10 luglio 2026

Sommessi commenti sull'Ultra-moderno (12): Fa caldo, senza dubbio, e sempre più lo farà

Né climatologo, né fisico dell'atmosfera, né meteorologo, né geofisico, né ecologo, né matematico, né oceanografo, né biogeochimico, Apollonio è sicuro di non potere passare per "negazionista": non ha nessuna delle competenze richieste. 
Ha poi un'età che lo rende particolarmente sensibile al caldo, da un lato, e che, dall'altro e per via di qualche esperienza, esclude si senta in grado di negare alcunché, in tema di cambiamento. 
In vita sua, ha persino visto diventare accademico della Crusca, con l'età e per correlato accumulo degli onori, chi durante vivaci stagioni della sua vita era stato caldo sostenitore della battaglia di don Lorenzo Milani. Era cambiato lui o era cambiata la Crusca? Certamente entrambi. Insomma, come si vuole che Apollonio si rifiuti di ammettere che il clima è cambiato. 
Quindi, i due lettori del suo diario non si inquietino: come tutti gli altri, questo frustolo non è da prendere sul serio, quanto al suo tema o, meglio, al suo pretesto. Qui, come sempre, è questione di lingua e di discorsi, sole cose delle quali Apollonio si attribuisce non la qualità di esperto, ma quella  di modesto osservatore.
Ebbene, non solo la grande letteratura (per la quale si rimanda al breve testo qui in conclusione), ma persino le scienze, tutte le scienze (si perdoni ad Apollonio la facile e scoperta antifrasi) hanno da tempo abbandonato o messo in radicale crisi la nozione di causa, come la si concepiva appunto prima della cosiddetta rivoluzione scientifica. Abbandonandola, l'hanno sostituita con una panoplia di nozioni epistemologiche differenti e variabili in funzione delle diverse aree di ricerca (e vale in proposito quanto dichiarato in esordio).
Un'idea di causa premoderna e impressionistica continua ovviamente a vivere nel quotidiano personale e nelle piccole faccende che gli si connettono né si può pretendere che essa ne scompaia magicamente: bisogna tenersela e farci gli spiccioli conti. Per similitudine, tirando in ballo fatti incontrovertibili, non si può sperare che si smetta di dire "il sole sorge" e "il sole tramonta": sarebbe persino un peccato, se accadesse. 
Questa "causa" è quella qui in causa: una "causa" di tutti i giorni. Le nozioni che la sostituiscono e che sono correttamente in uso nelle scienze, d'altra parte, è difficile siano immediatamente comprensibili (si sarebbe voluto scrivere "commestibili") da persone che soffrono in generale delle medesime incompetenze che Apollonio in esordio ha dichiarato di se medesimo.
Di tale "causa", l'immagine qui a corredo illustra una ricorrenza, sotto la veste grammaticale di un verbo. Non è l'unica né è particolarmente irritante. Per iscritto e nell'orale se ne incontrano da tempo a bizzeffe e sarebbe sciocco non averci fatto il callo. Non per cinismo, ma per timidezza, a tutte viene ormai da rispondere "Sì, sì, mo' me lo segno", come in un celebre film il personaggio interpretato da Massimo Troisi replicava al frate che gli lanciava il suo ossessivo "Ricordati che devi morire!". 
E la questione, di nuovo, non è se, proclamando tale "causa", si dica il vero o il falso. La questione è banalmente che si dice quel che si dice nella forma in cui lo si dice: una forma oltremodo rivelatrice.
Ecco allora, rinfrescante, la lettura promessa: 

"Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d'agnello d'Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s'intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d'uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. "Gia!" riconosceva l'interessato: "il dottor Ingravallo me l'aveva pur detto." 
Sosteneva, tra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse "riformare in noi il senso della categoria di causa" quale l'avevamo dai filosofi, da Aristotele a Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per "vecchia" abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei "suoi" delitti. "Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me... può sta ssicure ch'è nu guaio: qualche gliuommero... de sberretà..." diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano."

8 luglio 2026

Semiologo per difetto / diletto (3): Saussure echeggia nel "Trattato di semiotica generale"

Il Trattato di semiotica generale è il libro di Umberto Eco che si legge meno facilmente. La si dica tutta: che si legge, caso mai, solo per dovere. 
Anche altri suoi, va aggiunto, sono di difficile accostamento. Che Eco avesse una penna felice per l'elzeviro e la scrittura breve si può dire fu chiaro sin dagli esordi della sua presenza pubblica. E del resto anche la sua parola, anzi ancor più la sua parola coinvolgeva, divertiva, conquistava: vi si scorgevano gli esiti di una secolare tradizione di brillanti predicatori. 
Alla prova di scritture più estese, però, Eco portava il peso della Scolastica (il Trattato è una summa, in effetti) e solo nella maturità si palesò, come si sa, il suo talento di narratore. Anche in questo caso, di un narratore con un rovello (speculativo) irrisolto. Ma un narratore capace di oscurare il saggista. Già adesso, del resto, è la sua opera narrativa più della saggistica a essere rimasta presente alla cultura nazionale e c'è da immaginare che sempre più così sarà in futuro.
Il Trattato, scritto dall'autore con impegno enciclopedico ineccepibile nei primi anni Settanta, quando decise definitivamente di farsi semiotico, fu pubblicato proprio sul principio del 1975. Nel corso di quell'anno, una commissione nazionale si preparava appunto a eleggere Eco titolare della prima cattedra italiana di Semiotica, a Bologna. Ed era una pratica accademica un tempo pressoché obbligatoria che il candidato arrivasse a tale appuntamento con una pubblicazione che ne certificava inoppugnabilmente la competenza disciplinare. 
Ancor più nel caso specifico, visto che l'allora nuova disciplina era tenuta per una fumisteria da filosofi e filologi tradizionalisti, presenti in numero preponderante nell'università. Il Trattato era appunto destinato a dimostrare che, nella semiotica, c'era anche l'arrosto (o ciò che poteva parere tale) e che il suo autore era l'ottimo dei cuochi, in proposito. Quattrocento pagine in caratteri minuti, con una trentina di pagine di riferimenti bibliografici, un indice dei nomi che spaziava da Platone a Cassirer, da Goodman a Chabrol, da Hobbes a Katz, da Kant a Gross & Lentin, da Kristeva a Locke, da Dorfles a Descartes, da Marx (K.) a Jakobson e così via.
Tra i menzionati, c'era naturalmente anche Saussure e, passati cinquanta anni, è spassoso intercettarne la modesta eco nel Trattato. Eccone un esempio, significativo (ohibò!): "Saussure non ha mai chiaramente definito il significato, lasciandolo a metà strada tra una immagine mentale, un concetto e una realtà psicologica non altrimenti circoscritta; in compenso ha sottolineato con forza il fatto che il significato è qualcosa che ha a che fare con l'attività mentale di individui in seno alla società. Però secondo Saussure il segno 'esprime' delle idee e, anche se si accetta che egli non pensasse a una accezione platonica del termine 'idea', rimane il fatto che le sue idee erano eventi mentali che concernevano una mente umana" (p. 25 e sg.).
A Eco non venne in mente e nessuno allora gli segnalò che, se non trovava in Saussure una chiara definizione di significato come la desiderava, era forse perché del significato, come egli lo intendeva sulla scorta di una centenaria tradizione filosofica, al semiologo (e prima di lui al linguista), secondo Saussure, non avrebbe dovuto e non dovrebbe importare un fico secco. 
Certo, si legge signifié negli appunti degli studenti di Saussure, sempre in correlazione con signifiant (e basta ciò, in effetti, a una definizione), ma quel nuovo termine introdotto dal loro bizzarro professore doveva suonare originale alle loro orecchie e li metteva in guardia. Non era appunto né quel sens né quel signification di cui si servono i francofoni per parlare di ciò che somiglia a quanto Eco intendeva con significato
A Eco nessuno lo segnalò, si diceva. Eppure, se è degna di fede la tradizione orale cui il giovane Apollonio fu esposto in anni immediatamente seguenti, della commissione cui si è accennato e che decretò il successo del candidato faceva parte Tullio De Mauro, come il candidato poco più che quarantenne (altri tempi, altre scuole, altre malleverie) e ancora fresco dall'avere curato un'edizione italiana del Cours de linguistique générale.

4 luglio 2026

Semiologo per difetto / diletto (2): Un'allegoria della rettitudine

C'è una mirabile correlazione di forme significanti in questa istantanea, nominalizzazione di un attributo che qualifica in maniera impeccabile l'incrocio dell'arte fotografica con il καιρός
Il braccio destro sollevato è una semiretta inclinata e incide perpendicolarmente sulla retta, anch'essa inclinata, sopra cui si collocano corpo e capo. All'incrocio, si formano così due angoli retti. La seconda linea è sottolineata dalla teoria delle stelline sulla maglia e continua con l'orecchio, scoperto, come pronto a udire.  
La mano devia leggermente verso il basso, rispetto al braccio che la sostiene. Tutte le dita sono raccolte, tranne l'indice, retto e leggermente innalzato. Esso si trova così all'altezza degli occhi e dello sguardo. Si istituisce una linea orizzontale tra sguardo e indice. Questo è il punctum della foto. Guardare diritto e indicare: la deissi,
Sul collo, il viso è leggermente ruotato verso destra e in tal modo inquadrato di 3/4. Se ne percepiscono di conseguenza la profondità e, ben delineato nella sua struttura angolare, il disegno della mascella e un mento che non sfugge. Risaltano ambedue gli occhi, attenti e intensi. Le pupille non assecondano la rotazione del viso e stanno invece in asse con la posizione del corpo. Fanno così da sorgente della retta indicale. 
Del naso, diritto e dallo schema perfettamente angolare, si coglie bene una narice appena dilatata dalla inspirazione. La bocca è del resto serrata e i suoi angoli, in linea, con le labbra vagamente protruse, sottolineano un'attitudine di severa serietà. La chioma bionda è ravviata, lunga e solo poco ondulata. Si muove in verticale dal capo, distaccandosi progressivamente dal corpo inclinato. Con la linea orizzontale che va dall'orecchio e dallo sguardo all'indice, costituisce in tal modo una coppia di assi cartesiani che inquadra tutto il resto, composto così nello schema di due triangoli rettangoli.
Un dato culturale ancora incontrovertibile, quanto al genere, fa della grazia determinata ma composta del soggetto un modello per la costituzione di una figura. E metaforicamente pare che l'immagine sia stata appunto presa da un largo pubblico, secondo ideologie e morali diverse e non tutte commendevoli.
Apollonio ha in uggia le metafore e, al contrario, ha in simpatia le allegorie. E, per la sua semiologia personale, elegge questa istantanea geometrica della deissi, proprio perché accidentale, a razionale allegoria della rettitudine.  

3 luglio 2026

Linguistica candida (84): Onomastica e persona: l'egonimo

"Call me Ishmael", "Οὖτιν δέ με κικλήσκουσι | μήτηρ ἠδὲ πατὴρ ἠδ’ἄλλοι πάντεϛ ἑταῖροι" [Nessuno mi chiamano madre, padre e tutti gli altri sodali], "Sì. Mi chiamano Mimì": 
un verbo appellativo (callκικλήσκουσι, chiamano) mette in relazione un nome (IshmaelΟὖτιν, Mimì), come complemento predicativo, e la prima persona (meμε, mi). Ecco ciò che definisce sintatticamente una classe funzionale di nomi e la differenzia, di conseguenza, da altre classi di nomi, diversamente definibili nella prospettiva funzionale. 
Si tratta di una relazione e di una differenza tutte interne alla lingua, alla sua sintassi e alla meccanica dell'enunciazione (insomma, "...la langue envisagée en elle-même et pour elle-même", in barba a chi si ostina a non capire). La tassonomia per classe di riferimenti, quella che in proposito fa sì che si parli volgarmente di "antroponimi", cioè di nomi propri di esseri umani, ne è solo un pallido riflesso enciclopedico e, eventualmente, ne discende. 
Grammatici e filosofi sono i millenari cultori di una fola gigantesca. Credono (e surrettiziamente impongono di credere a chi li segue) che la lingua dipenda dalla realtà e che per classificarne gli elementi, quindi per capirla, bisogna che si ricorra alla realtà e alle sue cose. 
La terminologia lo mostra con chiarezza a chi la esamina criticamente. "Antroponimo" è un termine esemplare in proposito. Cesare è un antroponimo, sotto tale prospettiva, perché Cesare designa appunto un essere umano: circolo vizioso o petizione di principio.
Termine e concetto vanno abbandonati. Sono portatori, nemmeno troppo impliciti, di una prospettiva estranea e nociva allo sviluppo della disciplina. A differenza di altri nomi, Cesare è ciò che è, funzionalmente, perché ricorre in costrutti come Mi chiamo Cesare, Chiamatemi Cesare, Mi chiamano Cesare e così via. Vi ricorre in modo patente o latente o, se si preferisce restare aristotelici (attitudine poco consigliabile, tuttavia), in atto o in potenza. E non c'è Lo chiameremo Andrea che non prefiguri appunto un Mi chiamo Andrea e che in sostanza non si fondi sopra tale prefigurazione.
Da una prospettiva funzionale, AndreaCesare, Mimì, Ishmael, Οὖτιϛ (grazie alla metis di Odisseo) e così via sono dunque egonimi, nomi predicati e predicabili della prima persona: l'innovazione terminologica è necessaria e si spera non dispiaccia.
Sulla scia, non sarebbe inutile né forse difficile trovare quali altri costrutti qualificano e definiscono, per esempio, ciò che la tradizione terminologica chiama toponimi, odonimi, marchionimi e così via. C'è tuttavia il sospetto, più che fondato, che tocchi agli egonimi questa superba marcatezza. 
Essi non sono definiti da un rapporto di composizione che, in un modo o nell'altro, chiama in causa il lessico. Sembrerà un paradosso, ma per essi non c'è appunto da tirare in ballo l'essere umano. Il rapporto tra egonimi e esseri umani è soltanto un effetto collaterale. 
Gli egonimi sono definiti, invece, da una relazione con la persona che, soggetto dell'enunciazione, Benveniste qualificò appunto circolarmente come soggettiva e che, anni fa, all'alter ego di Apollonio parve più opportuno e analiticamente produttivo mettere in relazione con il numero e caratterizzare di conseguenza come singolare. È in effetti la sola persona funzionalmente singolare. Per la definizione della seconda e della terza persona, il numero non è pertinente (singolare o plurale, "pari son..."). 
Tale circostanza, come è facile comprendere, si riflette sulla posizione e sul funzionamento dell'egonimo, tanto nel sistema, cioè nella langue, quanto nel discorso, cioè nella parole. Ed è quanto echeggia nell'intuitivo sentimento umano che il nome che si porta, l'egonimo, sia "proprio" per eccellenza, qualificato come esso è dal suo ricorrere in costrutti di cui la prima persona (manifestata da forme come "io", "me", "mio" e così via) è elemento dirimente: "Montalbano sono".

30 giugno 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (52): Aderire a una setta



Quando non sia in malafede, come non è raro, aderire a una setta (ce ne sono in quantità, in ogni piega della vita sociale) comporta, per equivalente converso, o un'illimitata fiducia o un'assoluta sfiducia negli esseri umani. E, prima ancora di essere sconsigliabile, è in effetti precluso a chi, in proposito, procede a tentoni e pondera caso per caso.

27 giugno 2026

22 giugno 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (51): "È un dato di fatto"



Ci si faccia caso: "È un dato di fatto" appare, quasi sempre con intento violento, sulle labbra di chi, a corto di argomenti, pretende che in sua vece parli la sua sciocca visione della realtà.

18 giugno 2026

Di nuovo sopra "il più grande..." e, novità, sopra un epigonismo immaginario

Mani avanti. Ad Apollonio, sia chiaro, dispiace molto che Carlo Ginzburg non sia più tra i vivi. Non fosse per altro, per una ragione minuscola, ma che, a raccontarla, sarebbe vanità e che, di conseguenza, è meglio che resti privata, come privata è sempre stata. Gli si passi allora una fredda osservazione di ciò che si è prodotto e si sta producendo a contorno. E un paio di temperati commenti. 
Anzitutto, anche la morte di Ginzburg è diventata, qui e là, occasione per l'epifania del costrutto superlativo. Italiane e Italiane con pretesa di cultura e di intelligenza non ce la fanno a trattenersi in proposito: quando c'è un lutto, è come un rutto. Incontrollabile. In questo diario è già capitato di segnalarlo, or sono tre lustri e tra il serio e il faceto. Sarà che, soggiacente, c'è un modello insuperabile: "Sarebbe certo ridicolo pretendere che tutti [omissis] si pongano come meta da raggiungere l'ingegno, il senso politico e la cultura del migliore tra loro....".
E poi (si perdoni l'ingenuità di Apollonio) una constatazione stupefatta. Il numero di persone che si sono dichiarate e si stanno dichiarando decisamente influenzate, in un modo o nell'altro, dal magistero, tanto dal disciplinare, quanto dal morale (ammesso ci sia una differenza) dell'illustre defunto è così grande, da indurre Apollonio a chiedersi come mai, di tale compatta e pregevole falange, non si sia mai accorto prima; come mai, al contrario, gli sia sempre parso che, fuori di qualche rituale celebrazione (appunto, anche in vita, "il più grande..."), alla voce di Ginzburg (ammirevole, ma, come ogni altra, fuori di ogni culto della personalità) non abbia in realtà mai fatto séguito un comparabile, commendevole e operoso coro. 
Non sarà che epigoni ed epigone, a frotte, si stanno manifestando adesso, solo perché l'invocato caposcuola immaginario non è purtroppo più in grado di uscirsene con un Ma questo/a, che vuole e chi lo/a conosce?

[La foto è di Martino Lombezzi.]

14 giugno 2026

Hic et nunc

All'opera. Con arnesi ricevuti in dono: netti, brillanti, inossidabili. All'opera. Nel proprio piccolo e silenzioso laboratorio. La luce vi penetra dolce e decisa da una finestra aperta sopra un panorama mirabile. 
Il panorama non è illimitato, quanto allo spazio. Vasto però più di quanto basta alla capacità dell'occhio. Ed è millenario, quanto al tempo. Moltiplica così e arricchisce un'esperienza di vita che, come personale, è solo istantanea, al confronto. 
Dire che ciò sia felicità sarebbe sciocco. La felicità non è condizione destinata all'umanità. Ma si può dubitare che, per lenire il dolore imposto dalla necessità alla condizione umana, un benevolo caso possa elargire qualcosa di meglio.

5 giugno 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (50): Libertà e, nei voti, incolumità

In diverse sorte dell'attività umana e, certamente, in quella di ricerca e di pensiero, la libertà personale è bene prezioso. Insieme, naturalmente, con l'incolumità di chi ne fa pratica. Incolumità morale e figurata, s'intende, ma non solo, talvolta.
Condizione per la libertà personale è una rigorosa non appartenenza. Ma la non appartenenza rende appunto dubbia l'incolumità. In condizioni di non appartenenza, l'irrilevanza è parziale e modesto presidio per l'incolumità. 
Il libero procedere della non appartenenza ha la ventura di restare incolume quando riesce a parere irrilevante, ancor meglio, a essere irrilevante agli occhi, alle pratiche, alle mene, agli interessi di coloro che barattano la loro libertà con il servizio a un'appartenenza, ricevendone in premio anche una promessa di incolumità.

2 giugno 2026

Il povero Principe

La combinazione di immagine e testo che correda questo frustolo circolava nel web l'altro ieri, a cura di raicultura.it, cioè di un'emanazione in rete della principale impresa culturale della nazione linguistica italiana. 
È un'illustrazione vertiginosa di una mistificazione. Un vortice vi risucchia un buon numero di livelli diversi di enunciazione e permette così di mettere in contatto immediato il motto famigerato, il nome proprio e l'immagine sgranata di un sorriso che oggi si può a buon diritto considerare ingenuo.
Ma c'è un paradosso: l'enunciato finisce per dire una verità, se lo si intende, come a questo punto si deve, riferito alla combinazione espressiva e comunicativa di cui entra a fare parte. 
In settanta anni, tutto è cambiato, in apparenza, ma tutto è rimasto lo stesso e, come si fosse alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, raicultura.it può proclamare e sanzionare una attribuzione siffatta.

28 maggio 2026

Lasciamo le etimologie alle persone senza immaginazione

"Laissons les jolies femmes aux hommes sans imagination": lo si legge, come è noto, in un passo dell'Albertine disparue
Il pensiero di Apollonio vi corre ogni volta che sente chi, fuori dell'ambito specificamente erudito, si atteggia a sapiente etimologista e, di conseguenza e per tale via, a penetrante analista dell'espressione. Discorsi sopra ogni tema, con pretesa di raffinata cultura, da tempo capita vengano infiorettati di cascami etimologici. 
Incoraggiato da chi li propina, un pubblico alla buona accoglie tali cascami come rivelatori di verità arcane e impersonali, quali la lingua attesterebbe nelle sue lontane scaturigini lessicali, garantite quanto al rapporto tra le parole e le cose, tra le parole e i pensieri, tra le parole e i moti dell'anima e così via. 
Chissà poi perché verità! Chissà perché garantite! Per quanto indietro si vada, non si trova infatti né si ricostruisce lingua, se non come mito, che non sia appunto una lingua e che, anche solo per via di corretta ipotesi di ricerca, non sia tenuta, in quanto tale, a manifestare i caratteri permanenti, ben noti e verificati delle lingue. Umane, basta che si dica a demistificare ogni fola in proposito. La probità dell'espressione né si degrada né cresce e pensare in proposito, anche senza ammetterlo, al buon selvaggio o all'integro antenato è finire, per il pensiero, in trappole cattive e depravate.
Le lingue non parlano e non hanno mai parlato del resto per via degli etimi, cioè per via della presunta verità delle loro parole, ma per la via, fredda in apparenza, dei testi e dei discorsi in cui le parole ricorrono. Quindi per via delle relazioni, delle funzioni, delle dipendenze, delle differenze, insomma dei sistematici costrutti che la messa in opera processuale di testi e discorsi domanda incessantemente. 
Una diatesi, un pronome, un accordo, una funzione sintattica, un tempo del verbo, una disgiunzione dicono quasi sempre molto di più, a chi sa vederne il nesso, di valanghe di parole. Ci si figuri degli eventuali etimi, spesso astratti e cervellotici.
Per intendere cosa comporta questa dura e per nulla seducente costrizione, in termini di conoscenza e di comprensione, ci vuole però immaginazione e Apollonio non sa d'altra parte di nessuna persona di vaglia che, nel suo accostamento conoscitivo all'espressione, non abbia dato prova di averne appunto in sufficiente quantità. E a questo provvede a ben vedere il metodo: all'esaltazione, sotto il suo rigoroso controllo, della facoltà di immaginare, indispensabile quando ci si consacra alla lingua.
Ecco spiegato perché, nelle sopra accennate circostanze, al primo occhieggiare di un'etimologia fascinosa tra le parole di chi intrattiene Apollonio, il suo spirito evoca Marcel Proust e commenta: "Lasciamo le etimologie alle persone senza immaginazione".    

24 maggio 2026

Linguistica candida (83): Contrappasso saussuriano



Da vivo, ebbe qualche scolaro e nessun interprete. È un comico (e certo immeritato) contrappasso che, morto, abbia presto avuto più interpreti che scolari. E da un certo momento in avanti, a dire il vero, solo interpreti e nessuno scolaro.

20 maggio 2026

Vocabol'aria (23): Reazionario

Reazione
 circola in italiano perlomeno dal Trecento. Con ogni evidenza da reazione deriva reazionario, aggettivo pronto a fare da nome, alla bisogna (un reazionario, i reazionari). Si è però dovuto attendere il tempo di Mazzini, se non, nello scritto, proprio Mazzini (come dice il Battaglia, qui accanto) perché reazionario apparisse. Cinque secoli. 
Reazionario è perciò un bell'oggetto da segnalare a perdigiorno cui la lingua suscita curiosità non banali. In corpore vili, permette di osservare una differenza. Della derivazione, si può avere una considerazione meramente formale. Se ne può avere invece una che, opportunamente, andrebbe chiamata segnica (o morfologica, ma alla maniera di Saussure). In altre parole, una derivazione che chiama in causa una relazione tra signifiant e signifié. Si ebbe reazionario, infatti, solo quando reazione, nella sua polisemia, accolse un valore politico, valore che in Italia, le fu attribuito soltanto nel corso dell'Ottocento. 
Ma come capita spesso nel lessico della politica moderna, anche in questo caso non si trattò in effetti di farina del sacco nazionale. Agli Italiani e alle Italiane che oggi non perdono occasione per buttarla in politica, un dì, per un verso o per l'altro, la politica interessava poco e pochissimo il lessico relativo: "santi/e, poeti/esse e navigatori/trici...", per buttarla appunto sul ridere. E reazione, come richiesto dal suo derivato reazionario, e lo stesso reazionario furono facili adattamenti all'italiano di quella réaction e di quel réactionnaire che vennero a galla Oltralpe proprio sul finire del secolo diciottesimo. 
Da lì, con gli opportuni aggiustamenti di superficie, ambedue le parole si sono d'altra parte diffuse in parecchie lingue, apparentate al francese anche molto alla lontana, diversamente dall'italiano. La "lingua nostra" ci mise invece pochissimo di suo per farle sue ed è difficile che qualcuno, dal Gottardo a Lampedusa, oggi le percepisca come forestiere, tanto bene si sono acclimatate. Sono ormai roba domestica. 
A qualcuno riuscirà difficile crederci, ma ne consegue che nello Stivale e nelle isole di (allora) vaga e non politica pertinenza, prima degli inizi dell'Ottocento, non c'era nessuno di cui si potesse dire fosse reazionario. Come del resto non c'era nessuno di cui si potesse dire che fosse un intellettuale.
Ma di questo, e delle implicazioni non tanto genericamente culturali, quanto specificamente dottrinali, si farà tema, caso mai, un'altra volta. Sono infatti questioni passate in cavalleria da fior di studiosi, meglio, di intellettuali, sensibili - dissero per giunta di se stessi - alla storia e alla filologia, che si servirono tuttavia di intellettuale, di reazionario e di altre parole del lessico sociopolitico otto-novecentesco per riferirsi, sulla base di dubbie analogie, a figure, attitudini, moti di tempi in cui quelle parole non circolavano, perlomeno con i valori che a esse sono stati appunto attribuiti solo in epoche successive. Dire di Dante, poniamo, ma anche di Machiavelli o di Leopardi che fossero intellettuali non è fare un buon servizio alla comprensione di ciò che furono e fecero ed è il portato di una strisciante ideologia, storicista solo per proclami. E come intellettuale, reazionario non è una parola meta-, trans- o oltre-storica.
Quanto allora a réaction e a réactionnaire, come parole della politica, non c'è da interrogarsi troppo sul contesto etico e culturale da cui sgorgarono né sulla culla testuale e discorsiva nella quale furono sin dal principio deposte e allevate. Ambedue portano un'insopprimibile denotazione polemica e di vivace contrasto, se non di lotta, non solo ideale. 
Fu infatti chi agì, per dirla sommariamente con un iperonimo, che disse réaction quanto, dopo la sua azione, misero all'opera coloro che, reagendo, meritarono d'essere appunto qualificati come réactionnaires. Da allora, ci si faccia caso, fa così chiunque agisca, per dirla restando nella genericità politica dell'iperonimo, oggi riflesso morfologicamente dalla sbardellata fortuna di attivista, cui potrebbe sulla falsariga essere contrapposto un reattivista, tuttavia non ancora comparso, a conoscenza di Apollonio (che meriterà dunque la qualificazione di onomaturgo?)
C'è ancora una nota morale da fare, oggi che, come vessillo di una temperie che pare malaugurata, viene da più parti innalzato un again che, a ben vedere, è stigma indubitabile di reazione e dell'intento reazionario di chi vi aderisce.
Ebbene, non c'è pagina storica, da tre secoli a questa parte, che non insegni come agire politicamente sia effetto di una speranza che spesso si è drammaticamente rivelata un'illusione. Ma si sbaglierebbe a fare discendere da tale matura consapevolezza l'idea che ciò ratifichi, in politica e nella società, la fondatezza della reazione. La reazione è l'eco che sancisce l'esistenza, a quel punto incancellabile, dell'azione e ne eredita l'illusorietà, raddoppiandola semmai come delirio.
È il paradosso, tutto moderno, del reazionario, che rispecchia e quindi semplicemente rovescia il vaneggiamento di chi, con la sua azione, ne ha innescato la reazione. Cavalcando l'onda cieca e inesorabile del tempo, chi agisce si figura infatti per vanagloria che l'ethos umano proceda per opera sua. Pensa invece di farlo addirittura retrocedere chi reagisce e ancora più tronfiamente in tal modo va contro il tempo. Una fantasia ridicola, come si comprende, fuori delle tragedie sanguinarie di cui spesso si fa causa. 

10 maggio 2026

Lingua loro (59): "Controverità", una retrodatazione

Il Supplemento 2004 del Grande Dizionario della Lingua Italiana (il Battaglia, qui più volte menzionato) recita: "Controverità, sf. Invar. Idea, affermazione, in partic., priva di fondamento, che ne nega e confuta un'altra". E fornisce, come allora fresca attestazione: "S. Romano [«Panorama», 26-VII-2001]: Sostenere che questo fenomeno abbia creato miseria è una assurda controverità dietro la quale s'intravede il vecchio rancore anticapitalista delle ideologie egualitarie".
Più ricca in proposito la voce dell'Enciclopedia Treccani on lineNeologismi (2018), la cui sbrigativa glossa ("Negazione di qualcosa riconosciuto come vero") è corredata da tre esempi, sempre di prosa giornalistica, dal 2011 al 2015. Niente si ricava, se non ci si sbaglia, dal Grande Dizionario Italiano dell'Uso, diretto da Tullio De Mauro, per il quale non si dà controverità nei discorsi italiani: palese, per quanto tacita, controverità.
È fuor di dubbio che la parola sia venuta d'Oltralpe, dove, a credere alla voce vérité del Lexis della Larousse, nella sua edizione del 1975, contrevérité esisterebbe più o meno dal 1400. Né va taciuto che la prima delle tre attestazioni italiane presenti nella Treccani viene dalla traduzione di un articolo firmato dal filosofo francese Bernard-Henry Lévy.
Insieme con una bella raccolta di esempi recenti tratti da discorsi politici (l'Europarlamento spesseggia) e relativi scritti giornalistici, nel Robert en ligne si cita in proposito una gustosa definizione lessicografica della fine del Seicento (gran secolo!): "Allegation évidemment contraire à la vérité de la chose dont on fait connoistre qu'on n'est pas persuadé, & qu'on fait au plus loin de sa pensée. Alexandre estoit un poltron, Neron estoit un fort honneste homme: ce sont là des contreveritez. On a fait plusieurs satyres fort fines par le moyen des contreveritez".
Nel lessico messo a disposizione in rete dal Centre National des Ressources Textuelles et Lexicales, quanto a contrevérité, si distingue appunto tra un uso vieilli ("Affirmation intentionellement contraire à la vérité, dans une intention plaisante") e uno cour[ant] ("Affirmation fausse, contraire à la vérité"). Procedendo nei secoli, alla pratica discorsiva delle controverità pare si sia dunque tolta la connotazione dell'ironia scherzosa e del conseguente spasso. Peccato.
E tutt'altro che riferibile a uno spasso e a uno scherzo è in effetti la ricorrenza di controverità che, presente in un testo del 1959, precede di  parecchio le attestazioni recate dalle opere lessicografiche italiane di cui si è fatta menzione. Caduta sotto gli occhi di Apollonio nel corso di sue letture stravaganti, eccola:

"Importante soprattutto era di comprendere a tempo la prospettiva che veniva aperta dall'avanzata del fascismo. Essa era la prospettiva di un attacco distruttivo di tutte le istituzioni e di tutte le libertà democratiche. Parlare di socialfascismo significava, in sostanza, ammettere che questo scopo fosse comune anche ai capi riformisti e alla socialdemocrazia come tale, il che era una controverità, perché invece doveva avvenire e avvenne che una parte, e tutt'altro che trascurabile, della socialdemocrazia si schierò a difesa degli istituti democratici".

Il passo viene da "Alcuni problemi di storia dell'Internazionale comunista", saggio contenuto nel sesto volume delle Opere di Palmiro Togliatti. Qui lo si riprende da Aldo Agosti, Palmiro Togliatti, Utet, Torino 1996, p. 151, e l'enfasi è di Apollonio. 
Sempre in prospettiva lessicologica e, eventualmente, lessicografica, chissà se, osservando controverità in un contesto in cui suoi sinonimi come falsità, fandonia e menzogna avrebbero potuto avere una loro cruda, veridica appropriatezza, di essa non vada anche segnalata una connotazione eufemistica e di attenuazione.

7 maggio 2026

Numeri (10): Prodigioso singolare collettivo

Il singolare collettivo compie, come è noto, degli straordinari prodigi e ci sarebbe da fare, prima o poi, una sua storia nel discorso pubblico e una correlata disamina archeologica, nei termini di Michel Foucault. Le sue glorie (se così le si vuole qualificare) sono infatti diventate enormi da qualche secolo: nazione, massa, popolo, società, razzaopinione pubblica, classe, collettività, comunità... Una lista inesauribile, fino a (perché no?) umanità
Qui, solo un recente, minuscolo, ma buon esempio: composta da una innumerevole congerie di singolari individuali che capita sovente non sappiano comporre il proprio singolare, modesto dissidio con una persona, c'è gente, come singolare collettivo, capace di dire, in quattro e quattr'otto, come andrebbe risolto secondo opportunità, se non secondo giustizia ogni conflitto al momento in corso nel mondo.

2 maggio 2026

E Teocrito?


 
E Teocrito?

Semiologo per difetto / diletto (1): "Écrivain" e "écrivant"

Una coppia minima, ecco cosa sono écrivain [ekʁivɛ̃] e écrivant [ekʁivɑ̃]. A Roland Barthes si deve, come è noto, l'istituzione della loro opposizione, nei termini di una sociologia della cultura (moderna). 
Non si fa menzione di questo aspetto del rapporto tra i due termini nelle sei pagine del suo saggio appunto intitolato "Écrivains et écrivants", scritto nel 1960, ripreso nel 1964 e posto nel cuore dei suoi Essais critiquesÈ tuttavia difficile, persino impossibile che esso gli sfuggisse e che ne fosse inconsapevole, come locuteur prima ancora che come appassionato lettore della coeva letteratura linguistica. Ciò che è evidente, avrà forse ritenuto con un pizzico di ironica civetteria, non ha bisogno di essere detto, selezionando idealmente la qualità dei suoi lettori. A questo è d'altra parte destinata da sempre la reticenza, come figura e procedimento del fare letterario.
A tenere questo diario in pubblico è un semiologo per difetto e per diletto. Gli si concederà benevolmente di ignorare se nella sterminata bibliografia consacrata a Barthes sia presente non tanto l'osservazione, quanto una specifica valorizzazione di questo tratto dell'opposizione. Esso è a pieno titolo concettuale e dovrebbe essere ridondante ribadirlo. Qualifica la maniera con cui quel saggio è impostato e con cui il problema vi si dispone. La maniera è in effetti squisitamente semiologica, ergo squisitamente linguistica (e, nello sviluppo dell'argomentazione, include aspetti discutibili, sopra i quali eventualmente si verrà un'altra volta). 
Écrivain e écrivant sono dunque segni e, come tali, sono lungi dall'essere veicoli formali con cui viaggiano due significati o, ancor peggio, due sensi. Sono esiti funzionali del rapporto reciproco tra signifié e signifiant. Messi l'uno a petto dell'altro, ne viene fuori, come si è detto in esordio, un rapporto ulteriore: si costituiscono come coppia minima. La circostanza è tutt'altro che trascurabile, dal punto di vista semiologico. C'è infatti in ballo la pertinenza, nella sua più pura epifania sperimentale.
Intendere che écrivain e écrivant sono una coppia minima consente d'altra parte una migliore comprensione di cosa sia, agli occhi di Barthes, l'apparizione nella società intellettuale dell'écrivain-écrivant: per figura, una sorta di ermafrodita della parola. Analogicamente, egli la indica infatti nel suo saggio come esito socioculturale di una deriva di sistema. Essa è allora, tecnicamente, una neutralisation, cioè un passaggio da una distinzione a un'indistinzione sistematica, in altre parole, da un'opposizione pertinente (-emica) a una eventualmente solo ridondante (-etica). E non sarà a questo punto inopportuno vedere in proposito un riflesso di coeve analisi fonomorfologiche, con rilievo diacronico, del linguista André Martinet, attivo nel medesimo scenario culturale. 
Nel neutre che sortisce dalla neutralisation dell'opposizione tra écrivain e écrivant, Barthes riconobbe se stesso (e fu sommessa provocazione) e il riferimento riflessivo si fa pregnante, pensando a un tema che caratterizzò per intero la sua vicenda intellettuale (oltre che l'umana). Un tema al quale, due anni prima del banale incidente stradale che, con piccolo differimento, ne causò la morte, egli dedicò nel 1978 un corso al Collège de France: Le neutre
A margine, più che in conclusione: al di qua delle Alpi, écrivain e écrivant sono stati resi con scrittore e scrivente ed è lampante come la coppia sia ben lungi dal rendere conto del rapporto che si dà tra gli originali. Nei rispettivi sistemi, sono segni di valore diverso. Sarebbe stato meglio allora mantenere écrivain e écrivant anche nella versione italiana del saggio di Barthes, specificando eventualmente l'approssimativa corrispondenza con scrittore e scrivente come chiosa marginale. Non lo si è fatto (e sarà indice di inconsapevolezza semiologica?) nemmeno in scritti destinati a illustrare specificamente e nel dettaglio il pensiero di Barthes, quasi che tale pensiero fosse indipendente dalla sua espressione. Insomma, un bel paradosso, considerato il soggetto. 

26 aprile 2026

Ragionare per tratti (2): "Ut in pluribus" e "ut in paucioribus"

Utilità della Scolastica. Per esempio: pressappochismo, infingardaggine, sfrontatezza, codardia, familismo, albagia sono sei Eigenschaften bastevoli a definire una cultura in termini antropologici.
Non se ne dirà il riferimento.  Se ne sono stati resi capaci dall'esperienza e soprattuto se vogliono, visto che non è necessario al presente uopo, intendano i due lettori di questo diario qual esso sia. Qui è accidentale e meramente illustrativo. 
Non si pretende d'altra parte di fare storia né aiuterebbe, nel caso specifico, l'analisi e la comprensione di ciò sopra cui si sta chiamando l'attenzione. Basterà dire che la cultura che fa da anonimo campione in questa sede si è sviluppata e radicata in un aggregato umano che si dovrebbe fare fatica a chiamare città, se si avesse consapevolezza del valore di quel civitas che, per via di sincope, è l'etimo della parola.  
A ogni modo e da dovunque essa proceda, si tratta di una cultura permanente, che si assicura continuità presentando qualche superficiale mutamento, quando si dà il caso e a intervalli irregolari. Al suo rinnovato riparo, essa si mantiene pressappochista, infingarda, sfrontata, codarda, familista né smette di ostentare al contempo e con supponenza una gran considerazione di se stessa. Autentica che quest'ultima sia o soltanto atteggiata: ma, di nuovo, non si è qui a fare un'inutile psicologia (di massa) né si guadagna in analisi e in comprensione, quando la si fa nel caso specifico.
Ecco allora il fuoco di questo frustolo. Pressappochista, infingarda, sfrontata, codarda, familista, supponente e autocelebrativa ut in pluribus: nella schiacciante maggioranza dei partecipi di tale agglomerato umano. E quanto alla relativa costituzione di un discorso in proposito, per analisi, come per sintesi, un gregge di centinaia di migliaia di pecore, bianche, come si deve, non smette di essere un gregge di pecore bianche né di meritarne qualificazione e indicazione, per l'eventuale presenza nel suo novero di qualche pecora nera: ut in paucioribus, come eventuale, minuscola, incongrua minoranza.

24 aprile 2026

Valori variabili della prima persona, in funzione dell'età

Nella puerizia, servirsi di "io" nella propria espressione, anche con abbondanza, vale come progresso nella identità personale. Ma già nella prima adolescenza muta di segno e dice di un difetto di adeguata educazione. Dalla gioventù in avanti e nella maturità, "io" fuori dello stretto necessario diventa inequivocabile sintomo di malgarbo e gran faccia tosta. Meno tuttavia di quanto rivela, pretendendo di mascherare col numero la prima persona, sbandierare un "noi": talvolta ipocrita, talaltra violento, non di rado ipocritamente violento e violentemente ipocrita. Poi giunge la vecchiezza e l'approssimarsi ineluttabile della fine, senza scampo singolare, rende "io" impudico, rende "noi" ridicolo.

[L'immagine è di Niklas Hamann.]

12 aprile 2026

Linguistica candida (82): Persona e numero

L'analisi che la linguistica del Novecento, nella persona di Émile Benveniste, ha proposto della categoria della persona (quella che si manifesta come "io", "tu" ecc.) è notoriamente mirabile ma ha una falla, trascurata sebbene non trascurabile. Essa tiene solo marginalmente conto e certo non nel conto dovuto l'interazione che la persona intrattiene in maniera sistematica con la categoria del numero (singolare, plurale ecc.).
Nella lingua (e nelle lingue, di conseguenza, in modo superficialmente variabile) numero e persona sono in rapporto. La qualità di tale rapporto si muove lungo uno spettro discreto che va da un massimo a un minimo di pertinenza, ma anche in questo caso il rapporto si dà e, di norma, i sistemi grammaticali lo rendono percepibile. Non c'è grammatica che non alberghi ridondanze. E, fuori di ogni corrivo funzionalismo, andrebbe sempre detto che, nell'umano (e forse anche al di là), la ridondanza non è ridondante.
Ma non è tanto la questione teorica, in termini di langue, che ad Apollonio preme qui segnalare. In parte e in prospettiva, quanto a numero e persona, lo ha già fatto del resto il suo alter ego. È invece un'esperienza o, meglio, il suo succo. Altre volte, questo diario ha segnalato che, fuori della Erlebnis, non c'è linguistica che valga la pena di coltivare. È questo che condanna recenti derive disciplinari, che fanno lusso di dati e di loro sbardellate tassonomie, a una inanità intellettuale troppo umana e mai prima raggiunta. Superiore, si pensi, persino alla brutalità prescrittiva, che almeno è ancora umana come parodia della linguistica.
Langue e parole entrano infatti nel gioco reciproco che le istituisce concettualmente grazie a una Erlebnis e alla coscienza di locuteur che si prova ad averne. Coscienza, ci si intenda, sempre sottoposta a un controllo filologico, sia essa diretta o indiretta, come la filologia (e solo la filologia) appunto consente. Ed ecco allora, per sommaria descrizione, l'esperienza di un rapporto tra numero e persona più volte maturata e infine approssimativamente rappresentata.
Capita a una prima persona (persona soggettiva, nei termini analitici di Benveniste), rivolgendosi a una seconda persona (persona non soggettiva), di supporre quest'ultima, quanto al numero, come singolare. E di sbagliarsi, in proposito. Quasi sempre, favorisce l'inganno la cosiddetta realtà, che è ciò cui il senso comune assegna comicamente il compito e il valore di sciogliere le eventuali ambiguità della lingua!
La realtà viaggia sempre vestita da molteplici apparenze, invece. E, banalmente, l'apparenza inganna. Non si sta tuttavia parlando, di nuovo banalmente, di quei trucchi, extra-linguistici, procurati un tempo da ogni malevola ingegnosità e oggi resi facili e comuni dalla tecnologia. Ci si sta riferendo al fatto che, nell'interazione tra espressione e comunicazione, ci sono seconde persone la cui facies superficiale è, in termini di numero, singolare, ma il cui valore è plurale. Spesso, esse si rivelano nel momento in cui, presa a loro volta la parola, fattesi dunque prima persona, non dicono "io" ma dicono "noi".
Interazioni di tal fatta sono tendenzialmente pericolose per la prima persona che non aveva considerato l'eventualità di una seconda di numero diverso da quello procuratole dalla bruta evidenza. Ma esse non sono le più pericolose del genere, visto che, in casi simili, il numero viene perlomeno a galla e si fa manifesto.
Ben più insidiosi sono i casi in cui "io" si presenta tale in superficie, ma vale "noi", celatamente. Con chi si sta parlando è insomma una domanda che ci si dovrebbe fare sempre, nella consapevolezza, tuttavia, che ogni risposta che ci si può dare è, perlomeno quanto al numero, solo un'ipotesi. 

10 aprile 2026

H&A e IA: un anacronismo critico

"Quanto più il linguaggio si risolve in comunicazione, quanto più le parole diventano, da portatrici sostanziali di significato, puri segni privi di qualità, quanto più pura e trasparente è la trasmissione dell'oggetto intenzionato, e tanto più, nello stesso tempo, esse diventano opache e impenetrabili. La demitizzazione del linguaggio, come elemento di tutto il processo illuministico, si rovescia in magia. Reciprocamente distinti e indissolubili, parola e contenuto erano uniti fra loro. Concetti come malinconia, storia, e perfino «la vita», erano conosciuti nel termine che li profilava e li custodiva. La sua forma li costituiva e li rispecchiava a un tempo. La netta separazione che dichiara casuale il tenore della parola e arbitraria la coordinazione all'oggetto, liquida la confusione superstiziosa di parola e cosa. Ciò che, in una successione stabilita di lettere, trascende la correlazione all'evento, è bandito come oscuro e come metafisica verbale. Ma ciò che la parola, che deve più solo designare (bezeichen [NdT]) e non significare (bedeuten [NdT]) nulla, viene talmente fissata alla cosa da irrigidirsi in formula. Ciò tocca in pari grado la lingua e l'oggetto. Anziché portare l'oggetto all'esperienza, la parola purgata lo espone come caso di un momento astratto, e tutto il resto, escluso dall'espressione (che non esiste più) da un obbligo di chiarezza spietata, deperisce anche nella realtà. L'ala sinistra nel calcio, la camicia nera, il giovane hitleriano ecc. non sono nulla di più di come si chiamano. Se la parola, prima della sua razionalizzazione, aveva promosso, insieme al desiderio, anche la menzogna, la parola razionalizzata è divenuta la camicia di forza per il desiderio più ancora che per la menzogna. La cecità e il mutismo dei dati a cui il positivismo riduce il mondo, investe anche il linguaggio che si limita alla registrazione di quei dati. Così i termini stessi diventano impenetrabili, acquistano un potere d'urto, una forza di adesione e di repulsione che li assimila al loro estremo opposto, alle formule magiche".
Il passaggio della Dialettica dell'illuminismo di Max Horkeimer e Theodor Adorno, nella sezione che prendeva di mira "L'industria culturale", è celebre (l'italiano è di Lionello Vinci). Suona paradosso per un pensiero che aspirava a essere critico ma, senza volerlo, metteva in luce già al momento della sua pubblicazione, nell'immediato Dopoguerra, i severi limiti del suo tentativo di scepsi della modernità avviata al suo rapido imputridimento. A scorrerlo, una riflessione linguistica pareva non ci fosse mai stata. Oggi, del resto, pare ancora meno che ci sia mai stata. "Macchine dotate di linguaggio", si sente dire: c'è formula magica più efficace e operativa di questa, nella contingenza?
Una scepsi, si badi bene, è sempre indispensabile. E oggi è tanto assente, da essere spesso costretti a rimpiangere quella del passato, pur con le sue dolorose erranze. Tali furono quelle di H&A, paradossali esuli a Los Angeles, nel momento in cui dettavano le righe in esordio. Un passato inoltre che, oltre a farsi sempre più lontano, diventa sempre meno presente di come dovrebbe a coscienze e conoscenze.
Opponendosi al "positivismo" e opponendo alla sua ricerca di "senso" una conversa ma altrettanto irragionevole ricerca di "senso", quel pensiero continuava però a muoversi sopra una visione ontologica della lingua (e si dirà del mondo?). Ne condivideva insomma il campo di confronto. A questo campo, modernità e suoi (sparuti) critici non hanno mai rinunciato: non avrebbero d'altra parte saputo dove andare. Ma cosa è stato tale campo? Una scepsi che meriti il nome deve chiederselo e, oggi ancora più di ieri, senza consapevolezza quanto alla lingua non ha i mezzi per farlo.
"L'illuminismo è totalitario", sentenziavano H&A, nella sezione "Il concetto di illuminismo". Lo è ancora di più la sua attuale parodica putrefazione.

2 aprile 2026

Sommessi commenti sul Moderno (31): "...non sanno quello che fanno"

A rituale cadenza annuale, ricorre domani la solenne e sacra occasione di ricordare il "...non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34) che valse e vale da appropriata e veritiera qualificazione degli esseri umani in quanto specie. Caratterizzazione etica e teoretica al tempo stesso.
A essa, si potrebbe tuttavia suggerire un supplemento, con timido rispetto per l'autorità bimillenaria che sentenziò in quel modo semplice, tagliente e definitivo. Approssimativamente, esso direbbe "...e credono per giunta di saperlo, ciò che fanno, ancor più da qualche secolo, per il progressivo e ormai lampante rimbambimento che si accompagna alla spropositata crescita dei loro mezzi".

31 marzo 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (49): Impressione e comprensione

C'è una grande, ovvia differenza tra provare a capire qualcosa e lasciarsene impressionare e vale sempre la pena tenerlo presente. Anche perché ci sono temperie e ambienti in cui tale differenza viene oscurata, talvolta per espresso inganno da parte di chi la oscura, ma sovente, forse ancora più pericolosamente, per mera ottusità. L'impressione non solo passa allora per comprensione, ma capita sia persino spacciata come conoscenza. Della progressiva putrefazione in atto, e non da ieri, della modernità, è questo d'altra parte uno dei sintomi più loquaci: c'è sempre più gente atteggiata a cólta e informata cui basta lasciarsi impressionare e sempre meno persone che provano a comprendere.

[Forse è il caso di aggiungere una chiosa all'immagine. Essa mostra il luogo dove avrebbe visto la luce colui al quale, secondo una comune leggenda, una mela piombatagli sulla testa suggerì non tanto un'impressione, quanto l'impulso a chiedersi il come e il perché.] 

29 marzo 2026

Sicilia



Restano il cielo e la luce, della Sicilia. Ad abbassare lo sguardo, si inorridisce. 

26 marzo 2026

Linguistica da strapazzo (62): Epifanie quotidiane dell'imperfetto

Per caratterizzare l'imperfetto romanzo e quello italiano in particolare, c'è da tirare in ballo l'aspetto e il tempo, ovviamente, ma anche il modo.
Per provarlo, non sono necessarie arcane ricorrenze letterarie né riflessioni complesse. L'imperfetto è vivo e presente nell'espressione italiana di tutti i giorni ed essa ne mostra con ricchezza il valore modale.
In questo diario, si è forse già scritto di quanto testimoniano quotidianamente in proposito coloro cui viene concessa in diretta la parola nel corso della seconda parte di Prima pagina, trasmissione in onda al mattino su Rai Radio Tre. 
Capita esordiscano con un "Chiamavo per...", "Intervenivo sul...", "Telefonavo a proposito del...". Sono ascoltatrici e ascoltatori che mirano a essere cortesi. Servirsi del presente, al loro orecchio riflessivo, parrebbe forse perentorio ("Chiamo...", "Intervengo...", "Telefono...") per dire ciò che, nella cruda "realtà", stanno facendo proprio nel presente della loro enunciazione. Li soccorre allora un imperfetto di attenuazione, i cui contorni temporali si sfumano e distanziano l'atto, tanto da renderlo già quasi narrabile. In altre parole, non attuale, per paradosso. 
Ma la cortesia è piena di (apparenti) paradossi che nel sistema della lingua hanno invece una loro precisa ratioLa posso disturbare? è quanto capita per esempio di indirizzare a un essere umano maschio, con baffi e barba, con cui non si è in confidenza e cui si vuol rivolgere una richiesta. Terza persona, invece di seconda, e femminile, invece di maschile. Che imbroglio! Ci fosse una corrispondenza con la "realtà"...
L'imperfetto, quindi passato al posto di presente, è allora quanto, come modo, la competenza nativa suggerisce a costoro per accostarsi all'interlocutore con garbo comunicativo. Il medesimo imperfetto che al commesso o alla commessa (quando ancora tali figure esistevano stabilmente al di là del banco di un negozio) indirizzava un "Cercavo...", "Mi serviva..." ed era talvolta anticipato, per converso, da un "Desiderava?", "Voleva qualcosa?". 
Se non "qui  e ora", quindi nel presente, quando sarebbe mai il momento di tale desiderio? Ma in questione non è il "tempo" (né il "genere", il "numero", la "persona", intesi come crudi riferimenti), quando è questione di lingua e, correlativamente, di modi e di modo.
Che ci sia d'altra parte uno stretto legame tra imperfetto e narrazione o, per dirla diversamente, che l'imperfetto sia, oltre che il tempo, anche il modo narrativo per eccellenza è ridondante ribadirlo. Ma, ora che agli arbitri delle partite di calcio è stato generosamente concesso (o forse orribilmente imposto?) di spiegarsi in pubblico, è in proposito divertente osservare come l'imperfetto narrativo dei resoconti della polizia giudiziaria e, in modo correlato, del vecchio giornalismo si affacci sulle loro labbra: "Il giocatore con la maglia numero 25 toccava il pallone con il gomito del braccio sinistro..." proclama il fischietto (antonomasia classica) giudicante, giustificandosi al cospetto della folla che lo giudica. È difficile non vedere nella nuova procedura il segnale di una deriva sinistra.
Di recente, un caso gustoso e rivelatore del valore modale dell'imperfetto si presenta poi con frequenza nel corso di una popolare trasmissione televisiva. Ai due lettori di questo diario non mancherà una (anche modesta) esperienza del game show Affari tuoi. Apollonio evita conseguentemente di spiegare per filo e per segno il funzionamento del gioco che vi si mette in scena e si limita all'essenziale.  
Ebbene, fin quando il gioco è in corso e, a regolare cadenza, viene il momento di aprire un pacco indicato dalla o dal concorrente, il conduttore introduce l'apertura con la formula "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] ci sono...": il verbo è, si direbbe naturalmente, al presente indicativo. 
Il gioco può essere però interrotto da chi trova conveniente smettere di sfidare la sorte, accettando quanto viene offerto. La partita in tal caso si chiude, ma a verifica e certificazione della sua regolarità si procede egualmente all'apertura dei pacchi fino a quel momento intatti. Da lì in avanti, cambia la formula con cui il conduttore accompagna il rito. Con la medesima naturalezza che prima si attribuiva al presente, il verbo passa all'imperfetto: "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] c'erano...". Un dettaglio che è tutt'altro che trascurabile e che, come nel caso delle coppie minime fonologiche, mette in perfetta luce un valore oppositivo delle forme. 
Si può pedanteggiare, in proposito, e dire quell'imperfetto variante colloquiale e formalmente semplificata di un eventuale "...ci sarebbero (stati)". Proprio così: variante. E il valore modale del (liberamente) commutabile "...ci sarebbero (stati)" non ha bisogno di essere illustrato o argomentato: condizionale, dice la tradizione terminologica. È il valore che ha l'imperfetto: modale.
Insomma, nel gioco di Affari tuoi (come in quello della vita), capita che il presente non diventi specificamente passato, si badi bene, ma passi, nel sistema, a una condizione di non attualità. Valori diversi, forme diverse. A quelle del presente si sostituiscono quelle dell'imperfetto. E nuovamente non (solo) specificamente quanto alla categoria del tempo, che si scolora, nel caso specifico, verso l'assenza di pertinenza. Pertinente è invece, quando arriva l'imperfetto, che si sia fuori del gioco: nel modo dell'inattuale (e del narrabile). 
Ma cos'è, allora, il passato, perlomeno linguisticamente considerato, se non una fattispecie di una ben più generale inattualità modale? Un gigantesco e sempre crescente fuori gioco? C'è il rischio che questo frustolo finisca speculando e non è il caso. La lingua si spiega da sé: è criterio che fa da cardine della linguistica da strapazzo. Al linguista da strapazzo basta e avanza, per dirsi contento, ciò che della langue gli dice con semplicità ed evidenza Stefano Di Martino, come locuteur, con la sua parole.

24 marzo 2026

Gualtiero Calboli, "La linguistica moderna e il latino. I casi": più di cinquanta anni dopo e per sommessa testimonianza

La sopraccoperta faceva il verso a Mondrian, come segno di modernità. Era il 1973. La linguistica moderna e il latino. I casi di Gualtiero Calboli era uscito un anno prima. Per un appena ventenne, classicista soltanto immaginario, le quasi quattrocento pagine furono una lettura appassionante. 
Heterogonie der Zwecke. Il libro gli era stato passato dall'"assistente" (per essere precisi, nel lessico accademico di allora, dal "contrattista") della "cattedra" di Glottologia perché trovasse modo di tirarne fuori lo stretto necessario a sfangarsi rapidamente dalla tesi di laurea, togliendosi in tal modo dai piedi con pari velocità.
Ma il morbo era già stato contratto e le parole di Calboli lo aggravarono. Esponevano una nutrita serie di fantasie, dalle antiche alle allora contemporanee, sopra un tema che si sarebbe detto trito, a pensarlo nei limiti dell'insegnamento cui l'appena ventenne era stato a lungo esposto: normativo e non descrittivo. E, procurando uno sfaccettato catalogo di modelli e dei soggiacenti ragionamenti, quelle parole provavano che era tutt'altro che trito! 
"I casi" e, nel suo complesso, il caso, come forse si sarebbe dovuto scrivere anche in copertina, diventavano una cosa o un'altra in funzione dei cambiamenti del punto di vista. Un incoraggiamento a fantasticare, per andare oltre uno sterile sapere (ammesso che tale fosse) e per tentare (fosse anche vanamente) di capire. Tutto lì. Si dica se non basta per un'inesauribile gratitudine.

21 marzo 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (48): Ostentazione e buone azioni



Ostentazione e buone azioni non sono compatibili, dettò Matteo il Pubblicano: al di là della fede, chiunque voglia fare saggia esperienza degli esseri umani usi tale criterio per giudicare se sono veramente buone quelle azioni che vengono esibite come tali.

19 marzo 2026

Presi al volo (3): Seneca e il bimbetto...

Non avrà ancora quattro anni il bimbetto che avanza piano, mano nella mano del padre, a pochi passi da Apollonio, quando sulla destra gli si apre alla vista il banco di esposizione di una pescheria: 

"Papà! Il letto dei pesci..."

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"Quod dico, non videbitur durum, quamvis  primo contra opinionem tuam pugnet, si te commodaveris mihi et cogitaveris plures esse res quam verba. Ingens copia est rerum sine nomine, quas non propriis appellationibus notamus, sed alienis commodatisque. Pedem et nostrum dicimus et lecti et veli et carminis, canem et venaticum et marinum et sidus; quia non sufficimus, ut singulis singula adsignemus, quotiens opus est, mutuamur".
È il De Beneficiis (2.34.2) di Lucio Anneo Seneca. E il bimbetto illustra il passo con una pennellata di naturale, ingenua e spietata poesia. Metafora in statu nascendi

[Approssimativamente: "Quanto dico non ti sembrerà difficile, sebbene a prima vista vada contro la tua opinione, se mi presterai ascolto e considererai che ci sono più cose che parole. C'è così una gran copia di cose prive di nome, che non designiamo con i loro nomi, ma con nomi di altro e accomodati. Chiamiamo piede il nostro, quello del letto, quello della stoffa e quello del verso, chiamiamo cane quello da caccia, il marino e una costellazione. Dal momento che non siamo in grado di dare nomi singoli a cose singole, quando serve, li prendiamo in prestito".]