti alla lezione teoretica e morale di Primo Levi.
"Auschwitz? Non era mai successo!". C'è anzitutto una nota considerazione: se è successo, potrebbe nuovamente succedere, avvertì Primo Levi. Ma il suo ragionamento si presta a essere esteso al passato: in effetti, chi assicura che non sia già successo? Semplicemente, non ci se n'era accorti. Non ci si era fatto caso. E l'Europa del cuore del Novecento, con il suo clima tempestoso, ha soltanto fornito condizioni di osservazione migliori (per dire così), rendendo meno probabile che l'accaduto passasse nel trascurabile (come in effetti sta tornando...).
Ciò che vi accadde, insomma, ragionevolmente era già accaduto, persino molte volte, ma rimanendo in uno stato di latenza, in funzione del punto di vista. Un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati mette in questione non solo il futuro, come invitò a pensare Levi e, si direbbe, elementarmente, ma anche il passato, perché in questione vengono finalmente punto di vista e condizioni di osservazione. Sono l'uno e le altre, eventualmente, a non avere fin lì raggiunto l'appropriato stato di maturazione. Succede di tutto, davanti agli occhi umani, senza che tale tutto divenga per ciò stesso pertinente.
Fuori di ogni parametro banalmente temporale e di conseguenza filologico, "Non era mai successo" è dunque soltanto una cruda ammissione di non essere stati capaci di osservare accuratamente quanto sarebbe stato osservabile, da un opportuno punto di vista. L'ammissione di avere scambiato il patente e limitato con l'osservabile e meno limitato. L'ammissione di essersi fatti cogliere ingenuamente in fallo da un'irruzione, imprevista, di un elemento del campo sterminato di una insipienza a quel punto spesso irreparabile.
Spacciata da giustificazione, a séguito di un evento qualsiasi che si pretende colga impreparati, "non era mai successo" è, conclusivamente, solo un ipocrita tentativo di non confessarsi stupidi e, dandosi il caso, colpevoli.

22 gennaio 2026

Cronache dal demo di Colono (75): "...devasta la costa ionica"

Il mare
, Il ciclone...: aggiungano i due lettori di questo diario il soggetto che preferiscono a quanto dice il titolo, lacunosamente. La cronaca di questi giorni dà ampia possibilità di scelta.
Della costa ionica siciliana, soprattutto della più settentrionale, Apollonio sa qualcosa, per osservazione diretta, da settanta anni. E in settanta anni, quella parte di mondo, si dica da Messina all'antichissima Naxos, visita dopo visita, l'ha vista mutare. Molto. 
L'habitat era diffuso e gli insediamenti umani che la punteggiavano intensamente, ci si riferisce ai marini, si tenevano opportunamente discosti dal mare, fuori di poche eccezioni, per accidente riparate dalla natura. Dunque, lunghe e larghe spiagge e, ben distanti dalla battigia, niente case di abitazione. Modesti rimessaggi, piccoli edifici di servizio, magazzini per il deposito degli attrezzi da pesca o per lo stoccaggio di prodotti agricoli. E muri a protezione di numerosi "giardini". 
Non c'era lungomare che non fosse la spiaggia medesima. Al suo culmine, un modesto e stretto camminamento, in terra-sabbia battuta, permetteva di spostarsi da un luogo all'altro, per imboccare una delle stradine perpendicolari che, dopo un centinaio di metri e talvolta di più, sboccavano sulla strada principale, che correva ovviamente parallela alla costa. La "Consolare Valeria", questo l'odonimo, Apollonio non sa quanto storicamente ragionevole e giustificato.
Lungo tale via e non in faccia al mare, si svolgeva la vita delle piccole cittadine e si trovava la teoria degli edifici principali, pubblici e privati. A monte, qualche parallela, chiusa tra la riva di un torrente e quella di un altro, bastava di norma a contenere le comunità.
Non è più così, naturalmente. Né Apollonio sta qui a lamentare la fine di quello stato. Sa che, legato com'è nella sua mente all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza non può che parergli mirabile, per irreparabile difetto del punto di vista. Se, sine ira et studio, si cerca tuttavia il tratto pertinente del cambiamento, non si fa fatica a individuarlo. Consiste in una sfida al mare.
Sulle spiagge, restringendole severamente, si è ovunque gettato l'asfalto di un lungomare e il lungomare ha fatto da miccia per l'esplosione della correlata speculazione edilizia. Hanno cominciato a guardare il mare da presso e con aria di sfida comunità che un tempo, vivendo spesso in parte di mare e in parte di terra, al mare davano le spalle. Era un segno di rispetto. Il rispetto di chi, conoscendolo, se ne teneva con cautela a distanza di sicurezza. Ma cos'è diventato a un certo punto il mare, per quelle comunità che pure pretendono di viverne, se non una grande piscina per turisti e villeggianti?
Un lampante accecamento della ragione che suppone giochino sulla stessa scala tempi umani e della natura: "In cinquanta anni, mai visto niente di simile!". Come non ridere di sortite del genere? A tale riduzione domestica e bottegaia, prima o poi accade però di essere apertamente smascherata. 
Di tanto in tanto (e adesso, pare, anche con buone ragioni e qualche maggiore frequenza) Poseidone fa Poseidone e Eolo, per incarico di Zeus, fa Eolo, come dicevano miti e credenze ben più ragionevoli delle folli opinioni di chi ha preteso e si è bambinescamente illuso che non esistano. Capita così che i due malnati (e, sulla scala umana, immortali) devastino, come dicono le cronache e le gazzette, i bordi della piscina degli sciocchi mortali. È nella loro incoercibile natura. Quasi sempre e solo, devastano in altre parole le devastazioni già prodotte dall'improntitudine umana. Le materiali, presto ripristinate e, se possibile, rese anche più devastanti. Le morali, come la stupidità che le sostiene, irreparabili. 
Se si avesse solo un po' di sale in zucca, la volgare e rapace improntitudine dei mortali dovrebbe dunque figurare come soggetto del titolo di questo frustolo. A essa e non a Poseidone o a Eolo va infatti fatto carico dei danni che oggi si lamentano in coro con autentica spudoratezza.

20 gennaio 2026

Discente esemplare


Discente esemplare è chi ha la buona educazione di illudere una persona con pretesa di insegnare che non sta perdendo il suo tempo.   

15 gennaio 2026

Eco: dieci (e lode)

Tra poco, saranno passati dieci anni esatti dalla morte di Umberto Eco. E prima che si scateni la bagarre, una minuzia a partire da un paio di minuzie che probabilmente non circoleranno nelle relative celebrazioni. E una considerazione correlata.
Or sono dieci anni, appunto per il triste evento, il glottologo Massimo Pittau, già molto anziano e frattanto scomparso, affidò alla rete un suo ricordo di Umberto Eco. 
Nel 1958, Pittau aveva recensito Il problema estetico in San Tommaso, il libro che, come suo primo, Eco aveva pubblicato, ventiquattrenne, nel 1956. Lo aveva tratto dalla tesi di laurea. Storico medioevista della filosofia per formazione accademica, Eco s'era laureato a Torino con Luigi Pareyson, filosofo cattolico maestro di una scuola ricca di talenti. 
La recensione di Pittau era comparsa su "Humanitas", rivista di cultura cattolica: "ricordo chiaramente - scrive Pittau nel 2016 - che dell'opera recensita di Umberto Eco io parlai bene, molto bene; e ciò feci per la ragione che se lo meritava appieno. Tra l'altro ricordo che era così ampia e a[p]profondita la conoscenza che Umberto Eco dimostrava della filosofia di San Tommaso e di quella medioevale in generale, che mi convinsi che egli fosse un «ecclesiastico». Solamente dopo, quando egli mi scrisse per ringraziarmi della bella recensione che avevo fatto della sua opera, venni a sapere che in realtà egli era un «laico» come me" [qui, caso mai interessasse, il resto].
Fin da ragazzo, com'è noto, Eco s'era vivamente impegnato nel movimento cattolico giovanile. "Responsabilità di una coltura [sic] cristiana" è il titolo del suo primo articolo a stampa, ospitato nel 1951 da La voce alessandrina, settimanale diocesano della sua Alessandria (anni fa ne scrissero le gazzette). 
Eco, nemmeno ventenne, vi sollecitava "le élites, formate cristianamente e culturalmente... [a non] vegetare... [ma a] trovare un punto di contatto e di intesa con la parte migliore della nostra gioventù... [partecipe] della cultura moderna... [con] quei giovani che si proclamano i corifei di verbi nuovi". Perché - proseguiva - la loro "sarà una cultura ammalata ma è quella del nostro tempo e l'ignorarla non è solo mancanza di carità, ma anche un poco superbia, perché in essa potremo trovare tanti spunti di verità e tanti accenti di sincerità che serviranno a migliorarci".
Tolta l'enfasi sul "cristianamente" e cassato l'attributo "ammalata", non si può dire che la successiva, luminosa carriera intellettuale di Eco non avrebbe sviluppato tratti di un programma siffatto, come paradossale terapia di svecchiamento per la cultura nazionale.
Eco avrebbe d'altra parte raccontato spiritosamente, parecchi anni dopo, che era stata la stretta familiarità con l'opera dell'Aquinate (ragione della lode di Pittau, come si è visto) ad allontanarlo in modo radicale e definitivo dalla professione di un credo religioso: di nuovo, un paradosso.
Una forma mentis e un'attitudine spirituale sono tuttavia ben più profonde e resistenti dell'adesione a una religione o del suo eventuale abbandono. E chierico, una qualificazione antica, ma validissima come caratterizzazione morale della figura di Eco, aiuta a trascendere o a neutralizzare l'opposizione tra ciò che Pittau credette nel 1958 che Eco fosse e ciò che, in realtà, Eco era allora e fu per il resto della sua vita, come credente o no.
Umberto Eco fu in effetti un chierico. E mai depose tale profonda natura, nel solco di una tradizione radicata appunto nel Medioevo latino e, di conseguenza, nei tempi di una Europa culturalmente oltre-nazionale.
Nel Novecento, tale tradizione produsse una nuova vampata (l'ultima?). Lo testimoniò anche la fortuna del francese clerc, nel lessico intellettuale internazionale. E, quanto alla nazione di espressione italiana, Eco è stato in effetti un esponente autentico di tale tradizione, che oggi pare dispersa. 
Umberto Eco è stato in effetti l'ultimo "loico e chierico grande", per usare parole di Dante, di cui l'Italia, come nazione linguistica, abbia potuto menare vanto.

4 gennaio 2026

Linguistica al volo (2): "Attacco / Blitz Usa" e "catturato / preso Maduro"


Rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici, asse della combinazione e asse della selezione in piena evidenza. Una costruzione identica che varia, in modo parafrastico, per commutazione di elementi lessicali largamente sinonimi, con funzione di predicato (attacco e blitzcatturato e preso). 
Una loquace illustrazione, d'altra parte, della diversità dei rapporti che corrono tra l'elemento con funzione argomentale, un nome proprio nei due casi (Usa e Maduro) e l'elemento con funzione predicativa, che in una clausola è un nome (attacco e blitz), nell'altra un participio (detto passato, nella corrente terminologia grammaticale: catturato e preso). Della predicazione manifestata da attacco e blitz, Usa è infatti il soggetto: la diatesi della clausola è pertanto attiva (e assoluta, si può aggiungere). Di quella manifestata da catturato e preso, Maduro è l'oggetto diretto: la diatesi della clausola è pertanto media. 
Ne segue che, rispetto ad attacco e a blitz, il nome proprio Usa funge superficialmente da attributo: equivale insomma a un aggettivo (di relazione), per es. statunitense ('attacco', 'blitz statunitense'). E il collegamento, nella brevità 'telegrafica' tipica del titolo di una gazzetta, è ottenuto per giustapposizione con ellissi di un elemento superficiale congiuntivo, come sarebbe una preposizione: '...degli Usa', '...da parte degli Usa'.
Non c'è ellissi invece per l'espressione del collegamento tra i participi catturato o preso e Maduro, garantito compositivamente dall'accordo per numero e genere. E la clausola è nel suo insieme un classico costrutto participiale. 
L'ellissi, caso mai, riguarda la manifestazione del soggetto di questa seconda predicazione, ma non si può dire propriamente che una ellissi ci sia, dal momento che, contestualmente e al di là della esplicitazione delle forme, è chiaro che chi ha 'catturato' o 'preso Maduro' è chi fa da soggetto della prima clausola. Si è insomma di fronte a un classico caso di anafora.
La denotazione - lo si è detto in esordio - non muta e si è pertanto parlato di un buon rapporto parafrastico, tra i due titoli. Varia forse la connotazione. Se catturato e preso si equivalgono (sempre che preso abbia un oggetto diretto per cui è appropriato il tratto [+ umano] o forse e più genericamente [+ animato]), hanno connotazioni sufficientemente diverse attacco e blitz e non soltanto perché il secondo è un prestito, anche se ormai largamente stagionato. 
Di blitz, "rapida operazione militare o di polizia effettuata con estrema precisione e senza preavviso", il primo supplemento del Battaglia dà un'attestazione del 1945, sotto la penna di Vittorini, ma c'è da scommettere che non ne manchino esempi in scritti (giornalistici) che precedono quella data. 
Nel 1942 Migliorini aveva d'altra parte curato di inserire Blitzkrieg tra le parole nuove del suo arricchimento del Panzini: "il nuovo tipo di guerra iniziato dalla Germania (1939, campagna di Polonia)". Ed è appena il caso di notare di passaggio come la storia non lesini la sua feroce ironia al povero lavoro dei lessicografi (e ci sarà allora da preoccuparsi?). 
Ma sta appunto in ciò la differenza connotativa tra blitz e attacco ed è una differenza di aspetto. Diversamente da attacco, neutro o polivalente quanto all'aspetto, blitz è infatti aoristico, verrebbe fatto di dire, estendendo sperimentalmente la categoria grammaticale, di norma riservata al verbo, anche al nome, nel momento in cui esso funge da predicato. Perfettivo è invece l'aspetto della seconda clausola e il participio (catturato o preso), piuttosto che passato, andrebbe appunto qualificato come perfetto, con terminologia più adeguata. 

[E un pensiero alle care memorie di Ripio, di Maurice e di Carol.]

29 dicembre 2025

A frusto a frusto (150). E, come chiose, Bolle d'alea (39) e Bolle d'alea (40)

Il presente? Una prosecuzione del passato con altri mezzi. E una prosecuzione del presente con altri mezzi è di conseguenza il futuro.



["...io l'avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie..." (Primo Levi)]




[Τὰ μέλλοντα μὴ ταρασσέτω· ἥξεις γὰρ ἐπ' αὐτά, ἐὰν δεήσῃ, φέρων τὸν αὐτὸν λόγον ᾧ νῦν πρὸς τὰ παρόντα χρᾷ (Marco Aurelio): 'L'avvenire non ti inquieti. Verrai a esso, se dovrai, portando lo stesso discernimento di cui adesso per il presente ti vali' (approssimazione in italiano di Apollonio).]

24 dicembre 2025

Lingua loro (56): "Bollicine"

Come diminutivo di uno dei valori (principali) del polisemico bollabollicina c'è da gran tempo. Lo si evince dalle attestazioni presenti nella voce del Grande dizionario della lingua italiana (qui accanto, come immagine, la parte pertinente). E, come diminutivo, bollicina esibisce da gran tempo la derivazione particolare che l'accomuna a cuoricino o a porticina, per esempio.
Ci si faccia caso: letto, lett-ino, finestra, finestr-ina, piatto, piatt-ino, patata, patat-ina, piede, pied-ino, carota, carot-ina, coltello, coltell-ino e così via. Bolla, boll-icina, invece, come altre menzionate e menzionabili, a formare un grazioso ploton-cino lessicale, una scelta coron-cina. Praticando particolarità come le due appena esposte (tra loro leggermente differenti, si sarà notato), nessuno presta a esse soverchia attenzione. 
Così va di norma il rapporto tra la lingua e chi la parla, padroneggiandola. Meglio: facendosene padroneggiare. Chi in essa si esprime ha l'istintivo sentimento che tutto vi è come deve essere. Né qui, quanto alle particolarità di bollicina o di poltroncina, si va oltre l'obbligo di una denuncia. È infatti tema da affidare a chi si occupa dottamente di morfologia e della correlata diacronia, per dilettevole professione.
Questo, quanto al significante. Quanto a significato, invece, dopo secoli di pacifica inerzia, a bollicina è capitato un inopinato incidente, ora è qualche anno. Flessa al plurale, ha prestato la sua forma a una metonimia, tanto popolare, oggidì, nell'area del consumo delle bevande alcoliche, da non domandare soverchia illustrazione.
Nella lingua di tutti i giorni (nella speciale dell'enologia e della correlata merceologia, le cose andranno probabilmente in maniera diversa), la metonimia ha dato luogo alla nascita di un vero e proprio iperonimo
C'era spumante e c'era champagne (e altro che non mette qui conto di specificare, in funzione esemplificativa) e, oltre alle ovvie denotazioni, avevano anche connotazioni discorsive differenti. Oggi c'è bollicine, comprensivo di entrambi, passati quindi al ruolo di suoi iponimi, nella prospettiva lessicologica. 
"Cosa porto allora, per la cena di stasera?", "Porta le bollicine; del dolce ci occupiamo noi". E, conseguentemente, "Sta cercando le bollicine? Le trova in fondo al corridoio, dopo i bianchi". Da chi si esprime in questi termini, ci si rifletta, non sarà sorprendente attendersi un correlativo Salve! come saluto indifferenziato. Di norma, le innovazioni marciano compatte e raramente si presentano da sole.
Ma mentre Salve!, come forma di neutralizzazione indifferenziata degli indirizzi di saluto, cominciò a furoreggiare già sul principio dell'ultimo decennio del secolo scorso, l'evoluzione figurata di bollicine deve essersi prodotta qualche tempo dopo, a credere alle opere lessicografiche. Dice così anche la modesta esperienza di chi scrive questa noticina (ohibò!). Ancora nel 2000, il Grande dizionario italiano dell'uso non ne porta traccia. Lo stesso vale, nel 2004, per il primo supplemento del già menzionato Grande dizionario della lingua italiana
Bollicine ha invece una sua voce nel secondo supplemento della medesima opera, comparso nel 2009: segno che la 'massa' del suo uso s'era fatta 'critica' e la relativa 'reazione a catena' aveva cominciato a sostenersi autonomamente. In quella voce si legge: "sf. plur. Vino spumante". E come attestazione: "Vanity Fair [9-VI-2005], 193: Se vi accontentate dello champagne, la compagnia francese non fa differenze di classe né di mete: la flûte di bollicine è compresa nel prezzo su tutti i voli a lungo e medio raggio anche in economy". 
A saperla leggere (come è del resto elementare), l'attestazione dice già tutto quello che serve per comprendere da quale fonte sociolinguistica e comunicativa sarà scaturita bollicine, innovazione lessicale destinata per ciò stesso a popolarizzarsi come minuscolo, ma indubitabile stigma di un cattivo gusto (linguistico) di massa.

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Sul tema, dopo le pedanterie, un supplemento di mero spasso. Ora è qualche giorno, bollicine ha infatti avuto un posto di rilievo tra "gli orrori del linguaggio odierno" fustigati da una sdegnata e vibrante geremiade. A ospitarla in rete, un portale culturale. Da lì, la querimonia è successivamente rimbalzata, con lettura di ampi brani, in una puntata della rassegna "Pagina 3", in onda su Rai Radio 3. Per intendere e valutare il tenore della prosa che vi si esercita, basterà procurare qui, come campione, l'immagine di un suo cruciale passaggio:


Godimento e sorriso non siano turbati dalla vana interrogazione intorno all'insolito "egerstà". Sta lì, probabilmente, per il raro e dotto egestà e, nell'occasione, c'è da sperare sia soltanto una coquille.

14 dicembre 2025

A frusto a frusto (149)


Passa per saggio, ma è sciocco credere che vecchio equivalga a buono. Come è sciocco, passando a sua volta per sagace, credere che a buono equivalga nuovo.

8 dicembre 2025

Minuzie (2): (Una) Lady Macbeth nel distretto di Mcensk

Tanto (e giustificato) rumore intorno alla prima ambrosiana dell'opera di Dmitrij Šostakovič, tratta da una novella con il medesimo titolo di Nikolaj Leskov. Guasterà in proposito l'inezia di una nota onomastica?
Il teatro musicale conta decine di opere per il cui titolo librettisti e, naturalmente, compositori hanno classicamente fatto ricorso a una antonomasia classica. Due esempi che più celebri non potrebbero essere: Il Barbiere di Siviglia e La Traviata. E a bizzeffe ne conta la tradizione dell'opera buffa e dell'operetta: Die lustige Witwe è un famoso campione.
Rari, alla modesta conoscenza di Apollonio, sono invece i casi (sempre che il plurale sia adeguato) in cui il titolo è un'antonomasia vossianica. (Una) Lady Macbeth nel distretto di Mcensk è appunto tale. E le parentesi valgono inoltre a segnalare che il russo "articulos non desiderat" (come il latino, si ricordava con Quintiliano ora è qualche giorno). L'originale fa quindi tranquillamente a meno di una. È ovvio infatti che non si tratta del personaggio che si è trasferito a qualche distanza da Mosca, dopo avere compiuto i suoi misfatti tra le nebbie scozzesi e qualche secolo prima, secondo la fantasia del Bardo (ohibò!). 
Un'antonomasia classica dà a un nome comune (o a un'espressione equivalente) la funzione propria di un nome proprio: lo Zar, per esempio, nella presente congiuntura e per restare nella medesima area geografica, il Vate, il Bardo, appunto. Fa precisamente il contrario l'antonomasia vossianica. A ciò che, in una tradizione culturale, è registrato con la funzione di nome proprio, attribuisce una funzione da nome comune: un quisling, una venere, un creso... 
Leskov, prima, Šostakovič e il suo librettista, sulla scia, vollero evidentemente fare colpo sopra lettori e pubblico. Con gusto giornalistico, già nel titolo presentarono la protagonista delle loro opere sotto il segno di una perfidia tanto letterariamente famigerata da essere antonomastica. 
C'è però il dubbio che così facendo, all'antonomasia vossianica, abbiano aggiunto una catacresi, un abuso. A dispetto del titolo, la loro povera, disperata, terribile Katerina pare poco in effetti una Lady Macbeth.

 

7 dicembre 2025

Le occasioni di ridere... (4)

non vanno mai sprecate. In un pezzo che prende a pretesto un tema in questo momento à la une e che campeggia nella pagina "Scienza e filosofia" (proprio così) di una reputata gazzetta culturale a cadenza settimanale, oggi si coglie questa inestimabile perla: "l'essere umano non è un soggetto autosufficiente a cui ora arriva un concorrente, ma un essere intrinsecamente ibrido, che da sempre delega a ciò che umano non è - utensili, linguaggio, tecnologie - funzioni decisive della sua attività cognitiva".
È proprio vero - chi avrebbe mai potuto d'altra parte dubitarne? - che ci sono più cose in cielo e in terra (quindi, anche negli esseri umani) di quanto non ne sogna chi professa una filosofia (del linguaggio).

3 dicembre 2025

Venti anni e due giorni di questa voce [A frusto a frusto (148)]


Non grida, qui; bisbigli. E non nel deserto, semmai nel suo contrario. E una viziosa debolezza: l'illusione, consapevole, che ci sia qualcuno all'ascolto.



1 dicembre 2025

Lingua loro (55): "Gli manca solo la parola..." (Una questione di figure)

"Gli manca solo la parola...", detto di preferenza di un cane, come animale di compagnia, è un'iperbole. A questo diario capiterà, prima o poi, di venire più distesamente sull'iperbole. Al momento, basta tuttavia richiamare l'attenzione sopra quel "solo". Dell'iperbole in questione è la chiave di volta. 
E basta in proposito osservare spassionatamente che l'avverbio è lungi dall'avere un valore denotativo. Il riferimento alla "parola" dice naturalmente di un confronto con l'essere umano e alla terza persona cui la formula allude "manca" certamente anche altro. Sempre nel campo delle espressioni, per esempio qualcosa "gli manca" quando compie le sue funzioni corporali. 
Si badi bene: i relativi atti umani sono precisamente i medesimi. Così vuole la natura né le si sfugge. Ma gli esseri umani li caricano di valori culturali diversi da quelli della "parola". Conseguentemente, tendono a esprimersi in tal senso possibilmente e di preferenza al riparo dall'altrui vista: ritirata, gabinetto, toilette e così via ne sono note conseguenze lessicali. 
Di ciò, a "lui" invece nulla cale, se così si può dire, ma sempre per figura. E pensarlo beato, se non lo si fa per figura, è ancora una volta una sciocchezza. Sempre per approssimazione, perché difficilissimo è ogni discorso umano sopra le altre forme di vita, lo si può pensare al massimo come radicalmente indifferente. 
La sua naturale indifferenza favorisce talvolta una qualche noncuranza culturale da parte di coloro cui capita di affermare che "gli manca solo la parola". Lo testimoniano inoppugnabilmente i luoghi pubblici dove i cani vengono condotti a esprimersi nel modo strettamente comparabile con quello della specie umana, non potendo farlo con la "parola". Luoghi che esibiscono poi tali espressioni. 
Ed è un bel paradosso: sono luoghi che dimostrano come la mancanza di "rossore" (così si diceva un tempo, per metonimia) possa in effetti essere contagiosa e passare da una specie a un'altra. Letteralmente per trasferimento dai cani ai loro umani, dunque per metafora e non per iperbole, ci sono dunque umani che, pur dotati di "parola", sono cani. Come tali, manca loro il "rossore". Insomma, è tutta una questione di figure. Di qual materia, decida chi legge.

26 novembre 2025

Linguistica candida (80): Lingua e "erba voglio"

Il latino non desiderava gli articoli, secondo l'opportuna sentenza di Quintiliano. Ma non c'è lingua che ne discende che non li abbia, come elementi di straordinaria portata funzionale. Quando fu emanato e, soprattutto, da chi fu emanato il decreto che istituiva l'articolo come indispensabile all'espressione e alla comunicazione?
Non c'era il condizionale, in latino. Ciò che si doveva dire o scrivere lo si diceva o scriveva, quanto a modi finiti del verbo, soltanto con indicativo e congiuntivo. Un'innovazione più che importante. Decisa da chi?
Non c'era nemmeno il passato composto, senza il quale oggi non si saprebbe proprio come fare tema di ciò che è trascorso. E passerebbe da matto chi cercasse gli atti ufficiali o gli ufficiosi che, a partire da un certa data, prima raccomandarono, poi imposero l'uso del passato composto e la progressiva obsolescenza del perfetto.
Anche con le mancanze e le abolizioni non è difficile farsi un'idea conseguente. La declinazione nominale, con i suoi casi, quando fu messa fuori corso? Quando al centro o nelle provincie giunse il dispaccio delle autorità che ne sospendevano temporaneamente l'uso, in attesa della sua eliminazione (con l'eccezione dei pronomi personali)?
E come fu che il neutro, quel valore del genere grammaticale latino che sospendeva la manifestazione formale dell'opposizione sintattica tra oggetto diretto e soggetto, finì per sommergere tanto il maschile, quanto il femminile? Una manifestazione differenziale in funzione della sintassi, questi due generi in effetti l'avevano e ciò li faceva ambedue diversi dal neutro. In italiano, non più. Né i nomi maschili né i femminili sono formalmente sensibili a differenze sintattiche. Tutti neutri, insomma, e per giunta senza darlo a vedere e andando in giro come se nulla fosse cambiato, in proposito. Per ordine di chi questo mutare di valori e questo camuffamento? Per conformarsi a quale credo?
Un briciolo di dottrina basta insomma per sorridere di qualsiasi sortita si proponga di modificare aspetti del sistema di una lingua sul fondamento di un programma ideologico. Ma il sorriso si fa più saporito (dolce o amaro, decida chi legge) se alla dottrina si accompagna l'intuizione, nativa e amorevole, di cosa la lingua sia, di come ecceda non solo singolarmente la volontà e il pensiero di ogni essere umano, ma anche quelli di ogni consorzio politico che gli esseri umani hanno costituito, costituiscono e costituiranno, nella loro storia. Con ciò che gli esseri umani fanno della lingua e delle loro lingue, la lingua e le loro lingue fanno poi quanto è conforme alla loro permanenza e ai loro sistematici sviluppi.
Ne sortisce una considerazione (di nuovo, dolce o amara, decida chi legge). Ogni volta che, come capita regolarmente da qualche secolo, qualcuno s'alza e, secondo il suo capriccioso gusto, dice che la lingua ha da fare o da non fare così e così, ecco una prova (ulteriore) di essere capitati in un evo bamboccio, cui nessuno ha insegnato che "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re" e che è d'altra parte incapace di impararlo da sé.   

23 novembre 2025

Lingua loro (54): "Imperdibile", "memorabile"

Con intento imbonitore, imperdibile spesseggia da tempo nel discorso che promuove le manifestazioni culturali o, meglio, ciò che fa da loro surrogato nella tendenza. Non passa quasi giorno che non si legga e non si oda di un "evento" nel cui annuncio manchi tale qualificazione: "un reading, una lectio, una presentazione, con firma-copie, imperdibile". 
Come attributo, imperdibile dà all'"evento" una sfumatura connotativa sostanziale: 'effimero, transeunte, fugace, perituro'. Da lì la necessità, a cose fatte, che il discorso che lo ha promosso come "imperdibile" lo riqualifichi come "memorabile". Da imperdibile a memorabile scorre così la filza degli avvenimenti cui non si potrebbe mancare per avere poi qualcosa da ricordare e da dire.
C'è tuttavia in proposito un'altra considerazione, forse più rivelatrice. La fortuna di imperdibile potrebbe essere marginale effetto lessicale della rappresentazione linguistica di un mondo alla rovescia. La profetizzò George Orwell in un'opera celeberrima e la esemplificò con esempi di isotopia perversa: "guerra" come pace, "libertà" come schiavitù... 
Una isotopia di tal fatta e una correlazione morfologica elementare mettono in effetti in paradossale, ma sintomatico rapporto l'aggettivo imperdibile e a perdere, locuzione aggettivale che qualifica di norma un vuoto.

20 novembre 2025

Linguistica al volo (3): "Six seven", comunione fàtica

Tra gli e le adolescenti di mezzo mondo, quale che sia la loro lingua nativa, pare si sia diffusa, a partire dagli Stati Uniti, la consuetudine di proferire "six seven" in modo che si direbbe inopinato, fuori cioè della pertinenza o della rilevanza dei contesti comunicativi, e accompagnando l'enunciazione con gesti variabili. 
"Non vuole dire nulla, non ha un significato", si legge nei commenti che stanno dedicando al fenomeno media di ogni genere. E l'insensatezza pare meritevole del valore che si assegnerebbe alla notizia che un postino ha morso un cane. L'inverso, un cane che morde un postino, è infatti quanto si presume comparabile con ciò che caratterizza i fiati articolati che sortiscono dalle bocche degli esseri umani: avere un senso.
Ebbene, un antropologo polacco, naturalizzato britannico, Bronisław Malinowski, nel secondo decennio del secolo scorso, aveva proficuamente speso nel Pacifico occidentale gli anni che lo preparavano a conseguire il suo dottorato londinese. Muovendosi tra un'isola e un'altra e interagendo profondamente con le popolazioni locali, che allora non ci si peritava di qualificare come "selvagge", aveva acquisito le conoscenze che sul principio del decennio successivo gli avrebbero permesso di comporre Argonauts of the Western Pacific, un monumento dell'antropologia qualificata come funzionalista (vivamente messa in discussione, per i suoi fondamenti e le sue conclusioni concettuali, nella seconda metà del Novecento; riserve condivise da Apollonio, ma qui poco importa).
A Malinowski fu anche chiesto di collaborare a un libro che portava il titolo The Meaning of Meaning e il sottotitolo A Study of the Influence of Language upon Thought and of the Science of Symbolism. Ne erano autori C.K Ogden and I. A. Richards. L'antropologo procurò così un supplemento, "The Problem of Meaning in Primitive Languages". 
La menzionata attuale vicenda di "six seven" sarà certamente effimera e, probabilmente, non perfettamente pertinente, ma la si può cogliere al volo per leggere un paio di pagine di quel contributo e per farne oggetto di una piccola riflessione conclusiva (la traduzione del passo, condotta alla buona, è di chi scrive): 

"Penso che, parlando del ruolo della lingua nelle semplici relazioni sociali, ci troviamo di fronte a uno degli aspetti fondamentali della natura dell'essere umano nella società. In tutti gli esseri umani c'è la ben nota tendenza a riunirsi, a stare insieme, a godere della compagnia reciproca. Molti istinti e tendenze innate, come la paura o la combattività, tutti i tipi di sentimenti sociali come l'ambizione, la vanità, la passione per il potere e la ricchezza, dipendono e sono associati alla tendenza fondamentale che rende la semplice presenza degli altri una necessità per l'essere umano.
Ora, la lingua è strettamente legata a questa tendenza, perché, per un essere umano naturale, il silenzio di un altro essere umano non è rassicurante, ma, al contrario, qualcosa di allarmante e pericoloso. Lo straniero che non parla la lingua è per tutti i membri di una tribù selvaggia un nemico naturale. Per la mente primitiva, sia tra i selvaggi che tra le nostre classi non istruite, l'essere taciturni equivale non solo a ostilità, ma anche a cattivo carattere. Ciò varia senza dubbio in funzione dei diversi spiriti nazionali, ma resta vero come regola generale. Rompere il silenzio, la comunione delle parole, è il primo passo per stabilire legami di amicizia, che si consumano solo con la condivisione del pane e del cibo. L'espressione inglese moderna “Nice day today” o la frase melanesiana [che corrisponde a un] “Whence comest thou?” sono necessarie per superare la strana e spiacevole tensione che gli esseri umani provano quando si trovano faccia a faccia in silenzio.
Dopo la prima formula, le parole cominciano a fluire: gratuite espressioni di preferenza o avversione, resoconti di avvenimenti irrilevanti, commenti sul perfettamente ovvio. Queste ciacole, tipiche delle società primitive, differiscono solo leggermente dalle nostre [...].
Senza dubbio, si tratta qui di un nuovo tipo di uso linguistico - comunione fatica, sono tentato di chiamarla, spinto dal demone dell'invenzione terminologica - un tipo di discorso in cui i legami di unione sono creati da un semplice scambio di parole.
Guardiamolo dal punto di vista specifico che ci interessa; chiediamoci che luce getta sulla funzione o sulla natura della lingua. Le parole nella comunione fatica servono principalmente a trasmettere un significato, il significato che è il loro, in quanto simboli? Certamente no. Esse svolgono una funzione sociale e questo è il loro scopo principale, ma non sono né il risultato di una riflessione intellettuale, né suscitano necessariamente una riflessione nell'ascoltatore. Ancora una volta possiamo dire che la lingua non funziona qui come mezzo di trasmissione del pensiero.
Ma possiamo considerarla una modalità di azione? E in che rapporto si trova con la nostra concezione cruciale del contesto della situazione? È ovvio che la situazione esterna non entra direttamente nella tecnica del parlare. Ma cosa si può considerare situazione quando un gruppo di persone chiacchiera senza uno scopo preciso? Consiste proprio in questa atmosfera di socievolezza e nel fatto della comunione personale di queste persone. Ma questo si ottiene in realtà attraverso la lingua, e la situazione in tutti questi casi è creata dallo scambio di parole, dai sentimenti specifici che formano la convivialità, dal dare e avere di espressioni che costituiscono il chiacchiericcio ordinario. L'intera situazione consiste in ciò che accade linguisticamente. Ogni espressione verbale è un atto che serve allo scopo diretto di legare l'ascoltatore al parlante con un vincolo di qualche tipo di sentimento sociale. Ancora una volta la lingua ci appare in questa funzione non come uno strumento di riflessione, ma come una modalità di azione.
Vorrei aggiungere subito che, sebbene gli esempi discussi siano stati tratti dalla vita selvaggia, potremmo trovare tra noi paralleli esatti per ogni tipo di uso linguistico finora discusso. Il tessuto connettivo verbale che unisce l'equipaggio di una nave in caso di tempesta, le parole convergenti di una compagnia di soldati in azione, le espressioni tecniche che accompagnano un lavoro pratico o un'attività sportiva: tutti somigliano essenzialmente agli usi primitivi della lingua da parte dell'uomo in azione e la nostra discussione avrebbe potuto essere condotta altrettanto bene su un esempio moderno. Ho scelto quanto sopra riferito da una comunità selvaggia perché volevo sottolineare che tale è la natura del linguaggio primitivo e nessun'altra.
Anche nelle semplici conversazioni sociali e nei pettegolezzi usiamo la lingua esattamente come fanno i selvaggi e il nostro parlare diventa la “comunione fatica” analizzata sopra, che serve a stabilire legami di unione personale tra persone riunite dal semplice bisogno di compagnia e non serve ad alcun scopo di comunicazione di idee. “In tutto il mondo occidentale si concorda sul fatto che le persone devono incontrarsi spesso e che non solo è piacevole parlare, ma è anche una questione di comune cortesia dire qualcosa anche quando non c'è quasi nulla da dire” — come osservano gli autori. In effetti non c'è bisogno, o forse non ci deve essere, nulla da comunicare. Finché ci sono parole da scambiare, la comunione fatica conduce tanto i selvaggi, quanto i civilizzati in un'atmosfera piacevole di rapporti sociali educati.
È solo in certi usi molto speciali all'interno di una comunità civilizzata e solo nei suoi usi più elevati che la lingua viene adoperata per formulare ed esprimere pensieri. Nella produzione poetica e letteraria, la lingua è utilizzata per dare corpo a sentimenti e passioni umane, per rendere in modo sottile e convincente certi stati d'animo e processi mentali. Nelle opere scientifiche e filosofiche, si utilizzano tipi di lingua altamente sviluppati per controllare le idee e renderle proprietà comune dell'umanità civilizzata.
Anche in questa funzione, però, non è corretto considerare la lingua come un semplice residuo del pensiero riflessivo. E l'idea che la lingua serva a tradurre i processi interiori di chi parla a chi ascolta è unilaterale e ci dà, anche per quanto riguarda gli usi più sviluppati e specializzati della lingua, solo una visione parziale e certamente non la più rilevante.
Per ribadire la posizione principale raggiunta in questa sezione, possiamo dire che la lingua nella sua funzione primitiva e nella sua forma originale ha un carattere essenzialmente pragmatico; che è un modo di comportarsi, un elemento indispensabile dell'azione umana concertata. E, in senso negativo, che considerarlo come un mezzo per incarnare o esprimere il pensiero significa adottare una visione unilaterale di una delle sue funzioni più derivate e specializzate".

"Comunione fatica" (e non "comunicazione", si badi bene) divenne "funzione fatica", come si sa, nell'esplicita ma fulminea ripresa che, trascorsi ancora degli anni, Roman Jakobson fece di queste osservazioni. La ripresa avvenne nel clima di una nascente scienza della comunicazione, con correlata tecnologia. E va forse detto che, in proposito, Jakobson si rese in realtà responsabile di una irenica riduzione che, con la sua esibita facilità meccanicista, disperse gran parte della portata provocatoria del punto di vista (lo si condivida o no) di Malinowski. "Six seven".   

18 novembre 2025

Linguistica da strapazzo (60): Articolo determinativo ["Syntactic Structures" e "Le strutture della sintassi"]

La modestia non è mai stata tra le virtù principali di Noam Chomsky, ma va detto che egli ha sempre avuto ragioni non trascurabili, personali e sociali, per non farne la propria divisa. Non si è un Chomsky per nulla. 
Pur se molto giovane (e la gioventù capita sia condizione contraria al ritegno), Chomsky fu tuttavia lodevolmente temperante quando diede un titolo, va detto, memorabile al libro che gli avrebbe assicurato una fama immediata e straordinaria: Syntactic Structures
Passa una dozzina di anni e il libro viene tradotto in italiano. Al titolo crescono gli articoli determinativi: Le strutture della sintassi.
Ora, con la determinazione e con l'articolo determinativo, sua più aperta manifestazione, l'italiano è certamente più lasco e tollerante dell'inglese. Ma, anche facendo la tara, per dire così, delle differenti confezioni, è difficile sostenere che Le strutture della sintassi e Syntactic Stuctures abbiano pesi equivalenti. 
"Le strutture...": 'tutte, ma proprio tutte tutte? Non è che per caso ne fosse sfuggita qualcuna?'. E "Le strutture...", 'proprio loro, loro per eccellenza'. Fanno così gli osti, cercando un'enfasi sbardellata nelle loro carte: "le pappardelle...", "il filetto...", "la coda alla vaccinara...", "gli gnocchi...". 
Adoperato spesso da chi crede che faciliti il sollevarsi in volo di una espressione, l'articolo determinativo, soprattutto nei titoli e negli elenchi compendiosi, come gli indici, è in effetti e al contrario una gravosa zavorra e finisce per connotare pesantemente, come palese millanteria, i nomi che introduce. 
Il caso di Syntactic Structures divenute Le strutture della sintassi fu poco o per nulla osservato all'epoca, ma fu tanto più curioso e improvvido, perché capitava alla traduzione di un'opera che, dato il suo soggetto, si sarebbe dovuta presentare come estremamente sensibile e attenta in proposito. Se, cose del genere, non le si nota tra chi professa la disciplina dedicata, chi mai le noterà? 
Ma nella dozzina d'anni che era passata dall'epifania di Syntactic Structures a quella di Le strutture della sintassi la credenza di una palingenesi della disciplina s'era affermata, tanto al centro, quanto e soprattutto alla periferia della ricerca linguistica. E, di conseguenza, alla tumescenza del titolo contribuì forse l'idea, frattanto fattasi ovvia e, a dire il vero, rimasta tale, che in quel libro, per gli studi sintattici, avesse appunto cominciato a germogliare definitivamente "il Verbo".

12 novembre 2025

A frusto a frusto (147)

La consapevolezza che arriva presto e di necessità il momento di congedarsi dal mondo sul quale solo per caso è capitato di affacciarsi non basta a mitigare gli effetti del vizio assurdo di provare, d'altronde vanamente, a capirci qualcosa.

9 novembre 2025

Linguistica candida (79): "...pour unique et véritable objet la langue envisagée en elle-même et pour elle-même"

Da millenni, è in funzione della realtà che la lingua interessa ai filosofi. Ed è in funzione dei testi che interessa ai filologi. Si dirà: "Vecchi discorsi che oggi non toccano i temi caldi della ricerca". Ma gli avatar sotto cui si presentano i due punti di vista sono sempre nuovi, anche perché, a pensarci un momento, essi si fondano, come luoghi comuni, sopra trite ovvietà. Ci sono nomi (e il resto) perché ci sono cose. E, fuori dei testi, la lingua dove sarebbe mai? 
Ma basta grattare la crosta di sbardellate novità, come la cosiddetta filosofia della mente, per vedere guizzare e prosperare il primo nelle semantiche referenzialiste (e anche nelle non referenzialiste: realtà infatti ce ne sono quante se ne desiderano e il virtuale non è invenzione dei giorni nostri). Ed è una feroce ironia della storia osservare come il secondo, degradando sino a farsi caricatura, trovi modo di ringalluzzirsi per metamorfosi con la linguistica dei corpora
Non cessa mai dunque la necessità di liberare mente e braccio dall'ipoteca che comportano tali prospettive, perché baleni (e accade molto raramente) una disciplina che abbia "pour unique et véritable objet la langue envisagée en elle-même et pour elle-même". Una disciplina ancorata solidamente al suo punto di vista diverso e originale e al suo correlato oggetto. Sopra quest'ultimo c'è da ricercare e da riflettere molto più di quanto non ne abbiano mai sognato e oggi non ne sognino filosofia e filologia, comunque mascherate. E all'interazione critica della linguistica con l'una e con l'altra, sempre possibile e in fin dei conti auspicabile, fanno da condizioni una preliminare presa di distanza e una accurata distinzione.

6 novembre 2025

Linguistica da strapazzo (59): "Paghiamo?"


A differenza di Apollonio, che esiste senza vivere, il suo alter ego sconta la sua esistenza con una vita e con i relativi impicci. "Paghiamo?", si sente dire perciò dall'addetta alla riscossione del saldo delle parcelle all'uscita da uno studio medico in cui ci si è occupati di lui (niente di preoccupante; o il contrario: l'età). E - benedetta perversione! - malgrado l'onere, se ne sente divertito e ne sorride, in compagnia dell'inseparabile Apollonio che qui ne rende rapida testimonianza, per condividere lo spasso con i suoi due lettori. 
C'è un'interrogazione che pretende di attenuare la cogenza di un invito e paradossalmente l'enfatizza. E c'è una quarta persona, altrove paternalistica e comune nell'interazione, sottilmente autoritaria, di chi cura verso chi è curato ("Prendiamo la medicina?", "Controlliamo la temperatura?). Dalle corsie e dalle sale operative si deve essere estesa alla cassa e alle correlate pratiche commerciali. 
Non c'è 'noi', d'altra parte, che non deve inquietare chi, spesso innocente, vi si trova coinvolto, ha osservato da sempre l'alter ego di Apollonio. Se pare buono, quel 'noi', perché suona a torto o a ragione come inclusivo (e questo è un caso), deve inquietare ancora di più: "Armiamoci e partite". Chi bada ai suoi interessi e non ai tuoi (casca a fagiolo, questa bella seconda persona) è sempre meglio averlo di fronte che alle spalle: "Tu paghi e noi [non inclusivo] incassiamo".
Oltre che nel lessico che, come si sa, è un fantasmatico cafarnao, non c'è dunque aspetto di quella sortita estemporanea che non giochi nello spazio concesso dalla lingua, come sistema, tra funzioni e forme. Si è inventata un'etichetta specifica, pragmatica, per designare l'attenzione specialistica a circostanze linguistiche come la menzionata. Del resto, con semantica, se ne era già molto tempo prima inventata una per rendere lo stesso servizio all'attenzione per il significato (ohibò! E il significante?). Complicazioni inutili. O meglio, utili a moltiplicare le presunte specializzazioni, i correlati insegnamenti accademici, i congressi, le riviste e il resto dell'apparato che promuove (e spesso soffoca) la curiosità per la lingua, forma principe dell'espressione umana, nei luoghi deputati.
Forme e funzioni, s'è detto invece e semplicemente, e gioco sistematico dell'espressione che a tutto provvede, fuori del procurare un supporto all'ingenua credenza della cruciale corrispondenza del detto alla realtà.


26 ottobre 2025

Linguistica candida (78): Erasmo, aggiornato

La lingua ha sempre imposto a se stessa le sue norme. Immaginarsi in diritto e soprattutto in grado di imporgliene altre è μωρία tradizionale ma sempre rinnovata, secondo mode di epoche diverse.
Ne sono afflitti esseri umani che, per eccessiva opinione di sé, pensano di detenere un potere di giudizio sopra ciò che si realizza e procede incurante di qualsiasi giudizio.
A tale μωρία etica se ne è aggiunta una seconda, da qualche tempo. È teoretica e forse non è meno grave.  
La prima vaneggia infatti d'avere effetti di legge; la seconda farnetica di avere la stoffa di una scienza. Con i suoi arzigogoli pretende di essere in grado di spiegare lingua e suo funzionamento più chiaramente di come, momento per momento, lo fa la lingua medesima a chi l'ascolta con il rispetto, il rigore, l'apertura di spirito e la radicale semplicità di cui diede certa (e forse ultima) prova quando, da infante che era venendo al mondo, in breve tempo, si fece parlante. 

21 ottobre 2025

Linguistica da strapazzo (58): "Sai che un furto su tre avviene mentre sei in casa?"

L'ordinale associato dalle grammatiche ai termini con cui si articola la categoria della persona è mera convenzione. Seconda, come del resto prima o terza, è lungi dallo specificare qualcosa della funzione linguistica cui, come attributo di persona, viene associato. 
Una convenzione ci mette poco però a diventare un luogo comune: è precisamente ciò cui una convenzione mira, d'altra parte. E nel caso specifico la convenzione è plurisecolare e il luogo comune infrangibile. 
Vada dunque anche qui per seconda persona, come etichetta di quanto funzionalmente vale il destinatario di un'enunciazione e trova la sua manifestazione più facile e immediata nel pronome personale tu e nelle forme aggettivali e verbali conseguenti.
Anche in questo caso bisogna tuttavia che si eviti di credere che tra forma e funzione la corrispondenza sia biunivoca. Nei processi enunciativi, ci sono destinatari che non vengono a galla come tu e ci sono tu applicati a funzioni diverse. 
"Ma tu guarda che pasticcio!", dirai se credi ingenuamente alla permanente buona fede della lingua, come se essa fosse angelica e in essa non ci fosse invece il proprio dell'umanità, specie per nulla affidabile. "Senti un pronome, un aggettivo possessivo, una forma verbale e non puoi essere certo di ciò che queste forme ti dicono". Imbrogliano senza malizia, tante volte, va detto. Ma lo fanno maliziosamente più spesso di quanto tu non creda. Un caso siffatto passa in televisione decine di volte al giorno, in queste settimane. 
"Sai che un furto su tre avviene mentre sei in casa?", dice un testimonial, che sorride affabilmente proprio mentre - il committente paga per quello - deve e vuole inquietare. E lo fa ad arte passando dalla seconda persona di sai alla seconda persona di sei
Nel suo breve enunciato, sai è infatti una seconda persona perbene, ammesso che in pubblicità se ne incontrino, di seconde persone perbene. Ma tant'è. Non è invece per nulla proba la seconda persona del seguente sei. A dire come stanno le cose (e prescindendo dal fatto che tale dire corrisponda o no alla realtà), sotto quel sei, c'è infatti una terza persona generica: 'Un furto su tre avviene quando il derubato è in casa', insomma. 
Ma il discorso maschera subdolamente quella terza persona generica, quasi un impersonale, con il medesimo 'tu' formale con cui ti si rivolge. Senza dartelo a vedere, ti spinge così a identificarti. A vestire già i panni (linguistici) del derubato. Vuoi mettere l'angoscia? E corri a telefonare, pronto a pagare la protezione che ti si vuole vendere.