9 dicembre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (20): L'ultimo professore d'università

Gli ultimi professori d'università in stato di libertà furono visti aggirarsi, individui solitari o in piccoli branchi, verso la fine del secondo decennio del secolo scorso, in selve accademiche europee. 
Per la disciplina che sta più a cuore ad Apollonio, si può per es. dare proprio un nome all'ultimo della specie: fu il francese Antoine Meillet. Nato nel 1866, lo si sa morto nel 1936 ma quando già da quasi un decennio egli era appunto scomparso accademicamente. 
Il mondo che aveva visto nascere la specie del professore d'università nei primi decenni dell'Ottocento era finito con la fine della prima grande carneficina europea e in dieci anni l'ambiente sociale era già divenuto incompatibile con la sopravvivenza della specie in libertà. 
La deriva di massa presa dall'illusione della modernità liberale sette-ottocentesca s'accompagnava di necessità con il fordismo, di là dell'Atlantico, e, di qua, con altre ben note varianti del totalitarismo socio-politico, ideologicamente aggressive e temporaneamente anche molto violente in modo aperto. Si trattava di un ecosistema a cui il professore d'università faceva molta fatica ad adattarsi e che ne metteva a repentaglio in ogni momento non tanto la vita quanto l'incolumità morale.
Nello stesso torno di tempo, mentre scompariva appunto il professore d'università allo stato brado, fu messo in atto un programma sociale di riproduzione della specie in cattività, prima su piccola scala poi via via su scala sempre maggiore. 
Si crearono allo scopo ambienti artificiali, che furono sempre definiti università o istituti di ricerca e di istruzione superiore. Questi simulavano l'antica selva accademica in cui appunto aveva un dì prosperato e scorrazzato liberamente la specie allo stato brado. La simulavano anche piuttosto credibilmente, vista una certa larghezza della spesa messa nella simulazione. 
Il professore d'università vi si poteva infatti muovere con un certo agio. Grande cura era posta inoltre nel fargli credere che si trattasse ancora di un ambiente naturale. Solo a questa condizione, si pensava, se ne potevano ottenere comportamenti compatibili con le spontanee e ancora richieste prestazioni tipiche della sua indole: un'indole peraltro già ripercossa e quindi moralmente guastata da uno stato di cattività sostanziale. A lungo andare questo aveva cominciato infatti a produrre fenomeni di disamoramento prima del proprio stato, poi della propria natura, infine della vita. Donde una serie piuttosto nutrita di atti di aperto autolesionismo, principalmente morale.
Con il procedere degli anni e con il perfezionamento, intorno agli ultimi due decenni del Novecento, di quel totalitarismo utilitario del profitto che ha segnato l'inizio della piena putrefazione della modernità, l'idea di sostenere i costi di simili bioparchi accademici in cui fare sopravvivere, con il pretesto della formazione della gioventù, una specie dalle attitudini morali e comportamentali ormai incomprensibili non è più parsa praticabile alla società.
Con l'intento di rendere completamente domestica la specie o, che è lo stesso, di eliminarla radicalmente, tutti gli individui che la rappresentano (o pretendono di farlo: la lunga cattività ha infatti prodotto molte storture e mostruosità, nella specie) sono stati trasferiti, secondo il tipo, in stalle, porcili, pollai, ovili, gabbie, voliere e altri ambienti simili, angusti e costrittivi. 
Si sono tuttavia sempre fregiati tali ambienti del nome di università o di istituto di ricerca e di istruzione superiore, attrezzandoli alla bisogna, anche allo scopo di assicurare a coloro che vi sono rinchiusi la permanente illusione di continuare a essere appunto professori di università (così infatti tra loro ancora si appellano e vengono socialmente appellati). 
In tali contesti e con grande spreco mistificatorio di valutazioni e di giudizi di merito e di eccellenza, le ormai pallide figure vengono continuamente vessate con l'adempimento di procedure insensate e, d'altra parte, sollecitate a una produttività e a una diligenza di ricerca e di insegnamento che o sono sostanzialmente onanistiche o hanno esiti che sono immediatamente sottratti al loro controllo e trasferiti, per lo sfruttamento di norma economico, in settori sociali diversi, meglio governati appunto secondo l'imperante ideologia totalitaria del profitto.
Il destino della specie del professore d'università pare dunque e ormai da gran tempo segnato né si può sperare che esso possa essere mutato dai pochi esemplari che, pur sapendo dell'inutilità del gesto, si sono sottratti al trasferimento, rifugiandosi in ambienti diversi ma non necessariamente meno ostili alle loro naturali pratiche di vita libera, o, pur ridotti nelle stalle, nei porcili, nei pollai, negli ovili, nelle gabbie, nelle voliere, vi si atteggiano ridicolmente e vanamente secondo gli ormai scoloriti ricordi dei modi di un'antica e selvatica libertà.

Nessun commento: