3 gennaio 2013

Linguistica da strapazzo (9): Giovanni Rana e la cosiddetta apposizione

"Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...": comincia così un piccolo film che, con la paciosa enfasi del caso e la necessaria presenza di qualche matterello, i consulenti d'immagine dell'industriale veneto dell'alimentazione hanno concepito, a scopi di comunicazione commerciale, come celebrazione del suo successo. 
Nel film si racconta quanta strada Giovanni Rana abbia dovuto percorrere, quanto abbia dovuto lavorare per potersi permettere di dire, nella prima scena di quel film, "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini..." e non "Sono il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro Giovanni Rana", espressioni che gli saranno state senza dubbio necessarie e gli saranno venute naturali in altri momenti, in altre occasioni della sua vita.
Perché hanno un bel dire i grammatici che, come "proprio quello dei tortellini", il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro, messi lì a precedere il nome proprio Giovanni Rana, ne sarebbero semplici apposizioni; hanno un bel dire che il nocciolo delle relative ed eventuali espressioni complesse starebbe in ogni caso nel nome proprio. La misura del successo di Giovanni Rana è data infatti con esattezza dal fatto che, nell'occasione, egli possa, se non debba dire "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...", senza far ricorso a nomi comuni preposti al suo proprio. Se tali presunte apposizioni ricorressero, oscurerebbero il nome proprio e svilirebbero di conseguenza chi se ne veste: il caso lo mostra in modo lampante.
Questa evidenza comunicativa ha del resto una corrispondenza precisa nel sistema funzionale della lingua, cui la nozione di apposizione non rende giustizia, se riferita ai casi di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera. Tali nessi sono infatti integralmente costruiti intorno ai nomi comuni pastaio e ministro, che vi fungono da veri e propri nuclei della composizione. Pastaio e ministro sono dunque lungi dal giocarvi il ruolo di supplementi descrittivi giustapposti al nome proprio, per condivisione di riferimento, come potrebbe lasciar credere la nozione di apposizione che viene loro applicata corrivamente. È al contrario il nome proprio che, sorta di attributo onomastico, viene loro riferito ('il pastaio (che si chiama) Giovanni Rana', 'il ministro (che ha nome) Corrado Passera') e che impone all'insieme la presenza di un articolo determinativo, come capita del resto anche nel caso di altre modificazioni qualificative e di altre specificazioni. 
Pastaio e ministro ne risultano così tanto determinati dall'articolo quanto specificati dal nome proprio: altro che banali apposizioni! Nel caso di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera, banale e, a volerla dir tutta, nemmeno indispensabile, come modificazione supplementare del nesso, potrà risultare, il nome proprio, non la presunta apposizione.
Si capisce così quanto impegno abbia dovuto mettere Giovanni Rana per fare salire il suo semplice nome proprio su per la china delle gerarchie di un'espressione come il fornaio Giovanni Rana. Si capisce come egli possa parlare di un lungo viaggio illustrando la circostanza di un nome proprio, il suo, passato da attributo del nome comune fornaio (come di ogni altro nome comune, fosse anche cavaliere del lavoro) a nocciolo d'una espressione assoluta che ha la sua persona come riferimento. 
Un percorso che (se è lecito approfittare grossolanamente dell'occasione per un riferimento di benevola ironia) ha semplicemente condotto Giovanni Rana a diventare ciò che, da quando è nato, egli è, passando attraverso ciò che, da quando è nato, è il suo nome.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Devo ammettere che mi fa sorridere l'idea che ciascun feto, o bambino, o creatura umana che dir si voglia, abbia molto del demiurgo amabilmente pasticcione, al di là dei titoli e delle onorificenze con cui si ingegna di ...intortare la propria essenza.
Tuttavia mi sorge il dubbio che, durante la salita, di salto in salto, il simpatico cavaliere non abbia avuto fin troppa grazia, al punto da sconfinare ben oltre i limiti del suo nome, verso i temuti lidi dell'antonomasia. Ma forse sono io che non ho capito ed esagero di conseguenza.
Ossequi, Sua Licia.

Apollonio Discolo ha detto...

Un pochetto, forse, sì, cara Lettrice. La strada per una consolidata antonomasia è così lunga e misteriosa che non si sa di nessuno che, avendola intrapresa (quasi sempre inconsapevolmente), abbia poi dato notizie di sé una volta raggiunta la meta.
Al simpaticissimo involontario protagonista del frustolo (che si spera non ne voglia ad Apollonio per averlo eletto a pretesto dell'illustrazione di una futilità grammaticale) già basta e avanza, c'è da pensare, essersi onomasticamente moltiplicato, così da poter far precedere, per esempio, il suo riverito nome da un articolo determinativo femminile. Ha notato il passaggio del film in cui, con comprensibilissimo orgoglio, dice "Questa è la Giovanni Rana..."? Qualcuno deve del resto aver detto (e ad Apollonio sfugge come al solito l'esatto riferimento) che non c'è suono più dolce per ciascuno di quello del proprio nome.

Anonimo ha detto...

Purtroppo non ho ancora visto il filmato, ma rimedierò almeno a questa lacuna il prima possibile.
Grazie comunque della gentile risposta.
Ossequi, Sua L.(tanto per non esagerare un volta di più).