2 giugno 2015

Come cambiano le lingue (12): "Centrare"

"La vedete voi, Padre, Concetta ambasciatrice a Vienna o a Pietroburgo?" La testa di Padre Pirrone fu frastornata da questa domanda. "Ma che c'entra questo? Non capisco". 
Qui tratto, come esempio in forma finita, dal Gattopardo, entrarci, con il valore di 'avere attinenza con qualcosa', sta diventando centrare. Il mutamento si sta verificando in barba alla consolidata opposizione sistematica dell'italiano che vede le particelle, anche le cosiddette pleonastiche, precedere le forme verbali finite cui si appoggiano ma seguire le infinite: Me la squaglio, Me ne vado ma È meglio squagliarsela, andarseneCi ha messo del suo ma A metterci del proprio si rischia.
Parlando del mutamento in questione, Apollonio si serve di forme progressive e non perfettive solo perché resta ancora qualcuno, lui incluso, a fare (inutile) resistenza. 
Non verbatim (difficile conservare una tale memoria) ma in qualcosa che non differiva troppo da un "De Luca c'entra [o centra?] con... quanto posso centrare [o c'entrare?] io con..." si è prodotto iersera in TV un filosofo e intellettuale veneziano di primissimo piano, parlando di politica. E c'è da supporre l'abbia fatto non per compiacere ad arte, esprimendosi vulgariter, i suoi interlocutori e il suo pubblico ma per evidente e intima adesione alla vulgaritas.
A chi guarda all'espressione nel suo continuo farsi, che mai rinnega il sistema, la faccenda, per quanto minuscola, provvede qualche utile insegnamento. Viene alla luce, con essa, il ruolo che la più banale e corriva faccetta percettiva dell'espressione riesce a produrre sul mutamento lessicale, naturalmente con il concorso della consolidata presenza del vecchio e incolpevole centrare, 'fissare nel centro, colpire il centro' etc. In menti semplici, c'entro io, c'entri tu, c'entra lui, c'entriamo noi e così via hanno alla fine generato il mostro.
Di mutamento lessicale, al momento, si tratta. A coloro, filosofo incluso, per cui centrare vale già 'avere attinenza con qualcosa', c'è da supporre, non passa ancora per la testa di dire selasquagliare o cimettere. Forse già un po' senandare, teme Apollonio.
Con centrare, perciò, i giochi sembrano fatti. Con il nuovo valore, almeno nell'orale, centrare ha preso ormai dimora in un (presunto) piano nobile della lingua. E c'è un po' da stupirsi (non ancora da sistupire), perché stavolta l'innovazione, pochissimo sofisticata e, anzi, francamente elementare, deve essere nata proprio nei locali di servizio del palazzo della lingua, tra gente semplice, appunto, e, come si diceva un dì, illetterata. 
Non pare infatti nata nell'amministrazione della società, dove prospera quel demi-monde, fatto di persone pubbliche, a vario titolo da considerare come faccendieri e faccendiere della parola, di cui altre volte in questo diario si è detto, sul tema della lingua che cambia. 
A un certo momento, costoro si son fatti certamente araldi del centrare che avanza. Nulla di nuovo si produce infatti nella lingua che non passi tra chi cura con accanimento di conformarsi agli andazzi (come, forse malgrado le sue intenzioni, mostra d'essere quel filosofo veneziano). Ma stavolta ciò che è piaciuto loro e di cui stanno decretando il successo ha l'aria d'essersi inizialmente prodotto, come errore meritevole del blu, nell'espressione (eventualmente scritta) di un alunno di una scuola primaria o secondaria inferiore. E nemmeno del centro, vien fatto di dire. Della periferia urbana più marginale: "Centrare, io non centro mai".
Che i filologi del futuro (se la filologia avrà un futuro) ne conservino memoria.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Apollonio, per caso ho trovato una testimonianza del mutamento da lei rilevato in un testo scritto, dopo averne letto qui sul suo blog: si tratta della traduzione italiana di The Counterlife di Philip Roth; il lacerto interessato è a pagina 320 dell'edizione Einaudi, la traduzione è di Vincenzo Mantovani: "...Sarah era appena diventata l'editor di una ditta specializzata in testi medici, il suo quarto impiego editoriale in altrettanti anni, il quarto a c'entrare poco con le cose che la interessavano veramente."
Già che ci sono la ringrazio per il suo blog, i cui articoli trovo davvero interessanti - quando li capisco.

Apollonio Discolo ha detto...

Apollonio Le è molto grato della segnalazione e del commento, gentile Lettore o Lettrice senza nome. La traduzione da cui trae l'esempio, parlante e perfettamente appropriato, cade, se Apollonio non si sbaglia, nella prima decade di questo secolo. Guardi come era già arrivata in alto l'innovazione! Nella traduzione di un'opera letteraria, pubblicata da una casa editrice, certo non di periferia, che, passata da Struzzo a tacchino, difetterà forse oggi di correttori di bozze (i suoi libri erano un tempo mitici, per l'assenza di refusi) ma non di editors, come oggi usa dire. Editors tutti d'accordo, evidentemente, con il traduttore sul fatto che c'entrare è la forma adesso corretta, nello scritto e, ovviamente, nell'orale. A ben vedere, Apollonio deve essersi sbagliato. Nel frustolo aveva immaginato l'innovazione sorta nei locali di servizio della lingua e aveva manifestato, in proposito, stupore. No. Non deve essere andata così. Anche in questo caso, sarà stata gente di mondo e che cavalca l'andazzo. Anche c'entrare è faccenda da centro e non da periferia. Un centro da Moderno marcio, capace di mutamenti anche per nulla sofisticati.
Abbia pazienza, infine, coi frustoli che, per difetto di chi li scrive, non sono chiari.