29 dicembre 2013

Antemio Procopio

Antemio Procopio: protagonista di un romanzo fin qui sconosciuto, e oggi fortunosamente ritrovato, di Emilio De Marchi; l'autore, per intendersi, del meglio noto Demetrio Pianelli. Modesto impiegato, anche Antemio Procopio, non del Demanio, come il Pianelli, ma del Catasto, dalla vita oscura e senza speranza di luce, perché impastoiata da vicende familiari complesse e neppure tragiche. Tragiche, al massimo, per il grigiore irredimibile dei loro minuscoli attori, incluso il protagonista.
D'accordo. Basta così. Apollonio la smette, con questa ennesima fola. Ci ha provato. Ma tanto per dire. Sa che è impossibile mettere nel sacco i suoi cinque lettori: attenti, competenti come chiunque scriva (persino chi lo fa con le bombolette sui muri o, ancora più sconsideratamente, con una tastiera in un blog) non può non augurarsi di avere.
Tanto, loro, i suoi lettori, lo sanno bene: Antemio Procopio fu un imperatore romano d'Occidente. Uno degli ultimi, di quelli il cui nome non si fa proprio mai. Meglio: il cui nome veniva fuori, per (richiesta di) puro esibizionismo nozionistico, in esami universitari di qualche disciplina filologica minore, a cavaliere tra storia romana e storia medioevale. Poniamo, "Storia dell'Impero romano d'Oriente". 
Fu un imperatore d'Oriente, infatti, che lo mise lì, Antemio Procopio, come fantoccio, per contrastare il potere, in Occidente, d'un generale goto che, a sua volta, di imperatori-fantoccio ne aveva già prima prodotti, quindi eliminati un paio. Eliminò infine anche il povero Antemio Procopio. C'è da chiedersi di conseguenza (domanda oziosa per gente oziosa) se, per un Antemio Procopio qualsiasi, più fausta e onorevole non sarebbe stata la vita (di carta) d'impiegato del Catasto italiano, sul crepuscolo dell'Ottocento.
Di Antemi Procopi, imperatori-fantoccio veri e non falsi impiegati del Catasto, nel mondo non c'è mai stata mancanza né mai ce ne sarà. Ci sono epoche, tuttavia, particolarmente feconde, per il tipo, del resto facilmente riproducibile in serie. In epoche del genere, circolano Antemi Procopi in quantità, onorati (non si sa come e perché. O, magari, si sa benissimo come e perché) da titoli, cariche, premi reboanti e di grande effetto, di cui capita peraltro non riescano a trattenersi dal farsi incontinentemente belli: "Guardate tutti come porto bene lo scettro. E che scettro! Lo scettro di Cesare". 
Ritengono, gli Antemi Procopi, che lo scettro non solo garantisca per loro ma persino li onori. E sono ignari del fatto che, invece, uno scettro illustra e onora ben poco e a rendere illustri gli scettri sempre sono (state) circostanze eccezionali, ivi incluse ovviamente le qualità umane eccezionali (fortuitamente eccezionali, spesso, se non sempre) dei titolari di scettro.
Che prima di un Antemio Procopio, sia stato Marco Ulpio Traiano, per non fare un nome a caso, a fregiarsi del titolo di Cesare e a coprirne la relativa carica dice poco del valore dell'Antemio Procopio né lo illustra. Anzi, se quel valore è scarso o non c'è, invita crudamente a constatare, per ineludibile paragone, lo stato di degrado di titolo e carica e delle procedure per la loro assegnazione. 
Ammesso che mai ne sia valsa la pena, all'altezza di Antemio Procopio, messi da parte il godimento di qualche effimero agio palatino e la compagnia d'una modesta congrega di cortigiani pronti a squagliarsela, è poi veramente il caso di prestarsi a diventare imperatore d'Occidente, lasciando così di sé, per comparazione di fortunati (e forse meglio provvisti) predecessori, l'immagine d'uno sciocco disgraziato?
Per passare dalla grande politica tardo-antica a sfere più frivole e della modernità, scivolando così di quindici secoli, che Ennio Flaiano o Primo Levi abbiano reso illustri, coi loro nomi, noti concorsi letterari italiani, dice qualcosa delle qualità di qualche Antemio Procopio in séguito onorato di allori che si fa forse fatica a dire i medesimi?
La presente, è allora epoca propizia all'eventualità straordinaria dei Cesari o alla regolare proliferazione degli Antemi Procopi? Ogni volta che si parla di onori, di titoli, di cariche è opportuno ci si interroghi in proposito. Lo si precisa, a scanso di equivoci: inutile richiedere ad Apollonio una risposta. Non la possiede e, del resto, tocca a ciascuno di trovarla da sé. Ha però un sospetto, guardandosi intorno e senza pregiudizio sul generale valore dei tempi. Che, di Antemi Procopi, ce ne sia in giro qualcuno. 
Ne incontrasse uno, pur sapendo che sprecherebbe il fiato, perché il destino di ciascuno è il suo destino e mutarlo è impossibile, sommessamente lo inviterebbe a chiedersi se, Antemio Procopio per Antemio Procopio, al posto di passare per secoli da imperatore falso e fantoccio, non gli risulterebbe, infine, più umanamente soddisfacente e onorevolmente dignitosa una vita vera da oscuro impiegato al Catasto, con l'inestimabile annesso premio d'un veloce oblio.

27 dicembre 2013

A frusto a frusto (79)



Non c'è parola senza ironia, ne siano consapevoli o inconsapevoli coloro che la portano. Tanto meno consapevoli ne sono, però, tanto più comiche (o tragiche) sono le loro espressioni.

26 dicembre 2013

Linguistica da strapazzo (22): "Una cazzo d'opinione"

Apollonio deve l'immagine qui a fianco al suo alter ego, che, per mettere in circolo notizie di questo diario, bazzica un paio di reti sociali e si trova così divertito spettatore di sortite del genere. 
L'espressione è certo tratta da uno di quei post in cui si fa questione di qualche banale abuso del condizionale ai danni del congiuntivo.
Pretesto benemerito, se porta alla luce e alla dignità dello scritto (e dello scritto di un inflessibile fustigatore - o d'una fustigatrice - di cattivi costumi linguistici) il nesso nominale una cazzo d'opinione
Una cazzo d'opinione è già da tempo una formula dell'andazzo: come tale, si candida a essere la regola, se non lo è già divenuta. Certo, non l'eccezione e nemmeno un "errore". Del resto, lo si ammetta, come si farebbe a dire una cazzo d'opinione, se non dicendo una cazzo d'opinione? Un tempo, si poteva pensare alla concorrenza di un'opinione qualsiasi, di solo un'opinione; ma adesso? Chi ha più la faccia di esprimersi in modo tanto insipido? In combinazione con un imperativo, poi. Si vuol mettere l'incisività? Da caserma. Caporalesca.
Non sono però simili osservazioni sulle fonti ideali del costume del tempo (invisibili solo a chi non vuol vedere dove abita) a rendere l'espressione preziosa, come reperto, per una linguistica da strapazzo. Vale molto di più il fatto che essa mette in questione e proietta verso nuovi destini il modulo sintattico testimoniato da (Sono in viaggio tra Pratofiorito e Roccacannuccia con) una schifezza di treno o da (Guardatene! È) una merda di professore
Nessi nominali del genere equivalgono a un treno schifoso, un professore di merda. Con essi, anzi, hanno un rapporto trasformazionale, avrebbero detto Zellig Harris e Maurice Gross. In un treno schifosoun professore di merdaschifoso e di merda sono formalmente differenti ma riempiono una funzione identica: quella di modificatore del nome (sono attributi, nella tradizionale terminologia). Una funzione del genere, la si trova assolta d'elezione dagli aggettivi, se la si vuole mettere nei termini delle parti del discorso. Di conseguenza, stando alla funzione, non ci sarebbe nulla di strano a considerare di merda un aggettivo, come schifoso: un aggettivo di forma invariabile e composta. L'italiano ne è pieno: ma di ciò, semmai, un'altra volta. 
Merda è un nome, però, e, in relazione con schifoso, stanno nomi come schifo e schifezza. Il gioco è presto fatto, allora, ed è uno degli innumerevoli che assicurano alla lingua la grandissima varietà delle sue realizzazioni formali. Si resta infatti sempre nel campo della modificazione d'un nome, quando, operando con nomi e non con aggettivi, si passa dallo schema attributivo di un treno schifoso e di un professore di merda a quello di una merda di professore e di una schifezza (o uno schifodi treno, che si direbbe appositivo (sempre per tradizione grammaticale). Nel passaggio, due caratteri formali sono notevoli. 
Primo, il collegamento tra nome modificatore e nome modificato necessita, come elemento di transizione, della preposizione di: una di quelle cui, anche a volerle trovare un significato, proprio non ci si riesce (e grazie al Cielo!). Un elemento di transizione del genere non è necessario quando è questione di un nome e un aggettivo e mal si giudicherebbe, se si credesse che, nel caso, si tratta del medesimo di che compare in un professore di merda.
Secondo, nel nesso, la salienza grammaticale e il relativo controllo di fenomeni di armonia compositiva passa dal nome modificato al nome modificatore. Una merda di professore è sempre un professore di merda, come una schifezza di treno è sempre un treno schifoso. L'articolo è però femminile, perché femminile è nel caso specifico il nome in funzione di modificatore: quello del nome modificato, semplicemente, ha perso rilievo.
Non va (più) così con una cazzo d'opinione. Come, in un professore di merda, di merda è la forma dell'aggettivo composto in funzione attributiva, così lo è del cazzo in un'opinione del cazzo. Ma quando cazzo, che è un nome, sempre sotto il segno della funzione di modificatore, si fa largo come apposizione, il suo genere non conta un c... Conta il genere del nome modificato, che nel caso specifico è opinione, femminile: una cazzo d'opinione, appunto. Come, altrimenti? A testimoniare, nella formula, il formale valore nominale di cazzo resta d'altra parte e in ogni caso ancora quel di: dice che si tratta di una combinazione di un nome con un nome e non di una combinazione di un aggettivo con un nome.
È spassoso allora che sia proprio cazzo a evidenziare (come apripista, pare ad Apollonio: ma forse si sbaglia) l'affievolimento del valore nominale di queste apposizioni dal sapore accesamente spregiativo: un merda di professore è già immaginabile, come forse una piscio di moto; un schifezza di panino lo è ancora molto meno, se mai un giorno lo sarà. 
Per tutti (e, primo fra tutti, per cazzo), ci sarà da valutare il ruolo, in questa perdita di salienza grammaticale dell'apposizione, di un ipocrita mascheramento delle origini volgari del modulo espressivo. Che si sorvoli anche sul genere di cazzo (oltre che sulla sua denotazione) sarà pertanto da imputare, per paradosso, a un'attitudine eufemistica: 'io, cazzo, lo dico, ma quando lo dico, naturalmente, non si tratta di un cazzo...'. E anche in ciò sarà difficile non riconoscere un tratto espressivo del tempo: la volgarità, certo, ma la volgarità esibita, per finta trasgressione, come bandiera del più puro bacchettonismo. Quello dell'imperativo, di "imparalo".
Ma è appena il caso lo si dica, in conclusione: solo una cazzo d'opinione, quella di questo frustolo, niente più d'una cazzo d'opinione.

24 dicembre 2013

Bolle d'alea (18): Canetti

"Trovare il cammino attraverso il labirinto del proprio tempo, senza soccombergli, ma anche senza saltarne fuori". Questa scintilla di speranza è destinata agli affettuosi lettori di questo ineguale diario. Valga come voto (il momento è propizio: ed è la nona volta) e non come esortazione. La si prende a prestito da Elias Canetti. Questi, per altra via, ammonisce Apollonio: "Chi è amaro deve fare scintille, se si dissecca non serve a nulla. Le sue scintille devono contenere quella speranza che lui stesso non sopporta più". E un'amarezza festosamente, speranzosamente scintillante, nelle stagioni stucchevoli, corrobora.

20 dicembre 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (11)

Andare sereni incontro al paradosso, senza la pretesa, inane sempre, quasi sempre violenta, di scioglierlo. Ipotizzare dove esso s'annidi, tracciarne i confini con la massima cura, limarne la rappresentazione, fino a coglierne i termini, perlomeno gli attingibili. 

19 dicembre 2013

Linguistica candida (9): Sotto un fico dell'Accademia



Non l'apprende né la sviluppa: un piccolo essere umano, venendo al mondo e incontrandola, la lingua, passo dopo passo, la riconosce, riconoscendovisi. 

14 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (22): Fare tutto a pezzi


Spezzoni letterari e cinematografici, spezzoni di pensiero e spezzoni di vicende, di viaggi, di vite: non sarà che non si sa più giocare senza soggiacere alla sciocca pulsione infantile di fare tutto a pezzi?

12 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (21): Genealogia di Mike Bongiorno

Una dimestichezza con Mike Bongiorno. L'hanno coltivata, pur se in modo differente, tanto l'uomo che ha avuto il maggior peso nella vita pubblica italiana degli ultimi venti anni, quanto quello che s'appresta ad averne uno in qualche modo comparabile nella futura (quanto a lungo, si vedrà): è il tratto che li accomuna e che si sbaglierebbe a credere solo accidentalmente biografico. 
"Fenomenologia di Mike Bongiorno" era il titolo di un saggio anticipatore di Umberto Eco. Vale forse la pena di rileggerlo, senza condividere la iattanza che vi si celava (male, bisogna dire) dietro la scorza di gioco ironico e sofisticato. Anche perché sarebbe oggi impossibile pensare (se mai fu facile farlo) che la consapevolezza sociale e culturale di Bongiorno, solo perché più tacita e implicita di quella sontuosamente palese di un intellettuale tomista o di un gesuita gramsciano, fosse una consapevolezza minore o minima e che, di conseguenza, egli galleggiasse sull'onda, al massimo come un cretino di talento. Un'analisi fredda e spassionata della figura di Mike Bongiorno e della sua prassi pubblica (se non si vuole dire politica): utile, visti anche gli esiti presenti, per chi prova ad avvicinarsi a una nazione e non a ciò che, ancora una volta, si vorrebbe che essa fosse (e che si opina quindi essa dovrebbe essere).

5 dicembre 2013

Linguistica da strapazzo (21): Asfaltare

"Li abbiamo asfaltati!", "Se non si fa attenzione, alla prossima occasione ci asfaltano"... Espressioni comuni, da qualche tempo, con eventuali variazioni di diatesi, di modi, di tempi. Tanto comuni che Apollonio, sulle prime, era stato tentato di aggiungere il presente frustolo alla serie "Lingua loro". 
Difficile dire chi sia stato il coniatore della metafora (ché, ragionevolmente, di metafora si tratta). Essa ha tutta l'aria di venire dall'ambiente sportivo, però, come commento, nel primo degli esempi sopra menzionati, a uno di quei risultati che un dì venivano designati (e non per metafora, ma per prestito) come cappotto. Asfaltare qualcuno, come l'ormai datato dargli, fargli cappotto, vale come 'riportare su qualcuno una vittoria sonora e indiscussa, a conclusione di un confronto in cui l'avversario non ha reagito o, reagendo, non ha concluso nulla': nel calcio, da 4 a 0 in su, insomma; forse, già 3 a 0, restando al 2 a 0 l'attribuzione, per rispetto della misura e di un canone, di vittoria classica, col più classico dei punteggi (con varianti come vittoria rotonda, punteggio rotondo, estensibili invece, secondo il bisogno, a una vasta gamma di esiti).
Dallo sport, in tempi ancora più recenti, questo asfaltare è venuto a infiorettare la lingua della politica, delle competizioni elettorali e dei suoi campioni. Nulla di strano: accade periodicamente; e da qualche decennio con intensità. Ci fu chi disse anni fa, per es., che "scendeva in campo" e ci fu chi, facendone oggetto di profonde riflessioni morali, disse, tra approvazioni e clamori, che il suo accesso all'agone politico comportava un movimento opposto. Poi a scendere fu (o magari sarà) il silenzio e a salire l'ombra della sera. 
Un tempo, a far da culla delle metafore della politica, era talvolta la lingua della guerra. Che sia ora quella dello sport o di quella sezione del mercato dell'intrattenimento che passa oggi per sport potrebbe non essere un cattivo segno: il sangue, magari, è solo sugo di pomodoro o, caso mai fosse veramente sangue, è bene che i cetrioli lo prendano per pomodoro, perché l'importante non è che sia sangue o pomodoro, ma che non si percepisca più la differenza tra sangue e pomodoro. Il Cielo preservi Apollonio, però, dall'insistere su simili divaganti moraleggiamenti. L'oggetto del frustolo, del resto, è altro. E se è, come si vedrà, una delle sue solite sciocchezze, ha forse il pregio di non essere una trita ovvietà, come è sempre il biasimo dei tempi (che infatti non è mai mancato).
Malgrado suoni esattamente come il comune asfaltare (quello che chi vuole può trovare in ogni dizionario), l'asfaltare che sta oggi sulla bocca di chi, facendo politica (o sport), sa comunicare alla gente ne è infatti funzionalmente molto differente. E la differenza non consiste tanto nel senso proprio del primo e nel figurato del secondo. Consiste invece essenzialmente nel diverso tipo di funzioni sintattiche e di ruoli semantici che i due asfaltare legittimano. Roba, insomma, da fini amatori della lingua.
L'asfaltare comune, quello dei dizionari e di chi lavora mettiamo alla Autostrade d'Italia o all'ANAS (ma esiste ancora, l'ANAS?), ha come oggetto diretto la superficie sulla quale l'asfalto si trova, alla fine del processo, a essere steso: si asfalta una strada, insomma, come si intonaca una paretesi imburra una fetta biscottata.
Il nuovo asfaltare, che i lessicografi non hanno ancora registrato, ha al contrario come oggetto diretto non la superficie ma chi, per metafora, come appunto accade all'asfalto nell'uso non traslato, viene steso sulla superficie: nel caso specifico, figura o no che sia, a terra, al suolo. 
Asfaltare un avversario politico (o sportivo) non è insomma stendergli sopra del metaforico asfalto ma stenderlo al suolo, come si fa con l'asfalto, ridurlo alla figurata condizione di asfalto.
Quanto a classe lessico-sintattica, questo secondo asfaltare non si trova di conseguenza in compagnia di intonacare o di imburrare, come il primo e originale, ma in quella di tritare,  per es., o anche di annientare: asfaltare qualcuno è farne dell'asfalto, come farne un trito o un niente. Si pensi, in proposito, all'espressione idiomatica far polpette di qualcuno, che deve al puro capriccio degli accidenti lessicali il fatto di non avere a compagna l'espressione verbale polpettarlo (ma, appunto, non si sa mai).
Che poi, in Italia, chi si preoccupa tanto di asfaltare gli avversari politici e di non venirne asfaltato si curi pochissimo invece di (fare) asfaltare adeguatamente le strade percorse dai suoi potenziali elettori (come forse dovrebbe, per primo ufficio) è questione che travalica le appunto inutili competenze grammaticali di Apollonio: sul tema, ogni eventuale commento è di conseguenza sospeso.

3 dicembre 2013

Cronache dal demo di Colono (20): Voci del Verbo

Per lo spirito stordito di Apollonio, tanto indugiatore nell'assaporare significanti da lasciare negletti i significati (ove ci siano, questi sono del resto roba da gente seria, come si sa), capita che a competere in questi giorni per un importante incarico della vita pubblica nazionale siano voci di verbi fantasiosi e, di conseguenza, arcane manifestazioni del Verbo.
In stretto ordine alfabetico:
- un participio passato maschile plurale della prima coniugazione: "Civati che si sia, e poi?";
- un infinito della seconda coniugazione, con enclisi di una particella pronominale maschile singolare: "Cuperlo si dovrebbe, certo, ma...";
- una seconda persona singolare del presente indicativo: "Renzi ancora?" (eventualmente: una delle tre persone singolari del presente congiuntivo, da scegliere secondo il gusto di ciascuno; per es., "Renzi pure come Le aggrada").
Insomma, una forma finita del presente, la terza; una infinita e senza tempo (o, almeno, "che viene da lontano..."), la seconda; una né finita né infinita e in apparente attesa di un ausiliare, la prima.
Cosa tutto ciò significhi, Apollonio non sa né il Verbo gli si è appunto dichiarato in proposito, abbagliandolo soltanto con le sue forme. 
Non gliene vogliano i suoi cinque lettori, se meglio o più non è capace di dire. Lo sanno, del resto. Lui, di politica, capisce più o meno quanto capisce di linguistica: meno di zero. E per avere ponderati "consigli di acquisto" (la rete ne deborda), il suo non è certo l'indirizzo più appropriato.

1 dicembre 2013

A frusto a frusto (78)




C'è chi s'illude che si possa tornar poveri restando buoni e persino chi pretende che si possa diventar buoni restando ricchi.

27 novembre 2013

Linguistica candida (8): Saussure e Ferdinand


Intorno a Saussure e alla linguistica eretta in sua memoria, ma come cenotafio, la folla si è finalmente diradata. Diventa possibile solo adesso parlare a bassa voce, come si conviene, con Ferdinand. 

24 novembre 2013

Tra fuffa e nulla

Il problema posto dalla realtà è lungi dall'essere quello, salottiero, della sua esistenza: un'esistenza rivendicata, come oggi accade con clamore che sia, in apparenza contro chi l'ha o l'avrebbe negata, in un passato non troppo lontano.
Nella prospettiva di chi vive e conosce, nella prospettiva delle sue modeste risorse etiche e teoretiche, in realtà, di realtà o ce n'è troppa o non ce n'è per nulla. L'asfissia del pensiero è in ambedue i casi assicurata. 
Sempre, la realtà è in eccesso o in crudissimo difetto. E lì sta il suo problema autentico, per la morale e per la conoscenza: in questa alternativa, sciocca e perenne, tra fuffa e nulla. 
Ne discende l'incessante esigenza d'una critica, di un discernimento che, dalla realtà o, in modo esattamente complementare, dalla sua assenza, insomma da fuffa e nulla, provi a cogliere, per ipotesi di pertinenza, una relazione, all'intersezione sistematica tra l'oggettività di un punto di vista e la soggettività di un dato. 
È quanto fa con naturalezza l'espressione umana, del resto, ivi compresa ovviamente quella (a quanto pare, inconsapevole) di chi stipa con la sua fuffa l'opportuno nulla provvedutogli, per la bisogna, da qualche compare.

21 novembre 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (9)

Il passato è un punto di vista sul presente. Non va vituperato né, il Cielo ne guardi, celebrato. Va capito. E il pettegolezzo erudito, in proposito, non basta, nemmeno quando esso si fa filologia. Vige nel passato la pertinenza, infatti, come nell'oggi e come sempre (il sempre sempre un po' ridicolo del contingentemente umano), e la massima parte di ciò che accade cade naturalmente nella non-marcatezza dell'irrilevanza.

19 novembre 2013

Dall'ultimo banco, il buon Nando (4)

Il buon Nando, con la scusa dei suoi studi di linguistica, eterni e sfortunati (necessariamente sfortunati, per chi lo conosce), chiama ancora una volta Apollonio.
In un'enciclopedia di recente sortita e consigliata in classe dal docente, gli è capitato di leggere che "solo alcuni verbi italiani hanno tutti e tre i valori della diatesi [...] attivo: l'atleta in terza corsia ha abbattuto il record olimpico [...] passivo: l'edificio pericolante verrà abbattuto [...] medio: sulla zona si è abbattuto un temporale".
Diatesi, dice, lui non pretende di sapere cosa sia. Quella è roba da primi della classe. Medio, poi, sarà certo una delle sofisticherie di cui i grammatici riempiono le loro chiacchiere. Ma verbo, vivaddio, verbo... Se l'atleta in terza corsia ha abbattuto il record olimpicol'edificio pericolante verrà abbattuto e sulla zona si è abbattuto un temporale sono tre esempi dello stesso verbo, lui, cosa un verbo sia, evidentemente non l'ha mai capito.
I record olimpici e gli edifici pericolanti si abbattono come si abbattono i temporali? Gli uni, gli altri e i temporali, poi, si abbattono come si è abbattuto lui medesimo con quella lettura? Essa l'abbatte, continua balbettando, e lui ne viene abbattuto. Ma se si è abbattuta, come un malanno, sulla sua già misera autostima, chi l'ha abbattuta? Perché, del resto, non c'è nessuno che abbatta temporali, tempeste, uragani in modo tale che temporali, tempeste e uragani, come è loro uso malandrino, poi si abbattano. O no? E quando si abbattono, quelli, poi, non si abbattono per nulla. O perlomeno non si abbattono come si sta abbattendo lui. No, anzi (si corregge, dietro le proteste del suo frastornato interlocutore), si abbattono proprio come si sta abbattendo lui, con la sua telefonata, sulla fin lì tranquilla serata di Apollonio.
Insomma, che diamine sia la diatesi non lo sa e non vuole saperlo: c'è gente che gonfia i suoi libri con paroloni del genere, libri che, dopo essere stati gonfiati dai paroloni, si gonfiano anche dei sospiri sconsolati degli asini come lui che devono studiarli. Che adesso qualcuno gli spieghi però, conclude perentorio, cosa è un verbo. 
Apollonio è un linguista da strapazzo: cosa può dire a Nando? Mal disposto e stordito dai suoi sciocchi arzigogoli, per liberarsene, riesce così solo a rivolgergli qualche accento consolatorio: "Dai, Nando, non far così. Chi vuoi ti spieghi cosa sia un verbo. Sai come sono i libri di grammatica. Questo, poi, ha una bella copertina cartonata e l'editore non potrebbe essere più autorevole. Se ci sta scritto così, sarà così. Abbattereun verbo, sì, certo: il medesimo verbo, con tre diatesi (che il diavolo se le porti, le diatesi!). Cosa vuoi provare a capire: è la lingua dei linguisti. Puoi solo fartene una ragione".

18 novembre 2013

Lingua loro (30): Masterpiece

Giunge a Citera notizia di un talent show letterario di una rete televisiva pubblica nazionale: il primo al mondo, pare. Né c'è da stupirsi: solo ai male informati (Apollonio ne è un esempio), l'Italia può dare talvolta l'impressione di non essere un paese al passo coi tempi. Li anticipa, al contrario, e non da oggi.
Comunque sia, il talent show letterario c'è ed è vanto tutto italiano: Masterpiece è il suo nome proprio.
Non si accusino i coniatori d'anglofilia. Come si sa, i nomi propri (quelli con cui ciascuno sarà chiamato nel Giudizio finale) sono faccenda di necessità e non di libera scelta, come s'illudono invece i genitori che, a ondate, furoreggiano con inventive pedisseque di ogni andazzo: "Thomas, Nicholas e Giuseppe-s, per coerenza" elencava tempo fa Alex Drastico.
Orbene, si fosse battezzato Capolavoro il talent show, in effetti, chi l'avrebbe mai preso sul serio? Per esso, ci sarebbe stata, appunto di necessità, una sorte non dissimile da quella del menzionato povero "Giuseppe-s". Altri, al contrario, saranno i suoi destini: quelli di un "Thomas", perlomeno, o di un "Nicholas".
A ciò si aggiunga che un nome parlante paga il prezzo della trasparenza: per fare un paio di esempi, visto che di masterpieces si tratta, I Malavoglia o Rosso Malpelo. E la trasparenza impone la verità o chiama l'ironia, senza ovviamente che le circostanze siano disgiunte: infatti, niente è più prossimo alla verità dell'ironia. Capolavoro? "Ma mi faccia il piacere...", per citare, opportunamente, un maestro.
Come molte altre designazioni correnti tratte da lingue straniere, invece, Masterpiece sterilizza tanto la verità quanto l'ironia. Rivestito di eteroglossia, il suo riferimento è infatti solo allusivo: "a trasi-e-nesci" ('a entra-ed-esci'), per dirla con il geniale aggettivo composto della varietà italoromanza illustrata da Drastico. E l'"americanata", con la sua sbardellata iperbole, diventa deglutibile o (se si preferisce una diversa procedura di assunzione) prende la forma opportuna di cui è qui bello tacere.
Quanto a nome proprio, per una prospezione dell'antropologia italiana del tempo presente e della sua espressione, non c'è insomma troppa distanza tra Masterpiece e (il solo da poco abortito ma pronto a risorgere) Service Tax: "a trasi-e-nesci", appunto, e tale che si possa sempre dire che, in fondo, si è solo scherzato. 

4 novembre 2013

Cronache dal demo di Colono (19): Breve?





Dire breve una scrittura la cui iterazione è ossessiva è ancora un segno del prevalere del Newspeak. Come malanno (e qui lo si dimostra), poco troppe volte non è da meno di troppo poche volte.

28 ottobre 2013

A frusto a frusto (77)




Qualcuno crede poi che le cose vadano come vuole solo perché vuole come vanno e ignora che, il dì che smetterà di volerlo (come certo capiterà), quelle, voglia o non voglia, andranno egualmente come andranno.

15 ottobre 2013

Linguistica candida (7): il farmaco Ascoli e il morbo del "novo"

I cinque lettori di Apollonio (che sono poi, forse, i suoi soli fedeli sodali) lo sanno: Graziadio Isaia Ascoli non gli è simpatico. O forse non gliene è simpatica la scuola. E magari no: gli è simpatico e gliene è simpatica persino la scuola. Insomma, con l'archegeta della linguistica moderna in Italia Apollonio ha un rapporto controverso. E ammesso il grande e terribile goriziano avesse voluto degnarlo di un invito a cena (si fa per dire: non sarebbe mai successo), egli non sarebbe andato d'animo lieve. 
Ascoltata dall'ultima fila la conferenza, di sua iniziativa, Apollonio non si sarebbe proposto nemmeno per un personale saluto. Avrebbe velocemente svicolato, scansando il codazzo, immerso nei suoi pensieri. Perché la parola di Ascoli (c'è bisogno di dirlo?), pensieri, ne suscita: forse più involontariamente che volontariamente. Un linguista che, avrebbe detto Ferdinand de Saussure, non sapeva ciò che faceva, facendo ottimamente, si badi bene, ciò che faceva.
Adesso, Ascoli, nato suddito di Francesco I di Asburgo-Lorena (se Apollonio non si sbaglia) e morto senatore del regno d'Italia, non ha più nessun codazzo. E certo che, invece, nessuno che pronuncia professionalmente la parola lingua (in italiano, ovviamente, ma anche a proposito dell'italiano) dovrebbe mancare d'essersi imposto almeno la lettura del "Proemio all'Archivio Glottologico Italiano". Questo ha giusto cento quaranta anni; non ha però perso un filo del suo smalto, dietro le effimere occasioni di allora e di oggi.
Da allora, nell'espressione italiana e nella vita sociale che se ne serve, il novo non è infatti mai più mancato: non il manzonismo, ovviamente, ma l'attitudine intellettuale e morale che gli sottostava e di cui, naturalmente, non tutta la colpa, anzi pochissima, va data a Manzoni, che era tutto fuorché un uomo pratico. Una vita intera per un romanzo e per un plotone di figli: tutte fantasie, insomma, diurne e notturne. Ma si può? C'è sempre qualcuno però che si picca di prendere sul serio i grand'uomini, come raramente si dovrebbe invece fare: anche quando prendono un'aria austera, scherzano. E poi corrono sempre dietro ai loro sogni. Restano eternamente bambini.  
Al novo, preso dunque qui come emblema, non è bastato essere diventato eventualmente nuovo perché gli argomenti di Ascoli non continuino a colpirlo. Si potrebbe anzi forse dire che dalla malattia del novo la cultura italiana non sia mai più guarita e che di conseguenza del farmaco Ascoli, amaro, si ha sempre bisogno. 
L'unità politica (venuta fuori come venne e come a Carlo Cattaneo non piacque per nulla, per esempio) pare abbia inoculato in quella cultura e nella vita sociale nazionale il novo come un agente patogeno. Quel vecchio e valoroso corpo, gracile quanto a costituzione (come Ascoli ben sapeva e scriveva), ha saputo difendersene solo in parte e senza mai veramente guarirne.
Tanto meno oggi, quando magari proprio non pare, rinfocolata com'è l'infezione da un'ondata ulteriore di vacui velleitarismi intellettuali, nei quali trova la sua vocazione la gran folla vociante di chi, correggendo, non la smette di indicare vie che non esistono.

9 ottobre 2013

Ancora su nomi, cognomi e apposizioni

Il prodromo, Apollonio l'aveva colto ormai molti anni fa. Non si ricorda quanti. Gli impegni che il doversi guadagnare da vivere impone al suo alter ego lo portavano allora a calpestare d'elezione le terre di un demo provinciale diverso dall'attuale (e amabilmente barbarico) e, un dì, in una conversazione tra docenti, peraltro di discipline umanistiche, Apollonio colse il seguente scambio di battute: - "E tu dove insegni?" - "Io, al Marone". 
Dopo un momento di perplessità, egli apprese così che, nell'ambiente, era divenuto "il Marone" un istituto scolastico che, per compiutezza onomastica, la pedante dottrina di un'epoca lontana aveva intitolato al poeta latino Publio Virgilio Marone e che, anche per memorie dantesche, la medesima antica dottrina mai avrebbe sospettato potesse essere chiamato diversamente da "il Virgilio". 
Le cose però cambiano, come si sa, e un paio di millenni di onorata carriera sui leggii di dotti e catecumeni non esentavano evidentemente l'autore dell'Eneide dalla mutazione di appellativo e dal vedersi così designato come un "P.V. Marone" qualsiasi (con l'associato: "Pier Vittorio (o Vincenzo) Marone? chi era mai costui?"). 
D'altra parte, di cognomen, si dirà, si tratta e c'è qualcuno che, per parlar di Cicerone, passato il Medioevo, lo chiami Tullio? Auspici burocrati, presidenti di consiglio di istituto e dirigenti scolastici (e senza la resistenza dei professori di lettere - ci sarà stata? Sarebbe stata in ogni caso vana), che dunque Virgilio diventi un tal Marone.
Dal profano al sacro. Passano gli anni e sulla scrivania virtuale di Apollonio cade, or sono pochi mesi, il manifesto che annuncia una commendevole iniziativa orientata alla più aggiornata comunicazione della massima istituzione culturale di quel demo. L'occhio di Apollonio scorre rapidamente il manifesto e, testimone l'istituzione che lo commissiona, scopre che la manifestazione ha luogo nella "Chiesa di San A. Abate". 
Grato per il sorriso che una simile lettura gli regala, "G. Cristo! Una famiglia benemerita, la famiglia Abate", pensa a quel punto Apollonio: essa ha infatti dato parecchi santi alla Chiesa. E come l'Abate, le famiglie Apostolo, Martire, Vergine, Eremita, Vescovo, Papa e persino Confessore: la beata M. Vergine, per esempio, San P. Apostolo, San G. Martire, San C. Eremita, San P. Papa, San V. Vescovo, San L. Confessore e innumerevoli altri e altre.
Visto che le cose cambiano, ecco appunto, in corpore vili (mai designazione fu più appropriata), come la gente di mondo (quella cioè che sa come cambiano, perché cambia come le cose) cambia anche i nomi dei luoghi e delle cose. Come, senza cambiar mai, ha sempre fatto.

7 ottobre 2013

6 ottobre 2013

Cronache dal demo di Colono (18): Prendere la via della finestra



Questo nuovo secolo deve avere serrato le sue porte, se ci sono uomini del Novecento cui, per uscire come se fuggissero da una prigione, non rimane che prendere la via della finestra.

5 ottobre 2013

A frusto a frusto (75)


Sulla via d'una prassi di ascesi sensibile, a preservare il gusto, si sa, provvede il disgusto. Tatto e olfatto sono difesi dalla distanza, sempre che se ne abbia la fortuna. Necessitano esercizio invece saper vedere senza guardare e sapere udire senza ascoltare.

4 ottobre 2013

1 ottobre 2013

Cronache dal demo di Colono (17): La lingua fa cassetta

Ci si faccia caso. Oggi, le opere dell'ingegno che, prendendo a pretesto la lingua, mirano a "fare contatti", a "fare ascolti" (e, nella migliore delle ipotesi, a "fare cassetta": quella che si può, ormai, e che pare non sia troppa e forse nemmeno abbastanza) appartengono spesso a una delle tre seguenti categorie:
- gli stucchevoli sentimentalismi;
- le prescrizioni moraleggianti;
- gli spropositi sesquipedali.
Ci sono spie espressive che permettono una facile categorizzazione.
La prima categoria è infatti riconoscibile dal ricorrere di espressioni come "...quante memorie: è una preziosa parola della mia infanzia..." o equivalenti.
La seconda, dal ricorrere di espressioni come "Che orrore, dottor mio! Che scandalo e che decadenza! Bisogna si provveda ancora con buone norme di comportamento" (in variante incattivita, "Dagli al miserabile! Che impari una volta per tutte il rispetto e come ci si conduce!") o equivalenti.
La terza categoria, detta anche del "vediamo chi, in proposito, riesce a spararla più grossa", è caratterizzata dal ricorrere di espressioni come "...ed è così che, come dicono i fatti, dalla notte dei tempi (in alternativa, dal profondo della natura, o del cervello), scaturisce..." o equivalenti.
Grazie al Cielo (e come sempre), anche tra le opere dell'ingegno cui la lingua fa da pretesto per fare cassetta, ci sono le lodevoli eccezioni.

30 settembre 2013

Cronache dal demo di Colono (16): Cambiare e raccontarsela, di nuovo

Sapendolo amatore (oltre che futile indagatore) d'inezie e cultore della chiacchiera a tempo perso, riferisce ad Apollonio il suo alter ego di uno scambio comunicativo intervenutogli qualche settimana fa. 
Da buon vecchietto, in estiva attesa mattutina, col suo mezzo meccanico da ragazzino, davanti alla saracinesca chiusa d'una officina (l'usuale, per gli usuali annuali controlli), al sospirato momento dell'apertura apprende da un addetto che la ditta serve adesso altre marche e non la sua. Deve quindi andare altrove - e lì l'onest'uomo menziona appunto un nuovo indirizzo, per concludere, moraleggiando alla Tancredi Falconeri: "Eh be', le cose cambiano".
Sì, cambiano. L'hanno sempre fatto e non c'è chi non lo sappia: "Dice Eraclito che tutto si muove e nulla sta fermo". Ma forse non cambia per nulla l'aria del tempo (ed è forse per questo che puzza) se, parlando dell'ordinario trasferimento di indirizzo di un servizio di meccanica, nella più piatta e banale delle conversazioni, adesso capita di sentire fare, del feticcio mistificatorio del cambiamento, l'oggetto di un'affermazione ideologica. Che, insomma e di nuovo, senza pace e fin nelle sciocchezze, s'osservi ovunque l'impellente bisogno di raccontarsela.  

28 settembre 2013

27 settembre 2013

Farse in due battute (13)




- La Sua idea non tiene, Signor mio. È pericolante come l'intero condominio. Le tocca abbandonarla al più presto.
- Fa tutto facile Lei! È la sola che abbia. Sapesse la fatica per venirne in possesso...

25 settembre 2013

Linguistica candida (6): Ombra e luce sul Lago Lemano

Non c'è essere umano che non nasca linguista: fuori degli accidenti, in breve tempo, per via della predisposizione a analisi e sintesi implicite della sua esperienza, è non solo in grado di cogliere le pertinenze, le relazioni e le differenze che fanno una lingua ma anche di maneggiarle a suo modo (c'è chi ha detto "creativamente"). È anche in grado (cosa di norma sottaciuta) di esprimersi  al loro riguardo, di esprimersi sulla lingua; non necessariamente in modo manifesto, anzi raramente in modo manifesto: nel suo foro interiore.
A una disciplina consacrata alla lingua forse toccherebbe allora solo d'assecondare le poche, tra tali creature, inspiegabilmente destinate alla preservazione, come talento, dell'universale facoltà. Preservarle sulla via di una consapevolezza nutrita da una dottrina ampia ma mite: niente linguista, insomma, sans locuteur
Sans locuteur, niente linguista di qualsiasi lingua, si badi bene: nemmeno della solo ipotizzata (o forse solo immaginata) e preistorica dal mito della quale una guisa della disciplina è sorta ed è stata ispirata. Sta lì d'altra parte la vera difficoltà di simili studi: nello sforzo, nutrito di competenze filologiche (fin dove queste possono spingersi), di farsi (o di restare) locuteur anche d'una fantasia. Per proporsi come credibile, questa deve avere, persino nel poco che si riesce a immaginarne, i caratteri pertinenti dell'espressione umana e non quelli fantasmatici di una cruda applicazione di etichette terminologiche. 
Sul Lago Lemano si proietta l'ombra di un gigantesco picco del nascente Moderno: Jean-Jacques Rousseau. E solo la spezzata esplosione (o implosione?) di un baleno della tempesta del Moderno maturo, Ferdinand de Saussure, vi ha gettato, sul tema, raggi di luce incerta. Procedere sulle rette di quei raggi, senza perdersi in un'ombra di cui è peraltro impossibile negare l'esistenza: ecco quanto prova a fare Apollonio. E, gli riesca o no, spera (o s'illude) di non fraintendersi e di non essere frainteso.

[Alla perplessità d'un amico che è tale per generosa xenofilia]   

24 settembre 2013

Insegnare

C'è chi insegna prendendosi sul serio: da caporale, e con la speranza (modesta e, a dire il vero, remota) di diventare un giorno sergente.
C'è chi lo fa invece sorridendo di sé: per cominciare, non se ne crede capace; nutre poi il dubbio che serva veramente a poco: tutto ciò che un essere umano vale la pena sappia per essere tale, in effetti, c'è qualcuno che possa mai insegnarglielo?
Chi vive la seconda condizione ha allora ogni giorno da temperare con modi d'imbonimento un destino di strega-apprendista o d'apprendista-stregone. C'è anzitutto da salvarsi la vita, come si dice; una mera necessità materiale suggerisce di conseguenza l'adozione di quei modi da commediante.
Il destino capita, invece, come ogni destino. Con mitezza, lo si può solo assecondare. E attendere con diffidenza rassegnata e paziente che, imprevedibile, monstrum vel prodigium, qualcosa sorga dall'amatissima broda dell'umano pentolone nel quale l'insegnante finisce sempre a capofitto: buffa imperizia di chi, nato o nata apprendista, cioè discente, per restare ciò che è, ha accettato il rischio di passare persino da docente.

[A un amico, che s'avvia a una perigliosa carriera]

23 settembre 2013

Linguistica candida (5): FdS, a cento anni dalla morte





C'è chi dice, guardandolo in prospettiva, sia stato un neogrammatico con gravi disturbi del carattere; c'è chi, retrospettivamente, un dottorando del MIT incapace di portare a compimento la sua tesi.

Cronache dal demo di Colono (15): La grande bellezza

Non tanto per ciò che narra (enunciato) quanto piuttosto per come lo narra (poetica ed enunciazione), opera che impeccabilmente rappresenta l'odierno stato sentimentale (se non morale) d'una nazione che la mitizzazione del passato ha reso pateticamente nostalgica e l'eccesso di furbizia rovinosamente ingenua.

22 settembre 2013

Linguistica da strapazzo (20): Metalinguistica ed epilinguistica





"Lingua è un dialetto con un esercito e una marina" ed è lecito il sospetto che metalinguistica sia un'epilinguistica con una cattedra universitaria e una rivista.

20 settembre 2013

A frusto a frusto (72)





"Colpa mia": rara fanfaronata d'irresistibile simpatia.

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Linguistica da strapazzo (19): Parafrasi

Ad Apollonio il suo alter ego gira una lettera, incaricandolo d'una risposta. Felice d'averla ricevuta, si dice, e grato al mittente, ma incapace di uscire dal torpore e di vincere la sua pigrizia. Apollonio, di buon carattere, volentieri obbedisce, irresponsabilmente lieto dell'occasione di tirar fuori uno dei suoi sconclusionati pistolotti.
"Qualche giorno fa [si legge nella lettera] c'è stata discussione in classe sulla frase Dopo le 19 in TV trasmettono un telefilm. Il problema è quanti e quali sono gli argomenti del verbo trasmettere? Altrimenti detto: su chi "opera" questo verbo? Nessun dubbio per un sottinteso loro e per un telefilm. Quanto a in TV dove lo mettiamo? Io lo avrei messo fuori dal nucleo, tra quelli che abbiamo chiamato i circostanti. Loro, i miei alunni di me più sagaci, dentro. Perché, e qui il prof da quattro soldi [così, di se stesso, l'autoironico e simpaticissimo corrispondente] forse ha spiegato male, se si realizzasse una possibile scenetta della frase la TV sarebbe un elemento indispensabile della scena, altrimenti il film non andrebbe trasmesso. E così mi hanno convinto, e, siccome loro sono molto concreti, ho detto che non [l']avrei considerato errore in un eventuale compito in classe (forse l'unica ragione per cui si va a scuola: un numero scritto a casaccio su un foglio capace di suscitare gioia o tristezza o, nei casi più fragili, lacrime). Lei, o (nel senso della congiunzione) Apollonio, che ne dice?".
Come sempre, quando si tratta di lingua (solo di lingua?), bisogna procedere osservativamente per comparazione e differenza, se si vuol provare a capire qualcosa. Sul banco di prova, si pongano allora la menzionata Dopo le 19 in TV trasmettono un telefilm e, per contrasto, Dopo le 19 in giardino bevono un aperitivo. Paiono due proposizioni parallele, quanto a funzioni sintattiche, quanto cioè a quei rapporti che ne determinano interpretazione e forma. L'apparenza però inganna e nel caso specifico non è difficile smascherare l'inganno e, per comparazione e differenza, avere un'immagine meno perturbata della circuiteria funzionale interna delle due proposizioni. 
Dopo le 19 la TV trasmette un telefilm è parafrasi perfettamente naturale e priva di qualsiasi marcatezza stilistica o contestuale della prima. Ciò che si presenta come un "circostante", dice allora tale relazione parafrastica, può cambiare facilmente d'abito e prendere così proprio la funzione di quel "sottinteso loro" che, di comune accordo, discenti e docente hanno visto nel "nucleo" e trattato da "argomento". 
Trovare una ragione di questa circostanza funzionale nella scenetta non è forse ineccepibile, dal punto di vista del rigore del ragionamento. Nella sua finzione, la scenetta sarebbe realtà e la lingua, della realtà, ammesso che una realtà, tale e quale, ci sia, fa ciò che le pare: se così non fosse, il problema della verità non si porrebbe e gli esseri umani si troverebbero piombati ipso facto all'inferno o ascesi al paradiso. Nella scenetta si coagula però la buona intuizione linguistica e relazionale dei discenti (e complimenti al docente, per i suoi discenti e per la sua apertura di spirito): senza TV, come potrebbe mai essere trasmesso il telefilm? È appunto la TV che lo trasmette.
Va così anche nel secondo caso? Non esattamente. Anche Dopo le 19 il giardino beve un aperitivo può valere come parafrasi di Dopo le 19 in giardino bevono un aperitivo ma a una condizione: il giardino, metonimia su base locativa, va preso come 'coloro che si trovano in giardino'.  In tal senso, la potrebbe proferire, per es., il maggiordomo d'una ricca residenza, rivolgendola a un cameriere durante le fasi organizzative di un ricevimento. Diversamente, essa va tenuta come molto bizzarra. Escluso il rapporto parafrastico con Dopo le 19 in giardino bevono un aperitivo, nella sua ovvia interpretazione, Dopo le 19 il giardino beve un aperitivo può essere un modo metaforico per dire, poniamo, che dopo le 19 si provvede a una prima innaffiatura di un giardino così caro, a chi proferisce la poetica espressione, da volerselo raffigurare per traslato come un essere umano. Insomma, dal mutamento viene fuori stavolta, e in ogni caso, una marcatezza stilistica e contestuale che l'osservazione non rileva nel primo caso. 
La prova di torsione (la si chiami così, se si vuole, con grossolana metafora meccanica) è la medesima; i risultati sono diversi. Ragionevolmente, la diversità è da attribuire al fatto che essa è stata applicata a sistemi diversi e che la diversità tra i due sistemi-proposizione si annidi proprio nel rapporto diverso che in TV e in giardino intrattengono rispettivamente con i soggetti di trasmettono e di bevono. Nel primo caso, un rapporto che si configura predicativamente come un'identità; nel secondo, quello della determinazione del luogo sul quale insiste la relazione del soggetto e del predicato. 
Nel gioco delle diverse forme disponibili per le funzioni, la distinzione grammaticale tra "argomenti" e "circostanti" non riesce a cogliere (o riesce a cogliere solo parzialmente) queste diversità? Dall'eventuale fallimento descrittivo, la lingua non è minimamente toccata. Essa funziona alla perfezione, come un sistema spaventosamente plastico. Non c'è costrutto concettuale destinato a contenerla da un grammatico (anche il più geniale) che non sia invece rigido; perciò disposto a crepe e perdite. 
L'unica via, per chi ama la lingua e vuole provare a capirla e a farla capire, è quindi di assecondarla e, se ci si riesce, di far dire a lei medesima qual siano i modi con cui si organizza. Farla parlare, la lingua, è però difficilissimo. Paradosso? Sarà pudore, sarà malizia, sarà omertà, nessuno lo sa. La lingua tace. Apollonio sospetta se la rida, delle sciocchezze sue e di tutti i grammatici. 
Certo, si può provare a renderla un po' meno taciturna. Nel caso prospettato, per farlo, si è messo a frutto, molto alla buona, il metodo della parafrasi: naturalmente, parafrasi controllata e sperimentata in atmosfera per quanto si può sterile (per continuare a mescolare metafore d'ogni genere). 
Con l'approssimazione delle procedure umane (ce ne sono altre?), un metodo del genere fu messo a punto anni fa da un tal Zellig Harris (uno il cui massimo merito, per chi se ne intende, sarebbe invece d'avere fatto da battista a Noam Chomsky). Or sono sette lustri, Apollonio ne fece indisciplinata pratica (come è stato sempre suo costume) andando a bottega da un tal Maurice Gross, ingegnere, per rubargli un po' di mestiere. Da Harris, costui era stato a bottega, col medesimo intento, qualche anno prima. 
Ciò precisato, si spera, il pigro alter ego di Apollonio, ricevuto il servizio, non dirà, spregiandolo, che il frustolo, sciocco e pressappochista, non ha nemmeno il pregio d'uno straccio di bibliografia, per un rinvio utile, almeno esso, ai soliti cinque lettori: molto pazienti, se giunti a questo punto.

17 settembre 2013

A frusto a frusto (71)




Suvvia! È Buna-Monowitz o, magari, Donnafugata. Insomma, il marcio c'è ma resta, com'è opportuno che resti, in Danimarca.

8 settembre 2013

Trucioli di critica linguistica (10): Raccontarsela


Quando raccontarsela sia venuto fuori, come verbo particolare, nell'espressione italiana, coi valori che ogni parlante oggi saprebbe assegnargli e che son quelli di una coscienza, della propria esperienza di vita, falsa, imbonitrice e consolatoria, Apollonio non sa. Né ha voglia, adesso, di mettersi a cercare di saperlo. I dizionari che ha sottomano non lo registrano e ha il sospetto che sia finora sfuggito anche agli occhiuti raccoglitori di parole nuove, magari con ragione, perché nuovo, raccontarsela, può darsi non sia: può darsi che, su bocca italiana, viaggi da tempo. 
Nuovo gliene pare, in ogni caso, l'uso ampio e diffuso: quella sorta di coagulo concettuale, di fresco emergere alla luce (senza che ne consegua ovviamente consapevolezza) che frequenza e popolarità d'una forma lessicale finiscono per attribuire a un'attitudine. Certo, questa esiste da sempre ma, designata ossessivamente da una parola specifica, è come se rinascesse. 
Il caso, peraltro perverso, di gattopardo è esemplare, in proposito. Non che prima i gattopardi non ci fossero: ma l'uso, anche a sproposito, della parola ne ha lucidato e fatto brillare l'esistenza. E, allo stesso modo, non che prima non ce la si raccontasse, ma adesso, che raccontarsela c'è e dappertutto, è appunto tutto un lampante raccontarsela.
L'annuncio in esordio mette sotto forma pubblicitaria (ed emblematica) raccontarsela: nel modo opportuno (né moralmente censurabile) del ciarlatano. Esso vende un futuro (per sua natura, a dir poco, ipotetico) come fosse un passato già da narrare, museale e, naturalmente, nelle forme del mito: addirittura, con l'uso di arcani passati remoti e di meno strani imperfetti. Lo vende così perché a comprarlo ("ragazzi", maschile, per ovvie ragioni: eterni bambini) c'è chi, anzitutto, vuole raccontarsela. Chi è disposto a prestare l'intera sua fede al futuro finale sarà, una volta che una maestrina tecnologica, in un contesto ovviamente più fantasy che fantascientifico, gli abbia propinato in esordio un fu, come chiave per raccontarsela. 
Epoca divertente, infatti, la presente, e di chiara perdita, dietro le pompe ideologiche di chi la sta raccontando e se la sta raccontando, di molti lumi di elementare ragionevolezza. Narrando provocatoriamente il futuro, nel Moderno, la cosiddetta fantascienza non la raccontò né se la raccontò. Fece semmai il contrario. Oggi, putrefattosi il Moderno, anche quanto al futuro, come lascia intendere (involontariamente?) l'annuncio, con la quasi disperata certezza che degno di narrazione ci sarà poco, come sempre poco c'è stato e c'è, non resta appunto che raccontarsela. 

12 agosto 2013

Linguistica da strapazzo (19): Le avventure del signor Homais. Prima parte

Ogni volta che se ne presentava l'occasione, il signor Homais era applaudito con prontezza o ...il signor Homais aveva applaudito con prontezza: due esempi qui costruiti ad arte e per esperimento, prendendo a pretesto una figura cui l'applauso e la sua ricerca si attagliano alla perfezione. 
Nelle due sequenze, è solo la differenza di ausiliare ad attribuire univocamente al signor Homais, nel primo caso, il ruolo, da lui graditissimo, dell'applaudito, nel secondo, quello dell'applaudente, non meno gradito e molto producente. Si tratta insomma di due costrutti che, da qualche millennio, i grammatici chiamano l'uno passivo, l'altro attivo (ma che sarebbe forse meglio considerare come non-passivo). 
Passivo e non-passivo o, se si vuole, attivo sono detti diatesi, cioè disposizioni della proposizione. Tra le due sequenze c'è così una differenza di diatesi, manifestata in modo cruciale dalla differenza di ausiliare: tutto il resto infatti è identico (o, forse meglio, così pare). Tra le due sequenze, c'è anche una differenza di tempo verbale: tenendosi sempre alla terminologia grammaticale, il costrutto passivo è all'imperfetto, il non-passivo al trapassato prossimo. 
Perché il risultato sia identico, infatti, non basta che l'insieme del predicato verbale sia fatto di un ausiliare e di un participio, come in apparenza è fatto in ambedue i casi: aveva applaudito, era applaudito. La somma d'un ausiliare e d'un participio non dà evidentemente sempre il medesimo risultato, perché possono essere diversi i loro valori. I valori dipendono dal tipo di ausiliare, dal tipo di participio e, a dirla meglio, dall'insieme sistematico in cui l'uno e l'altro, sommandosi, si trovano a ricorrere e si determinano. 
Restando alle apparenze, ...il signor Homais era apparso con prontezza somiglia certo più all'esempio con era applaudito che a quello con aveva applaudito. Quanto alla categoria del tempo, tuttavia, era apparso è trapassato prossimo come aveva applaudito e non imperfetto come era applaudito; e quanto alla diatesi, a differenza del passivo era applaudito, era apparso è non-passivo come aveva applaudito.
Ecco allora un buon esempio, tra i mille e mille, di quel dissidio sistematico (e per niente caotico) tra funzione e forma che i parlanti gestiscono alla perfezione, fin quando lo fanno inconsapevolmente. I tentativi di consapevolezza li mettono in crisi, invece, soprattutto quando tali tentativi sono ingenui. 
Parlanti e loro tentativi di capirsi sono in effetti ingenui se orientati dal pregiudizio (condiviso peraltro da non pochi specialisti) che, nella lingua (almeno nella lingua, se non nella vita), tutto ciò che pare identico deve esserlo e che, se non lo è, ciò accade per via di qualche capricciosa violazione dell'ordine dell'universo, probabilmente connessa con l'involontaria uscita degli esseri umani dall'Eden, a séguito di un noto primo incidente con lo scarto tra l'essere e l'apparire. 
Per la salvezza del sonno, bisogna allora che, a ogni costo (anche a quello della perdita dell'intelligenza), si provveda in tali casi, se non a un impossibile ripristino dell'uniformità (alla lingua poco importa di cosa pensano parlanti, grammatici e linguisti), almeno alla cieca imposizione di un'apposita norma: "Si fa così e basta: inutile farsi domande". Proprio il contrario dell'attitudine di ogni buon linguista da strapazzo.

11 agosto 2013

Linguistica candida (4): La nevrosi di Calvino

A chi gli chiedeva come mai non scrivesse in lingue diverse dall'italiano, Italo Calvino rispose una volta che, l'avesse fatto, gli sarebbe mancato quel rapporto nevrotico con la lingua che, indispensabile alla sua scrittura, si dava, per lui, solo con l'italiano.
Faccenda da letterato e da letteratura, potrebbe parere, che riguarda attività sofisticate come la scrittura. Attività linguistiche governate, secondo l'insegnamento di Roman Jakobson, dalla funzione poetica che, Apollonio l'anticipa (e lo confessa), c'è grande spasso a considerare una sorta di nevrosi, con i suoi lampanti aspetti ossessivi (ma appunto di ciò, forse, un'altra volta).
Invece, sollecitato a parlare di lingua e di sé, Calvino parlava, come sempre, di tutti. Il rapporto nevrotico con una lingua riguarda ogni essere umano e lo definisce. Per innesco casuale d'un ambiente, una lingua è di necessità quella con cui ogni essere umano comincia (e finisce) per parlare con se stesso: in quella che sentirà nevroticamente come la propria lingua. 
Propria, infatti, come bersaglio di una libido mai soddisfatta. D'una lingua, come d'una vita - che pure si dice tronfiamente la propria -, non è infatti mai possibile appropriarsene. 

5 agosto 2013

"Potere" (1)


"Puoi. Ma certo che puoi. Ti dico che puoi! Vuoi che tu non possa?": chi prevarica non ti priverà mai del permesso (e dell'illusorio potere) di fare ciò che gli torna comodo, con la fondata speranza che tu sia così sciocco da crederlo un privilegio o, ancor meglio, un diritto: il diritto di stare al suo servizio.

4 agosto 2013

Lingua loro (29): Negazione

"Se resti, non ci dai fastidio". L'alter ego di Apollonio se lo sente dire, ora è un paio di giorni, in un'occasione qualsiasi della sua vita. Apollonio ascolta e, per una delle sue solite incongrue associazioni, gli pare di intuire quale sia stato il fondamento biografico della teoria sulla negazione nell'analisi del testo elaborata, come si sa, da Francesco Orlando quaranta anni fa. Ancor prima di Freud e degli studi freudiani, tale fondamento fu (gli sembra di potere affermare) la buona educazione che chiunque abbia incrociato il critico palermitano riconosceva nel suo accuratissimo tatto.
Proprio quando si mente, come quando si dice la verità, del resto, bisogna avere garbo. Necessita così al mentitore o alla mentitrice la massima attenzione non tanto a ciò che afferma quanto a ciò che nega; alle presupposizioni che la negazione lascia nella sua scia e alle inferenze cui apre la strada.
Insomma, nell'occasione, con più difficile, piana e bella semplicità, Se resti, ci fai piacere sarebbe stata una falsità bene educata, al tempo stesso lampante e meno scoperta: come la letteratura, direbbe incongruamente Apollonio in memore e grato onore di Francesco Orlando. E se una falsità non è nemmeno educata, se una falsità mostra la sua trama ordinaria di volgare menzogna, dicano i cinque lettori di Apollonio, che piacere c'è a ascoltarla?

31 luglio 2013

Bollettino ortografico (2): Succedono anche cose del genere

Sono molte le guise con cui le lingue manifestano le differenze di genere grammaticale. Naturalmente, le lingue per le quali una nozione di genere grammaticale è pertinente. Non sono tutte. 
Non manca d'una sua perversa bizzarria il modo che in italiano (una lingua, appunto, non comune) produce la combinazione d'invariabilità formale e ortografia. Si sta quindi parlando di lingua scritta. 
A chi gli chiedesse "come si fa il femminile" nella sua lingua, chi parla italiano e lo scrive potrebbe infatti rispondere: "Tra le tante maniere diverse, persino con un apostrofo". 
Si prenda il caso della coppia Di Centa era un'atleta importante Di Centa era un atleta importante. Le due espressioni devono solo alla minuscola differenza grafica il fatto di riferirsi la prima alla fondista Manuela Di Centa, femminile, medaglia d'oro olimpica, la seconda a suo fratello Giorgio, maschile, anche lui fondista e anche lui medaglia d'oro olimpica.
Per la fabbricazione di opportune coppie contrastive, sono disponibili, tra gli altri, idiota e analfabeta,  entusiasta e apprendista. E anche idealista, per il quale si trova anzi un gustosissimo esempio di bisticcio di genere, se si fa scorrere rapidamente il lungo scritto, cui sotto si rinvia, e ci si ferma sul passo accompagnato dall'immagine qui riprodotta: se protagonista è "un'idealista", come fa a essere "il buon..."?
Succedono, appunto, anche cose del genere. Succedono anche ai professori che correggono gli errori altrui. Dovrebbero invitare tutti a sorridere e a temperare gli ardori censori.

Cose del genere (adesso, in versione corretta).

Per i filologi,  il passo fino al 31 luglio.

25 luglio 2013

Trucioli di critica linguistica (9): Non hanno acqua? Condividano una Coca-Cola.


In un'epoca che di condivisione fa un abuso comunicativo rivelatore (tutti ne parlano: significa che lo spirito di condivisione è in pericolo o perento), l'acqua (la potabile, in particolare) è oggetto di conflitti e, sembra, sempre di più lo sarà in un futuro nemmeno troppo lontano. 
In rapporto paradigmatico con l'acqua (come la famigerata brioche col pane: in absentia, appunto), non stupisce di conseguenza la Coca-Cola vada appunto condivisa. Del resto, così, anche il vino, in opportuni riti laici e religiosi: "chi non beve in compagnia...", "....e bevetene tutti". Frizzante lavacro che, riflessivamente, purifica dal peccato (un tempo si sarebbe detto consumistico) di praticarlo.
Il rito della comunione è globale, come il ruttino (altrimenti come lucrerebbe chi lo vende?). Non deve sembrare qualunque, tuttavia. È proposto adesso con l'aggiunta della simulazione iterativa d'un valore personale, se non individuale: "condividi con...". Le bottiglie portano allora un nome proprio o un'antonomasia, nella variazione cromatica di sangue arterioso e venoso, che è variazione di zuccheri. Un'antonomasia forse perché Zero ha come target proprio le Nullità (doloroso valore d'oggi su cui capiterà prima o poi ad Apollonio di ritornare).
Trascorrere tra gli scaffali d'un supermercato, per il linguista da strapazzo, è occasione di ilare meditazione.

[Qualche giorno dopo, alla ricerca di valore glocal e in funzione di altra importante articolazione della socialità comunicativa italiana:


Campagne simili in aree geolinguisticamente differenti? O ancora un tributo alla risentita marcatezza siciliana che in anni recenti ha rinnovato i suoi fasti trasparenti per opera di Andrea Camilleri?]

17 luglio 2013

Linguistica da strapazzo (18): L'apposizione del professore

"Sono reduce da una veloce trasferta viennese, città che mi è sempre piaciuta moltissimo": sta nel post "social" di un professore che, l'avesse trovato nello scritto di un suo discente, c'è da scommettere, l'avrebbe tenuto per censurabile.
Invece è un uso, se si vuol dire così, creativo della relazione di apposizione, che le grammatiche prescrivono agganciata a un nome, ovviamente. Ed è, al tempo stesso, un'ottima illustrazione di cosa si può intendere con aggettivo di relazione: Vienna, città diletta dal professore, c'è. Non tanto e banalmente come generico valore semantico, quanto come specifica funzione sintattica, solo latente per categoria.
Grazie, Professore. Le migliori spiegazioni, lo si sa, sono le preterintenzionali.