29 maggio 2009

Comparare

Saussure lo disse: nella lingua, solo relazioni e differenze. La linguistica è comparativa anche per questa ragione (o soprattutto per questa ragione?). Ma cosa compara chi compara? Compara forme e compara interpretazioni, attribuendo alle une e alle altre uno statuto di realtà che è solo presunto? O compara relazioni e differenze (cioè funzioni, interdipendenze)? 
Oggi, non è forse usuale porsi domande del genere. Ciò non significa che non sia legittimo. Se ci s’indirizza al dominio della comparazione morfosintattica (italo)romanza, si rileva infatti un’attività comparativa, tradizionalmente ricca, di forme e di interpretazioni ma un’altrettanto scarsa comparazione dei valori relazionali, sistematici e oppositivi cui forme e interpretazioni si prestano appunto come manifestazioni.
Un esempio diacronico: tanto il volgare di Dante quanto l’italiano moderno ricorrono a forme di essere come manifestazione della funzione di ausiliazione. Fuggito è ogne augel scrisse il poeta fiorentino (in Rime C 27) e oggi parallelamente si direbbe Ogni uccello è fuggito. Fatti come questi soggiacciono all’opinione comune che in sette secoli nulla (o pochissimo) sia cambiato né si può ragionevolmente presumere che il fuggire dantesco sia interpretativamente differente dal fuggire moderno, come “verbo”. Ma identità formale e interpretativa corrisponde a valori sistematici identici? Lo può credere solo chi ha una visione ingenuamente ontologica della lingua. Nella funzione di ausiliazione di altri costrutti, la distribuzione delle complementari forme di avere, da Dante ai giorni nostri, è mutata. Ancisa t’hai si trova in Pg XVII 37, dove oggi si direbbe Ti sei uccisa. In Dante le forme di ausiliazione non si distribuivano a casaccio: esse costituivano sistema. Come costituiscono sistema e non si distribuiscono a casaccio quelle odierne. Ciò significa che, mutata la distribuzione delle forme di avere, è mutato anche il valore manifestato dalle forme di essere, senza riguardo alla loro persistenza formale e senza riguardo al fatto che il “verbo” fuggire sia rimasto interpretativamente uguale. Parlare di essere come ausiliare dello stesso “verbo”, come se tanto l’ausiliare quanto il verbo fossero stabili enti di un universo linguistico tolemaico e non la manifestazione di puri rapporti è dunque quanto meno grossolano ed inesatto. Dal punto di vista sintattico, l’è fuggito di Dante ed il nostro, pure identici, non sono la stessa cosa, perché manifestano sistemi di opposizione diversi. Si pensi quindi cosa valga rilevare che, in decine di lingue diverse, forme di ausiliazione simili si combinino nemmeno con lo stesso “verbo” (che è già un'astrazione) ma con le differenti guise lessicali che prende un non meglio determinato concetto: poniamo, il “movimento”. Si è usi chiamar ciò attività di ricerca comparativa ma si tratta solo dell’ennesimo camuffamento di un’antichissima attitudine erudita.  
Un esempio non-diacronico: anche il siciliano Gianni è nisciutu e l’italiano Gianni è uscito si somigliano tanto da sembrare perfettamente paralleli. Essi sono tuttavia tradizionalmente (e giustamente) considerati così dissimili da essere classificati come costrutti l’uno aggettivale, l’altro verbale. Si precisa poi che, com’è noto, al secondo corrisponde invece il siciliano Gianni à nisciutu. L’invocazione di differenze categoriali e le glosse (‘statività’, ‘telicità’) che si spacciano sovente come loro fondamenti semantici sembrano spiegazioni ma sono soltanto l’istituzione di circoli viziosi concettuali. Cosa vuol dire “aggettivo”, cosa “verbo”, non dal punto di vista formale o interpretativo ma dal punto di vista radicalmente sintattico? Per chi mira a comparare non forme né interpretazioni ma relazioni e differenze, per chi mira a fare dell’attività comparativa un’autentica procedura razionale, cosa valgono questi feticci che la linguistica trascina con sé da tempo immemorabile e cui, travestendoli sotto tutte le fogge possibili tanto formali quanto interpretative, rende ancora omaggio come a veri e propri totem tribali? 

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