13 luglio 2009

È il vecchio che torna (ovvero: "run for cover")

"Ecco un fatto apparentemente incontestabile: non c'è niente nella parola «cavallo» che assomigli al cavallo; in altre lingue si usano parole molto dissimili, come «horse» o «Pferd». Questa è la tesi fondamentale dell'«arbitrario del segno» (linguistico); espressa da Ermogene, il personaggio del Cratilo platonico, contestata da Cratilo stesso, ripresa da de Saussure e assurta a testata d'angolo della linguistica moderna".
Si sa: sulle gazzette (come nei blog) non si può stare a sottilizzare: si perderebbero lettori. E sul recente supplemento domenicale, dedicato a libri e cultura, dell'organo di stampa della Confindustria non si può dire certo che Roberto Casati sottilizzi, col suo trafiletto intitolato "Se le parole somigliano alle cose".
C'è voglia di ritorno all'ordine, oggidì, e le "cose", con la loro solidità, vanno molto di moda tra i filosofi. Run for cover è il motto e stanno tutti correndo al riparo: sotto il tetto, che evidentemente ritengono sicuro, delle ontologie. Immemori dei terremoti del passato. Incapaci di immaginare quelli del futuro.
Del resto, perché preoccuparsi dei terremoti? Le cattive idee sono immortali. Finiscono periodicamente sotto le macerie degli edifici filosofici che si sono prestate a tirare su. Per un po', le si vede circolare peste e infarinate. Non ci mettono molto però a riscuotersi e a occupare con le loro invadenti rigidità tutti gli spazi su cui possono speculare. Ricominciano così a fare i soliti danni: allo studio scientifico del linguaggio e alla crescita di una diffusa consapevolezza culturale di cosa esso sia, ne fanno da millenni. Nella sua episodica modestia, il breve passaggio in apertura è esemplare: non esita infatti a devastare, appiattendola agli occhi del mondo, la radicale differenza tra l'Ermogene del Cratilo e Ferdinand de Saussure.
Il linguista svizzero si vede così iscritto d'ufficio da Casati tra coloro secondo i quali la lingua è solo una variabile nomenclatura convenzionale delle cose. Per convenzione o per natura: è questo il dibattito cui, dato per assodato il carattere nomenclatorio della lingua, si riferisce infatti Casati. Ma tale dibattito ha poco da spartire con la nozione saussuriana di "arbitraire du signe", che è una caratteristica del "lien unissant le signifiant au signifié", cioè la qualità d'una funzione, come Saussure intende appunto "le signe linguistique". Creandosi processualmente, questo crea al tempo stesso le due facce sotto le quali si manifesta: un significato e un significante.
E invece Casati (ma è lungi dall'essere solo) attribuisce a Saussure una delle due forme tradizionalmente prese da una cattiva idea: l'idea che la lingua sia una nomenclatura delle cose. Proprio quella (ed è una beffa) che Saussure aveva privatamente cercato di estirpare dalla testa dei suoi quattro studenti, giustamente consapevole che dalla testa di certi filosofi (e se ne hanno sempre nuove prove) fosse impossibile farlo: "Pour certaines personnes la langue, ramenée à son principe essentiel, est une nomenclature, c'est-à-dire une liste de termes correspondant à autant de choses... Cette conception est critiquable à bien des égards. Elle suppose des idées toutes faites préexistant aux mots...; elle ne nous dit pas si le nom est de nature vocale ou psychique...; enfin elle laisse supposer que le lien qui unit un nom à une chose est une opération toute simple, ce qui est bien loin d'être vrai".

(Si potrà poi flebilmente sussurrare qui che farebbe la figura di un equino lo studente che, interrogato sul tema dell'arbitrarietà saussuriana, provasse ad argomentarla servendosi dell'esempio della variabilità interlinguistica delle designazioni del cavallo? Darebbe infatti prova di non avere chiaro il problema, di confondere fattispecie storiche - di cui, volendo, si potrebbe far carico a Babele - con una questione teorica - o, se si preferisce, metafisica. Lo si dovrà spiegare ai filosofi? Si dovrà spiegar loro che, anche se la designazione del cavallo fosse unica per tutte le lingue del mondo, passate, presenti e future, la tesi saussuriana dell'"arbitraire du signe" resterebbe intatta? Che, per converso, la variabilità di designazioni non è invocabile come prova sperimentale a suo favore né, a dire il vero, a favore di una qualsiasi tesi convenzionalista?)

3 commenti:

Area di Broca ha detto...

Ma sussurrare non è lì per caso.

Anonimo ha detto...

grazie nunzio, per le tue precisazioni, di cui c'è sempre ardente bisogno.

la cosa ancora più grave è che in quell'articolo, che anch'io avevo tristemente (an)notato, la presunta tesi convenzionalistica -- di fatto ontologista, come precisi benissimo tu -- viene messa in discussione in nome di un ritorno a un naturalismo "cratilista" in cui l'ontologia non è nemmeno velata. il tutto in nome della "scienza". ahinoi.
ciao, gianfranco

unaccusative ha detto...

Caro Apollonio,

a proposito dell'idea della lingua come nomenclatura delle cose, ecco quanto scrive Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, 2003, p. 39): "In una lingua naturale la forma dell'espressione seleziona alcuni elementi pertinenti nel continuum o materia di tutte le possibili fonazioni e consiste di un sistema fonologico, di un repertorio lessicale e di regole sintattiche."