23 ottobre 2011

L'imbroglio di Orwell

Il 1984 è passato da più di un quarto di secolo e ciò che Orwell profetizzava scrivendo il suo libro nell'anno con le ultime due cifre invertite non s'è verificato. Anzi, nel 1984, solo un lustro di vita rimaneva a una delle realizzazioni storiche, tutte molto fragili e contingenti, del suo ideale Big Brother. Dunque Orwell si sbagliava. 
O si sono sbagliati gli interpreti, che, incoraggiati da una certa grossolanità intellettuale dell'autore, dai modi superficiali dell'opera e dal suo titolo infelice, hanno corrivamente preso come profezia la semplice constatazione, sotto forma narrativa, del baco che guasta la vita sociale umana: il conformismo. 
Il guasto del conformismo è permanente e non riparabile. Con esso bisogna semplicemente essere pronti a convivere, augurandosi di essere tanto fortunati da non doverne pagare personalmente un intollerabile prezzo in termini di sofferenze e di dignità, prima di morire lasciandolo a chi, vittima o carnefice, se non vittima e carnefice, seguirà. 
Se, quanto a 1984 e a Orwell, non è vera l'ipotesi che egli medesimo obbedisse in realtà alle regole eternamente imposte dal Newspeak. Proiettava così nel tempo e nella storia e rendeva parodisticamente come contrasto tra new e old ciò che invece c'è sempre stato, c'è e ci sarà: la guerra mossa dal conformismo, con esiti sempre vittoriosi, alla marcatezza della sparuta intelligenza umana. Questa è sempre individuale e capita talvolta che diventi perciò un valore universale, senza farsi mai però norma sociale.
Insomma, possono cambiare i modi e le armi di tale guerra, possono essere più o meno crudeli le sue procedure, può essere più o meno gonfia la folla che s'incarica di combatterla maramaldeggiando, ma 1984 è sempre. 
Non bisognava allora attenderlo per la data fatidica, come il Big Brother conformista ha voluto che si facesse dettando a Orwell il titolo del suo scritto. Sarebbe sciocco credere oggi, quando il conformismo si realizza in modo parossistico e quasi al limite dell'autolesionismo, che, già presa Berlino, passato il 1984 e poi caduti tutti i muri, la si sia scampata bella.

2 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

Da condividere la lettura di "1984" che Apollonio propone. Ancor più persuasiva appare ripensando ad "Animal Farm". Quante enunciazioni omologabili per funzione e ruolo di punte di lancia del conformismo a "Whatever goes upon two legs is an enemy" possiamo ritrovarci conficcate saldamente nel nostro quotidiano? Ma viene da chiedersi: può mai l'intelligenza farsi norma sociale? Non è forse possibile ottenere solo ed al meglio che divenga valore universale giuridicamente protetto, com'è per noi oggi in forza del limpido tenore dell'art. 33 Costituzione? Le collettività non pensano, e su questo il pensiero di Ortega y Gasset è ad oggi insuperato. D'altro canto, non appare per ora pensabile uno svolgimento delle funzioni di sopravvivenza della civiltà che prescinda da aggregazioni in formazioni sociali, in collettività appunto. Se è così, la funzione egemonizzante dell'intelligenza come prefigurata da Gramsci - per leggerla, occorre superare l'orrore della successiva parafrasi togliattiana - non è l'unica soluzione proponibile? Vero è che la tutela giuridica del pensiero è fortezza di continuo assediata e messa in discussione dal conformismo. Ma forse questo vuol dire semplicemente che è inevitabile il conflitto.

Apollonio Discolo ha detto...

Quanto all'egemonia di matrice gramsciana, Apollonio La rinvia, attento e dotto Lettore, al suo post del 28 agosto 2009. Vi troverà del resto anche un'integrazione che tiene conto dei guasti dell'individuale, ove fosse socialmente inteso come personale: insomma, salvarsi dal conformismo è impossibile. E infine, si è certi che ne valga la pena? Certo, quando si è giovani, bisogna non perdere le speranze (e quali speranze è bene non perdere se non quelle in se stessi?) ma, lasci che Apollonio citi il suo alter ego, viene un momento in cui si comprende che "non c'è disperazione più grande di una speranza che non si può perdere". E che la speranza in se stessi si rivela sempre, a conti fatti, un'illusione.