31 maggio 2011

Semantica e grammatica della natica

"Qualunque cosa se ne dica, la natica non svolge una grande attività nella vita. Non richiede un uso frequente del verbo transitivo. Richiede il verbo medio o intransitivo. Del resto, non chiede assolutamente nulla. In quanto soggetto non ha una grande esistenza. La troviamo preferibilmente descritta nella sua modalità d'essere, se così si può dire. Si parla più volentieri delle sue forme, del suo movimento, delle sue metamorfosi. In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'epiteto. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, l'attributo la rende sfumata". A supporto di questa gustosa pagina grammaticale, è stato di recente fornito un formidabile apparato di dati testuali, nei mezzi di comunicazione di mezzo mondo. Questi hanno mostrato quanto essa sia veritiera e condivisibile, nei suoi contenuti. Viene da un libro del 1995 di Jean-Luc Hennig, Brève histoire des fesses, nella traduzione che Giancarlo Pavanello ne ha procurato l'anno successivo per il pubblico italiano, sotto il titolo di Breve storia delle natiche.
Sia detto per inciso che, in funzione della linguistica dei corpora (ohibò!), la ratio della cosiddetta grammatica delle costruzioni trova in queste poche righe una sorta di rapida spiegazione, come ne vengono illustrate, per indiretti aspetti, la nozione di ruolo tematico, la classificazione semantica dei verbi e altri importanti concetti oggi correnti in linguistica. Se Apollonio si ferma sul passo, non è certo però per sentenziare sulle natiche promotrici di tante discussioni né per affrontare problemi di teoria linguistica rilevanti come gli evocati.
Anzitutto, dubita infatti di esserne capace. Sono problemi troppo nuovi e pulsanti per le sue sfilacciate corde di uomo anziano e di vecchio strutturalista. Si aggiunga che egli nutre un rispetto, quasi superstizioso, tanto per la natica quanto per la semantica, i cui nomi (quelli veri, intende) non dovrebbero, a suo parere, mai farsi invano.
In secondo luogo, la vigile attenzione dei suoi smaliziati cinque lettori non ha certo bisogno d'essere sollecitata a proposito di nessuna delle due questioni: di natica e di semantica ne sanno sicuramente più di lui. E chi scrive, diceva Italo Calvino, lo fa per un lettore che immagina migliore di lui. Principio cui chi cura questo blog si tiene strettissimo: fosse altrimenti, varrebbe la pena?
E allora, cosa c'è in ballo nel passo, per Apollonio? Solo una minuscola curiosità. E per soddisfarla, chiede soccorso a chi, diversamente da lui, avesse eventualmente il bel libro di Hennig a disposizione nella lingua originale.
La questione è di terminologia comparata e confluisce nell'immenso bacino dei problemi della traduzione. L'"epiteto", dice in italiano il brano, è il solo accessorio grammaticale indispensabile della natica. E a rendere la natica sfumata è l'"attributo". Nel testo francese, c'è da scommettere, "epiteto" suona come "épithète" e "attributo" come "attribut".
In rapporto con la terminologia grammaticale italiana, tanto l'uno quanto l'altro sono tuttavia dei faux amis. Ed è certo una poco simpatica trappola, proprio nel cuore della lingua speciale della disciplina che dice di occuparsi di lingue scientificamente. L'"épithète" francese è infatti l'italiano "attributo": una bella natica. L'"attribut" francese è l'italiano "predicato (nominale)": le sue natiche erano deliziose.
Se fosse come qui si immagina, il traduttore avrebbe forse dovuto essere più attento ai valori grammaticali di ciò che traduceva. Il passo l'avrebbe meritato. Parte del suo gusto, per l'intenditore di natica e di grammatica, sta proprio lì. Insomma, se Apollonio non si sbaglia, tirando come sta facendo a indovinare, la traduzione delle due proposizioni avrebbe dovuto suonare come segue: "In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'attributo. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, il predicato la rende sfumata" [forse, anche qui, "le dà le sue sfumature"].
C'è bisogno di precisare che il tema è di futile e peregrina pedanteria? Ma se ne leggono di diversi in questo blog? Comunque sia, per avere conferma delle sue ipotesi filologiche, Apollonio chiede soccorso a chi potrà fornirglielo. Come ricompensa, promette (ma senza promettere di mantenere la promessa) di metterlo privatamente a parte di un castissimo aneddoto. Gli accadde di ascoltarlo dalla voce di colui che, incolpevole, lo introdusse (or sono quasi quaranta anni) agli studi linguistici. L'aneddoto ha appunto come tema le natiche. E, confermando l'acuta teoria grammaticale di Hennig, termina proprio con una proposizione con predicato nominale: "Quelle natiche non mi sono nuove".

6 commenti:

Anonimo ha detto...

non mi sento di biasimare il malcapitato traduttore del libro di monsieur Hennig, dal momento che, è evidente, c'è alla radice - ovvero il testo in francese - una malcelata istigazione alla distorsione linguistica posizionata lì da monsieur Hennig a mo' di buccia di banana, sulla quale poi il malcapitato traduttore suo malgrado scivola.

non so il testo - non ho la ventura di possederne una copia, né in italiano nè in originale - ma il brano originale in oggetto è già intriso di distorione di per sé.

poichè mi domando come faccia a non essere grammaticalmente distorta la traduzione di un brano che parla di natica al singolare.

le natiche sono come le nozze.

che una natica, da sola, possa non svolgere grande attività nella vita, è comprensibile;

che una natica soltanto non richieda un uso frequente del verbo transitivo, pare evidente;

che una natica non chieda assolutamente nulla, è lapalissiano; slip per una sola natica, che io sappia, sul mercato non ce sono;

che una natica in quanto soggetto non abbia una grande esistenza, lo troviamo più che naturale: le natiche sono come le kessler, fanno spettacolo in coppia;

e poi, non è affatto vero che il solo accessorio indispensabile alla natica sia un attributo, tantomeno un epiteto,

poichè accessorio assolutamente indispensabile a una natica è inderogabilmente un'altra natica;

sarà dunque vero che il traduttore del libro di Hennig avrebbe douto essere più attento ai valori grammaticali di ciò che traduceva, ma è da pensare che se è stato fornito di recente apparato di dati testuali nei mezzi di comunicazione di mezzo mondo, Hennig si sia trovato nell'altra metà di mondo.


Cartabaggiana
estatesammartino.splinder.com

Area di Broca ha detto...

Molto interessante la pagina citata e le annotazioni sui due falsi amici.

La citazione in lingua originale è reperibile in questo sito:

http://kallikrates.net/category/auteur/jean-luc-hennig-auteur/

"Quoi qu’on dise, la fesse n’a pas grande activité dans la vie. Elle n’entraîne pas outre mesure l’usage du verbe transitif. La fesse veut seulement le verbe pronominal ou intransitif. Elle ne veut d’ailleurs rien du tout. Elle n’a pas grande existence en tant que sujet. On le trouve plutôt décrite dans sa modalité d’être, si l’on ose dire. On en parle plus volontiers à propos de ses formes, de son mouvement, de ses métamorphoses. Bref, la fesse n’a guère qu’un accessoire indispensable, c’est l’épithète. Laquelle, à vrai dire, ne change rien à la fesse. La fesse est là, l’épithète la nuance" (corsivi miei).

Pare dunque che nell'originale si usi épithète in ambo i casi.

paolog ha detto...

Sfruttando i frammenti che ci concede Google Book Search, e in attesa di riscontri più completi da parte di chi avesse una copia di carta:

"Bref, la fesse n'a guère qu'un accessoire indispensable, c'est l'épithète. Laquelle, à vrai dire, ne change rien à la fesse. La fesse est là, l'épithète la nuance. Elle la sculpte, la poétise, voilà tout. ..."

Luca Tassinari ha detto...

"Quoi qu’on dise, la fesse n’a pas grande activité dans la vie. Elle n’entraîne pas outre mesure l’usage du verbe transitif. La fesse veut seulement le verbe pronominal ou intransitif. Elle ne veut d’ailleurs rien du tout. Elle n’a pas grande existence en tant que sujet. On le trouve plutôt décrite dans sa modalité d’être, si l’on ose dire. On en parle plus volontiers à propos de ses formes, de son mouvement, de ses métamorphoses. Bref, la fesse n’a guère qu’un accessoire indispensable, c’est l’épithète. Laquelle, à vrai dire, ne change rien à la fesse. La fesse est là, l’épithète la nuance".

Tratto da qui.

Lascio ad Apollonio l'onere di verificare l'attendibilità della fonte e l'onore di commentare le scelte del traduttore.

Sesto Sereno ha detto...

Il mio stesso nome, per fortuna, mi pone al di fuori della cinquina dotta e smaliziata. Così giovandomi di tale posizione defilata, apprezzabile soprattutto quando si tratta un argomento così scivoloso, in tutti i sensi e in tutte e due i sensi, non posso essere d’aiuto ad Apollonio. Mi limito solo a fornirgli un link che permette di leggere un breve estratto dal libro, lo stesso brano che ha solleticato la sua curiosità. In esso “attribut” non appare e nella frase è usato sempre “épithète”. Se l’estratto sia esatto, questo lo ignoro.
Blak


http://kallikrates.net/category/auteur/jean-luc-hennig-auteur/?wpmp_switcher=desktop

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie, gentili lettori, per avere soddisfatto la curiosità di Apollonio tanto doviziosamente. Se la rete non inganna, si deve allora concludere che la scelta del traduttore è stata dettata da un desiderio di variatio, secondo un indirizzo da sempre incoraggiato nella scuola italiana: mai ripetere una parola a breve distanza. In realtà, "attributo" sarebbe stata la buona traduzione in ambedue i casi e l'autore, tra i vari costrutti in cui ricorre natica, ha evidentemente pensato, d'elezione, al nesso nominale. Va tuttavia precisato che a "epiteto" (per "attributo") non è mancata una sua (pur scarsa) fortuna anche in Italia. Niente di cui menare scandalo, dunque, come è costume di Apollonio e solo ancora una prova che lingua e metalingua si insinuano dappertutto: Honni soit qui mal y pense.