3 giugno 2009

Muta d'accento


Piccola inchiesta volante sullo stato dell'ortografia italiana, sulle cause e sui valori dei possibili mutamenti cui essa sembra andare incontro, sotto la pressione delle dinamiche sociali.  
Data e àmbito d'indagine: 2 giugno 2009, le pagine 34 e 35 di R2Diario di Repubblica, inserto culturale del più venduto (absit iniuria verbis) quotidiano italiano. Il tema che vi è trattato è qui irrilevante: ne parlano tre corposi articoli, uno di Edmondo Berselli, uno di Filippo Ceccarelli, uno di Nadia Urbinati, l'unica a essere presentata, in un riquadro: "insegna Teoria politica alla Columbia University". 
Oggetto e pretesto dell'indagine: l'accento posto sulla terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere, senza riguardo alla funzione grammaticale
Numero totale delle ricorrenze nelle due pagine: 32. 
Numero delle è, con accento grave (grafia corretta, secondo la norma): 22. 
Numero delle é, con accento acuto: 10. Tutte nell'articolo della Urbinati e tutte quelle che ricorrono in tale articolo: "si é imposta"; "é la caccia"; "é certo fortissima"; "é più centrata"; "é comunque cruciale"; "é cucita"; "é impossibile"; "é costretto"; "é il candidato"; "é anzi la parte più appetitosa". Nel titolo e nel sommario dello stesso articolo, certo redazionali, due ricorrenze corrette, come le altre delle due pagine: "è la videopolitica" e "si è imposta".
Come la buona educazione, l'ortografia è certo una futile convenzione, che concerne la lingua, però, cioè un istituto di portata almeno bi-nazionale, italiana e svizzera. Essa non è perciò più futile né più convenzionale delle questioni politiche che tanto affannano i commentatori delle cose pubbliche e che si può immaginare la professoressa Urbinati sia adusa trattare anche negli articoli destinati a la Repubblica, certo non con la medesima nonchalance che in essi pare invece riservare all'ortografia. O sì?
Un tempo si sarebbe data infatti la colpa al proto. Oggi, con la rivoluzione tecnologica, si stampa di norma ciò che esce caldo dal computer del suo autore, nelle condizioni (ortografiche) con cui ne esce. Per questa ragione, date le norme della buona educazione, primo, la Repubblica (che pubblica a quanto pare ciò che capita e senza doverosa revisione editoriale) dovrebbe delle scuse all'autrice. Secondo (e non necessariamente in alternativa), l'autrice dovrebbe delle scuse al lettore italiano. 
Come al solito, tuttavia, la questione non è di scuse né di ignoranza (come si potrebbe mai pensarlo?). E il cielo guardi Apollonio dalla stupida attitudine di impancarsi a censore dei comportamenti linguistici di chicchessia. In un libro pubblicato anni or sono sotto il nome con cui circola pel mondo, un un' maschile occhieggia maligno e ancora, di tanto in tanto, non lo lascia dormire e, se una cortese amica non fosse intervenuta a trattenerlo sull'orlo del precipizio, un rivelatore lapsus dello stesso tipo sarebbe addirittura comparso in questo medesimo post.  
Se qualcosa accade, però, c'è ragione che accada e non c'è ragione (ortografica) che tenga. L'importante è capire come mai accade e non stare a perdere tempo, dicendo che non sarebbe dovuta accadere, per farsi facilmente belli col mondo di chi fa sembiante d'intendersene. 
Pare allora ad Apollonio che un dettaglio come quello appena messo in luce consenta a chi ha naso di annusare ancora una volta l'aria che tira. Perciò lo sta offrendo alla riflessione olfattiva dei suoi due lettori. 
Non sentono anche loro in questa minuzia l'inconfondibile aroma che emana dall'aspirazione di parte di ceti intellettuali italiani a una (in fondo sana, si pensa e si dice) semplificazione degli arzigogoli e delle specificità culturali, come appunto si presenta una bizzarra ortografia nazionale? Non vi intravedono, come lui, l'influsso che, a sostegno di tale aspirazione, esercitano materialmente una tastiera priva di lettere accentate e la noiosa, conseguente ricerca, tra i caratteri speciali, delle buffe lettere che domanda la scrittura in lingue desuete? 
Impressioni: e Apollonio non saprebbe dire di più. Quelle dieci é danno però allo scritto in cui compaiono (e senza riguardo alle tesi che vi vengono prospettate) un sapore profondamente e irrimediabilmente ascaro. 
È da ascari del resto la temperie culturale che globalmente oggi si vive: non da meticci, come qualcuno afferma pomposamente e per darsi un tono. Con gli scritti di rappresentanti dei ceti intellettuali italiani, lo spirito ascaro dilaga ormai nelle pagine degli inserti culturali dei maggiori quotidiani. Lo rivelano (senza nemmeno volerlo) le loro piccole pecche ortografiche, annunciatrici, come le prime rondini, del radioso futuro d'una cultura, d'una lingua.

PS. È tuttavia un po' inquietante (Apollonio lo confessa) leggere in una nota, disponibile in rete, che la professoressa Urbinati "É Nell and Herbert Singer Professor of Contemporary Civilization at Columbia University e Professore di Teoria Politica nel Department of Political Science della Columbia University", "ed é tra i fondatori della rivista Reset", "é stata lettrice alla Princeton University", "Negli Stati Uniti é stata membro di due importantissime istituzioni di ricerca", "ed é inoltre consultata da tutte le maggiori universitá del mondo e accademie scienfiche per casi di promozione di altri docenti", "Nel 1980 é stata eletta Consigliera comunale". Originale, involontaria sfragis, rivelatrice della natura autobiografica, non biografica della nota [Accadesse che la pagina cui qui si rinvia scomparisse dalla rete, se ne trova una registrazione di fortuna qui].

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