10 gennaio 2015

Linguistica da strapazzo (35): "Essere l'Inter" e "fare la Roma"

Ora è più d'un mese, se Apollonio non si sbaglia, il giorno stesso di Roma-Inter all'Olimpico, in una pagina del Corriere della sera, "Dobbiamo fare la Roma", dice da una grande foto il francese Rudi Garcia che, se le parole sono proprio sue, ha evidentemente imparato l'italiano alla perfezione. 
"Loro sono migliori ma noi siamo l'Inter", replica sulla medesima pagina Roberto Mancini, da una foto di grandezza comparabile. 
Fare la Roma, essere l'Inter. Interrogativo stupido: chissà perché, quando si parla di nomi propri (e tra filosofi e linguisti, se ne parla da gran tempo), costrutti del genere vengono tirati in ballo molto raramente. E risposta più stupida: perché l'essere adoperati così non è il proprio dei nomi propri, non è il loro uso prototipico.
Come se il proprio dei nomi propri, al pari del proprio di ogni altra categoria immaginata dai grammatici, fosse di stare, prototipicamente, nelle caselle all'uopo previste dalla modestissima fantasia di definizioni grammaticali circolanti per il mondo come logiche, oltre che come le più logiche. 
Invece, Apollonio ricorda i casi emblematici di Palermo non è Beirut e Ahmadinejad non è Mubarak: titoli di quotidiani in anni in cui tali affermazioni (di portata informativa, considerata anche la sede) avevano un valore diverso da quello lapalissiano che oggi si sarebbe tentati di attribuire a esse ("Embè?"): per gioco, per oblio, per ignoranza.
E ...noi siamo l'Inter allora? L'Inter vi fa da predicato nominale e certamente non col valore corrivo che avrebbe ove la si immaginasse rivolta dal mister marchigiano non a un giornalista che lo intervista ma al custode dell'Olimpico. Alla testa di un manipolo di tatuati scagnozzi, Mancini scampanella sul portone: Driiiin. - I signori desiderano? Noi siamo l'Inter. Ci aspettano per la partita. Possiamo? - Si accomodino. Terza porta a sinistra.
Fare la Roma è a sua volta uno spasso.
Perché una cosa è che si faccia la Roma come si farebbe il sugo. E si potrebbe, in effetti. La Roma, al pari di il sugo, avrebbe in tal caso funzione argomentale: sarebbe un oggetto diretto, per dirla in modo tecnico. Naturalmente, Garcia non voleva dir questo.
Altra cosa è che si faccia la Roma diversamente da come si farebbe il sugo, con la Roma in funzione predicativa, dunque. La stessa funzione di il cascamorto o il pesce in barile quando si fa il cascamorto o il pesce barile. Così si può immaginare intendesse appunto Garcia: naturalmente quanto a sintassi (indipendente, come si sa, dalla semantica). 
In questo secondo caso, tuttavia, un conto sarebbe fare la Roma senza essere la Roma. Qui, di nuovo, non dovrebbe trattarsi del pensiero di Garcia.
Un conto diverso è fare la Roma essendo la Roma, allo stesso titolo con cui Mancini dice della sua squadra "noi siamo l'Inter". E si è così a ciò che Garcia voleva certo dire. Ma dicendolo, lascia intendere implicitamente l'esistenza d'una malaugurata eventualità: quella di essere la Roma senza fare la Roma
Mirabile spettro di possibilità offerto allo spirito della nazione, per incarnarsi mutevolmente nella sua essenza, dallo spazio di libertà che s'apre tra l'esserci e il farci: uno spazio di libertà tutto italiano, che permette, come è noto, di farci senza esserci, di esserci senza farci, di non esserci e non farci e di esserci e farci. Col valore di -ci, come pro-predicato, riempito eventualmente (e non prototipicamente?) da un cosiddetto nome proprio (l'Inter, la Roma).
Si vede così con chiarezza come il valente Rudi Garcia, che italiano appunto non è, abbia imparato alla perfezione non solo l'italiano - e lo si diceva - ma anche a fare l'italiano.

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