10 luglio 2011

"Queste povere cose care" e l'ontologia

"C'è una peculiare sicurezza degli oggetti: loro non ci lasceranno mai, saremo noi a lasciarli; loro sono morti, ma, paradossalmente, ci sopravviveranno, parleranno di noi a chi li avrà ereditati. Per questo il collezionismo è una partita ingaggiata con la morte": sentenza di un moderno filosofo, che, casualmente, Apollonio trova citata con enfasi e qui riporta (se ne scusa) ma solo di seconda mano.
Morti? Mai stati vivi, pensa. Dureranno, se del caso, più di chi vivendo li ha resi vivi, gli "oggetti". Perdendosi quella relazione, non le sopravviveranno certamente. E ammesso che durino, diventeranno "oggetti" diversi, per via di una nuova relazione. Perché sarebbe necessaria altrimenti la filologia? E perché ci si sarebbe inventati la filosofia?
Gli viene in mente, a questo punto, che qualcosa, in proposito, deve avere già letto. E non ieri. Qualcosa di più alla buona, certo, ma di non meno significativo.
Sì. Arrendendosi dopo anni di resistenza al demone della scrittura, e sul limitare della fine della sua vita, sul rapporto tra vita e morte umane e vita e morte delle cose, un uomo ha in effetti scritto quanto segue: "Poté volgere la testa a sinistra: a fianco di Monte Pellegrino si vedeva la spaccatura nella cerchia dei monti, e più lontano i due colli ai piedi dei quali era la sua casa; irraggiungibile com'era questa gli sembrava lontanissima; ripensò al proprio osservatorio, ai cannocchiali destinati ormai a decenni di polvere; al povero Padre Pirrone che era polvere anche lui; ai quadri dei feudi, alle bertucce del parato, al grande letto di rame nel quale era morta la sua Stelluccia; a tutte queste cose che adesso gli sembravano umili anche se preziose, a questi intrecci di metallo, a queste trame di fili, a queste tele ricoperte di terre e di succhi d'erbe che erano tenute in vita da lui, che fra poco sarebbero piombate, incolpevoli, in un limbo fatto di abbandono e di oblio; il cuore gli si strinse, dimenticò la propria agonia pensando all'imminente fine di queste povere cose care".
"...tenute in vita da lui...". Nella testa di Apollonio si accende allora il dibattito: da una parte, parla suadente il filosofo, cultore di ontologie e bramoso di trovare negli enti confortanti rassicurazioni sul permanere della sua testimonianza; dall'altra, quell'uomo fattosi scrittore, convinto, pare, che muoia proprio tutto, che tutto abbia veramente fine. E per dirimere almeno sul momento la questione, fuori delle astrattezze, per Apollonio, non può che intervenire la sua banale, personale esperienza di vita: gli succede sempre così.
Da qualche anno, egli assiste infatti impotente alla lenta morte di "povere cose", di "oggetti", come pare appunto li chiami il filosofo. Con una certa scostante freddezza, a dire il vero, e come se i soli commerci avuti con essi fossero stati per lui quelli che lo vedono "soggetto" (trascendentale?).
Altro che sopravvivere, gli "oggetti", agli esseri umani. Apollonio ha già visto morire per esempio degli aghi da lana. Con essi, cinquanta anni fa capitava gli fossero confezionati, proprio per lui e pezzi unici, caldi maglioni e cuffie da notte. Ha già visto morire, col tombolo, gli uncinetti. Vede morire camicie da notte ordinarie e belle sottane, lenzuola ricamate, fini tovaglie da tavola, bei serviti da caffè. Mentre scrive, muore pezzo dopo pezzo la modesta mobilia di una casa zingaresca che ha finto per decenni di non esserlo. Di una casa che è stata, in realtà, diciannove case diverse. Una casa che ha percorso in lungo e in largo la Sicilia, lasciando dietro di sé tante povere cose, vittime incolpevoli della mancanza di spazio sul camion che, periodicamente, veniva a portare via tutto. Meglio, tutto ciò che poteva. Mai dimenticherà la dolorosissima morte, per fuoco, di annate e annate del "Corriere dei Piccoli" che (e lo sapeva mentre ne faceva collezione) giammai avrebbe potuto portare con sé.
Oggi, però, le povere cose che ha elencato e molte altre muoiono in begli occhi cerulei ogni giorno più spenti. Muoiono in una memoria che pian piano se ne va e in cui, irragionevoli (o ragionevolissime?), resistono intatte "Davanti San Guido", "Sant'Ambrogio", "Il sabato del villaggio", ben recitate, come da una bimba davanti ai parenti per un'antica festa di Natale.
Apollonio vede insomma morire povere cose nel doloroso e disperato abbandono di sé di una estrema vecchiezza che è vita già oltre la vita. Di più, della sua esperienza, Apollonio non può dire: i suoi pochi lettori lo perdoneranno.
Il pensiero del filosofo e il suo gioco di prestigio (una morte che non è morte perché non è mai vita e, di conseguenza, una sopravvivenza fasulla) gli paiono brillanti e riscuotono la sua ammirazione sincera: sono certamente tali da assicurare a chi le espone gustosi successi mondani, tra dame ed accademici.
La vita semplicissima di una donna qualsiasi ricorda però ad Apollonio che una relazione presta esistenza agli "oggetti" presentati invece dal filosofo come fossero superbi d'autonoma essenza. Gli dice al contempo che la stessa relazione, nella direzione conversa, ha sostanziato quella vita modesta. Gli "oggetti" di cui parla, vorrebbe dire al filosofo, siano umani o ultra-umani, non sono appunto mai disumani. Infine e sempre, essi sono quindi solo "povere cose".
Povere cose che, nel caso che Apollonio esperisce, una ad una, sono già uscite, stanno uscendo dalla loro vita. Si sta infatti spegnendo la relazione che ha prestato cara esistenza a essi e a quel caro essere umano.
Tra il filosofo degli "oggetti" e l'uomo delle "povere cose", conclude Apollonio tra sé, il secondo merita allora d'essere ascoltato con maggiore attenzione del primo. Perché il secondo si approssima, con minore difetto e senza vanitosa intelligenza, alla misteriosa verità che mette in relazione la povera vita umana e la vita delle sue povere cose.

A margine del tema, esattamente due anni fa, ad Apollonio era già accaduto di scrivere qualcosa. Evidentemente, il caldo estivo gli rende il peso delle ontologie meno tollerabile. È del resto noto che le ontologie si combinano meglio coi climi (culturali) rigidi.

3 commenti:

Sesto Sereno ha detto...

Grazie, nobile Apollonio!
Ecco perché: conservo ancora tre ampolle di vetro scuro, un boccia vuota per il profumo con l’ugello cui si attaccava la pompetta per spruzzalo - s’è persa , ma la ricordo: era foderata di seta rosa - un porta cipria, un contenitore per sali da bagno. Si mettevano, in bella mostra, sulla toilette della camera da letto ( toilette nella camera da letto…tenere e dolci signore del dopoguerra!), e lì le teneva la loro proprietaria, dono d’un qualche parente per le sue nozze, celebrate essendo vigenti lo statuto Albertino e gli spruzzatori di profumo. La proprietaria non c’più e, comunque, non li utilizzava, quegli oggetti, dall’età della mia fanciullezza. Qualche volta apro l’ampolla vuota e ancora sento quel suo profumo antico. Chi vive in quel profumo, illustre Apollonio, solo una sfuggente sensazione chimica, un’illusione sterile, uno struggente ricordo, un richiamo lontano o una speranza che s’avvicina giorno dopo giorno? Avverto una silenziosa e pudica comunanza di sentimento con chi cerca le tracce di affetti profondi, lasciate sotto la polvere che ricopre le care, povere cose.
Blak

Anonimo ha detto...

"(...) questi intrecci di metallo, queste trame di fili (...) che erano tenute in vita da lui". C'è una grazia ineffabile, un vero soffio di vita che anima dopo oltre un cinquantennio queste parole, queste lettere, questa sintassi. Impossibile non esserne grata all'autore -- certo -- ma anche al ... filologo che le ha riesumate da sotto lo strato di polvere e lustrini di definizioni e interpretazioni critiche non sempre calzanti o fin troppo strette e soffocanti.

Per il resto è vero, saggio Apollonio, che gli oggetti non sono che povere cose legate da un trasparente -- ma talora inspiegabilmente saldo -- filo di ragno all'ostinazione del nostro amore. E i musei dedicati alla vita contadina che vanno fiorendo un po' dappertutto, in Italia, riscuotendo, da quel che ho sentito, notevole interesse turistico in Lombardia e Liguria, stanno lì a testimoniare che i ferri da calza aspettano pazienti non meno delle roncole la benevolenza di un nostro sguardo, anche solo distratto.

Un grazie sentito unito all'augurio di buona settimana.
Sua Licia.

Apollonio Discolo ha detto...

Grazie a Lei, gentile lettrice. L'aratro in uso da parte di un contadino e l'aratro in un museo contadino sono lo stesso oggetto o sono oggetti diversi? Tenersi, per ragioni in fondo ideologiche, a uno dei due corni dell'alternativa non pare scelta ben fatta, ad Apollonio, che preferisce stare, come un equilibrista, sull'impalpabile corda della relazione che li fa filosoficamente differenti nel momento stesso in cui ne istituisce filologicamente l'identità.