26 maggio 2009

Passato remoto, imperfetto...


...che lusso! Ci sono lingue che non dispongono di manifestazioni formali così comode per valori funzionali che esistono anch'essi nei loro sistemi ma che per venire fuori hanno da fare percorsi più tortuosi, meno trasparenti.
Per spiegarsi differenze di valori di passato remoto e imperfetto nella classica prosa narrativa italiana, senza bisogno di arzigogoli metalinguistici,  basta del resto leggere un semplice brano tratto dai Promessi Sposi, osservando contrastivamente la distribuzione delle forme verbali. 
La "notte degli imbrogli" volge al termine. Su consiglio di fra Cristoforo, Lucia, Agnese e Renzo lasciano precipitosamente il villaggio: "Essi s'avviarono zitti zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando il remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l'altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia, increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri, silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente".
C'è dietro (lo si capisce) la mente e l'espressione di un grande regista. Come in un film: ritmo cadenzato delle inquadrature, a cogliere, con estrema riduzione alla pertinenza narrativa, l'aspetto puntiforme di un agire di vari personaggi che precipita e si scioglie in un piano sequenza. Con la profondità del campo, il piano sequenza proietta quindi la narrazione in una indefinita durata che prepara con lentezza e sospensione una brusca, drammatica interruzione. Ed ecco il close up, insistito e alternato con una ripresa in soggettiva, a svelare chi, del passaggio (come del resto dell'intero romanzo), è l'autentica protagonista, a svelare e a nascondere i suoi pensieri e i suoi sentimenti. 
Ma il commento, come è appena il caso di dire, guasta con la sua verbosa prolissità ciò che, nella lingua, è per se stesso evidente: altrimenti, la lingua che ci starebbe a fare? Apollonio ne è consapevole: il compito del linguista sarebbe tacere. E qualche grande tale compito l'avrebbe anche assolto in modo sublime, se non si fosse fidato, anche solo chiacchierando, di presunti allievi. Tacere e aprire bocca solo per dire che è la lingua stessa a rendere inutile la linguistica? I due lettori di Apollonio non lo svelino, per cortesia, alle autorità accademiche. Questo è il vero paradosso disciplinare. Il suo portato di consapevolezza rende oggi e renderà sempre indispensabile la linguistica. Spiegarlo alle autorità accademiche? Sarebbe inutile (à suivre).

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