16 maggio 2014

Linguistica candida (17): "Laggiù nell'Arizona..."

Prove della putrefazione del Moderno? A bizzeffe e dappertutto. La linguistica, disciplina, tra le umanistiche, moderna per antonomasia (con due o tre sorelle), ne fornisce ogni giorno gran copia, nella sua piccola aia. Qualcuna di tali prove è effetto di trovate tanto sbardellate che la sua eco, per pochi attimi, rimbomba anche fuori. Capita così qualche giorno fa, addirittura sulla prima pagina di un autorevole quotidiano italiano.
Si sa: la lingua, come ogni altro mistero, si presta felicemente a qualsiasi chiacchiera. Questo medesimo diario ne è dimostrazione né si saprebbe qui menarne scandalo: da qual pulpito, del resto, e con quale autorità? 
I buoni, vecchi linguisti del Moderno, però, provarono a porre dei limiti a quella chiacchiera, per cura che la loro disciplina, gracile anche perché da poco nata, non ne avesse a patire e con la pretesa inoltre di far di tale mal fornita creatura una robusta scienza positiva. 
Uno dei limiti che allora posero e si posero fu che non fosse da considerare cosa seria e fosse dunque da bandire la chiacchiera sull'origine del linguaggio - chimera seducente come poche altre per chiunque si sia fermato a riflettere sulla natura umana anche solo specchiandosi in un bicchiere di vino all'osteria, ci si figuri per chi in proposito vede la sua immagine riflessa, come la celebre regina di Biancaneve, nello specchio di biblioteche, laboratori e cattedre universitarie. 
Ora è un secolo e mezzo, un sodalizio di linguisti fece addirittura del divieto parte del suo statuto: era evidentemente il più esplicitamente preoccupato della cosa e di conseguenza il più bacchettone, forse anche in funzione della città in cui nasceva, vivace e, al tempo, propizia a ogni avventura.
Ora è un secolo e mezzo, appunto. E c'è fatto umano che, da allora a oggi, sia rimasto il medesimo? Nessuno. Anche se per l'inerzia dell'espressione parecchi (forse quasi tutti) continuano a portare il nome con cui li si designava a metà Ottocento. 
Così, come fatto umano per eccellenza, è capitato alla scienza e, ovviamente, alla linguistica come scienza. Ciò che si chiama scienza oggi, al tempo del Moderno putrefatto, è cosa parecchio differente da quella che si chiamava al medesimo modo al tempo del Moderno maturo. 
La prova? Armati di tutti i potenti mezzi assicurati dallo sviluppo di molte discipline convergenti e, soprattutto, di "dati neurobiologici, genetici, paleontologici, etnografici e naturalmente evoluzionistici", fior di scienziati si son gettati a capofitto, oggi, sul tema dell'origine del linguaggio. Certi, certissimi di non passare per ciarlatani, come li avrebbero invece giudicati i loro colleghi parigini, or sono quindici decenni, e con loro l'intera comunità scientifica. Anzi, certi, certissimi di essere i più scienziati di tutti.
Ha provato invece a farli passare (ancora e di nuovo) per ciarlatani l'ormai vecchissimo Noam Chomsky, forte della sua fama di "massimo linguista vivente". Lo ha fatto in associazione con un altrettanto vecchio "massimo evoluzionista vivente" e con altri scienziati assortiti, meno anziani ma non tutti esenti, come scienziati, dall'essere incappati (proprio quanto a ciarlataneria, se Apollonio non si sbaglia) in qualche spassosissima disavventura. Da che pulpito, allora?
In tema di come siano relative e mutevoli le figure umane e le loro accidentali vicende, d'altra parte, è certo un bel vedere, per Apollonio, il passaggio tra i difensori del buon tempo antico e di antichi tabù disciplinari quel sedicente rivoluzionario che ha riempito la sua disciplina d'ogni sorta di paccottiglia speculativa (come la bufala del numero infinito delle frasi o l'innatismo, sotto forma di petizione di principio), combinandola con l'ipostasi di una modesta procedura di scoperta, quale era l'analisi per costituenti immediati di Bloomfield, e creando così un prodotto conseguente coi miti della Modernità nella sua fase più ciecamente meccanicista. Così, appunto, voleva la linguistica il gusto di quel tempo in cui Chomsky ebbe a godere della sua rampantissima gioventù. E oggi, forse, il tempo, semplicemente, la vuole diversa.
Come insegna del resto la storia del Moderno e di tutte le sue rivoluzioni (le politiche, ma non solo), aperto il vaso di Pandora e una volta che se ne è fortunosamente venuti fuori, è mera illusione pensare di essere gli ultimi ad averlo fatto e ritenere che lo si richiuderà prima che ne sortiscano altri più violenti, più matti, più stupidi, in breve, più adeguati al sempre mutevole andazzo. 
E così l'addolorato agiografo di Chomsky racconta, da "bandolero stanco", come delle confutazioni del suo "gigante" nessuno se ne impipi più, nemmeno in Arizona. E non basteranno l'anatema del vecchio papa né la sua bolla di scomunica ad arrestare il procedere delle nuove guise di quella dotta stupidità che passa sotto il nome di scienza da qualche secolo; e in modo accelerato e parossistico in tempi recenti e oggi. Come non bastarono quelli altrui d'un tempo andato a proposito del Chomsky medesimo e delle antiche trovate cui ancora oggi fa appello, quali fossero articoli di fede.
Insomma, in una linguistica che, come l'Arizona, è "terra di sogni e di chimere", ancora un giro di tango. Naturalmente, delle capinere:

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