4 giugno 2015

Come cambiano le lingue (13): Metaplasmo

Arbor, sì, proprio lei, la gentile e ancora trasparente parola latina, era un nome di genere femminile. Tale l'hanno conservata solo un paio di varietà derivate: figlie fedeli, una laterale e una isolata, peraltro, a voler credere alle norme di quel professore, Matteo Bartoli, che capitò insegnasse la glottologia ad Antonio Gramsci. Le altre, degeneri, nel momento critico praticate a quanto pare da ignorantoni, ne hanno fatto un maschile, come si sa. 
Adesso, celata agli occhi dei più la magagna, ne fanno sfoggio e passano per correttissime. E ci fosse uno dei deploratori, dei censori, degli indignati che glielo rinfacci: "Arbor era femminile. Era così carina. Cosa ne avete fatto, razza di malnati e parlatori di lingue da asinacci? Com'è che non ne provate vergogna?". Solo a qualche antico poeta il gusto di ripescare il genere perduto, per i suoi chiari fini: "ch'albor altera incrina dolce vento", scrive Giacomo da Lentini, il Notaro.
Tra i parlanti del vicus in cui l'immagine che illustra questo frustolo è stata colta, nella funzione di segnaletica stradale che anticipa un'interruzione, Viale Lazio è evidentemente femminile. Forse per semplice fantasia. Forse perché è una via: una via che si chiama appunto Vialelazio, espressione concepita proprio così, tutt'intera, come odonimo: Apollonio può darne testimonianza.  
Certo è che se all'amministrazione di quel vicus avessero avuto la pedante idea di affermarne il maschile, per interposto participio passato predicativo, insomma, se, Viale Lazio, l'avessero detto chiuso, tutti, ma proprio tutti nel vicus avrebbero pensato a un errore, a una spiritosaggine o, appunto, a una licenza poetica. E si sa: nella lingua, le norme reggono fin quando la comunità le sente veramente come tali. Se l'adesione cessa e la lingua s'apre appunto la sua via e, accelerando, passa il ponte, che nel caso specifico è stato detto metaplasmo, ai grammar Nazi, come ai nazisti dell'Illinois di un celebre film americano, tocca solo di finire comicamente a mollo nello stagno.

[Il resto, di grazia meravigliosa: "Sì alta amanza à pres’a lo me’ core, | ch’i’ mi disfido de lo compimento: | che in aguila gruera ò messo amore | ben est’orgoglio, ma no falimento, | ch’Amor l’encalza e spera aulente frore, | ch’albor altera incrina dolce vento, | e lo diamante rompe a tutte l’ore | de lacreme lo molle sentimento. | Donqua, madonna, se lacrime e pianto | de lo diamante frange le durezze, | vostre altezze poria isbasare | lo meo penar amoroso ch’è tanto, | umilïare le vostre durezze, | foco d’amor in vui, donna, alumare.]

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