14 marzo 2014

Cronache dal demo di Colono (24): Un dubbio, alla luce della futile civiltà della filologia

Nella lontana Citera di Apollonio giunge notizia di un personaggio pubblico italiano colto in un presunto fallo espressivo. 
È una vicenda di nessun momento, come poche altre mai, verificatasi inoltre in un àmbito di cui Apollonio pochissimo s'intende, la politica, e sul quale, di conseguenza, non ha proprio niente da dire e niente dirà. Pare adatta però ad almanaccare un po' di grammatica e di filologia, senza pretesa di tirare fuori cose ineccepibili (Apollonio, da dilettante, non ne sarebbe capace): solo per farsi compagnia e per fare compagnia ai suoi cinque lettori, alla buona.
Eccone quindi la documentazione, come essa circola nel Web, con connesse espressioni derisorie per presunta lesione dei diritti del congiuntivo, garantite, sempre sul Web e nelle reti sociali, da prestigiosi grammatici e da autorevoli organi di stampa:



Nel Corriere TV, per esempio, il breve video ricorre sotto il titolo De Girolamo cita il Gattopardo ma sbaglia il congiuntivo: "...affinché tutto cambia"
In realtà, "...esortando con il cuore il Presidente del Consiglio a evitare che tutto cambi perché nulla cambia" legge sul suo foglio la giovane parlamentare. Non cita alla lettera nessun passaggio dell'opera di Tomasi di Lampedusa, del resto. Piuttosto la evoca, genericamente: che l'evocazione sia poi rispettosa o irrispettosa dello spirito di quell'opera, qui non importa precisarlo. 
Quanto ad aderenza ai fatti testuali (e quindi al solo fatto rilevante, per la notizia), quel titolo giornalistico non si può però dire sia esemplare. Di affinché (si noti, tra virgolette) non c'è traccia nelle parole della deputata campana, che, certo, sarebbe tanto facile quanto ingeneroso prendere a prova del fatto che in Parlamento non sono più i tempi di Benedetto Croce (e da lunga pezza) ma cui si potrebbe forse evitare di mettere in bocca espressioni non sue. E ciò a prescindere dal fatto che essa sia o non sia una Maria Goretti, sia antipatica o simpatica, abbia o no l'accento che piace o dà fastidio (e così le vocali, le doppie, il colore della pelle o ogni altra caratteristica fisica o morale).
C'è d'altra parte il dubbio, lasciando a margine ogni altra considerazione, che le cose, in questo caso, e proprio dal punto di vista testuale e grammaticale, non stiano come sono state presentate, con il generale consenso e per l'universale riprovazione.
Ci si pensi un momento. In linea di principio, un perché seguito da un indicativo (e non da un congiuntivo) non è necessariamente un errore nella sintassi italiana. È solo una delle espressioni (e tra le più semplici) di una subordinata con valore causale. C'è ragione di escludere, in modo assoluto, che nel discorso che qualcuno (certo, di nuovo, non Benedetto Croce) ha scritto per la giovane deputata campana e che lei si è trovata a recitare, senza dare grande prova di sé, una subordinata causale non possa starci?
La risposta è negativa. Lì dove si trova il perché con l'indicativo, una subordinata causale non può essere esclusa. Essa non vi sarebbe infatti priva di senso. Tale senso sarebbe diverso da quello che vi avrebbe una subordinata finale, con perché e il congiuntivo: la cosa è così ovvia che quasi non la si dovrebbe dire. ...evitare che tutto cambi perché nulla cambi ha un significato. Ne ha uno diverso ...evitare che tutto cambi perché nulla cambia. Questa seconda non è una buona parafrasi di ciò che si può trarre dal Gattopardo ma, a dirla proprio tutta, non lo è nemmeno la prima. Di nuovo, di ciò si può però fare proprio a meno di parlare: nella politica e nella comunicazione pubblica italiane, Il Gattopardo è un pretesto buono a tutti gli usi, da cinquanta anni (Apollonio, che ne ha già scritto, conta di tornare sul tema, perché ci son sempre novità succulente, in proposito).
Ci si trova allora di fronte al caso di un testo che si presta, ipoteticamente, a due letture diverse e in concorrenza: una con subordinata finale e una con subordinata causale.
Ma, ancora, si faccia attenzione. Per esistere, la prima comporta che nel testo si veda un errore, che insomma non lo si accetti per ciò che esso è. C'è l'indicativo, nella realtà testuale di ciò che proferisce la giovane parlamentare. Perché la lettura con la subordinata finale torni, dovrebbe invece starci il congiuntivo. Per chi propone la lettura con subordinata finale ed errore, insomma, la sua interpretazione vale più dei fatti. Non conta il testo come è, ma come, a suo parere, dovrebbe essere. E poi, diciamolo pure, si vuol mettere il piacere di cogliere qualcuno in fallo, di morderlo, di fargli male? Qualcuno che, per giunta, non sta forse troppo simpatico?
La seconda lettura, più economica e, al tempo stesso, rispettosa, accetta invece semplicemente il testo così come esso è; vi cerca una ratio interna, che lo faccia marciare sulle sue gambe e che non necessiti di interventi per conciliarvi forma e interpretazione. E tale conciliazione non solo è possibile ma non è nemmeno peregrina. Certo, per adottarla, nello specifico contesto, bisogna fare pratica di temperanza e di equanimità, se non di spirito caritatevole: attitudini la cui pratica, se dà, come qualcuno dice, piacere, lo dà (e molto) in un futuro che ciascuno si augura il più lontano possibile e della cui esistenza, inoltre, nessuno ha mai dato certa testimonianza.
C'è di più, però. Fatta appunto la tara del pregiudizio e di sentimenti, certo, umani, ma poco commendevoli, a quanto pare, la lettura che si chiamerà a questo punto malevola, con presunta subordinata finale (e connesso errore), viene, è venuta e continua a venire in mente a molti, d'acchito. Per lo spirito e lo sguardo filologici, una circostanza del genere è lungi dall'essere consolante. Al contrario, essa è ragione di sospetto, di diffidenza. Agli occhi del filologo, essa si configura infatti come lectio facilior, cui la lettura benevola, con subordinata causale, ignorata dai più (se non da tutti), si contrappone appunto come difficilior.
Non perché sia buono d'animo (magari non lo è), ma semplicemente perché così lo costringe il metodo (che a questo serve: a controllare i bassi istinti), il filologo, in casi del genere, ha pochi dubbi: tra una lezione che non solo è facilior ma comporta interventi sul testo ("Guarda: qui dice cambia ma sbaglia; dovrebbe dire cambi!") e una difficilior e senza interventi sul testo non c'è partita, come si dice adesso. Vince la difficilior: quella che si concilia con l'interpretazione causale. Vince, per una volta, la benevolenza e il pensiero che non è necessario che siano in errore gli altri, coloro che non capiamo, non vogliamo capire o che, semplicemente, ci stanno antipatici. Che la filologia, disciplina della più nobile modernità, sia nata (anche) per questo?
A seguire le lectiones faciliores, sa peraltro il filologo, si corre il rischio di finire come il Corriere TV. Al pari d'un codice medioevale scorretto e da scartare quando si fa l'edizione di un testo, questo tramanda ai posteri non quanto esperisce nel codice da cui deriva ("perché nulla cambia") ma la sua fantasiosa interpretazione ("affinché tutto cambia", esempio inoltre, per la sostituzione di nulla con tutto, del cosiddetto errore polare). Intepretazione che, evidentemente, gli preme più della certo sempre modesta e ipotetica ricognizione dei fatti. E ciò, per il filologo, è il peccato più grave. Ben più grave, sa nel suo animo, malevolo o benevolo che esso sia, di fare l'errore d'un indicativo al posto di un congiuntivo: tra gli umani, meglio un errore vero che una corretta falsità.
Insomma, come insegna una millenaria saggezza quanto alla correzione degli errori, in dubio pro reo. Ma il dubbio è un lusso che, Apollonio lo sa bene, questa epoca meschinella e a corto di risorse, di tutte le risorse, non solo di quelle materiali, non può certo permettersi: nei loro esiti sociali e comunicativi, i linciaggi, anche quelli da nulla e su questioni da nulla, costano meno e sono più rapidi ed efficaci delle lungaggini dei processi.
Vuoi vedere, pensa allora a questo punto Apollonio, che non solo la parlamentare campana, involontaria protagonista dell'apologo, non è Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti), ma nemmeno i suoi volontari, accaniti, zelanti critici e fustigatori sono Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti)?
Un dubbio del genere, tormentoso nella sua futilità, lascia così sulle ginocchia dei suoi cinque pazienti lettori.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Un dubbio, come un gatto, sulle ginocchia. Ci gioco, in dubbio se farà le fusa o graffierà. Intanto, ne son certo, sotto la sedia la terra smotta. Non una frana, improvvisa e fatale. Uno smottamento, lento e costante, di cui non ho avvertito l'inizio e di cui dubito vedrò la fine.
Può valere come sommesso commento anche al suo frustolo del 10 marzo?
Con paziente piacere,
il suo affezionato lettore
Mauro Lena

Apollonio Discolo ha detto...

Tanto effimeri, i frustoli di Apollonio, tanto irrilevanti, da temere poco il degrado del tempo. Vantaggi dello scrivere sul nulla. Vale la compagnia, di cui Apollonio Le è grato, paziente Lettore, anche perché gli pare che il felino dubbioso abbia trovato una casa in cui vivere libero.