17 luglio 2024

Cronache dal demo di Colono (70): Malpensa

Ad Apollonio, sia chiaro, le intitolazioni a persone di vie, monumenti, istituzioni, infrastrutture e ogni altro di pubblico non sono mai parse operazioni probe. 
Anche quando la persona è la migliore si possa immaginare e altrettanto si possa dire dell'intenzione di onorarla, l'atto gli sa sempre di mistificatorio. Pensa che ai suoi esiti, semplicemente, ci si abitui e che l'abitudine al nome obliteri l'omaggio. 
Passa agli storici, eventualmente, il compito di riesumarlo e di dirne il come e il perché, illustrando così lo spirito dell'epoca in cui l'omaggio viene reso più dei meriti (o dei demeriti) che lo giustificherebbero, quanto alla persona. 
Umberto I, per esempio, è un nome che, da più di un secolo, spesseggia nell'odonomastica italiana. "Il Re buono" o "il Re mitraglia"? La vittima di Gaetano Bresci o, correlativamente, colui che aveva concesso titoli e onori a Fiorenzo Bava Beccaris per avere represso con sanguinosa ferocia i moti di Milano della primavera del 1898?
E del Vincenzo Magliocco, al cui nome la sua città natale tributa l'onore di una via, chi ricorda che si distinse per l'uso di armi chimiche nel corso della Guerra di Etiopia? Checché ne pensino le attuali ideologie, niente è più opinabile del merito, perché niente è più soggetto a un punto di vista.
Di recente, lo stagno della politica e della comunicazione nazionali sono stati agitati, come si sa, dalla intitolazione dell'aeroporto fin qui detto (di) Malpensa. Un atto pubblico molto controverso. Andata come sia, c'è da ritenere che, del Silvio Berlusconi cui si è così inteso rendere omaggio, a breve nessuno ricorderà fatti e misfatti e Silvio Berlusconi, come deve, diverrà pienamente un nome, privo di significato. 
D'altra parte, su ben altro livello, c'è già un aeroporto italiano intitolato a uno che, come Gaio Valerio Catullo, con la sua voglia di vivere, pare non si facesse mancare frequentazioni moralmente discutibili, tanto politiche, quanto erotiche. Colpe evidentemente già passate in paradossale giudicato: "Catullo - si dirà certamente la stragrande maggioranza dei viaggiatori e delle viaggiatrici che transitano per Verona -, chi era costui?". Un antenato dell'oggi più noto (Aldo) Cazzullo? 
E Apollonio deve il migliore commento alla vicenda onomastica di cui è stato postumo protagonista l'ex-Cavaliere alla pertinente arguzia linguistica di un suo stimato sodale svizzero. Tra le migliaia, è la sola osservazione che faccia al tempo stesso sorridere e riflettere, come sempre si dovrebbe. 
Con il suo amichevole permesso, la condivide qui con i suoi due lettori, sapidamente racchiusa, com'è, nel motto del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera: Honi soit qui mal y pense.

8 luglio 2024

7 luglio 2024

Presi al volo (1): Oggetto con preposizione, passivo (e) impersonale

 

[Una nuova rubrica, di interesse esclusivamente specialistico, che offre dati o, appunto e meglio, presi a chi eventualmente vuole e sa farne oggetto di riflessione funzionale.]   

 

6 luglio 2024

Linguistica candida (69): Riflettere

Non pare ad Apollonio sia mai stato attribuito negli studi il valore che invece meriterebbe l'osservazione oltremodo banale che lo sviluppo linguistico è correlato a un parallelo sviluppo della capacità di tacere e dunque alla distinzione tra cosa della propria esperienza linguistica interiore si manifesta e cosa no. O meglio, tra cosa, nell'espressione interiore, cioè nel linguisticamente concepito, ascolta solo chi l'ha concepito e cosa invece, perlomeno nell'intenzione, è espressione non esclusivamente riflessiva. Senza un'espressione manifesta, com'è facile affermare, la vita degli esseri umani sarebbe certamente impossibile, ma, si badi bene, lo sarebbe altrettanto senza la mirabile libertà individuale e la soddisfazione che procura la lingua nel suo stato tacito.  

27 giugno 2024

Linguistica candida (68): Un vettore del mutamento di norma negletto

Perché una tendenza linguistica (soltanto linguistica?) prevalga, che sia cretina è pressoché indispensabile. La cretineria è assicurazione di successo nella società dei parlanti (solo dei parlanti?).
Non si creda però che la cretineria non prevalga anche individualmente in chiunque parli. Ciò accade non solo perché, fuori del tempo, essa è dote personale universalmente umana, ma anche perché, se è intelligente o, meglio, se tale si giudica, non c'è essere umano che non tenga non tanto a mettersi linguisticamente al pari con la società, quanto a farle addirittura da avanguardia. 
Il moderno ceto intellettuale è in proposito esemplare. Da esso emanano appunto le innovazioni: per fare solo un esempio, nelle sue chiacchiere, raccontare dilaga e sommerge il modesto e referenziale dire, lo specifico e diversamente impegnativo spiegare e altre eventuali scelte. 
È così che, con il mutamento linguistico, a quel (raramente simpatico) pasticcione che è appunto l'essere umano e che, sine ira et studio, sarebbe forse da definire un quasi perfetto cretino, non manca mai l'occasione per un rinnovato esercizio della sua principale dote, sulla via indefinita della sua storia. Infinita, la storia, non la si può certo dire: come ogni individuo che ne fa parte, un giorno anche la specie perirà. Dove andrà allora la lingua, nessuno lo sa. Come la vita, tornerà donde è venuta?
E, per concludere un frustolo che (inutile pensare di nasconderlo) è esso stesso prova della fondatezza del suo argomento, è così che il mutamento linguistico (solo il linguistico?) va guardato come ineluttabile: con animo compassionevole e, al tempo stesso, ammirato. Mai con lo spocchioso timore che porti verso il peggio, come fanno non tanto i conservatori, quanto i reazionari, mai con la violenta illusione che porti verso il meglio, come fanno i progressisti entusiasti. 
Che poi tale criterio valga soltanto per la lingua e i suoi mutamenti, come si è visto, qui non lo si giura.

19 giugno 2024

"Colorless green ideas sleep furiously"

Non mancherà ai due lettori di Apollonio la conoscenza di quanto, nella comunicazione globale, è successo ieri. Sono accidenti che, di norma, non portano male al soggetto che ne viene investito e, al contrario, capita diventino auguri di permanenza in vita. 
Noam Chomsky non ha forse al momento la lucidità di spirito per reagire come fece Mark Twain quando qualificò come esagerata la notizia della sua morte, in un telegramma inviato all'agenzia giornalistica che l'aveva diffusa.
Frattanto, le reti sociali hanno prodotto un numero imprecisato di perle. Una è particolarmente gustosa, se riferita a colui che coniò, per suo uso e consumo, la proverbiale espressione menzionata del titolo del frustolo. Eccola: "Morto all'età di 95 anni Noam Chomsky, il maggior linguista vivente..."

10 giugno 2024

Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (5): Adeguare la lingua

Il sole sorge
, il sole tramonta anche dopo Copernico. E, come formula, Dio non voglia continua ad affiorare sulle labbra di mortali ben convinti e convinte dell'ormai plurisecolare morte di Dio. Di Dio nessuno si è ancora azzardato a precisare d'altra parte se è proprio morto o solo clinicamente morto, che, come si sa, significa in realtà che qualcuno è ancora sufficientemente vivo da potere donare un organo. E di farlo (farlo? Anche qui, qualche dubbio sarà lecito) senza essere in grado di proferire un fatidico Prendi il mio cuore: è tutto tuo. Aspetti dell'ideologia, della vita e di qualche suo correlato non di poco momento, come si comprende.
Invece, "la lingua ha da adeguarsi alla nuova realtà", si sente dire. Da qualche secolo, appunto, c'è sempre una voce, pronta a ispirare un coro, che si alza ad affermarlo con fare (spesso inutilmente e rabbiosamente) impositivo. 
Gente che, poverina, crede che le proprie piccole convinzioni, con il corredo di norme linguistiche all'uopo artificialmente e localmente cogitate, siano la realtà: la realtà che conta!
La voce di costoro ha un suono stridulo e sinistro e conviene non prestarle orecchio. Da qualsiasi fonte provenga: destra, manca, sopra, sotto, davanti, dietro. Dovunque essa echeggi: tribuna, aula, pulpito, cattedra, piazza, assemblea. Di qualsivoglia lingua si tratti: quotidiana, letteraria, locale, nazionale, pubblica, privata. E qualunque sia la realtà di cui proclama la novità: materiale, spirituale, personale, sociale, etica, teoretica.  
I conti con la realtà, la lingua li fa, li ha sempre fatti da sé e, nel mutare delle epoche, delle credenze, delle ideologie, i programmi umani che pretendono di determinare tali conti non ne producono la conformità, suo tratto necessario e permanente. Ne producono invece un transeunte conformismo, talvolta drammatico, sempre ridicolo.

27 maggio 2024

Vocabol'aria (21): Overtourism


È overtourism alla fonte, come dichiara l'immagine; nell'espressione e nella comunicazione del Bel paese, oltre a essere rimasto tale e quale, circola anche, adattato, come iperturismo e come sovraturismo. Ma non si fa qui questione del prefisso. O meglio: si fa questione del prefisso, ma non per sentenziare quale sia eventualmente da preferire, nella resa italiana del termine. 
Già. Perché overtourism nasce come termine, cioè come elemento di una terminologia specialistica a designare un fenomeno, una sorta di nuovo morbo del mondo come oggi va, e a designarlo in maniera univoca, perlomeno in linea di massima: ci sono città, siti, aree che ne soffrono. 
Se finisce nei turbini dell'odierna comunicazione, un termine ci mette però un attimo a diventare una parola qualsiasi. A trovarsi insomma nel lessico d'ogni dì, con la sua vaghezza, in compagnia di vecchie parole, come bellezza, si metta, o di altri ex-termini decaduti: psicosi, epidemia... 
Sia esso over-, iper- sovra-, nell'attuale circolazione della parola, il prefisso fa come da manico a turismo, per dirla con una figura: quanto serve a impugnarla, discorsivamente. E l'impressione è che, sul fondamento di un cliché, il marcio sia nel manico: in quell'over-, iper-, sovra-. Turismo, vox media e dalle eventuali connotazioni positive, passa in altre parole al negativo per via del prefisso. 
Un esempio comparabile? Attivo si dice eventualmente di un pargolo che fa la gioia di mamma; si passa a iperattivo (un tempo, più banalmente, irrequieto) e la gioia finisce. A sua volta, turismo va bene. Gli si aggiunge il prefisso e smette di andare bene. Non ci vuole molto a intendere a questo punto la prospettiva che si realizza nel processo segnico. È solo una variante di un altro, stagionato cliché: il troppo stroppia. E over-, iper-, sovra- sono appunto quel troppo.
A tale prospettiva, soggiace tuttavia un'ideologia implicitamente consolatoria: neutro, se non buono, il turismo, è solo il suo presente eccesso a essere cattivo. E se così non fosse? 
Il turismo è in effetti una delle principali manifestazioni dello spirito moderno. E ci sono manifestazioni dello spirito moderno, non si vuole dire morbi, la cui natura ha potuto rimanere dubbia o persino essere parsa positiva fino a quando la loro diffusione le ha tenute, per dire così, non solo sotto la soglia dell'osservabilità, ma anche sotto la protezione delle correlate ideologie. 
I dubbi avrebbero dovuto smettere di esistere da quando esse si sono dispiegate in tutta la loro virulenza. Ciò che uno sguardo poco avvertito e, appunto, consolatorio segnala come un troppo è in realtà il raggiunto stato della loro maturazione. È il caso del turismo moderno e a poco vale invocare in proposito tra i suoi mitici archegeti Montaigne o Goethe. Ai geni solitari, come ai pionieri, non si rimprovererà d'essere stati non solo di tanto in tanto genialmente stupidi (e, come tali, non solo tendenzialmente violenti).  
Sotto questa e forse più corretta prospettiva, il cosiddetto overtourism (o iperturismo o sovraturismo) è solo il turismo nel suo stato compiuto. Uno stato, ci si intenda, che, dopo la maturazione, tende ovviamente verso la putrefazione e forse l'ha già raggiunta. 
E, se mai ce ne sarà il tempo, bisognerà un autentico cambio di paradigma morale (prima ancora che economico) perché non tanto sopra l'overtourism, ma sopra il turismo tout court, come sopra molti altri "-ismi" di questo evo a volte tragicamente, a volte comicamente privo di grazia, cominci a pesare un opportuno anatema e riempia chiunque di vergogna il solo pensiero di passare per turista.



18 maggio 2024

Giuseppe Tomasi di Lampedusa... scrittore

A spasso per il  Cimitero dei Cappuccini di Palermo, dopo una visita alle celebri Catacombe, capita ci si imbatta in un modesto avello, quasi al livello del suolo, sigillato dalla lapide qui di séguito esposta: 


Vi si legge Giuseppe Tomasi | Principe di Lampedusa | Morto a Roma il 26 luglio 1957. E sotto: Alessandra Wolff Stommersee | Principessa di Lampedusa | Morta a Palermo il 22 giugno 1982. Al visitatore, alla visitatrice, i nomi delle persone lì sepolte possono essere ignoti. Ma se li conosce, fa così modesta esperienza di un dettaglio autentico, di un briciolo di verità in una vicenda umana. 
Morto a Roma nel luglio del 1957, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non fu sepolto tra le pompe e gli agi evocati dal titolo e dal predicato. E soprattutto, in quei giorni e ancora per un anno, era circostanza nota a poche persone che quel nobile male in arnese avesse lasciato il manoscritto di un romanzo. Quanto accadde in séguito è noto e fa parte della montagna di luoghi comuni sotto la quale Il Gattopardo giacque, sin dal suo apparire, e ha continuato a giacere. 
Venticinque anni dopo, testimonia la lapide, raggiunse il coniuge nel medesimo luogo Alessandra Wolff Stomersee, persona di gran valore: Licy, per gli intimi. Ed è sapida la svista, se di svista di tratta, del lapicida: Stommersee. Causata da una commissione soltanto orale del manufatto o da un'errata precedente documentazione anagrafica? Apollonio non sa cosa pensarne: sarebbero necessarie le ricerche di qualche erudito. Ma è curioso che, per decenni, l'erede (di recente scomparso) non pensò mai di rimediarvi. Avrà avuto le sue ragioni.
Il mondo va avanti per accidenti e in tal modo finisce per mettere in piedi ironie che gli esseri umani sono lungi dall'immaginare e dal prevedere. Chi non ha letto solo il romanzo di Lampedusa sa quanto egli, sardonicamente sconsolato, si beffasse dell'approssimazione siciliana. Del modo isolano di raffazzonare, abborracciare, fare alla meno peggio. Ne è caduto vittima anche il nome della moglie sulla tomba? Se così fosse, ben gli starebbe! Persino, anzi soprattutto senza volerlo, Palermo è infatti vendicativa e non perdona chi, al suo proposito, non mente. 
La tomba di cui si sta dicendo non alberga più però i resti mortali di Lampedusa. Ora è qualche mese, essi sono stati portati via. Non si inquieti chi, lontano dall'attualità culturale palermitana, a questo punto immagina in proposito una profanazione. Proprio il contrario: è l'effetto di un omaggio, di un riconoscimento, di un tributo.
Un passo indietro: la città dove Lampedusa nacque e visse la maggioranza dei suoi giorni si fregia di un pantheon, tenuto dai Domenicani. Chi vuole può passarvi in rassegna i sepolcri di cittadini che Palermo ha così consacrato come illustri. Lampedusa non era nel novero. 
Facile capire perché: egli era morto appunto prima di diventare illustre. E non si creda che bastasse il titolo a farlo illustre. Di principi, in Sicilia e a Palermo, ce ne sono sempre stati parecchi. Deve avere inoltre avuto una maligna e spagnolesca fantasia umoristica chi decretò, secoli or sono, che divenisse un principato la desolata isoletta mediterranea, all'epoca disabitata, e l'attribuì come un'onorificenza ai duchi di Palma, cui l'essere duchi, a un certo punto, non parve sufficiente... 
L'assenza di Lampedusa dal pantheon palermitano rimase pertanto a lungo inavvertita. Passò poi forse tra le giustificate, a loro modo: a Palermo (e non solo a Palermo) di Lampedusa grand'uomo e meritevole di un simile onore c'era chi dubitava. Testimone autorevole, Leonardo Sciascia, fin quando non gli riuscì di proferire in proposito una palinodia a mezza voce. 
Ma i tempi cambiano. Le resistenze cedono. Meglio: della faccenda, è ormai difficile qualcuno abbia memoria o consapevolezza. Restano, reboanti, il nome e il romanzo, ambedue come cliché. E il secondo sta addirittura per fornire materia a una serie televisiva di prossima uscita. Meglio non farsi cogliere impreparati all'arrivo del correlato "turismo culturale".
Nel pantheon, si sarebbe potuto rimediare con un cenotafio. Si parva licet..., di cenotafio, per esempio, in Santa Croce a Firenze ce n'è uno di Dante, cittadino con rapporti ben più complessi, e pubblici, con la sua città di quanto Lampedusa, nel suo privato, pare ne abbia avuti con Palermo. Ma l'idea non deve essere parsa percorribile: in effetti, a che serve fari scrusciu e battaria se non ne vengono effettivamente turbati il silenzio, la pace, la semplicità di ciò che è?
Dalla tomba riservatagli dalla vita, i resti di Lampedusa sono stati così traslati al pantheon palermitano. E con gran pompa (o, meglio, con quella resa possibile da un budget da evidenti tempi grami), sono stati posti in questo parallelepipedo marmoreo appoggiato sul pavimento e stretto a una colonna:


Orbato della verità della sua morte privata (se non oscura), Lampedusa lo è stato così anche della compagnia della sua Licy: coniugio non banale, testimoniato com'era für ewig dalla tomba. Nel trasloco, egli ha anche perso l'esplicita menzione del titolo. In cambio e a mo' di targa stradale, si è ritenuto che lo celebri la qualificazione, quanto insanabilmente piccolo-borghese, di scrittore... 

12 maggio 2024

Lingua loro (46): "Venti ventiquattro"


In italiano, calcolo e denominazione degli anni dell'Era cristiana si facevano e ancora capita si facciano con l'uso di un numerale cardinale che vede menzionate, nell'ordine, le migliaia (ove presenti), le centinaia (ove presenti), le decine (ove presenti) e le unità. Per es., duemila ventiquattro, per dire dell'anno in corso, cioè due migliaia, zero centinaia, due decine e quattro unità. Con la lettura dell'orologio, modo appreso da generazioni alla scuola primaria. 
Fino a qualche anno fa, tale uso vigeva incontrastato, se non unico. Ma gli usi linguistici cambiano, anche quelli che nessuno si aspetta lo facciano. Oggi, a dire che l'anno prossimo sarà il duemila venticinque, e non il venti venticinque, in certi ambienti si rischia di essere tenuti per retrogradi (cosa che è un bel paradosso, a pensarci bene). L'uso che si è illustrato è ormai antiquato. 
Apollonio non pretende di dire cosa nuova a chi legge: è impossibile non abbia già notato che un uso diverso è venuto a fare concorrenza al vecchio. Qui, per esempio, una pertinente consulenza dell'Accademia della Crusca, con opportuni rinvii ai percorsi che esso ha probabilmente compiuto.
Secondo il nuovo uso, il numero va allora scorporato in due blocchi di due cifre. A ciascun blocco, come se esso fosse indipendente, assegna poi il relativo numerale cardinale. Ne sortisce una sequenza che denomina, una prima volta, decine e le unità, per poi farlo una seconda volta. Duemila ventiquattro diventa in tal modo venti (due decine, zero unità) ventiquattro (due decine, quattro unità). Nel nuovo uso vanno al diavolo migliaia e centinaia, nel computo e nella denominazione degli anni.
Dire donde venga l'uso e l'innovazione è ridondante: viene donde vengono ormai da un bel po' tante innovazioni linguistiche e culturali. Da quanti anni l'umile Va bene ha dovuto cedere il passo all'invadente e ormai onnipresente okey. Lagnarsene sarebbe da stupidi. 
E del resto chi non ha un blue jeans nel suo guardaroba? Chi non ha una T-shirt? Possibile che, da qui a qualche tempo, il modello di venti ventiquattro diventerà la norma e quando in un documento come questo si troverà scritto duemila ventiquattro lo si terrà come indizio di una lingua del passato. Ma oggi vale forse la pena di dire cosa la novità lascia trasparire, al di là dell'ovvio e dell'erudito. 
Lo scorporo del numero a quattro cifre nella composizione di un numero di due blocchi di due cifre ha l'aria di iscriversi nella tendenza a rendere tutto smart: venti ventiquattro suona indubbiamente più svelto e quindi più alla moda del suo vecchio concorrente. 
Ma anche nella fonte linguistica da cui l'uso è sgorgato, al di là degli accidenti della parole e dal punto di vista del sistema, esso s'è forse imposto per la cruda necessità espressiva di una semplificazione concettuale e di una riduzione del carico mnemonico: meno sintagmatica e meno paradigmatica, insomma. Ha quindi l'aria di essere, in altre parole, elemento di un pidgin. Non il solo indizio (questo, al tempo stesso, minuscolo e macroscopico) di un avanzato e globale processo di pidginizzazione culturale.
Che poi, a dirla tutta e a metterla crudamente sul referenziale, duemila ventiquattro sono gli anni che oggi ci dividono dalla nascita di Cristo; qualsiasi cosa ciascuno pensi dell'avvenimento, non una cosa da nulla nella considerazione di una civiltà: l'elemento che ne dà la misura sull'asse del tempo. 
Venti ventiquattro, santo Cielo, cosa sono? I numeri, le misure, le dimensioni, le taglie di cosa?

[L'immagine da https://www.cdt.ch/opinioni/commenti/benvenuto-sanremo-venti-ventiquattro-341580].

9 maggio 2024

Antonomasie quotidiane (1): "Il Pianeta"


Apollonio non è così vecchio da avere memoria diretta dei tempi in cui un poeta poteva scrivere "...guardai in alto e vidi le sue spalle | vestite già de' raggi del pianeta | che mena dritto altrui per ogni calle", senza che nessuno s'azzardasse a dirgli che il sole non è un pianeta. Tolomeo sbagliava, si sa, e con lui sbagliava Dante, ma si vuole mettere la serenità e la poesia che discendevano dal vivere e dallo scrivere nei tempi millenari del loro splendido errore?
Ma è abbastanza vecchio, Apollonio, da avere fatto esperienza, in evo copernicano, di una temperie in cui pianeta, nome comune (o non-proprio, come vanamente vuole quel pignolo del suo alter ego: qui il riferimento bibliografico), aveva di preferenza ricorrenze da nome comune e, nei casi opportuni, veniva qualificato da un nome proprio: "il pianeta Terra" (oltre che, ovviamente, "il pianeta Venere", "... Giove", "... Saturno" ecc.), cioè 'il pianeta [chiamato] Terra' o 'la [chiamata] Terra'.
Nel discorso pubblico odierno, pianeta ricorre invece, non si vuole dire nella maggioranza dei casi, ma certo in quelli più significativi, in un'antonomasia: "il Pianeta", cioè 'il [chiamato] pianeta' tout court
La Terra è diventata il pianeta per antonomasia e c'è poco da stupirsene: una banalità. Cosa si vuole pensi una specie che, chissà come, si è trovata a farci casa. 
Ma la banalità cela (o rivela a chi sa vederlo) un interessante dato culturale. Lungi dall'essere stato battuto in breccia, l'antropocentrismo, tratto specifico dell'ideologia che soggiaceva alla prospettiva tolemaica e che fu detta molto criticabile anche per questo, è ancora ben presente e, quatto quatto, orienta il modo con cui si pensa e ci si esprime. In altri termini, l'antropocentrismo ha solo subito una metamorfosi, che lo ha opportunamente camuffato. Si è adattato al nuovo ambiente, in cui non c'è ideologia che non circoli in maschera, e c'è da dubitare l'adattamento l'abbia ideologicamente indebolito. 
A sentire evocare tanto frequentemente e con tanta enfasi l'antonomasia "il Pianeta" (con le migliori intenzioni, ci si intenda, ma fosse con le peggiori poco cambierebbe), c'è quasi la certezza che l'antropocentrismo, se era un morbo del pensiero, si sia aggravato: una tabe dai sintomi non più facilmente riconoscibili.

24 aprile 2024

Minuzie (1): Moretti in "C'è ancora domani"

 

La "Gelateria Moretti", nel fotogramma: un fermo-immagine che precede di un attimo il passaggio narrativo nel quale viene distrutta da una esplosione, in C'è ancora domani, il film di Paola Cortellesi (e, con lei, degli sceneggiatori Furio Andreotti e Giulia Calenda). Apollonio non ha trovato in rete un'immagine in cui l'insegna si veda meglio. Essa ha in effetti il suo fugace risalto nella scena che segue il pranzo di fidanzamento tra Marcella Santucci e, appunto, Giulio Moretti. Non, si ponga, Angelucci, Ceccarelli, Mancini, come sarebbe stato possibile per verosimiglianza geolinguistica. Moretti.
A proposito di onomastica nelle opere di fantasia, chissà se, tra le moltitudini che hanno visto la pellicola e tra le numerosissime penne che l'hanno commentata, c'è chi ha fatto caso alla scelta del nome. Nella Roma cinematografica, una scelta marcata (à suivre).
Qui il trailer dal quale è tratto il fotogramma:
 

29 marzo 2024

A frusto a frusto (137)

 




Ogni temperie ha i suoi personaggi pubblici. Grandi, piccoli o minimi che siano, sono, di norma, i loquaci sintomi dei morbi che l'affliggono.

8 marzo 2024

Lingua loro (46bis): "...a doppio cieco"

 

Apollonio non sa dire se a proposito delle procedure ormai di rigore per le pubblicazioni scientifiche (probabilmente no), ma a commentare il "doppio cieco" ci aveva già pensato Altan (à suivre). 


28 febbraio 2024

Lingua loro (46): "Peer Review a doppio cieco"

Il nesso Double-Blind Peer Review designa una pratica fattasi norma cogente, nel corso dell'ultimo cinquantennio. Essa prevede che chi procura un giudizio sopra uno scritto scientifico proposto per la pubblicazione o per la presentazione a un congresso ignori chi ne è l'autore e che, reciprocamente, l'autore ignori l'identità del revisore. Niente nomi propri, per carità: i nomi propri sono settici.
Qui si sospende il giudizio sopra la pratica. Che possa essere calamitosa è ipotesi che ha cominciato a serpeggiare non da ieri, negli ambienti scientifici. E la teoretica, cui essa pretende di essere al servizio, non tiene evidentemente troppo conto (anche se fa sembiante di farlo) di una correlata etica. Per tradizione, si ritiene per esempio che l'anonimato di una comunicazione non sia in effetti etico emblema di probità.
Come s'è detto, questo frustolo non si impegna tuttavia in temi tanto importanti: ogni temperie ha l'etica e la teoretica che merita e guai a toccargliele, se non si vuole buscarne in contraccambio botte da orbi (wow). 
Ci si limita così a considerare brevemente la parziale resa in italiano della designazione della pratica. La si legge nel titolo e la si incontra regolarmente, frequentando i circuiti nazionali della Scienza (con articolo determinativo e iniziale maiuscola, come ormai è d'obbligo) e della sua amministrazione (in questo documento, un esempio). 
Una resa siffatta ha certamente visto la luce in ambienti che all'inflessibile serietà degli studi, al grande valore scientifico e alla cura maniacale per la considerazione sociale, uniscono una naturale disposizione al comico e alla (auto)parodia, soprattutto quando ammiccano a una varietà linguistica di prestigio. A essi va la gratitudine per il buonumore che ne deriva.
Leggere o udire a doppio cieco (e non a doppio non vedente, si osservi sorridendo) invita inoltre a volgere per analogia il pensiero a un'opera d'arte che, di ciechi, ne mette in scena addirittura tre volte due, forse come illustrazione del modo con cui, proprio sulla sua soglia, si stava presentando l'evo moderno:

26 febbraio 2024

Linguistica candida (67): Sapienza della lingua

La facoltà umana che è uso chiamare lingua (e che, sempre per metonimia, sarebbe più allusivo della sua realtà chiamare orecchio) è un sistema incessantemente processuale e un processo costantemente sistematico, in ogni momento e in ogni suo aspetto. 
Si illude o millanta chi proclama di avere, già adesso o in prospettiva, il modo di farne l'oggetto di una descrizione compiuta, ancor peggio, di una comprensione integrale. 
Al contrario, è realistico e adeguato mettersi nella disposizione d'animo e nella condizione, se ci si riesce, di cogliere, per via di pertinenza, ciò che non varia nella varietà e ciò che varia nell'invarianza del quasi nulla della lingua di cui si ha la ventura di fare esperienza diretta o per via di studio. 
Ecco perché, senza una filologia, non questa o quella filologia, ma inderogabilmente una filologia, l'attenzione rivolta alla lingua diventa un'attività ben che vada spassosa, pur nelle sue complicazioni, ma vana, in termini di conoscenza. Parimenti vana, fuori di un gioco di erudizione, è tuttavia la medesima attenzione quando, invocando specularmente la storia come principio, essa finisce per fare da servile complemento a una filologia, riducendosi a una filologia d'accatto.
Esperienza di un quasi nulla, s'è detto. Di qualsiasi strumento di raccolta si disponga, i cosiddetti dati non saranno infatti mai più di un quasi nulla, se, anche al di là della loro qualità, il loro numero è messo a confronto con la quantità indefinita non solo di ciò che della lingua è patente, ma anche di ciò che non lo è e che è la stragrande maggioranza delle sue evenienze, convenzionalmente dette pensiero. 
Non è curioso in effetti ed è indiscutibile che la facoltà espressiva umana destini alla latenza la quasi totalità delle sue realizzazioni. A ben vedere, sarebbe infatti una troppo atroce condanna, per gli esseri umani, vivere nel rumore perenne che deriverebbe dalla manifestazione dell'indefinito numero dei loro pensieri. 
È d'altra parte ovvio che si parli di quantità indefinita, quando è in gioco la lingua. Si tratta, come s'è detto in esordio, di una facoltà umana e del relativo comportamento. Evitando in proposito di montarsi la testa, è dunque opportuno, oltre che sobrio ed elegante, lasciare la qualificazione di infinito eventualmente a chi o a quanto ne fosse adeguatamente descritto. Di una cosa si può essere sufficientemente certi: infinito non è niente di ciò che è al tempo stesso umano, lingua inclusa, in ogni suo aspetto.
In funzione di un'indefinita finitezza e del correlato quasi nulla dell'esperienza che se ne può fare, cogliere quanto non varia nella varietà e quanto varia nell'invarianza è in effetti ciò che, per naturale disposizione e sensibilità, fa con la lingua ogni essere umano. Lo fa con accanita dedizione nei primi anni della sua vita e, via via con più scarsa capacità e minore interesse, nel prosieguo, ma caso mai avendone qui e là barlumi di consapevolezza.
Scienza o, forse meglio, sapienza della facoltà espressiva umana convenzionalmente detta lingua è provare a conservare, nei suoi confronti, disposizione, sensibilità e dedizione infantili, con l'obiettivo di rendere meno effimera e precaria la luce che sopra essa getta, come può, una consapevole maturità. 

15 febbraio 2024

Buoni e cattivi

A parziale fondamento intellettuale, e si vorrebbe dire anche morale, di una civiltà in cui si pretende ancora d'essere iscritti (chissà con  quanta ragione, c'è da chiedersi), sta l'Iliade. 
Non è rappresentazione poetica di stati umani e sovra-umani di concordia, è appena il caso di ricordare. Forse vale però la pena di osservare come il dissidio messo in scena dal poema non oppone buoni e cattivi. E ciò vale tanto per gli umani, per i quali la contesa è ovviamente mortale, quanto per i sovra-umani, per i quali essa non lo è. 
Se il poema aspirava a suscitare stati d'animo in chi un dì lontano lo ascoltava, in chi poi lo ha letto e in chi ancora lo legge, non ne fomenta nessuno che si appoggi basilarmente sopra la distinzione tra buoni e cattivi. Rabbia, pietà, orrore, ammirazione, sdegno, commiserazione, ribrezzo, scherno: in linea di principio, erga omnes. E, con i medesimi bersagli, uno per uno, i sentimenti conversi.
Immaturità di un pensiero e di un'epoca che, certamente per un errore di prospettiva, vengono considerati aurorali e, a ben vedere, erano invece pienamente e luminosamente diurni? 
Decrepito tramonto di una rimbambita temperie, piuttosto, in cui, non da ieri, chi ha pretese intellettuali emette giudizi e divide il mondo in buoni e cattivi.

9 febbraio 2024

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (37): Il quid e il come




Sciogliere un inconoscibile quid nell'umile prassi di un come, senza lasciarne residui, è il superbo orizzonte dell'esperienza umana.  

31 gennaio 2024

Intolleranze (14): "Sold out", "Reading"


Si esprime così, in una rete sociale, la casa editrice che ebbe in Leonardo Sciascia il suo mentore. Quando "uno voli fari triatro" (avrebbe scritto la più celebrata delle sue firme nel suo idioletto letterario), uscirsene con un tutto esaurito sarebbe da zotici. Scrivere lettura ancora peggio: non si tratterebbe appunto di un "evento".
Nell'ambiente dei colti e letterati e delle letterate e colte, si procede al proposito in compatta falange: è tutto un sold out e tutto un reading. Né c'è da illudersi che qualcuno, per il rispetto che gli si dovrebbe, possa uscirne indenne. 
Una prova? Assoggettato a un reading anche un dolente e irridente fustigatore di cliché e di stupidità espressive:


Si potrebbe commentare che, a differenza dei vivi volentieri dediti a simili pratiche, i morti non hanno nessuno che li difenda, come è stato tristemente scritto (qui non si sa dire da chi). Ma lo spirito di questo diario è sorridente. E fin quando c'è qualcuno che sorride, si può morire contenti. 

29 gennaio 2024

Lingua loro (45): Ancora su "allooora..."

Un frustolo fortunato, il precedente. Ha procurato ad Apollonio, mediatrice la casella postale del suo alter ego, il conforto di lettori e lettrici di norma acquattati e acquattate dietro il paio che qui invece di tanto in tanto si manifesta. 
Il fenomeno che vi si espone ha certamente fattispecie più varie della singolare e nuova (ma, forse, solo nella forma del suo attuale dilagare) che si è prestata alla estemporanea segnalazione: ne sono giunte numerose testimonianze. 
Insieme con esse, è anche giunta un'integrazione autorevole e gustosa. Autorevole perché viene da Paolo D'Achille. Gustosa perché consente ad Apollonio di suggerire una correlazione inattesa e, a suo parere, rivelatrice.
Scrive D'Achille all'alter ego di Apollonio (menzione e citazione sono state graziosamente autorizzate): "[Allora] è molto frequente come segnale di presa di possesso [della parola], ma non è solo dei professori. Ho visto e sentito che lo usa spessissimo Lilli Gruber a 8 e mezzo, per riprendere la parola, e spesso per mostrarsi in disaccordo con chi sta parlando o per interrompere eventuali sovrapposizioni di interventi". Per chi si occupa criticamente di espressione e di comunicazione, un'osservazione siffatta è preziosa. 
Apollonio assiste solo molto occasionalmente al popolare programma televisivo di approfondimento giornalistico. Quanto basta però a sospettare che gli "allooora..." che D'Achille segnala come frequenti sulle labbra della anchorwoman corroborino e non indeboliscano l'ipotesi di una caratterizzazione professorale del vezzo. Sono infatti veri e propri sintomi dell'attitudine fondamentalmente didattica del programma e della sua conduttrice. 
Ne viene insomma non si dice spiegata, ma perlomeno illustrata l'impressione che in 8 e mezzo si pratichi un giornalismo da maestrinə (la locuzione tradizionale, nel caso specifico appropriata quanto al genere, potrebbe suonare a chi legge come non corretta politicamente). 
Numeri e successo dicono tuttavia che, al di là del genere grammaticale, un simile modo di comunicare piace a molti e a molte. Sarà per la nostalgia degli anni belli in cui, sotto uno sguardo giudicatore e severo, costoro scaldavano i banchi.

26 gennaio 2024

Lingua loro (44): "Allooora..."

C'è un costante, quasi ossessivo comparire di un avverbio tra le osservazioni procurate all'alter ego di Apollonio dalla frequentazione di studenti e studentesse di università, negli estremi anni italiani del suo servizio
Sollecitati e sollecitate a prendere la parola, nella situazione comunicativa di un contesto didattico d'una qualche formalità e quindi in quella ovvia di una prova di esame, in apertura, sulle loro labbra compare invariabilmente un "allooora...". Talvolta segue, talaltra non segue quanto chi proferisce l'avverbio è richiesto o richiesta di dire. In questo secondo caso, l'"allooora..." incipitario resta sospeso ed è la sola cosa che capita di ascoltare da quella bocca (spesso, va detto, grazie al Cielo: tra il silenzio e la parola, non di rado il silenzio è ciò che ferisce di meno). 
Bronisław Malinowski e, sulla sua scorta, Roman Jakobson, che ne formalizzò l'intuizione nel quadro di una teoria degli eventi comunicativi, individuarono in fenomeni siffatti l'emergere della funzione fàtica. Nel caso specifico, la certificazione della presa di possesso e dell'apertura del canale sul quale, procedendo, ci si prepara a dare uno sviluppo al contatto e al rapporto comunicativo, fornendo per esempio le informazioni richieste. 
Fin qui, pertanto, nulla di sorprendente. La vita linguistica di ogni giorno pullula di espressioni che valgono 'sono qui e sono disponibile e pronto a parlare con te' o 'aspetta un po', tieni aperte orecchie e attenzione, quello che ho da dirti arriva a momenti' o ancora altro del genere. 
Ma, a parte un'estensione nell'uso dell'avverbio allora che, se non ci si sbaglia, i lessici non hanno ancora opportunamente registrato (estensione sui modi della quale forse qualcosa ci sarebbe da dire dalla prospettiva di una diacronia grammaticale), l'osservazione, perlomeno come essa si è presentata ad Apollonio e al suo alter ego, sembra disporre di un curioso e correlato aspetto sociolinguistico. 
Sono in apparenza testimoni dell'uso in questione parlanti di una classe d'età che un dì si sarebbe detta giovanile e adesso più opportunamente tardo-adolescenziale, se non affatto adolescenziale e che un dì si sarebbe detta eventualmente semi-colta e oggi non si saprebbe più come definire, respingendo anche solo il sospetto che drammaticamente essa sia da qualificare come incolta. 
Costoro se ne stanno inoltre facendo testimoni in un registro a loro giudizio tutt'altro che informale, come è quello di un esame universitario. È più che ragionevole l'ipotesi che, come si diceva un tempo, non sia farina del loro sacco e che in realtà essi stiamo imitando un comportamento percepito come appropriato e prestigioso.
Apollonio e il suo alter ego si sono così messi a un più largo ascolto del contesto in cui hanno registrato il fenomeno: la scuola. Oggi, la scuola (l'accademia ne è una parte) è in effetti colma di chiacchiere. Forse lo è stata sempre, solo che da qualche decennio, l'eccesso si è reso più evidente. C'è da credere siano diventate meno alte le mura entro le quali la chiacchiera si produce: essa tracima più facilmente e allaga così ogni spazio (materiale e morale).
Ebbene, la fonte degli "allooora..." incipitari studenteschi viene pienamente alla luce, se si ascolta con attenzione e con specifica intenzione chi, nella scuola e soprattutto nell'attività didattica, prende la parola. Viene alla luce, se ci si mette all'ascolto dei e delle docenti, che, in tale contesto comunicativo, sono i e le titolari autorizzati/e, effettivi/e e permanenti della parola, sono coloro che non hanno bisogno di qualcuno che gliela dia, la parola, e che invece, quando è il caso, la danno. Un professore, una professoressa comincia a parlare? Due volte su tre, la sua prima parola è "allooora...".
Con il suo stucchevole sapore semi-colto, il vezzo viene da lì. Ed è un paradossale successo didattico. Sono professori e professoresse che, almeno in questo, sono infatti riusciti a insegnare qualcosa ai loro e alle loro discenti: hanno insegnato che, in principio, sì, c'è la parola, ma che questa parola è "allooora...".
Ai due lettori di Apollonio parrà inverosimile il risultato di questa minuscola ricerca sociolinguistica, condotta, lo si ammette, molto alla buona e insieme con il suo alter ego: fantasie di due vecchi rimbambiti, penseranno. Si sbagliano. 
La gente che lavora in pubblicità è gente sveglia e seria, gente che con la comunicazione ci campa e campa la famiglia, che alla comunicazione si avvicina con competenza e con strumenti atti a misurare il peso di ogni parola, di ogni espressione. Gente che sa bene, meglio dei lessicografi e dei grammatici che vanno per la maggiore, chi dice, donde viene, cosa vale e chi qualifica "allooora...". Ecco appunto cosa, a definire tipicamente una docente, le mette in bocca come prima parola una pubblicità:


   

21 gennaio 2024

A frusto a frusto (136)


Sarebbe bello (utile, non si sa, ma qui poco importa) se gli esseri umani dedicassero perlomeno la metà del tempo che mettono per cambiare il mondo e tutto quello che perdono per interpretarlo a modesti tentativi di procurarsi qualche provvisoria idea di come sia fatto. 

12 gennaio 2024

Le cose 'come sono' esistono nelle parole...

"The things 'as they are' exist in words; therefore words should be handled with care lest the picture, the image of truth abiding in facts, should become distorted - or blurred", scrive Joseph Conrad al suo corrispondente Hugh Clifford sul finire del 1899. 
Gli sta dicendo cosa pensa di un libro che Clifford gli ha mandato in lettura e il giudizio è amichevolmente positivo. Conrad "si permette di fargli solo un'osservazione": "Non lasci abbastanza spazio alla fantasia. Non intendo i fatti - i fatti non possono essere narrati troppo esplicitamente - alludo semplicemente all'espressione. È vero che un uomo che conosce tanto (senza tener conto della maniera in cui la sua conoscenza è stata acquisita) può ben risparmiarsi il disturbo di meditare sulle parole; solo che le parole, i gruppi di parole, le parole isolate, sono simboli di vita, posseggono nei loro suoni e nelle loro forme la capacità di presentare proprio ciò che tu desideri imporre alla visione mentale dei tuoi lettori [...] Puoi dire che queste sono considerazioni adatte ad un semplice artigiano, e puoi anche dire - ed è concepibile - che non ho altro a cui pensare. Comunque tutta la verità sta nella presentazione, e di conseguenza la forma dovrebbe essere curata nell'interesse della veracità. Questa è l'unica moralità dell'arte, a parte il soggetto" (i corsivi sono nel testo e l'italiano è di Alessandro Serpieri).
Questo diario inaugura il suo nuovo anno e Apollonio è felice di farlo con simili parole, in compagnia, spera, dei suoi due lettori. Aprire un libro a caso, nella propria biblioteca, procura il piacere sopraffino di trovare, dopo anni, dimenticate sottolineature. Anzitutto, esse ricordano ad Apollonio come quelli che crede suoi pensieri, per fortuna, non sono suoi e, passati di mano in mano, molto meglio detti, chissà da qual fondo di antichissima, si direbbe, primordiale consapevolezza essi vengono. Vale insomma la pena di rompere il silenzio, per farli ancora echeggiare, anche sommessamente.
Dietro il silenzio, ammette, c'è di tanto in tanto qualche sconforto. Meglio, c'è un'incidenza talvolta acuta, nella sua faccia depressiva, di quel sentimento di inanità che, di norma, al contrario gli fa euforicamente da corroborante garanzia dell'accettabile grado della sua libertà. 
Non servire a nulla e a nessuno aiuta a non servire nessuno e nulla.
 

20 dicembre 2023

Bolle d'alea (35): Genette

"Mort. J'ai longtemps hésité entre mourir très jeune, comme Mozart, ou très vieux, comme Hugo. Je n'ai plus beaucoup le choix, mais je m'avise (à temps?) de cette recette complexe, préconisée par je ne sais quel sage oriental (peut-être Bernard Shaw): mourir jeune, mais le plus tard possible", scrisse sornione Gérard Genette settantanovenne nel suo Codicille.
È la stagione degli auguri ed è la diciannovesima volta per questo diario. Apollonio condivide lo spirito e ammira la lettera delle parole di Genette. E trova in esse quanto augura a se stesso, da vecchio bambino impenitente della vita. Ma la sortita sta qui a disposizione di chi legge perché se ne serva allo stesso modo o come vuole.
In una temperie sentimentalmente liquida come la presente, in cui, per via di sommersione, non si sa se all'asfissia del pensiero i buoni sentimenti contribuiscano più dei cattivi, anche l'allegra ironia di un augurio riflessivo e tutt'altro che paradossale può fungere per qualche minuto da respiratore. 

[In traduzione estemporanea: "Morte. Ho esitato a lungo tra il morire molto giovane, come Mozart, o molto vecchio, come Hugo. Non ho più molta scelta, ma mi accorgo (per tempo?) di questa ricetta complessa, consigliata da non so qual saggio orientale (forse Bernard Shaw): morire giovane, ma il più tardi possibile".]

2 dicembre 2023

Linguistica al volo (2): Da "perché" a "pérche"


In questa canzonetta (dai contenuti manifestamente edipici: i due lettori di Apollonio avranno avuto la pazienza di ascoltarla), perché diventa pérche. Da giambo a trocheo, verrebbe fatto di dire. Vera e propria σφραγίς della giovanissima artista, che, con ratio musicale, usa giocare con le frammentazioni delle parole e con gli spostamenti di accento. Non è la sola; fanno lo stesso anche altri e altre cantanti della medesima generazione, non sempre con esiti artisticamente commendevoli.
Ma, ci si intenda, con pieno diritto. Sono manifestazioni del "legame musaico": nesso e concetto sono danteschi (stanno nel Convivio: I vii 14) e anticipano grosso modo di sette secoli la nozione di funzione poetica, di cui si fa opportuno credito a Roman Jakobson. 
"Legame musaico": tra i dotti, se il valore del sostantivo è pacifico, quello dell'attributo è stato oggetto di dibattito. Nel Convivio, vale semplicemente 'poetico' o più specificamente 'musicale'? Questione di non poco momento, nella prospettiva d'una filologia dantesca, ma sulla quale una linguistica da strapazzo può sorvolare e non solo perché l'occasione per alludervi in questo frustolo a qualcuno sarà parsa ignobile.  

28 novembre 2023

Caratteri (22)




Guardarsi semplicemente in faccia è rischio che non può correre: si imbattesse in uno specchio, ha sempre pronto un bel quadrato per oscurarlo.

27 novembre 2023

Bazzecole (1): Pesci al "Sole", una domenica dello scorso inverno

Sul settimanale culturale del noto quotidiano economico, "Le avventure di un merluzzo" recitava parecchi mesi fa il titolo di un articolo che non poteva non attirare l'attenzione di Apollonio. Almeno in parte, quell'articolo parlava infatti di lui. 
"L'uomo è ciò che mangia": così fu scritto con provocatoria autorevolezza or sono quasi due secoli. E sono stati da sempre presenti nell'alimentazione di Apollonio (e nei commerci preliminari che l'alimentazione comporta) lo stoccafisso (u piscistoccu, nella saporita memoria di una Messina tanto anelata durante l'infanzia e l'adolescenza), il baccalà e i naselli mediterranei che in Sicilia passano sotto la designazione di mirruzzi, ma che, appunto, non sono merluzzi, come li denomina il relativo italiano regionale.
A illustrare vistosamente il pezzo e la pagina, cosa ci stava allora a fare quel mucchietto di sugherelli o suri (in Sicilia, con varianti locali, sauri)? Pesce azzurro che coi merluzzi (o coi naselli, loro parenti) condivide solo l'ovvio iperonimo e, con altrettanta ovvietà, il fatto d'essere commestibile, ma in modo diversamente gradevole (donde un differente pregio).
Insomma, una sciatteria redazionale che ad Apollonio parve e ancora pare indice di un degrado già segnalato in questo diario. Indice non meno degno di nota, dal punto di vista culturale, di quello che attesterebbe, si ponga, la presenza di un ritratto di Ugo Foscolo a illustrare uno scritto che avesse a tema Alessandro Manzoni.
Che Apollonio sappia, in proposito, nei fascicoli seguenti di quel settimanale non sono comparse rettifiche. Evidentemente, per chi lo sfoglia e per chi lo cura (e letteralmente non ha saputo che pesce pigliare), merluzzo o suro, che differenza fa? 
Di cultura, di qualsivoglia cultura, non si conosce tuttavia definizione migliore di quella che la identifica con la capacità di discernere, di fare di un àmbito che agli ignari si presenta come indistinto e confuso (liquido, si direbbe oggi, e non solo a proposito di pesci) un sistema di elementi che trovano nella discretezza la loro identità. 

5 novembre 2023

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (36): Descrizione vs. giudizio


Non c'è descrizione senza punto di vista. Capita che, a partire da un punto di vista inusuale, una descrizione metta in luce aspetti fin lì non considerati di ciò che descrive. C'è chi la prende allora per un giudizio, per via di quella pigrizia intellettuale che fa ritenere i punti di vista corrivi gli unici possibili o i soli consentiti. Qualsiasi valore si annetta agli aspetti messi in luce dalla nuova prospettiva, la confusione tra descrizione e giudizio va invece evitata. Se è una descrizione e dichiara il proprio punto di vista, non è un giudizio, tanto meno un biasimo o una lode. Piaccia o non piaccia, è una descrizione.

26 ottobre 2023

Squarciare, celebrando: Italo Calvino, IOO

Presso un prestigioso ateneo romano, è stato ed è all'opera un Laboratorio Calvino fecondo di iniziative, in questo anno centenario dalla nascita dello scrittore. 
Nell'epoca della comunicazione, nemmeno la Sagra della zucchina bollita di Pratofiorito può fare a meno di costituirsi come brand. E non c'è brand che possa rinunciare a una "identità visiva": tutta l'attività di comunicazione ne va infatti contraddistinta, per essere riconoscibile, per esserne appunto marchiata. 
Il menzionato Laboratorio ha così opportunamente curato di avere un'identità visiva e l'ha commissionata a un reputato studio professionale. Lo dichiarano i materiali prodotti: si tratta di uno studio che pare abbia nel lettering la sua specializzazione.
Nei materiali in questione, l'elemento qualificante dell'identità visiva del committente è dunque il nome dello scrittore cui sono consacrate le celebrazioni. Esso è posto sempre in modo da risultare saliente. Lo fa nella foggia qui riprodotta alla buona e come si può (anche per tema che farlo diversamente non si possa, senza esserne autorizzati), in modo bastevole tuttavia al presente scopo: 

italocalvino

Chi volesse verificare trova qui o qui le pezze di appoggio, in originale.
C'è in tale foggia un lampante e ricercato contrasto tra marcatezza e non-marcatezza. Il marcato è in rosso; il non-marcato non lo è. Attenzione: diversamente da quanto si è qui riusciti a riprodurre, nell'elaborazione grafica originale il punto sopra la prima i non è in rosso e il dettaglio, minuscolo, non va trascurato. Ma si proceda. Il marcato occupa le posizioni iniziali e finali e la cesura tra nome di battesimo e nome di famiglia, quindi una posizione finale secondaria; il non-marcato occupa il resto. Il marcato è fatto solo di lettere di elementi vocalici; il non-marcato di quelle tanto di elementi vocalici, quanto di elementi consonantici. Una serie di opposizioni che, per via di salienza, fanno appunto in modo che da italocalvino emerga, come cifra, un 100. È la trovata. Accanto, al di là o al di sotto del ricercato 100, occhieggia tuttavia un ulteriore signe
Come per la cifra 100, si badi bene, la sequenza italocalvino non ha nulla che giustifichi specificamente che vi si legga altro, ma a marcare le lettere di certe vocali e non di altre o delle consonanti ne emerge anche la sequenza di un pronome di prima persona proferito in modo insistito e perentorio, come capita, per esempio, quando se ne fa una rivendicazione: ioo. Un pronome di prima persona: "il più lurido di tutti i pronomi", nelle parole di Carlo Emilio Gadda. 
È difficile immaginare che a tale exploit (etimologicamente, 'esplicito') sia mancata, nascosta dalla banalità del centenario, una Meinung, un'intenzione di significare, per dirla da una prospettiva fenomenologica, qui molto opportuna. Ciò non significa che, per precauzione analitica, ci si possa dire certi che a tale Meinung abbia corrisposto una consapevolezza. Che cioè tanto nel reputato studio che ha realizzato la foggia in questione, tanto nel think tank committente si sapesse da un lato cosa si stava facendo, dall'altro cosa si stava acquistando come identità visiva.
Sarebbe però divertente conoscere il pensiero del redivivo Calvino sopra chi trae visivamente dal suo nome una cifra (stilistica?) in cui occhieggia il chiaro vestigio di quel pronome di prima persona di cui, in vita, disse più volte di avere anche lui come scrittore (come persona, non si sa) una qualche ripugnanza. Un pronome e una funzione di cui affermò talvolta fosse il caso (o l'obbligo) di abdicare senza titubanze o remore, nel lavoro letterario.
Ma forse si rivela proprio in questo minuscolo dettaglio la ratio complessiva, se non di tutte, di molte operazioni messe in moto con l'anno centenario che si sta vivendo. E ciò che qui si è osservato è appunto un sintomo, oltre che un segno.
Se pure in maniera diversa da Pier Paolo Pasolini e da Leonardo Sciascia, anche Italo Calvino, con la sua straniante familiarità, è stato ed è ancora una figura perturbante, per chi prova a intenderlo. 
La memoria dello scrittore provoca probabilmente sentimenti contrastanti nel profondo di coloro che oggi impersonano la cultura nazionale nella sua ufficialità. O che aspirano e si candidano a farlo, grazie alla ribalta istituzionale offerta dalle cerimonie della sua imbalsamazione. 
Un contesto insomma favorevole a quella perdita di controllo dell'espressione che, per via di un'ambiguità nella rielaborazione grafica del suo stesso nome, apre così una sorta di squarcio tra le bende della mummia del celebrato. 

12 ottobre 2023

Ancora su "io Capitano": marginale chiosa grammaticale

Il caso è minuscolo (e inoffensivo) ma capita appunto in questi giorni di leggere in rete uno scritto sul film di Garrone che, in un passaggio, si esprime così: "È questo l'intento da cui muove Io, capitano, il film di Matteo Garrone". E in modo simile si vede evocato il titolo qui e là, non solo in rete.
L'opera ha per titolo io Capitano, senza virgola. Caso mai si nutrissero dubbi, lo testimonia l'immagine che accompagna questo frustolo. E se le risorse grafiche messe a disposizione da questa piattaforma non consentono, riproducendolo, l'uso contrastivo di maiuscoletto e maiuscolo, tollererà chi legge che qui si faccia ricorso al contrasto, non troppo dissimile, tra minuscolo e maiuscolo. 
La questione è del resto ben lungi dall'essere meramente grafica, dal momento che le scelte grafiche della locandina sono effetto di una trasduzione, per dirlo con una metafora, di valori sintattici.
Il rapporto tra il pronome di prima persona (così importante, come si è detto nel frustolo precedente, per intendere la ratio narrativa picaresca del film) e il nome che l'accompagna è infatti quello che passa tra soggetto e predicato nominale. 
In altre parole, se il costrutto fosse completo di verbo e il nome corredato da un articolo, invece di presentarsi come una secca frase nominale (a rappresentare la competenza elementare che il protagonista ha dell'italiano), il verbo sarebbe una copula e l'insieme suonerebbe come "io [sono il] Capitano". Proprio ciò che urla Seydou sul finire del film, rivendicando la sua paradossale missione di "scafista", cioè di soggetto dell'evento finale, se non principale della sua avventura, vista nel suo sviluppo narrativo.
"Io, capitano", con la virgola, varrebbe altro: "capitano" non sarebbe predicato, ma apposizione (per dirlo con la terminologia grammaticale tradizionale). In termini funzionali, sarebbe insomma una sorta di attributo di un Io maiuscolo non solo nella resa grafica, come lasciano intendere coloro che citano il titolo scorrettamente. Insomma, una prospettiva statica e non processuale.
Le bon Dieu (o, se si preferisce l'altra versione, le Diable) est dans le détail. E Apollonio può dare così prova ai suoi due lettori, eventualmente preoccupati di un'improbabile deriva verso la serietà di questo vano diario, che, al Cielo piacendo, il loro vecchio sodale non è cambiato e continua imperterrito a occuparsi di virgole.  
 

7 ottobre 2023

Spettatore pagante (3): "io Capitano" di Matteo Garrone

Si arriva pian piano, in sala, a capire perché suoni io Capitano il titolo del più recente film di Matteo Garrone: un bel film. 
Pian piano e solo in conclusione si giunge a intenderne l'appropriatezza come chiave di lettura della pellicola. Un titolo ben fatto serve anche a questo e io Capitano è un buon titolo. Per argomentarlo, conviene però procedere con ordine.
La pellicola mette sullo schermo le avventure per niente spassose di Seydou, come protagonista, e di suo cugino Moussa, come spalla. Sono due teen-agers wolof, per lingua e cultura, e senegalesi, per nazionalità, quindi anche francofoni per via di colonizzazione. 
Seydou e Moussa decidono di mettersi in viaggio verso l'Europa. Al loro progetto si oppone, ragionevole e sentimentale, la madre di Seydou: la terra è madre; la madre è l'Africa. Una madre che balla ancora bene ai forsennati ritmi di una festa, ammette il figlio, mentre le svela il suo progetto, prendendosene inutili e patetici rimbrotti: partire non è un po' morire, è morire tout court e, nel caso specifico, spesso non per figura, gli dice la donna.
Spinge però i ragazzi a partire un sogno altrettanto sentimentale e appunto, per opposizione, irragionevole. Senza gli esiti della propria irragionevolezza, un essere umano avrebbe poco da narrare. L'Africa alberga poi tanti ragazzi. Addirittura ragazzi che coltivano sogni. Il sogno di Moussa e di Seydou è in realtà poca cosa e, come è regola nella liquidità globale, sta per intero nel regno dell'apparire. Saranno i bianchi a fermarli per strada, un giorno e in Europa, si dicono irragionevolmente i due adolescenti, per averne un autografo. Perché?
Nella povera condizione in cui vivono, compongono ingenue canzonette, sui ritmi e nei modi che detta la loro cultura. Sopra tale friabile sostegno, sognano i fasti della notorietà che giungono loro tramite uno smartphone, che parla le tante lingue del successo canterino, tra le quali non manca l'italiano.
Il sogno non è tuttavia privo di suggestioni: i modi e i ritmi delle composizioni di Seydou e Moussa, insieme con quelli di altre culture africane hanno infatti profondamente intriso, come si sa, la musica commerciale prima occidentale, poi globale. E, sia detto a margine, chissà se, quando canticchiano sotto la doccia o si agitano in discoteca, i tanti e le tante che oggi temono invasioni e spregiano gli ibridi sono consapevoli di essere già, loro medesimi e medesime, in un avanzato stato di ibridazione. Tale che si potrebbe persino adattare al caso curioso odierno, a mo' di rivelatore paradosso, l'un dì famosa sentenza di Orazio. Perlomeno quanto all'espressione musicale (e non è poco), Africa capta, ferum victorem cepit (e mai attributo fu più appropriato, se per ferum si intende, come si può, 'brutale'. 'feroce').
I due ragazzi partono, dunque, e si avviano verso una realtà che, intervenendo spietata, ha i caratteri di un autentico inferno. Il cinema ha però la diabolica capacità di riscattare l'inferno con la bellezza delle immagini. E c'è appunto chi, preso dalla mera indignazione morale che la vicenda narrata suscita nei e nelle superficiali, ha visto in ciò un tratto di condannabile estetismo cinematografico. Di bellezza tuttavia non ce ne sarà mai troppa.
io Capitano non indugia mai d'altra parte sulla violenza, come realisticamente avrebbe potuto, e non toglie ai cattivi, che nel film non mancano, l'impronta di una piena appartenenza al genere umano: spregevoli, si badi bene, ma esseri umani, al pari delle vittime. Tutti terrestri. E tutti sporchi, impastati di quella polvere, di quel fango, di quella sabbia, di quell'ocra e di quel giallo che, a partire dalle prime scene, sono il tratto formale del film, quanto a colore. 
Non del film per intero, tuttavia. Ocra e giallo scompaiono appunto nell'ultimo quarto d'ora, per lasciare lo schermo al blu del mare. Lampante marca formale di una letterale catastrofe narrativa, del capovolgimento che porta il dramma verso il suo scioglimento, consumato sull'acqua e verso il cielo, con la terra a fare da semplice sfondo, ma come un'ombra: l'ombra di un sogno.
La pellicola ha poi un paio di parentesi fantastiche. Rimarchevoli. Potrebbero parere esornative o concessioni all'inclinazione fiabesca dell'ispirazione del regista. In altri suoi film, questa ha preso il sopravvento (a parere di Apollonio, con esiti discutibili). Qui sono invece finestre aperte sul sistema soggiacente del tessuto narrativo. 
Con le loro aperture, è la prospettiva interiore di Seydou a venire in primo piano. La fantasia gli consente di risolvere un conflitto lacerante: si trova costretto ad abbandonare, destinata a morte certa, un'anziana donna implorante che la marcia nel deserto ha fiaccato (la madre? Certo, per figura: da portare con sé come uno spirito privo di peso e volante). Ed è il sogno a permettergli di riemergere dall'esperienza delle torture subite per avere rifiutato di sottoporre sua madre e la sua famiglia al ricatto dei carcerieri. Non una telefonata con la richiesta di un riscatto, ma un angelo che vola a rassicurare nel reciproco sogno la donna, sorridente nel sonno. L'angelo porta con sé Seydou, dietro sua richiesta, ma il privilegio non giunge fino a concedergli di essere visto dalla madre o di parlarle, nell'occasione.
Ecco appunto. Ci si siede in sala e, sulle prime ma per lunga pezza, ci si figura di essere esposti a una narrazione in terza persona: Garrone che narra di Seydou e Moussa. Pian piano, ci si accorge però che la ratio del film è diversa. In realtà, regista e sceneggiatori si sono fatti mediatori artistici di un racconto in prima persona: Garrone ha fatto un film delle esperienze e delle relative parole di Seydou. Ciò cui si assiste, in rielaborazione cinematografica, non è il resoconto del viaggio di Seydou procurato da un osservatore esterno, ma il racconto che Seydou fa della sua avventura, materiale e morale. 
Quando si giunge a questa conclusione, diventa immediatamente chiaro che io Capitano ha l'impianto del romanzo picaresco: Seydou è il picaro nella temperie della modernità putrefatta. E, una volta che lo si è inteso, non si vuole dire tutti, ma molti pezzi del composto narrativo e cinematografico vanno al loro posto. Fanno sistema.
Prende anzitutto un valore specifico l'età del protagonista, un adolescente orfano del padre. Prende valore la presenza del cugino e compagno, perso nelle peripezie e finalmente ritrovato: un topos. Ha ragione l'insistenza nell'incipit e nel séguito sulla sprovveduta ingenuità di Seydou, via via sanata da una silenziosa e tutta interiore crescita di consapevolezza, nel contatto con un mondo feroce, violento e beffardo: c'è infatti chi ha parlato, in proposito, del modello del romanzo di formazione. 
Ma acquista un grande rilievo compositivo la leggerezza con cui il viaggio viene presentato, anche nei suoi momenti più crudi e violenti, da chi lo narra sapendo appunto di avercela fatta. E leggera, fin dalle sue origini, fu appunto la letteratura picaresca. 
Non si trascuri, in proposito, la presenza salvifica, quando la pellicola volge verso la conclusione, di una figura che, per il protagonista, surroga la paterna. Essa svanisce nel momento in cui il picaro si prepara ad affrontare la sua prova decisiva. Prova, si badi bene, che Seydou non vorrebbe affrontare: vi si trova infine costretto. Gliela impone infatti un'ennesima e interessata angheria, cui deve piegarsi per salvare Moussa: gli toccherà farsi pilota della barca con la quale proverà a raggiungere la Sicilia, conducendovi una folla di disperati e disperate. E dunque non dal bene né dal male Seydou esce infine forte e consapevole, ma da un inestricabile miscuglio di bene e di male. È ciò che porta Seydou alla rivendicazione finale di un'espressione in prima persona, al suggello della pellicola che, facendo anche da titolo, ne sanziona circolarmente la natura davanti allo spettatore. 
In faccia all'elicottero della Guardia costiera italiana finalmente giunto a intercettare i clandestini, "Io capitano, io capitano... tutti salvi... nessuno è morto" urla il picaro Seydou dalla torretta dello sgangherato natante con il quale, sedicenne che non sa nemmeno nuotare, quindi per mera fortuna, ha condotto attraverso il Canale di Sicilia quella ciurma di esseri umani: ciurma dolente, irrequieta e, soprattutto, fertile. 
Con la finale ingenuità della verità, il picaro Seydou confessa e rivendica insomma d'essere lui lo "scafista". Così oggi usa dire appunto gente che, beata lei, ha sempre chiaro davanti a sé il confine tra buoni e cattivi e non immagina che uno scafista possa non solo sentirsi Capitano ma essere anche "timorato", come del resto, per dirla finalmente con Jean-Paul Sartre, una sgualdrina può essere "respectueuse".