Macerata Opera Festival, Torino Film Festival, Arena Opera Festival, Taormina Film Festival, Ferrara Summer Festival, Trentino Music Festival, Umbria Green Festival, Morellino Classica Festival, Florence Dance Festival, Lucca Teatro Festival, Caracalla Festival, Tindari Festival, IlMare Festival, Ravello Festival, Longlake Festival, Musicastrada Festival, Este Music Festival, Stresa Festival, La Versiliana Festival, Faito Doc Festival, Gattopardo Cinefestival, Groscavallo Mountain Festival, Mediceo Live Festival e si potrebbe continuare a lungo. Ma basta così, come esemplificazione.
Araldo il pur glorioso Umbria Jazz Festival, il modulo Roccacannuccia X (designazione di un'arte, eventualmente, ma non necessariamente in inglese) Festival ormai ha dilagato. E non c'è appunto una Roccacannuccia (anche con pretesa di nobiltà; non saranno sfuggiti i casi illustri, tra gli elencati) che, organizzando cicli di "eventi", non voglia il suo nome in apertura. Internazionalità, si dirà. E tecnica della comunicazione, si dirà.
Per ottenere l'esito, la composizione del nesso nominale che funge da designazione della manifestazione prende l'ordine germanico e abbandona quello romanzo. Ciò che si aggiunge al nocciolo (Festival) non lo segue, dotandosi dei consueti mezzi di connessione, ma lo precede, per mera giustapposizione. Insomma, invece di Festival de Cannes, per ipotetico esempio, Cannes (Cinema) Festival: quelle horreur!
Restano sul campo e resistono all'onda vestigi o, forse meglio, relitti di un'antica e perduta nobiltà (linguistica). Il Festival dei due Mondi di Spoleto, la Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, la Settimana internazionale di musica sacra di Monreale, per esempio, si tengono ancora all'ordine domestico.
Non ha ceduto alla tentazione del nuovo, malgrado il tema, il Festival della Comunicazione. Ideatore e padrino ne fu appunto Umberto Eco, cui non si può dire certo mancasse la sensibilità in proposito. Anche il Festival del cinema di Roma si è aggiunto da poco alla ormai ridotta schiera: per la città eterna, caput mundi, un Roma Cinema Festival sarebbe stato un oltraggio troppo villano. I promotori se ne sono astenuti. In Ticino, invece, si sono disonorevolmente arresi. Il loro originale Festival del Film Locarno è diventato di recente un banalissimo Locarno Film Festival. Pari pari. Quasi solo per rovesciare l'ordine, cui evidentemente si è dato un valore comunicativo più grande delle semplici parole, rimaste praticamente le medesime.
Designazioni ordinate come prescrive la lingua di Italo Calvino paiono ormai rustiche e alla buona, evidentemente. Sarebbe poi interessante sapere se questo rimanere nell'ordine italiano influisce sul numero e sulla qualità delle frequentazioni e degli apporti internazionali. C'è da dubitarne. Ma tant'è.
Al nuovo ordine bisogna che si ubbidisca. Si rischia il finanziamento se si presenta a un assessore alla cultura una manifestazione dal nome ordinato nel modo con cui Gian Carlo Menotti ordinò quello della sua nel 1958. "Sembra un secolo", si dirà. E in effetti sono quasi settanta anni e in settanta anni capita muti il valore assegnato da una nazione alla propria espressione culturale, in una parola, alla sua lingua.
D'altra parte, un certo fastidio per gli strumenti della connessione nominale romanza e italiana testimoniano anche il Festivaletteratura, di Mantova, e il Festival Filosofia, di Modena-Carpi-Sassuolo. L'ordine è rimasto, come congelato, ma le designazioni rigettano (si dirà ancora una volta, per parere smart) il modesto servizio recato dalla preposizione. Era così anche quando nacquero questi "eventi" o si tratta di più recente evoluzione onomastica? Apollonio ne sa solo dalla sua distante Citera e non è un buon testimone.
Gli paiono tuttavia, dalla sua lontananza, segni di insofferenza verso un ordine (linguistico e di pensiero) e i suoi strumenti. Dai parlanti italiani semi-colti che organizzano e frequentano simili manifestazioni e che fanno tendenza culturale (è di norma il ceto che decreta il successo dei cambiamenti linguistici), l'ordine italiano e i suoi strumenti non sono più percepiti come appropriati. Forse, neppure come propri. O, se lo sono, propri, lo sono come limiti e non come sottili marche di identità.
In altre parole, catene da rompere. Non per liberarsi, però. La liberazione sarebbe del resto impossibile: la lingua è fascista, scrisse Roland Barthes, esagerando (o forse sbagliando). Senza esagerare (e senza sbagliare), è fuori di dubbio che non è dato sfuggirle, se c'è da costruire un nesso nominale. In un modo o nell'altro. Jakobson era stato ben più fine: la lingua è impositiva non per quanto impedisce, ma per quanto obbliga a dire. E un ordine è obbligatorio.
Dunque, catene da sostituire con altre dal tintinnio più gradito al proprio orecchio e, si suppone all'orecchio di chi, più che luoghi e loro caratteri (anche linguistici), pare avere voglia dell'uniformità (linguistica) tipica dei non-luoghi. E ciò, se ci si riflette, è anche, comunicativamente, un bel paradosso. A tali non-luoghi, finisce infatti per dare non-nomi.



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