22 febbraio 2026

Storia e oltre-storia

Si può fare una storia solo di qualche piccolo consorzio di esseri umani e solo da un tempo che, posto sulle opportune scale comparative, va considerato breve e recente. Già questo dice dei severi limiti in cui va correttamente collocata la prospettiva storica, nel quadro del programma della conoscenza che gli esseri umani possono acquisire di se stessi. Ciò di cui si può fare storia è un preziosissimo quasi nulla. 
D'altra parte se la prospettiva storica fosse tutto quello che gli esseri umani hanno da considerare per quella conoscenza, se non ci fosse niente al di là degli accidentali eventi di quella storia, della vicenda storica di qualsivoglia specimen della specie, bene che andasse, si potrebbe fare soltanto un noioso racconto. 
E, per primi, proprio storici come Tucidide e Tacito, storici fuori del comune, si dirà, hanno dimostrato sin dall'antichità che il racconto si fa sapido per la conoscenza degli esseri umani di se stessi, a condizione che si faccia morale. E un racconto morale pone ipso facto questioni teoretiche che, in quanto tali vanno ineluttabilmente al di là delle vicende che l'hanno innescato. Domande che diventano valide per sempre. Il sempre umano, ci si intenda. 
Per chi si occupa degli esseri umani (così, per esempio, la linguistica), ecco donde sgorga la necessità di fare storia, rigorosamente, e al tempo stesso, con altrettanto rigore, di trascenderla. Sorge insomma la necessità di porsi obiettivi di ipotetica conoscenza che vadano al di là dell'accertamento annalistico degli accidenti, preciso fin quando si voglia, ma asfitticamente erudito (e, anche come racconto, noioso: lo s'è detto). 
Anche qui, ci si intenda, non perché sia ragionevole la speranza che l'umanità prenda un giorno piena consapevolezza (storica, etica o teoretica che sia) di sé, ma solo per testimoniare a se stessa di avere intrapreso in proposito un cammino. Nobilmente. E tanto più nobilmente, quanto è da sempre infrangibile la certezza etica e teoretica, oltre-storica, dunque, che a esso fa difetto una meta. 

19 febbraio 2026

Spettatore pagante (11): "La grazia" di Paolo Sorrentino

Non è un gran film, La grazia. Graffia meno di alcuni dei precedenti del medesimo regista. È meno efficace dal punto di vista cinematografico. Si affida ossessivamente alla stucchevole espressione di pensosità sufficiente e molto meridionale del suo attore protagonista. Quel Toni Servillo di cui prima o poi bisognerà che non un untorello come il presente spettatore pagante, ma qualcuno del giro che conta dica che il cinema italiano si accontenta soltanto, come interprete di riferimento. 
Pare infatti che non si riesca a trovare di meglio. O, forse, che non si voglia cercare di meglio, visto che un pubblico di bocca buona e ormai assuefatto, di Servillo, assume volentieri dosi sempre più massicce, dichiarandosene non solo entusiasta e soddisfatto, ma anche vieppiù bramoso.
Il tema istituzionale e moraleggiante, poi, appesantisce la verve di Sorrentino come sceneggiatore e dialoghista. Tale verve, come è noto, ha costituito un riconosciuto pregio delle sue pellicole e una ragione del suo successo, se non dai suoi ormai lontani esordi, perlomeno dalla fortunata e celebrata La grande bellezza.
"Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire" ne fa la massima prova. Ma, ancora nel più recente Partenope, si pensi a "La domanda giusta è un'altra, comandante... Se io avessi quarant'anni di più, lei mi sposerebbe?" o a "All'università si viene già pisciati e cacati" (sopra quest'ultima, quanto a diatesi, al pedantesco Apollonio toccherà un giorno o l'altro tornare). Queste e le altre sono sortite stranianti e, al tempo stesso, di palmare semplicità.
Qui, Sorrentino ha prodotto "La domanda è una sola, papà: di chi sono i nostri giorni?". Il Witz, se tale lo si può considerare, deve la sua aria di amara profondità al conflitto concettuale tra due relazioni possessive: "di chi" e "nostri". Ma (e, se non ci si sbaglia, non è stato osservato) esso fa sistema con il titolo del film: "La grazia", appunto. 
E, per agire criticamente alla maniera di un Sainte-Beuve, è facile a questo punto osservare che tale sistema è riflesso artistico e psicologico della vicenda che marca in modo incancellabile la vita di Sorrentino. Alla vicenda egli ha anche dedicato un film: È stata la mano di Dio. Comprensibilmente non è bastato. 
Graziato e, come è sempre nel caso di una grazia autentica, senza sapere perché, Sorrentino costruisce il suo protagonista come pretesto allusivamente allettante, per i suoi riflessi di corriva cronaca politica, e continua a farsi e a suggerire a tutti di farsi quella domanda, ma stavolta freddamente, senza commuovere o fare sorridere.



 

Umberto Eco: dieci anni esatti. Per essere esatti.

"Saggista, scrittore, filosofo e linguista italiano...": così esordisce la voce "Eco, Umberto" dell'Enciclopedia on line del sito Treccani. Si può non prenderla sul serio?  
Prendere sul serio ciò che legge, quando ciò che legge pretende d'essere serio, è d'altra parte difetto comune di Apollonio e del suo alter ego. Poco meno di dieci anni fa (Eco era scomparso da qualche mese), il secondo mise dunque per iscritto una riflessione, allora già da tempo soppesata, sopra un fondamento concettuale cui Eco s'era appellato in una sua sortita sulla lingua. E intitolò lo scritto "Adamo ed Eco", alludendo così anche a un gioco onomastico che Eco praticava e che lo divertiva. Lo ha ricordato di recente Giovanni Manetti, che, giovane assistente, era con Eco a Bologna, quando nel 1975 Eco fu chiamato a coprire la prima cattedra universitaria italiana di semiotica. 
"Adamo ed Eco" fu poi inviato a un portale che allora contava l'alter ego di Apollonio tra i suoi collaboratori e fu lì pubblicato liberalmente, come liberalmente d'altronde esso era stato messo a disposizione. Niente di importante, ci si intenda: uno scritto conciso e alla buona, dove, fuori di ogni tecnicismo, il tema linguistico è discusso per figure. Ma, quando si tratta di lingua, ci sono figure di cui chi filosofeggia non riesce a liberarsi e che occhieggiano elementari, persistenti e determinanti, dietro argomentazioni anche in apparenza molto sofisticate.
Già nel suo Trattato di semiotica generale, anch'esso, non a caso, del 1975, Eco dichiarò esteso a tutto ciò che può essere usato per mentire il suo campo di competenze e di conseguente intervento come semiotico. Vi considerava inclusa evidentemente anche la lingua, se non principalmente la lingua. Con la menzogna, evocava però e ineluttabilmente la verità e, con verità e menzogna, ciò che tale contrasto comporta: la verifica di una corrispondenza tra parola e cosa o, se si vuole, tra discorso e realtà. 
La questione, si badi bene, è di innegabile importanza, oltre che di plurimillenaria tradizione. Ma appunto non così importante quando, come si è cominciato a fare solo da un paio di secoli, ci si accosta alla lingua "en elle-même et par elle-même", pur se in modi e con accenti diversi, ma per provare a capire cosa è e come funziona. Da un punto di vista siffatto, anzi, a dirla tutta, attardarsi e speculare sopra menzogna e verità, sopra parola e cosa, sopra discorsi e realtà, quando non è un grave inciampo, è fuorviante.
Apollonio ritiene allora che un buon modo per ricordare una persona intelligente non sia farne un feticcio da venerare incondizionatamente, come si corre il rischio accada anche nel caso di Umberto Eco. E lo si dice rischio per litote. In effetti, per radici e attitudini clericali profonde, la cultura nazionale e il modesto commercio che le si correla producono incessantemente santini e presepi. E con il decennale di Eco si è già largamente cominciato.
Celebrazione migliore sarebbe invece continuare a confrontarsi con l'intelligenza di una persona intelligente e, dandosi il caso, ricordare anche gli argomenti che hanno indotto e ancora inducono a prendere le distanze da quanto essa ha prodotto. 
È appunto la ragione per la quale, in riferimento a Umberto Eco e alla sua semiotica, l'alter ego di Apollonio darà presto un segno quanto a segno, in una sede a stampa. Ed è la ragione per la quale, a proposito di lingua, questo diario mette di nuovo in circolazione e a disposizione dei suoi due lettori "Adamo ed Eco", nel giorno esatto dell'anniversario.
È una maniera per dire (e chi vuole lo consideri un paradosso) come le idee di Umberto Eco sulla lingua non siano passate senza lasciare traccia nel modesto percorso di consapevolezza di Apollonio e del suo alter ego: una traccia sopra una via da non seguire (ecco il collegamento che permette di scaricare il .pdf di "Adamo ed Eco", per leggerlo, ove lo si volesse, con minore disagio).

Adamo ed Eco

Nunzio La Fauci

Chi vuole accostarsi alla lingua senza pregiudizi e con il desiderio di capirci qualcosa trova una fiera resistenza nel senso comune dei dotti. La lingua vi ha infatti un gran rilievo ed è tema di molte idee ricevute. Non solo tra profani che son dotti perché praticano dottamente altre contrade dell'umano, ma anche tra dotti specifici.
Del resto, quando è questione della lingua, una distinzione tra profani e specialisti è già essa stessa un'idea ricevuta. In proposito vale un criterio aureo. Sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano (questa inclusa). Sempre che si sia sufficientemente magnanimi, per dirla col Dante del Convivio, da intendere ciò che fa chi la parla. La faccenda è spinosa, però, e non è nemmeno quella di cui qui si vuole dire. La si toccherà, caso mai, un'altra volta.
Tra le idee ricevute sulla lingua ce n'è una, generalissima e di gran peso, le cui radici stanno addirittura nella Bibbia: "Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le beste selvatiche" (Genesi 2, 19-20). Non è proprio il principio, ma il principio c'è stato da poco. Ciò che vi si narra ha avuto e ha rilievo per discussioni di non poco momento.
Qui ci si tiene stretti alla faccetta linguistica. Per il resto, manca a chi scrive non solo la competenza, ma anche l'interesse. La faccetta linguistica ha peraltro prodotto miriadi di riflessi, nei non pochi secoli in cui quelle righe sono parse pertinenti. Dire di avere tutti presenti tali riflessi (o anche solo in buona parte) sarebbe millanteria. Alla buona, qui se ne intercetta uno e piuttosto recente. Non proprio uno qualsiasi, però. Il riflesso che una volta si produsse nel compianto Umberto Eco. Se, come si è detto, a proposito di lingua è questione di una dottrina, l'evocazione di Eco è adattissima. Egli fu un principe della cultura italiana e non solo, un nocchiero del vascello dei dotti tra le tempeste del rapido declino della modernità, un polo per la bussola delle loro opinioni. E fu cultore insigne di una disciplina che non pochi tengono (e lui medesimo tenne) per prossima alla lingua, se non per una linguistica a pieno titolo.
A Umberto Eco capitò appunto una volta di evocare il passo biblico nel modo che segue: "L'interpretazione di questo brano è estremamente delicata. Infatti qui certamente si propone il tema, comune ad altre religioni e mitologie, del Nomoteta, e cioè del primo creatore del linguaggio, ma non è chiaro su quali basi Adamo abbia nominato gli animali, né in ogni caso la versione della Vulgata, quella su cui si è formata la cultura europea, fa nulla per risolvere l'ambiguità, perché anzi essa prosegue dicendo che Adamo ha chiamato i vari animali nominibus suis, e a tradurre «coi loro nomi» non si risolve nulla: significa che Adamo li ha nominati coi nomi che loro spettavano per qualche diritto extralinguistico o coi nomi che ora noi (in base alla convezione adamica) attribuiamo loro? Ogni nome dato da Adamo è il nome che doveva avere l'animale a causa della sua natura o quello che il Nomoteta ha deciso arbitrariamente di assegnargli, ad placitum, instaurando così una convenzione?" (La ricerca della lingua perfetta, Laterza, Bari 1993, p. 14).
Il rapporto tra i nomi e le cose: ecco enunciata e riproposta la faccenda che si considera di fondamentale portata e di massima importanza quando è questione di lingua. In tale prospettiva, la lingua vi è posta anzitutto in funzione della realtà che sta lì, fuori, e che la lingua e la sua esistenza medesima presuppongono. Anche prendendola alla lontana, tenere per cruciale, in un modo o nell'altro, il rapporto tra realtà e lingua è un tratto caratteristico del senso comune sulla lingua: realtà, a fare da base, e lingua, a fare da suo accessorio denominativo. Se poi si è anche un po' (o molto) filosofi, ci si può anche interrogare sulla natura di tale rapporto: è per natura o per convenzione?
E la realtà della lingua? La lingua non ha anch'essa la sua realtà? Certo, non è un gatto né un ippopotamo, non è un pino né una roccia, ma non esiste? Poniamo che l'Adamo che meglio ci aggrada a un certo punto parli, dica qualcosa, pronunci quei benedetti nomi. Poniamo lo facciano (come lo fanno) le Eve e gli Adami che tutte e tutti siamo in fasi cruciali della vita, quando formuliamo un pensiero e (dandosi il caso) proferiamo una parola. La lingua è processo creativo banale, banalissimo e manifesta anzitutto se stessa come realtà. E sorge il problema di cosa farne, di tale realtà linguistica. Basterà solo richiamare in servizio Adamo chiedendogli di dare nomi anche alle cose di cui la lingua è composta? No. Perché c'è un problema ulteriore, dietro la faccenda delle cose, fuori della lingua o al suo interno, e del dar loro nome. Un problema che passa di norma inosservato ma non pare di poco momento.
D'accordo. Il Creatore ha già creato già tutte belle e fatte le sue creature e, con tali creature schierate davanti a sé, Adamo si industria di dare loro nome: lo rileva nella loro realtà o, data sempre la loro realtà, stabilisce lui come chiamarle. Sia come sia. Ma come diavolo farà mai, questo Adamo, a prodursi in tale exploit espressivo se non ha una capacità linguistica?
Per dare i nomi alle cose, per riconoscere quelli che esse hanno per natura (caso mai fosse così), è indispensabile forse che le cose esistano (in effetti, non è detto: il numero di nomi per cose inesistenti è, come sa chiunque, altissimo). C'è però sicuramente qualcosa di ancora più indispensabile. È che chi lo fa abbia appunto la lingua come sua facoltà.
Non c'è fatto in altre parole che non comporti la capacità di fare. Non c'è (de)nominazione che non comporti la capacità di (de)nominare. E ciò vale appunto non solo per il buon, vecchio Adamo (di cui, a conti fatti, può pure interessarci pochino: saranno stati fatti suoi e del suo Creatore, come se l'è cavata). Vale anche, si direbbe soprattutto, per tutti quei piccoli Adami e quelle piccole Eve che, dai tempi di Adamo, hanno popolato e popolano questo mondo pieno di cose. Quelle o quelli che siamo tutte e tutti quando ci troviamo nella culla. Eve tutte portatrici e Adami tutti portatori (interiori) di questa realtà scarsamente riconosciuta come tale (se non ignorata). Meglio, di questa fabbrica di realtà che è la lingua, che produce se stessa. Bisogna che lo si ammetta, prima di darsi a considerare ogni altro suo effetto nel mondo ed eventuale rapporto con esso.
E, se proprio ancora ci si tiene, alla faccenda del rapporto tra cose e nomi, e si tiene al fatto che, tutti e tutte, gli Adami e le Eve, si ha il problema di darli e dirli, i nomi delle cose, c'è da osservare che, trovandoli opportunamente già assegnati, difficile non li si tenga per naturali.
Perché? Verrebbe fatto di chiedersi. Non lo sono, naturali? A quale parlante passa per il capo che non lo siano? Nemmeno ai filosofi più convenzionalisti, c'è da pensare, quando, deposta la loro filosofia, aprono bocca da parlanti e si rivolgono a chi, poniamo, prepara loro la cena. Che è poi, con altre situazioni comparabili della vita di tutti i giorni, quella in cui, sulla lingua, si dicono le cose più sensate. Inconsapevolmente e senza volontà di dirle.
Una faccenda del tutto diversa e che nulla ha da spartire con le cose è che i nomi sono rapporti. Lo sono come esiti dell'opera creatrice della lingua, che produce appunto accoppiamenti arbitrari di significati e significanti, e non come elementi di una nomenclatura delle cose del mondo.
Fuori della bella storia di Adamo (ma chi l'ha vissuta mai, una situazione del genere? Da millenni, sul serio, di che stiamo parlando?), la faccenda dei nomi non sta nel sapere se sono per natura o per convenzione. Sarà appunto questione millenaria. Sarà cruciale, come Eco ha ripetuto. Ha tutta l'aria però d'essere una di quelle cui si applica la definizione che Galileo mise in bocca a Salviati: "una disputa non molto più rilevante che quella della lana caprina". Anche perché la sua soluzione pare tanto ovvia nella teoria, quanto impegnativa nella ricerca sperimentale: come tutto il resto della lingua, i nomi sono naturalmente culturali o, se si preferisce, culturalmente naturali. È l'essere umano, bellezza! Come vuoi che siano i nomi che gli affiorano sulle labbra.
L'apparente bisticcio spaventa? Spaventa una lingua che non sia ancorata alla solidità delle cose del mondo? Il coraggio, se non lo si ha, non ce lo si può dare, è vero. Ma, pur aggrappandosi alla cose, si eviti, almeno, di farsi pietrificare dallo sguardo della Gorgone. Da dovunque vengano (ammesso vengano da qualche parte), i nomi, ma non solo i nomi, anche i verbi, gli aggettivi e tutto il resto ci sono e insieme coi nomi, coi verbi, con gli aggettivi e tutto il resto, c'è, esiste, come realtà, la capacità di farli esistere e di trattarli, di metterli insieme, di fare cose che chiamiamo discorsi (e quando sono interiori, pensieri). Per capire i quali, muovere dai nomi e dalla questione se siano per natura o per convenzione rischia proprio di non servire a nulla. Anzi d'essere una falsa partenza. Una prospettiva sbagliata. La premessa a un dotto, dottissimo fallimento.

14 febbraio 2026

Sic transit...: Togliatti

Ecco l'alter ego di Apollonio in libreria, la maggiore della città in cui vive, e al banco delle informazioni. Dalla parte opposta una persona molto urbana e, con lui, in rapporto di reciproca conoscenza. Di età non ancora sinodale, ma nemmeno da catecumenato, nella funzione. Insomma, millennial. "Cerco un vecchio libro di Giorgio Bocca, Togliatti... ma deve essercene una ristampa recente". "Controllo... Come hai detto che fa il titolo?" (On se tutoie tout le temps maintenant dans les magasins). "Togliatti". Sguardo perplesso e interrogativo. "Togliatti... non sai chi fu?". "Ah sì, scusa... l'amico di Gramsci".
A scanso di equivoci: non se ne sta menando scandalo. E di cosa, poi? È un dato. E di chi, davanti a un dato, si scandalizza, tanto Apollonio, quanto il suo alter ego hanno sempre diffidato: racaille
È invece una seria faccenda di nomi propri, di enciclopedia, di descrizione definita, di antonomasia: tutte cose che alla strana coppia stanno a cuore, come si sa. E di sic transit..., perché non c'è saggio motto che più si fondi sul valore di nome proprio e sulla sua ineluttabile volatilità: "Carneade..." 
C'è soprattutto ironia, infine, di cui la lingua nel tempo è la più grande maestra: "...l'amico di Gramsci" è in proposito impagabile. Lo si riconosca.

12 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (61bis): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

A un prezioso lettore di questo diario, un frustolo di qualche giorno fa ha ispirato un commento giunto ad Apollonio grazie al suo alter ego. Eccolo, recato in italiano (segue l'originale che, se non si è capito male, è brano di una pubblicazione in corso di stampa. Comunichi il lettore se gradisce che qui si faccia il suo nome e si dica di quale pubblicazione si tratta): "Ci si ricordi che una IA non è neutra, come lo sarebbe per esempio uno strumento di ricerca di un programma di videoscrittura. Una IA è un dispositivo ideologico che rende in effetti concreta un'ideologia grazie alla scelta dei corpora adoperati per il suo apprendimento e grazie agli algoritmi che ne distillano il succo. Orbene, ancor più della Natura, l'ideologia ama passare inosservata e in tal modo parere affatto naturale e al di sopra d'ogni sospetto. Manipolando unità semiologiche, le chatbot le consentono dunque di mimetizzarsi, imponendo come evidente quanto viene propinato" (Rappelons qu'une IA n'est pas neutre, comme le serait par exemple un outil de recherche sur traitement de texte: c'est un appareil idéologique. Elle concrétise en effet une idéologie par la sélection de ses corpus d'apprenstissage comme par le algorithmes qui les distillent. Or, plus encore que la Nature, l'idéologie aime à se cacher, et pour cela, à sembler toute naturelle, au-dessus de tout soupçon. En manipulant des unités sémiotiques, les chatbots lui permettent alors de se dissimuler tout en imposant ses évidences). 
Niente di più semplice. E niente che si possa dire meglio. Chi lo ha scritto (e Apollonio gli è grato) dispone dello sguardo critico e avvertito messo a disposizione da discipline che ad Apollonio piacerebbe qualificare umane più che umanistiche. Sono le discipline costruite intorno al concetto di pertinenza e la pertinenza è, al tempo stesso, riconoscimento di un limite e ricerca di un metodo per trarne partito: ecco perché umane. 
Ci si sente ridicoli, meglio, sconsolatamente ridicoli a doverlo ricordare: il tutto autentico (ammesso sia concepibile) è fuori portata. Non c'è niente di tutto ciò che umanamente si spaccia per tutto cui non soggiaccia una scelta. Che sia scelta inconsapevole o consapevole, in fin dei conti poco importa, perché non c'è scelta cui non si correlino un'etica e una teoretica. E con l'una e con l'altra, i relativi metodi. Buoni o cattivi. Sempre da scrutinare, come gli eventuali risultati, con attitudine critica, cioè di discernimento. E un "Funziona!" non basta.

[Ricevuto il consenso dall'autore: il passo viene da François Rastier, "L'essor de la philosophie artificielle", Degrés, fascicolo 205-206, di prossima pubblicazione.]

7 febbraio 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (47): "Il mondo, io lo vedo così"

Dire, in piena coscienza, "Il mondo, io lo vedo così" è segno di non temere la fatica del confronto né il peso della dimostrazione, sempre per ipotesi, che quel modo di vederlo non sia irragionevole e che per qualcuno valga la pena condividerlo, facendone eventualmente anche il suo. 
L'indiscutibile "Il mondo è così", in qualsivoglia modo se ne ponga il fondamento, è al contrario patente emblema di una pigrizia quasi sempre vigliacca e perciò spesso incline a una caso mai delegata violenza. Non c'è da stupirsi di conseguenza se lo si ode da tante bocche.

3 febbraio 2026

Cronache dal demo di Colono (76): Jakobson a Niscemi, ovvero: "frana", metafora e metonimia


Nei giorni scorsi, una frana è (metaforicamente) franata sopra le cronache, che ne sono state momentaneamente riempite. Ma la frana in questione, spettacolare per il pubblico e drammatica per chi ne subisce un danno, è solo una tra le tante in una terra che, tra rilievi e corsi d'acqua, è letteralmente disposta a franare. A ciò l'hanno destinata caratteristiche fisiche e rapporti tra ambiente e comunità che vi hanno vissuto e vi vivono. 
Dell'Italia fisica, quella frana, una per tutte, può dunque essere considerata una sineddoche. Lo è in effetti anche quanto alla cittadina di Niscemi. Come sineddoche, rientra tra i casi di metonimia. Niscemi frana, la parte; l'Italia fisica, il tutto, frana.
Non c'è bisogno che si dica, tuttavia, che frana e il derivato franare hanno da gran tempo sviluppato un valore connotativo e metaforico: dal fisico al morale, non c'è àmbito in cui un degrado, una rovina non possa essere metaforicamente qualificato come una frana. 
A tale valore attinge naturalmente l'acuta vignetta che pubblica oggi un quotidiano nazionale (e che Apollonio trova in rete). Vi si esprime (si osservi il genere del participio) una figurina che tratti appena abbozzati, ma loquaci, rendono facilmente identificabile. Non è Niscemi, ovviamente. È il tutto in cui Niscemi si trova iscritta. E non strettamente il tutto fisico, ma anche e forse soprattutto il tutto politico. L'Italia, come nazione e, proiettivamente, come stato, o chi la rappresenta è seduta sopra una frana da cui sta per essere travolta. La frana è qui una metafora, ma poggia, come dice l'immagine, collaborando con il testo, sopra la già esposta metonimia. Anzi, la amplifica.
Attenzione però, perché a questo punto a Niscemi (e dintorni) appare lo spettro di Roman Jakobson e viene il bello. La metafora (operando sulla somiglianza) qualifica il simbolismo della poesia, la metonimia (operando sulla contiguità) qualifica il realismo della prosa, sentenziò con provocatoria acutezza il "filologo russo", inventore di strumenti indispensabili per chi vuole fare della linguistica una disciplina autenticamente critica (cioè capace di discernimento). Che una vignetta proceda per metafora è allora ovvio. È un oggetto artistico (e umoristico): sta indubitabilmente sotto il segno della poesia, attività nella quale il Made in Italy si è specializzato da secoli.
Sotto la poesia della metafora, c'è tuttavia, prosastica, la metonimia. Sotto la frana, ci sono le frane. E, considerato appunto il favore che, nella nazione, gode la poesia sulla prosa ("...poeti, santi e navigatori..."), c'è il rischio (o la certezza?) che la frana metaforica frani non solo sopra la frana fisica di Niscemi, metonimica, ma anche sulla totalità delle frane fisiche, finendo, come capita spesso e ancora una volta, per nasconderle.

2 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (62): ...e genuinamente stupida

Robert Musil attribuì varie qualificazioni a Dummheit, 'stupidità', quando ne fece oggetto di una conferenza, tenuta nella Vienna di un tragico 1937. Si servì di aggettivi, con funzione sintattica di attributi, e a essi affidò l'espressione della sua cruciale distinzione in proposito. Ne sortì una distinzione non tra concetti, ma tra "Eigenschaften", che vale 'qualità, caratteristiche', ma anche 'tratti', nel caso giustappunto 'distintivi'. 
Attenzione. Rivolgendo il suo sguardo sulla stupidità, Musil non si propose di differenziarla da ciò che stupidità non è o non sarebbe, comunque lo o la si voglia chiamare. Non definì ciò che sarebbe la sostanza della stupidità contro ciò che sarebbe la sostanza del suo contrario. E non mise di conseguenza un sostantivo contro un sostantivo. 
Da qualche secolo, di fare ciò si sono creduti capaci in tanti (e, a dire il vero, ci si crede capaci tutti e tutte). Ne è prova l'esistenza in proposito di una letteratura (moderna) ampia e celebrata, anche perché, a frequentarla e celebrarla, si dice siano i e le sagaci. C'è sul tema un figurato apologo di Dino Risi, che è definitivo e che ci si asterrà dal ripetere.   
Musil diede al contrario la stupidità come intuitivamente assodata (per gli esseri umani, d'altra parte, lo è come la mortalità) e avanzò l'idea che al suo interno si possa tuttavia distinguere: atto che, com'è noto, è presupposto indispensabile a ogni ipotesi di conoscenza. Una prospettiva siffatta rende il suo coraggioso tentativo un'eccezione, se non un caso unico. 
E dunque a suo modo di vedere, da un lato, c'è una stupidità "ehrliche", 'onesta', "«helle»", 'luminosa', "schlichte", 'semplice', "echte", 'pura' (qui basteranno questi attributi), dall'altro c'è una stupidità paradossalmente "intelligente" (così, graficamente, tanto in tedesco, quanto in italiano) e "höhere", 'superiore' (non sfugga che si tratta di un comparativo) o 'sostenuta', capita di leggere in traduzione.
Non si sta qui a riassumere il pensiero di Musil e a ripetere le fattispecie che egli fornisce dell'una e dell'altra stupidità. Forse questo diario lo ha approssimativamente fatto in altre occasioni: con il presente, i suoi frustoli superano le dodici centinaia e non si pretenderà da Apollonio che tenga memoria di tutti. Chi vuole può d'altra parte documentarsi ricorrendo direttamente alla fonte che è stata più di una volta recata in italiano. 
Qui, come s'è dichiarato in apertura, l'accento è posto sopra il metodo e sul procedere per opposizioni, che ha un correlato sintattico e categoriale (o quanto a parte del discorso): aggettivi con funzione di attributi. Sono qualia, ma non impressionistici né soggettivi. 
Riesce a determinarli in tale guisa la linguistica ed è forse unica a farlo tra le discipline che si occupano degli esseri umani, cioè, come si diceva un tempo, dello spirito. In effetti, della linguistica, genuinamente stupido è, anzitutto e per natura, l'oggetto. Genuinamente stupidi sono i metodi. Genuinamente stupida può persino provare a essere la teoria, quando, con fatica, si riesce a tenerla con i piedi per terra e a non sostenerla fino al livello di stupidità superiore.

29 gennaio 2026

Linguistica da strapazzo (61): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

Il modo con cui recenti sviluppi della tecnologia sono recepiti dall'opinione pubblica e da non poche menti considerate pensose è conforme a uno schema ideologico che si direbbe ancestrale e che la lingua, come sempre succede, rivela a uno sguardo critico, nel momento stesso in cui lo cela all'insipienza e alla malafede. 
In effetti, nulla di più sciocco o di più acuto può essere concepito di quello che può essere ed è detto: questo frustolo, quanto a imbecillità, ne è una dimostrazione.
Ma, davanti alla prima testa fracassata, "Guarda cosa ha fatto la clava..." avrà esclamato (oltre che pensato) colui che si fece forte della relativa tecnologia. E senza andare tanto indietro, con l'obbligo di affidarsi alla fantasia, ecco banalità come "...è stato investito da un'auto" o come "Una bomba ne ha ucciso quaranta". Si vuol dire che non sono rappresentazioni inappuntabili dell'accaduto?
E, fuori del cruento, "L'aereo ci mette solo un'ora", "Questo detersivo li lava alla perfezione",  "Ecco i fori fatti dal trapano" e così via, ad libitum. Un indirizzo espressivo con un grande passato, certo, ma via via diventato sempre più pervasivo e vero (se così si vuol dire) da quando il telaio meccanico divenne il feticcio della nuova religione e la tela di un pensiero conseguente ha cominciato a essere tessuta con sempre maggiore efficacia. A tagliare un bel po' di teste che si ritenne fosse il caso che smettessero di pensare fu una macchina che - c'era ancora un po' di ingenua onestà onomastica - prese il nome di chi appunto la elesse e delegò nel compito: la "guigliottina"...
Ebbene, con l'IA (o AI) si è ulteriormente e, pare, enormemente esteso lo spettro di occasioni descrivibili da una proposizione (vera) in cui, sotto la funzione di soggetto, si nasconde, obliquamente, uno strumento. Meglio, un ordigno. Tanto obliquamente e tanto ben celato che, come si diceva, c'è un sacco di gente che giura, in fede sua, che si tratta di un soggetto con tutti i crismi del caso: EGLI o ELLA, come costringe a dire la lingua di Dante, affetta dal genere (grammaticale). O, meglio, IT, in una lingua in cui si può schivare la spinosa questione, gettandola nell'impersonale che, come si sa, del genere fa bellamente a meno, da buon feticcio. 
Ne sortisce, a ben vedere, una ideologia sempre più perfetta per la confezione di qualsivoglia imbroglio. E hai voglia di dire che si è (finalmente) nel post-umano. Un imbroglio, anche quando è inconsapevole o viene consapevolmente affidato a un ordigno, è esemplarmente umano. Anzi, umano all'eccesso. Troppo umano, da sempre (il sempre umano, ci si intenda appunto). 
"Una testa fracassata? È stata la clava, diamine!"; "Quaranta o quattrocentomila morti? Noi? Quando mai... la bomba!"... A(h)I! A(h)I! Cosa capita già e capiterà sempre più spesso di udire, come normali imbecilli. Tragico, si dirà. No, comico. E proprio perciò molto più grave. I grandi guai, ci si può riflettere anche senza il bastone dell'IA, nascono di norma dal ridicolo.

[Con questo, sono 1200.]

24 gennaio 2026

Lingua loro (57): "Non era mai successo" (e Primo Levi)

Ogni volta che, come commento di un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati, ad Apollonio accade di udire "Non era mai successo" e rischia così di esserne avvelenato, come antidoto gli si presentano allo spirito l'immagine di Primo Levi e la ragionevolezza pratica dei suoi pacati ragionamenti. 
Apollonio ha quindi finito per chiedersi il perché di un'associazione che potrebbe parere bizzarra. E condivide qui con i suoi due lettori ciò che ne ha da tempo strologato interiormente, per darsene una ragione.  A partire dal "mai", che è una faccenda di filologia.
"Mai" apre infatti la strada a qualche interrogazione. E se ciò che 'è successo' (un po' di pazienza, ci si verrà) fosse successo fuori dei tempi le cui vicende sono note a chi si esprime con tale perentorietà?
In "Non era mai successo", qual è in altre parole la precisa portata storico-filologica di quel "mai"? È il "mai" di una memoria singolare o singolarmente collettiva? Una memoria dotata di quali strumenti, che si spinge indietro fino a quale data e che spazia per quali luoghi? Ecco appunto: una questione, come si diceva, di filologia.
Ma si ammetta pure che sia un "mai" con qualche fondamento filologico (che non sarà ovviamente quello di cui si è ingenuamente portati a fargli credito e che sta al di là d'ogni capacità umana). Si ammetta pure, correlativamente, che non sia un "mai" meramente figurato e iperbolico, per dire l'"io non me ne ricordo" acquattato regolarmente dietro il gonfio, collettivo e dilatato 'noi non ce ne ricordiamo". Resta il fatto che quel "mai" sta a definire la portata di una predicazione al cosiddetto trapassato prossimo, corredata da una negazione: "non era... successo". E qui si va oltre la filologia.
Un trapassato prossimo è costruito sopra un punto di riferimento temporale interno al testo, per quanto implicito. Combinato con la negazione, quanto ad aspetto, tale punto di riferimento consiste in un perfetto: è un 'è successo', come si è già detto di passaggio. Nella virtualità effettiva della sua espressione, si tratta di un'affermazione. Insomma, il negativo "Non era mai successo" contiene positivamente un 'è successo'. E sopra ciò vale allora la pena che ci si fermi a riflettere.
Anzitutto, un'ovvietà: se 'è successo', 'poteva succedere'. Un banale modale corrode fino all'osso qualsiasi "mai": c'è perlomeno il caso da considerare. Ma più gravemente di quanto non si creda, perché, in un discorso siffatto, forse vale la pena di uscire dalla vieta logica, cascame aristotelico, del passaggio dalla potenza all'atto, che pare connaturata espressivamente con quel 'poteva'. 
Ciò che è in atto è ciò che si è in grado di percepire come effettivo. E ciò che si suppone sia solo o ancora (indefinitamente) in potenza e non in atto potrebbe in realtà trovarsi solo in uno stato di latenza, in funzione dell'osservatore e del suo punto di vista.
Considerato il ruolo che hanno in proposito osservatore e punto di osservazione, ci sono infatti regolarmente, da un lato, ciò che è patente, dall'altro, ciò che è latente. Capita poi, di tanto in tanto, che il latente si faccia patente, sotto determinate condizioni, per poi tornare latente, quando intervengono condizioni di osservazione meno favorevoli. Ecco che si è appunto giunti alla lezione teoretica e morale di Primo Levi.
"Auschwitz? Non era mai successo!". C'è anzitutto una nota considerazione: se è successo, potrebbe nuovamente succedere, avvertì Primo Levi. Ma il suo ragionamento si presta a essere esteso al passato: in effetti, chi assicura che non sia già successo? Semplicemente, non ci se n'era accorti. Non ci si era fatto caso. E l'Europa del cuore del Novecento, con il suo clima tempestoso, ha soltanto fornito condizioni di osservazione migliori (per dire così), rendendo meno probabile che l'accaduto passasse nel trascurabile (come in effetti sta tornando...).
Ciò che vi accadde, insomma, ragionevolmente era già accaduto, persino molte volte, ma rimanendo in uno stato di latenza, in funzione del punto di vista. Un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati mette in questione non solo il futuro, come invitò a pensare Levi e, si direbbe, elementarmente, ma anche il passato, perché in questione vengono finalmente punto di vista e condizioni di osservazione. Sono l'uno e le altre, eventualmente, a non avere fin lì raggiunto l'appropriato stato di maturazione. Succede di tutto, davanti agli occhi umani, senza che tale tutto divenga per ciò stesso pertinente.
Fuori di ogni parametro banalmente temporale e di conseguenza filologico, "Non era mai successo" è dunque soltanto una cruda ammissione di non essere stati capaci di osservare accuratamente quanto sarebbe stato osservabile, da un opportuno punto di vista. L'ammissione di avere scambiato il patente e limitato con l'osservabile e meno limitato. L'ammissione di essersi fatti cogliere ingenuamente in fallo da un'irruzione, imprevista, di un elemento del campo sterminato di una insipienza a quel punto spesso irreparabile.
Spacciata da giustificazione, a séguito di un evento qualsiasi che si pretende colga impreparati, "non era mai successo" è, conclusivamente, solo un ipocrita tentativo di non confessarsi stupidi e, dandosi il caso, colpevoli.

22 gennaio 2026

Cronache dal demo di Colono (75): "...devasta la costa ionica"

Il mare
, Il ciclone...: aggiungano i due lettori di questo diario il soggetto che preferiscono a quanto dice il titolo, lacunosamente. La cronaca di questi giorni dà ampia possibilità di scelta.
Della costa ionica siciliana, soprattutto della più settentrionale, Apollonio sa qualcosa, per osservazione diretta, da settanta anni. E in settanta anni, quella parte di mondo, si dica da Messina all'antichissima Naxos, visita dopo visita, l'ha vista mutare. Molto. 
L'habitat era diffuso e gli insediamenti umani che la punteggiavano intensamente, ci si riferisce ai marini, si tenevano opportunamente discosti dal mare, fuori di poche eccezioni, per accidente riparate dalla natura. Dunque, lunghe e larghe spiagge e, ben distanti dalla battigia, niente case di abitazione. Modesti rimessaggi, piccoli edifici di servizio, magazzini per il deposito degli attrezzi da pesca o per lo stoccaggio di prodotti agricoli. E muri a protezione di numerosi "giardini". 
Non c'era lungomare che non fosse la spiaggia medesima. Al suo culmine, un modesto e stretto camminamento, in terra-sabbia battuta, permetteva di spostarsi da un luogo all'altro, per imboccare una delle stradine perpendicolari che, dopo un centinaio di metri e talvolta di più, sboccavano sulla strada principale, che correva ovviamente parallela alla costa. La "Consolare Valeria", questo l'odonimo, Apollonio non sa quanto storicamente ragionevole e giustificato.
Lungo tale via e non in faccia al mare, si svolgeva la vita delle piccole cittadine e si trovava la teoria degli edifici principali, pubblici e privati. A monte, qualche parallela, chiusa tra la riva di un torrente e quella di un altro, bastava di norma a contenere le comunità.
Non è più così, naturalmente. Né Apollonio sta qui a lamentare la fine di quello stato. Sa che, legato com'è nella sua mente all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza non può che parergli mirabile, per irreparabile difetto del punto di vista. Se, sine ira et studio, si cerca tuttavia il tratto pertinente del cambiamento, non si fa fatica a individuarlo. Consiste in una sfida al mare.
Sulle spiagge, restringendole severamente, si è ovunque gettato l'asfalto di un lungomare e il lungomare ha fatto da miccia per l'esplosione della correlata speculazione edilizia. Hanno cominciato a guardare il mare da presso e con aria di sfida comunità che un tempo, vivendo spesso in parte di mare e in parte di terra, al mare davano le spalle. Era un segno di rispetto. Il rispetto di chi, conoscendolo, se ne teneva con cautela a distanza di sicurezza. Ma cos'è diventato a un certo punto il mare, per quelle comunità che pure pretendono di viverne, se non una grande piscina per turisti e villeggianti?
Un lampante accecamento della ragione che suppone giochino sulla stessa scala tempi umani e della natura: "In cinquanta anni, mai visto niente di simile!". Come non ridere di sortite del genere? A tale riduzione domestica e bottegaia, prima o poi accade però di essere apertamente smascherata. 
Di tanto in tanto (e adesso, pare, anche con buone ragioni e qualche maggiore frequenza) Poseidone fa Poseidone e Eolo, per incarico di Zeus, fa Eolo, come dicevano miti e credenze ben più ragionevoli delle folli opinioni di chi ha preteso e si è bambinescamente illuso che non esistano. Capita così che i due malnati (e, sulla scala umana, immortali) devastino, come dicono le cronache e le gazzette, i bordi della piscina degli sciocchi mortali. È nella loro incoercibile natura. Quasi sempre e solo, devastano in altre parole le devastazioni già prodotte dall'improntitudine umana. Le materiali, presto ripristinate e, se possibile, rese anche più devastanti. Le morali, come la stupidità che le sostiene, irreparabili. 
Se si avesse solo un po' di sale in zucca, la volgare e rapace improntitudine dei mortali dovrebbe dunque figurare come soggetto del titolo di questo frustolo. A essa e non a Poseidone o a Eolo va infatti fatto carico dei danni che oggi si lamentano in coro con autentica spudoratezza.

20 gennaio 2026

Discente esemplare


Discente esemplare è chi ha la buona educazione di illudere una persona con pretesa di insegnare che non sta perdendo il suo tempo.   

15 gennaio 2026

Eco: dieci (e lode)

Tra poco, saranno passati dieci anni esatti dalla morte di Umberto Eco. E prima che si scateni la bagarre, una minuzia a partire da un paio di minuzie che probabilmente non circoleranno nelle relative celebrazioni. E una considerazione correlata.
Or sono dieci anni, appunto per il triste evento, il glottologo Massimo Pittau, già molto anziano e frattanto scomparso, affidò alla rete un suo ricordo di Umberto Eco. 
Nel 1958, Pittau aveva recensito Il problema estetico in San Tommaso, il libro che, come suo primo, Eco aveva pubblicato, ventiquattrenne, nel 1956. Lo aveva tratto dalla tesi di laurea. Storico medioevista della filosofia per formazione accademica, Eco s'era laureato a Torino con Luigi Pareyson, filosofo cattolico maestro di una scuola ricca di talenti. 
La recensione di Pittau era comparsa su "Humanitas", rivista di cultura cattolica: "ricordo chiaramente - scrive Pittau nel 2016 - che dell'opera recensita di Umberto Eco io parlai bene, molto bene; e ciò feci per la ragione che se lo meritava appieno. Tra l'altro ricordo che era così ampia e a[p]profondita la conoscenza che Umberto Eco dimostrava della filosofia di San Tommaso e di quella medioevale in generale, che mi convinsi che egli fosse un «ecclesiastico». Solamente dopo, quando egli mi scrisse per ringraziarmi della bella recensione che avevo fatto della sua opera, venni a sapere che in realtà egli era un «laico» come me" [qui, caso mai interessasse, il resto].
Fin da ragazzo, com'è noto, Eco s'era vivamente impegnato nel movimento cattolico giovanile. "Responsabilità di una coltura [sic] cristiana" è il titolo del suo primo articolo a stampa, ospitato nel 1951 da La voce alessandrina, settimanale diocesano della sua Alessandria (anni fa ne scrissero le gazzette). 
Eco, nemmeno ventenne, vi sollecitava "le élites, formate cristianamente e culturalmente... [a non] vegetare... [ma a] trovare un punto di contatto e di intesa con la parte migliore della nostra gioventù... [partecipe] della cultura moderna... [con] quei giovani che si proclamano i corifei di verbi nuovi". Perché - proseguiva - la loro "sarà una cultura ammalata ma è quella del nostro tempo e l'ignorarla non è solo mancanza di carità, ma anche un poco superbia, perché in essa potremo trovare tanti spunti di verità e tanti accenti di sincerità che serviranno a migliorarci".
Tolta l'enfasi sul "cristianamente" e cassato l'attributo "ammalata", non si può dire che la successiva, luminosa carriera intellettuale di Eco non avrebbe sviluppato tratti di un programma siffatto, come paradossale terapia di svecchiamento per la cultura nazionale.
Eco avrebbe d'altra parte raccontato spiritosamente, parecchi anni dopo, che era stata la stretta familiarità con l'opera dell'Aquinate (ragione della lode di Pittau, come si è visto) ad allontanarlo in modo radicale e definitivo dalla professione di un credo religioso: di nuovo, un paradosso.
Una forma mentis e un'attitudine spirituale sono tuttavia ben più profonde e resistenti dell'adesione a una religione o del suo eventuale abbandono. E chierico, una qualificazione antica, ma validissima come caratterizzazione morale della figura di Eco, aiuta a trascendere o a neutralizzare l'opposizione tra ciò che Pittau credette nel 1958 che Eco fosse e ciò che, in realtà, Eco era allora e fu per il resto della sua vita, come credente o no.
Umberto Eco fu in effetti un chierico. E mai depose tale profonda natura, nel solco di una tradizione radicata appunto nel Medioevo latino e, di conseguenza, nei tempi di una Europa culturalmente oltre-nazionale.
Nel Novecento, tale tradizione produsse una nuova vampata (l'ultima?). Lo testimoniò anche la fortuna del francese clerc, nel lessico intellettuale internazionale. E, quanto alla nazione di espressione italiana, Eco è stato in effetti un esponente autentico di tale tradizione, che oggi pare dispersa. 
Umberto Eco è stato in effetti l'ultimo "loico e chierico grande", per usare parole di Dante, di cui l'Italia, come nazione linguistica, abbia potuto menare vanto.

4 gennaio 2026

Linguistica al volo (2): "Attacco / Blitz Usa" e "catturato / preso Maduro"


Rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici, asse della combinazione e asse della selezione in piena evidenza. Una costruzione identica che varia, in modo parafrastico, per commutazione di elementi lessicali largamente sinonimi, con funzione di predicato (attacco e blitzcatturato e preso). 
Una loquace illustrazione, d'altra parte, della diversità dei rapporti che corrono tra l'elemento con funzione argomentale, un nome proprio nei due casi (Usa e Maduro) e l'elemento con funzione predicativa, che in una clausola è un nome (attacco e blitz), nell'altra un participio (detto passato, nella corrente terminologia grammaticale: catturato e preso). Della predicazione manifestata da attacco e blitz, Usa è infatti il soggetto: la diatesi della clausola è pertanto attiva (e assoluta, si può aggiungere). Di quella manifestata da catturato e preso, Maduro è l'oggetto diretto: la diatesi della clausola è pertanto media. 
Ne segue che, rispetto ad attacco e a blitz, il nome proprio Usa funge superficialmente da attributo: equivale insomma a un aggettivo (di relazione), per es. statunitense ('attacco', 'blitz statunitense'). E il collegamento, nella brevità 'telegrafica' tipica del titolo di una gazzetta, è ottenuto per giustapposizione con ellissi di un elemento superficiale congiuntivo, come sarebbe una preposizione: '...degli Usa', '...da parte degli Usa'.
Non c'è ellissi invece per l'espressione del collegamento tra i participi catturato o preso e Maduro, garantito compositivamente dall'accordo per numero e genere. E la clausola è nel suo insieme un classico costrutto participiale. 
L'ellissi, caso mai, riguarda la manifestazione del soggetto di questa seconda predicazione, ma non si può dire propriamente che una ellissi ci sia, dal momento che, contestualmente e al di là della esplicitazione delle forme, è chiaro che chi ha 'catturato' o 'preso Maduro' è chi fa da soggetto della prima clausola. Si è insomma di fronte a un classico caso di anafora.
La denotazione - lo si è detto in esordio - non muta e si è pertanto parlato di un buon rapporto parafrastico, tra i due titoli. Varia forse la connotazione. Se catturato e preso si equivalgono (sempre che preso abbia un oggetto diretto per cui è appropriato il tratto [+ umano] o forse e più genericamente [+ animato]), hanno connotazioni sufficientemente diverse attacco e blitz e non soltanto perché il secondo è un prestito, anche se ormai largamente stagionato. 
Di blitz, "rapida operazione militare o di polizia effettuata con estrema precisione e senza preavviso", il primo supplemento del Battaglia dà un'attestazione del 1945, sotto la penna di Vittorini, ma c'è da scommettere che non ne manchino esempi in scritti (giornalistici) che precedono quella data. 
Nel 1942 Migliorini aveva d'altra parte curato di inserire Blitzkrieg tra le parole nuove del suo arricchimento del Panzini: "il nuovo tipo di guerra iniziato dalla Germania (1939, campagna di Polonia)". Ed è appena il caso di notare di passaggio come la storia non lesini la sua feroce ironia al povero lavoro dei lessicografi (e ci sarà allora da preoccuparsi?). 
Ma sta appunto in ciò la differenza connotativa tra blitz e attacco ed è una differenza di aspetto. Diversamente da attacco, neutro o polivalente quanto all'aspetto, blitz è infatti aoristico, verrebbe fatto di dire, estendendo sperimentalmente la categoria grammaticale, di norma riservata al verbo, anche al nome, nel momento in cui esso funge da predicato. Perfettivo è invece l'aspetto della seconda clausola e il participio (catturato o preso), piuttosto che passato, andrebbe appunto qualificato come perfetto, con terminologia più adeguata. 

[E un pensiero alle care memorie di Ripio, di Maurice e di Carol.]

29 dicembre 2025

A frusto a frusto (150). E, come chiose, Bolle d'alea (39) e Bolle d'alea (40)

Il presente? Una prosecuzione del passato con altri mezzi. E una prosecuzione del presente con altri mezzi è di conseguenza il futuro.



["...io l'avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie..." (Primo Levi)]




[Τὰ μέλλοντα μὴ ταρασσέτω· ἥξεις γὰρ ἐπ' αὐτά, ἐὰν δεήσῃ, φέρων τὸν αὐτὸν λόγον ᾧ νῦν πρὸς τὰ παρόντα χρᾷ (Marco Aurelio): 'L'avvenire non ti inquieti. Verrai a esso, se dovrai, portando lo stesso discernimento di cui adesso per il presente ti vali' (approssimazione in italiano di Apollonio).]

24 dicembre 2025

Lingua loro (56): "Bollicine"

Come diminutivo di uno dei valori (principali) del polisemico bollabollicina c'è da gran tempo. Lo si evince dalle attestazioni presenti nella voce del Grande dizionario della lingua italiana (qui accanto, come immagine, la parte pertinente). E, come diminutivo, bollicina esibisce da gran tempo la derivazione particolare che l'accomuna a cuoricino o a porticina, per esempio.
Ci si faccia caso: letto, lett-ino, finestra, finestr-ina, piatto, piatt-ino, patata, patat-ina, piede, pied-ino, carota, carot-ina, coltello, coltell-ino e così via. Bolla, boll-icina, invece, come altre menzionate e menzionabili, a formare un grazioso ploton-cino lessicale, una scelta coron-cina. Praticando particolarità come le due appena esposte (tra loro leggermente differenti, si sarà notato), nessuno presta a esse soverchia attenzione. 
Così va di norma il rapporto tra la lingua e chi la parla, padroneggiandola. Meglio: facendosene padroneggiare. Chi in essa si esprime ha l'istintivo sentimento che tutto vi è come deve essere. Né qui, quanto alle particolarità di bollicina o di poltroncina, si va oltre l'obbligo di una denuncia. È infatti tema da affidare a chi si occupa dottamente di morfologia e della correlata diacronia, per dilettevole professione.
Questo, quanto al significante. Quanto a significato, invece, dopo secoli di pacifica inerzia, a bollicina è capitato un inopinato incidente, ora è qualche anno. Flessa al plurale, ha prestato la sua forma a una metonimia, tanto popolare, oggidì, nell'area del consumo delle bevande alcoliche, da non domandare soverchia illustrazione.
Nella lingua di tutti i giorni (nella speciale dell'enologia e della correlata merceologia, le cose andranno probabilmente in maniera diversa), la metonimia ha dato luogo alla nascita di un vero e proprio iperonimo
C'era spumante e c'era champagne (e altro che non mette qui conto di specificare, in funzione esemplificativa) e, oltre alle ovvie denotazioni, avevano anche connotazioni discorsive differenti. Oggi c'è bollicine, comprensivo di entrambi, passati quindi al ruolo di suoi iponimi, nella prospettiva lessicologica. 
"Cosa porto allora, per la cena di stasera?", "Porta le bollicine; del dolce ci occupiamo noi". E, conseguentemente, "Sta cercando le bollicine? Le trova in fondo al corridoio, dopo i bianchi". Da chi si esprime in questi termini, ci si rifletta, non sarà sorprendente attendersi un correlativo Salve! come saluto indifferenziato. Di norma, le innovazioni marciano compatte e raramente si presentano da sole.
Ma mentre Salve!, come forma di neutralizzazione indifferenziata degli indirizzi di saluto, cominciò a furoreggiare già sul principio dell'ultimo decennio del secolo scorso, l'evoluzione figurata di bollicine deve essersi prodotta qualche tempo dopo, a credere alle opere lessicografiche. Dice così anche la modesta esperienza di chi scrive questa noticina (ohibò!). Ancora nel 2000, il Grande dizionario italiano dell'uso non ne porta traccia. Lo stesso vale, nel 2004, per il primo supplemento del già menzionato Grande dizionario della lingua italiana
Bollicine ha invece una sua voce nel secondo supplemento della medesima opera, comparso nel 2009: segno che la 'massa' del suo uso s'era fatta 'critica' e la relativa 'reazione a catena' aveva cominciato a sostenersi autonomamente. In quella voce si legge: "sf. plur. Vino spumante". E come attestazione: "Vanity Fair [9-VI-2005], 193: Se vi accontentate dello champagne, la compagnia francese non fa differenze di classe né di mete: la flûte di bollicine è compresa nel prezzo su tutti i voli a lungo e medio raggio anche in economy". 
A saperla leggere (come è del resto elementare), l'attestazione dice già tutto quello che serve per comprendere da quale fonte sociolinguistica e comunicativa sarà scaturita bollicine, innovazione lessicale destinata per ciò stesso a popolarizzarsi come minuscolo, ma indubitabile stigma di un cattivo gusto (linguistico) di massa.

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Sul tema, dopo le pedanterie, un supplemento di mero spasso. Ora è qualche giorno, bollicine ha infatti avuto un posto di rilievo tra "gli orrori del linguaggio odierno" fustigati da una sdegnata e vibrante geremiade. A ospitarla in rete, un portale culturale. Da lì, la querimonia è successivamente rimbalzata, con lettura di ampi brani, in una puntata della rassegna "Pagina 3", in onda su Rai Radio 3. Per intendere e valutare il tenore della prosa che vi si esercita, basterà procurare qui, come campione, l'immagine di un suo cruciale passaggio:


Godimento e sorriso non siano turbati dalla vana interrogazione intorno all'insolito "egerstà". Sta lì, probabilmente, per il raro e dotto egestà e, nell'occasione, c'è da sperare sia soltanto una coquille.

14 dicembre 2025

A frusto a frusto (149)


Passa per saggio, ma è sciocco credere che vecchio equivalga a buono. Come è sciocco, passando a sua volta per sagace, credere che a buono equivalga nuovo.

8 dicembre 2025

Minuzie (2): (Una) Lady Macbeth nel distretto di Mcensk

Tanto (e giustificato) rumore intorno alla prima ambrosiana dell'opera di Dmitrij Šostakovič, tratta da una novella con il medesimo titolo di Nikolaj Leskov. Guasterà in proposito l'inezia di una nota onomastica?
Il teatro musicale conta decine di opere per il cui titolo librettisti e, naturalmente, compositori hanno classicamente fatto ricorso a una antonomasia classica. Due esempi che più celebri non potrebbero essere: Il Barbiere di Siviglia e La Traviata. E a bizzeffe ne conta la tradizione dell'opera buffa e dell'operetta: Die lustige Witwe è un famoso campione.
Rari, alla modesta conoscenza di Apollonio, sono invece i casi (sempre che il plurale sia adeguato) in cui il titolo è un'antonomasia vossianica. (Una) Lady Macbeth nel distretto di Mcensk è appunto tale. E le parentesi valgono inoltre a segnalare che il russo "articulos non desiderat" (come il latino, si ricordava con Quintiliano ora è qualche giorno). L'originale fa quindi tranquillamente a meno di una. È ovvio infatti che non si tratta del personaggio che si è trasferito a qualche distanza da Mosca, dopo avere compiuto i suoi misfatti tra le nebbie scozzesi e qualche secolo prima, secondo la fantasia del Bardo (ohibò!). 
Un'antonomasia classica dà a un nome comune (o a un'espressione equivalente) la funzione propria di un nome proprio: lo Zar, per esempio, nella presente congiuntura e per restare nella medesima area geografica, il Vate, il Bardo, appunto. Fa precisamente il contrario l'antonomasia vossianica. A ciò che, in una tradizione culturale, è registrato con la funzione di nome proprio, attribuisce una funzione da nome comune: un quisling, una venere, un creso... 
Leskov, prima, Šostakovič e il suo librettista, sulla scia, vollero evidentemente fare colpo sopra lettori e pubblico. Con gusto giornalistico, già nel titolo presentarono la protagonista delle loro opere sotto il segno di una perfidia tanto letterariamente famigerata da essere antonomastica. 
C'è però il dubbio che così facendo, all'antonomasia vossianica, abbiano aggiunto una catacresi, un abuso. A dispetto del titolo, la loro povera, disperata, terribile Katerina pare poco in effetti una Lady Macbeth.

 

7 dicembre 2025

Le occasioni di ridere... (4)

non vanno mai sprecate. In un pezzo che prende a pretesto un tema in questo momento à la une e che campeggia nella pagina "Scienza e filosofia" (proprio così) di una reputata gazzetta culturale a cadenza settimanale, oggi si coglie questa inestimabile perla: "l'essere umano non è un soggetto autosufficiente a cui ora arriva un concorrente, ma un essere intrinsecamente ibrido, che da sempre delega a ciò che umano non è - utensili, linguaggio, tecnologie - funzioni decisive della sua attività cognitiva".
È proprio vero - chi avrebbe mai potuto d'altra parte dubitarne? - che ci sono più cose in cielo e in terra (quindi, anche negli esseri umani) di quanto non ne sogna chi professa una filosofia (del linguaggio).

3 dicembre 2025

Venti anni e due giorni di questa voce [A frusto a frusto (148)]


Non grida, qui; bisbigli. E non nel deserto, semmai nel suo contrario. E una viziosa debolezza: l'illusione, consapevole, che ci sia qualcuno all'ascolto.



1 dicembre 2025

Lingua loro (55): "Gli manca solo la parola..." (Una questione di figure)

"Gli manca solo la parola...", detto di preferenza di un cane, come animale di compagnia, è un'iperbole. A questo diario capiterà, prima o poi, di venire più distesamente sull'iperbole. Al momento, basta tuttavia richiamare l'attenzione sopra quel "solo". Dell'iperbole in questione è la chiave di volta. 
E basta in proposito osservare spassionatamente che l'avverbio è lungi dall'avere un valore denotativo. Il riferimento alla "parola" dice naturalmente di un confronto con l'essere umano e alla terza persona cui la formula allude "manca" certamente anche altro. Sempre nel campo delle espressioni, per esempio qualcosa "gli manca" quando compie le sue funzioni corporali. 
Si badi bene: i relativi atti umani sono precisamente i medesimi. Così vuole la natura né le si sfugge. Ma gli esseri umani li caricano di valori culturali diversi da quelli della "parola". Conseguentemente, tendono a esprimersi in tal senso possibilmente e di preferenza al riparo dall'altrui vista: ritirata, gabinetto, toilette e così via ne sono note conseguenze lessicali. 
Di ciò, a "lui" invece nulla cale, se così si può dire, ma sempre per figura. E pensarlo beato, se non lo si fa per figura, è ancora una volta una sciocchezza. Sempre per approssimazione, perché difficilissimo è ogni discorso umano sopra le altre forme di vita, lo si può pensare al massimo come radicalmente indifferente. 
La sua naturale indifferenza favorisce talvolta una qualche noncuranza culturale da parte di coloro cui capita di affermare che "gli manca solo la parola". Lo testimoniano inoppugnabilmente i luoghi pubblici dove i cani vengono condotti a esprimersi nel modo strettamente comparabile con quello della specie umana, non potendo farlo con la "parola". Luoghi che esibiscono poi tali espressioni. 
Ed è un bel paradosso: sono luoghi che dimostrano come la mancanza di "rossore" (così si diceva un tempo, per metonimia) possa in effetti essere contagiosa e passare da una specie a un'altra. Letteralmente per trasferimento dai cani ai loro umani, dunque per metafora e non per iperbole, ci sono dunque umani che, pur dotati di "parola", sono cani. Come tali, manca loro il "rossore". Insomma, è tutta una questione di figure. Di qual materia, decida chi legge.

26 novembre 2025

Linguistica candida (80): Lingua e "erba voglio"

Il latino non desiderava gli articoli, secondo l'opportuna sentenza di Quintiliano. Ma non c'è lingua che ne discende che non li abbia, come elementi di straordinaria portata funzionale. Quando fu emanato e, soprattutto, da chi fu emanato il decreto che istituiva l'articolo come indispensabile all'espressione e alla comunicazione?
Non c'era il condizionale, in latino. Ciò che si doveva dire o scrivere lo si diceva o scriveva, quanto a modi finiti del verbo, soltanto con indicativo e congiuntivo. Un'innovazione più che importante. Decisa da chi?
Non c'era nemmeno il passato composto, senza il quale oggi non si saprebbe proprio come fare tema di ciò che è trascorso. E passerebbe da matto chi cercasse gli atti ufficiali o gli ufficiosi che, a partire da un certa data, prima raccomandarono, poi imposero l'uso del passato composto e la progressiva obsolescenza del perfetto.
Anche con le mancanze e le abolizioni non è difficile farsi un'idea conseguente. La declinazione nominale, con i suoi casi, quando fu messa fuori corso? Quando al centro o nelle provincie giunse il dispaccio delle autorità che ne sospendevano temporaneamente l'uso, in attesa della sua eliminazione (con l'eccezione dei pronomi personali)?
E come fu che il neutro, quel valore del genere grammaticale latino che sospendeva la manifestazione formale dell'opposizione sintattica tra oggetto diretto e soggetto, finì per sommergere tanto il maschile, quanto il femminile? Una manifestazione differenziale in funzione della sintassi, questi due generi in effetti l'avevano e ciò li faceva ambedue diversi dal neutro. In italiano, non più. Né i nomi maschili né i femminili sono formalmente sensibili a differenze sintattiche. Tutti neutri, insomma, e per giunta senza darlo a vedere e andando in giro come se nulla fosse cambiato, in proposito. Per ordine di chi questo mutare di valori e questo camuffamento? Per conformarsi a quale credo?
Un briciolo di dottrina basta insomma per sorridere di qualsiasi sortita si proponga di modificare aspetti del sistema di una lingua sul fondamento di un programma ideologico. Ma il sorriso si fa più saporito (dolce o amaro, decida chi legge) se alla dottrina si accompagna l'intuizione, nativa e amorevole, di cosa la lingua sia, di come ecceda non solo singolarmente la volontà e il pensiero di ogni essere umano, ma anche quelli di ogni consorzio politico che gli esseri umani hanno costituito, costituiscono e costituiranno, nella loro storia. Con ciò che gli esseri umani fanno della lingua e delle loro lingue, la lingua e le loro lingue fanno poi quanto è conforme alla loro permanenza e ai loro sistematici sviluppi.
Ne sortisce una considerazione (di nuovo, dolce o amara, decida chi legge). Ogni volta che, come capita regolarmente da qualche secolo, qualcuno s'alza e, secondo il suo capriccioso gusto, dice che la lingua ha da fare o da non fare così e così, ecco una prova (ulteriore) di essere capitati in un evo bamboccio, cui nessuno ha insegnato che "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re" e che è d'altra parte incapace di impararlo da sé.