22 ottobre 2011

Linguistica generale e grammatica universale

La linguistica è una bizzarra disciplina sperimentale. Tra le sue stranezze, una delle maggiori consiste nel fatto che il suo discorso si sovrappone al suo oggetto di ricerca e, condividendone la natura,  finisce per esserne parte. Non ci si pensa mai, in effetti, ma più cresce il discorso della linguistica, che è esso stesso lingua, più cresce la base di dati che fanno da oggetto di ricerca della linguistica.
Non va così nel caso di altre discipline sperimentali. Riflettere da biologo sul mondo della vita, scrivere da astronomo su stelle e pianeti sono attività conoscitive che, quando si tratta di scoperte, possono anche avere, come conseguenze, ciò che si può considerare come una crescita nella biosfera o quanto al numero degli astri. Ciò che si sta dicendo del rapporto tra la linguistica e il suo oggetto sottolinea però una circostanza completamente diversa. Ogni volta che qualcuno pensa alla lingua, a una lingua in qualsiasi lingua, ogni volta che qualcuno ne scrive, che scopra o no qualcosa che prima era ignoto, l'universo sperimentale cui il suo studio si consacra cresce proporzionalmente. Infatti egli pensa alla lingua, ne scrive, ne parla con la lingua e producendo testi linguistici.
Da una considerazione del genere discendono parecchie conseguenze, cui accadrà magari di tornare in altre occasioni. Qui piace ad Apollonio sottolinearne solo una, di cui fu cosciente Zellig Harris. Essa è stata celata dallo scientismo di maniera di suoi epigoni e oggi (c'è da pensare con fondamento) è completamente ignorata da praticanti di una scienza immaginaria, che, come diceva Saussure, bisognerebbe anzitutto sapessero ciò che fanno.
La linguistica è un'interiore secrezione della lingua. Tutta insieme e comunque si sviluppi, anche impetuosamente, essa ne è e ne sarà sempre niente di più che un modesto sotto-insieme. Tale sotto-insieme trova però la sua nobiltà e la sua ratio in un prometeico sforzo di autoconsapevolezza.
Insomma, linguistica (quando è veramente linguistica) è solo quella lingua che, provando a divenire appena un po' consapevole, riflette sperimentalmente su se stessa. 
È questa la semplice ragione per cui il sogno humboldtiano (cioè moderno, utopico e egualitario) che la vera linguistica insegue è che ogni forma di espressione umana secerna la sua linguistica, la sua autoconsapevolezza. E che dal concerto delle innumerevoli linguistiche delle lingue, professate da parlanti fattisi linguisti perché divenuti almeno un po' coscienti di competenze altrimenti solo nativamente intuitive, nasca un giorno, per comparazione, una linguistica generale, con l'infinita pazienza e il doveroso scetticismo sempre necessari alla crescita di una conoscenza umana autentica.
La linguistica generale di tale utopia della ponderazione, dell'eguaglianza e del rispetto, se mai ci sarà, sarà ben diversa da tutto ciò che oggi viene prematuramente spacciato, con fretta e grossolanità, come grammatica universale e che non riguarda la lingua degli esseri umani ma, ammesso che la cosa abbia un interesse, il presunto cervello di quell'automa radicalmente scemo concepito, come feticcio d'umanità, dalla limitata fantasia dei suoi inventori.

2 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

Così articolato, il sogno humboldtiano diviene la prospettiva di un cammino percorribile, realistico quel tanto che basta ad alimentare almeno la speranza e la motivazione. Magari si potrebbe indicare qualcuno che, più o meno consapevolmente, in specifici ambiti abbia già iniziato a percorrerlo.

Apollonio Discolo ha detto...

Un nome? Edward Sapir: lo si intende dagli scritti, anche senza avere avuto la fortuna di frequentarlo. Un altro e apparentemente lontanissimo? Maurice Gross: dagli scritti, quasi impossibile da intendere; bisognerebbe averlo frequentato. Ancora uno e di nuovo molto distante? Riccardo Ambrosini: intrattabile, tanto a leggerlo quanto, per quasi tutti, a frequentarlo. Tre nomi: non sono tutti, ma Apollonio spera qui bastino. Le loro orme sono percepibili sul principio, poi pian piano svaniscono e, di nuovo, l'intrico si fa fitto e impenetrabile.