"Ho scelto il mio soprannome [cioè Nali] come titolo del mio primo disco perché mi sembra il modo più naturale e giusto per presentarmi alla gente [...]. Ha iniziato a chiamarmi così un'amica che mi è stata particolarmente vicina nel mio periodo accademico. Senza di lei forse non sarei riuscita a venirne a capo: mi piace pensare al fatto che poi tutti mi abbiano chiamato Nali sia un modo per averla sempre vicina. Magari in futuro Nali diventerà il mio nome d'arte". Hanno tre lustri queste dichiarazioni di Annalisa Scarrone il cui nome d'arte, fortunato da qualche anno, è rimasto solidamente Annalisa, come si sa, ma che è affettuosamente Nali per ammiratrici e ammiratori ("faNalissime" e "faNalissimi", nel loro gergo e nelle reti sociali).
Affettuosamente, appunto. Non di un soprannome infatti si tratta, ma di un ipocoristico o, più alla buona, di un vezzeggiativo. Non va d'altra parte chiesto a una brava chanteuse, pur se laureata in fisica, di padroneggiare la pedante terminologia onomastica e di farne sfoggio, ancor meno nel corso di un'intervista giornalistica estemporanea e destinata alla rete.
Ciò che conta è Nali. O ancora meglio: ciò che conta è il processo che ha portato l'amica di Annalisa Scarrone, secondo la sua testimonianza, a tirare fuori Nali da Annalisa, come forma per un appello e per una designazione. Un processo, si badi bene, volontario, ma inconsapevole o, piuttosto, intuitivo quanto ad aspetti e modi funzionali. E alla creazione ha del resto fatto da complemento il gradimento anzitutto dell'appellata, successivamente dei suoi e delle sue fans. Nali è stato percepito come ben fatto e appropriato, quindi è stato adottato, con importanti risvolti anche economici e commerciali. Ciò che conta, insomma, è la langue che opera sempre dietro la parole.
Non ci sarà ormai chi non se n'è accorto o accorta. L'onomastica personale italiana, ora è qualche decennio, è andata silenziosamente incontro a una vera e propria catastrofe. Alla buona e con modi narrativi, Apollonio lo segnalava con un frustolo di data prossima a quella della menzionata intervista ad Annalisa: fanno insomma già quindici anni. L'alter ego di Apollonio ha in séguito approfondito il tema a più riprese (eccone una), fino a farne un capitolo del suo Fare nomi.
Basterà allora ricordare a chi legge che tra gli italofoni e le italofone non c'è ormai Federica (o Federico) che non risponda a un Fede, non c'è Valentina (o Valentino) che non risponda a un Vale, non c'è Alessandra (o Alessandro) che non risponda a un Ale e così via. E che Enzo, Rina, Tonio, Sandra, per esempio, dichiarano impietosamente la tarda età degli appellati, quanto al nome già pre-trapassati e vanamente resistenti all'imperiosa avanzata dei Vince, Cate, Anto, Gabri, Sabri, Eli, Caro, Adri e così via. Come funziona il nuovo che ha avanzato? Presto detto: accento, indietro tutta, verso la prima sillaba (una sorta di baritonesi); struttura rigorosamente bisillaba (con eventuale chiusura della vocale finale) e abbandono di tutto ciò che eventualmente segue.
E Annalisa, allora? La mera applicazione del modello avrebbe prodotto un Anni (e passi: ci sono fede, costi, ceci e così via, come omonimi, e nessuno ci fa caso o se ne adonta), o, pari pari, un Anna: un nome qualsiasi. Ci si intenda: un bellissimo nome, peraltro palindromo, ma non stilisticamente marcato come nuovo, nel nuovo contesto. Tanto lavoro per nulla, in altre parole. Anche perché ci sono state da sempre Annalise, Marianne, Bianchemarie e così via che sono state chiamate Anna, Maria, Bianca e così via, nei modi spicci delle conversazioni. Che sugo di particolare affetto ci sarebbe stato a chiamare Anna un'Annalisa? Sarebbe stato solo uno scipito accorciamento anagrafico.
In soccorso, dunque, è venuta un'intuitiva operazione preliminare: un'aferesi. Niente di straordinario, va detto, o di peregrino. L'aferesi, in diacronia, ha gran corso, come effetto di opportune catene sintagmatiche. Non ci sarebbe stata Puglia, senza aferesi. Né bottega. Non ci sarebbe stato vangelo! Ma (e sta qui il bello), restando tra i nomi personali e i correlati ipocoristici, non ci sarebbero (stati) Tonia, Berta, Vanna... La tradizione, meglio, un suo adattamento è stato chiamato così a preparare la materia con cui avrebbe lavorato l'innovazione.
Annalisa, per aferesi, Nalisa. Una forma nominale pronta a essere trattata come oggi si vuole o, meglio, si deve. Accento: indietro tutta. Struttura bisillaba. E al diavolo quanto seguirebbe: Nali. Simile a Fede, Vale, Ale, Dani, Adri e così via, ma con una marca distintiva in più, per via della latente aferesi, nel rapporto per nulla latente con Annalisa, forma paradigmatica, altrimenti vigente e perciò da cui fare un costante va e vieni: da Nali ad Annalisa, da Annalisa a Nali.
La figura sopra a destra corrisponde, suppone Apollonio, alla copertina di quel primo disco. Come prima presentazione del processo onomastico, essa lo squaderna e lo amplifica a scopi comunicativi. Lo specchio introduce visivamente la percezione di duplicità, di iterazione e, graficamente, l'ipocoristico Nali emerge da Annalisa, in grassetto, come marcato: tale è in effetti, per via di due operazioni appunto convergenti. È il suo nocciolo appellativo e denominativo, perfettamente centrato, tra un'aferesi e un'apocope.
Ostranenie, insomma: straniamento, per prendere in proposito a prestito un concetto della grande tradizione del formalismo critico novecentesco (e, se ritengono il riferimento una profanazione, non ne vogliano ad Apollonio i due lettori di questo diario: sanno già che si tratta di una sede poco seria, se non propriamente equivoca). Ma, nella prospettiva generale della nuova onomastica italiana, Nali è una conferma leggermente deviante dalla norma. Testimonia un conformismo difforme quanto basta e serve a suonare appunto originale.
Brava Nali, cui non si può dire facciano del resto difetto un occhio furbetto e una voce e una presenza che "spaccano", come oggi si usa dire. E brava l'amica del suo periodo accademico. L'università, alla fine, a qualcosa serve, soprattutto quando si riesce "a venirne a capo", per entrare, cantando, nella vita vera che, come finzione, è ben maggiore e gigantesca.



















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