27 agosto 2011

Lingua nostra (3): "americanata"

"Azione da americano; per lo più scherz., riferito a cosa o a impresa eccentrica, sorprendente, esagerata e talvolta un po' pacchiana, in base all'immagine stereotipata dei modi e delle manifestazioni in uso negli Stati Uniti d'America". Così il Vocabolario Treccani on-line.
Americanata era ancora frequente nella Citera provincialissima dell'infanzia e dell'adolescenza di Apollonio: "Quel film? Un'americanata"; "Non fare americanate"; "Un'americanata di matrimonio".
Dentro americanata, come connotazioni, c'erano ironia, sprezzatura, presa di distanza dall'enfasi, irrisione del tronfio, di ciò che è stucchevole e per giunta in modo melenso, diffidenza verso l'esagerazione, avversione al troppo e così via. Il luogo comune che stava sotto americanata, perché di un luogo comune si tratta, nutriva così una sorta di misura e d'eleganza, che esercitava il suo giudizio, ovviamente, ben oltre le americanate americane: Joseph Goebbels (come chiariscono belle pagine di Viktor Klemperer) era un maestro di americanate.
Oggi, americanata è quasi scomparso dall'uso. Perché? Perché non ci sono più in giro americanate?
Per la ragione opposta, sospetta Apollonio. Perché la parte di Goebbels ha vinto. Sì, la parte di Goebbels, che non era il nazismo ma il progressivo e inarrestabile marcire di tutte le belle intenzioni della modernità, l'era irragionevole di ogni sorta d'intenzione.
Non c'è espressione pubblica che non sia allora un'autentica americanata, si tratti di notizia di un evento naturale (annunciato o avvenuto), di partita di pallone, d'inchiesta giudiziaria, di messa in scena di un'opera lirica, di presentazione di un libro, di visita in un ospedale, di bollettino medico o di guerra, di chiacchiera sotto l'ombrellone di una (presunta) personalità. E poi, come si è già detto in questo blog, "il più grande filosofo vivente...", "la rivoluzionaria ipotesi scientifica..." e così via. E il minimalismo, di cui il post precedente, con quella sua designazione da Newspeak, cos'è appunto se non una mera americanata?
Tracimando dalla vita pubblica, l'americanata dilaga ormai largamente nella vita privata e nelle sue espressioni. Basta sentirsi raccontare da chiunque (la stagione è propizia) le piccole gioie o i modesti incidenti delle sue vacanze, anche trascorse sul balcone di casa. I godimenti sono estasi, i guai degni di Giobbe (anche se vissuti con pazienza molto minore).
Nuotando in americanate rese ancora più gonfie da rappresentazioni che sono americanate, nessuno s'accorge più della loro esistenza.
Questo post è forse esso medesimo un'americanata, nel suo piccolo. E per concluderlo, sgonfiandolo, lo spillo d'un invito pedante: sulla vicenda, infatti, sarebbe forse il caso riflettessero, per la sua portata teorica, storici delle lingue e acuti osservatori del rapporto tra cose e parole, nelle prospettive tanto semasiologica quanto onomasiologica. Pare ci siano parole che escono dall'uso non per lo scomparire della cosa ma per il suo crescere, come un'americanata, oltre ogni limite e ogni misura di gusto.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

caro Apollonio,
vedremo succedere lo stesso con "cineseria" ? E sarà, magari, l'antidoto?
Stefano Bartezzaghi

NostraDannus ha detto...

Eppure, caro Apollonio, mi permetta un dialogo divertito a tre, tra cose e parole.
Il lemma americanata presenta la desinenza che contiene in sé il concetto di deriva “canata = azione inumana” poco apprezzata, mentre il secondo cineseria, contiene una promessa “seria = che rivela impegno”, o l'astuta visione del popolo asiatico al futuro = la produzione seriale (tipica della loro seria aggressione al mercato mondiale ;-))

Quando si dice Nomen omen.
Franco Chirico

dascola ha detto...

Cineseria mi pare scomparso da mo', sostituito anch'esso da colossali cinesi americanate.

Vito Lucio Maria ha detto...

Questo inabissarsi di "americanata" nelle acque dell'usualità espressiva pubblica e personale, poco revocabile in dubbio purtroppo, non pare ammetta dialoghi divertiti. Apollonio, ad esempio, non sembra affatto divertirsi. Il peggio è che il fenomeno - il fatto - appare privo d'autore; qui a ben vedere non solo non c'è un Goebbels, ma manca anche un "partito di Goebbels", a cui imputare un disegno di cancellazione di misura ed eleganza. Forse è il caso che la riflessione non rimanga confinata agli storici delle lingue ed agli osservatori dei rapporti fra parole e cose. Non sembra che Apollonio lo voglia veramente. Probabilmente, senza misura e senza eleganza diviene impossibile, per dirla con un'americanata, il pensiero stesso.

Apollonio Discolo ha detto...

Non c'è aspetto della vita umana che non possa essere inquadrato da una prospettiva che muove al sorriso o al riso, esattamente come non ce n'è nessuno che non possa essere preso a pretesto di riflessioni gravi. E le riflessioni possono portare al sollievo del sorriso mentre il sorriso può diventare, riflessivamente, anche molto amaro. Ad Apollonio, che più che riflessivo tende a diventare spesso negativamente sentenzioso, lo ricordano i commenti dei suoi lettori, cui è molto grato. Pare dunque che la questione toccata dal post sia seria. Di conseguenza se ne può (sor)ridere. Si può fare altro, del resto, dopo l'americanata dell'uragano comunicativo dei giorni appena trascorsi? In apparenza, esso è stato scatenato da quattro gocce a New York, in realtà innescato dal turbinoso vortice di interessi meschini e stupidità globale. Né gli uni né l'altra, per collaborare, hanno mai avuto bisogno di costituirsi in partito. Ma certo, quando l'hanno fatto, c'è stato poco da ridere e niente da fare. O forse solo una cosa: come provò Primo Levi, testimoniare fin quando ce la si fa. Con un sorriso pensante, con una riflessione sorridente.

Sesto Sereno ha detto...

Ma gli americani sapranno cos'è un'americanata? Oppure, in assoluto, italica-mente america-nata?
Blak