28 novembre 2011

"La maggior parte di noi"

"Probabilmente la maggior parte di noi non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica', e questa parola suona abbastanza strana, confinata all'uso di pochi specialisti". La citazione viene da un manuale italiano molto fortunato. E meritevolmente fortunato, in funzione del panorama dell'odierna offerta editoriale. Ad essere precisi, sono le parole che vi fungono da incipit (l'enfasi è stata aggiunta da Apollonio).
Anche i libri di linguistica però sono testi linguistici, com'è capitato di scrivere qui, in un frustolo di qualche tempo fa. Quando ad Apollonio succede così di dovere illustrare la differenza che, sovente implicita nelle forme grammaticali di una lingua, corre tra noi inclusivo e noi non-inclusivo, l'esempio fornitogli da quelle parole gli si presenta sempre allo spirito tra i più lampanti, oltre che come uno dei più involontariamente comici e rivelatori della natura della disciplina che pretende di professare. Sarà utile a questo punto, forse, un grossolano chiarimento terminologico. 
Si dice inclusivo un noi in cui chi lo proferisce include appunto il suo interlocutore: [Rivolta a Pinocchio che le ha appena raccontato sue disavventure] "- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremmo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?". 
Si dice non-inclusivo, invece, ogni altro noi e, in particolare, quello proferito escludendo particolarmente chi ascolta e talvolta indicato, per questa ragione, come esclusivo: [Rivolto al minaccioso Carlo VIII, Pier Capponi:] "Se voi suonerete le vostre trombe, noi faremo suonare le nostre campane".
Si torni adesso alle menzionate parole in apertura di un'opera che si propone di presentare a principianti la materia di cui tratta. Secondo l'attitudine espressiva sopra esemplificata, "la maggior parte di noi" è certamente scritto per includere, come interlocutori, i lettori del libro.
Vuole essere così un atto comunicativo accattivante. Sono tali in genere quelli in cui ricorre un noi inclusivo: talvolta anche troppo. Piacioni, dunque, se non peggio. Lo si è appena visto. Dietro un noi inclusivo, capita ci siano (e spesso) il Gatto e la Volpe. 
C'è del resto da chiedersi quanto sia ben educato cominciare un'opera dando obliquamente dell'ignorante a chi si prende la pena di leggerla. Magari è la verità ma proprio per questo potrebbe non essere simpatico sentirsela dire, così, ad apertura di libro. All'ingresso di un istituto di bellezza, poniamo, non la si prenderebbe certo bene se ci si accogliesse dicendo "Siamo proprio bruttini, eh?".
C'è un modo però di trovare umano e non "caporalesco" (né peloso) quel noi e di solidarizzare con esso. Profittando della povertà grammaticale e della conseguente ambiguità dell'italiano (che, lingua da imbroglioni, non ha forme diverse per i due diversi noi), il modo consiste nel fare finta di non capire, nel rifiutare (magari solo per scherzo) la scontata convenzione discorsiva secondo la quale, quando un chierico dice a un catecumeno "Ma quanto siamo ignoranti!", è ben lungi dal volergli confessare di partecipare d'una comune mancanza. 
Insomma, si tratta di prendere il noi di quel "la maggior parte di noi" come un noi non-inclusivo, come un noi che, senza volere dire nulla di chi lo legge, parla esclusivamente di chi lo sta proferendo. Gli autori del fortunato manuale (e meritevolmente fortunato, si ribadisce) sono peraltro due. Il noi che lì ricorre sarebbe quindi anche pienamente giustificato dal banale punto di vista del riferimento.
Sorridendo affettuosamente solidale e aritmeticamente turbato, il lettore potrà chiedersi a questo punto: tra i due autori, quale sarà mai "la maggior parte" della quale, fosse anche solo per ipotetico lapsus, si sta ammettendo sul principio di un libro didattico che "non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica'"?
È ciò che Apollonio fa appunto ogni volta che quel passo gli capita sotto gli occhi, riflettendo sugli scherzi che gioca sempre la lingua. Meglio, riflettendosi in quegli scherzi. Cioè guardandosi senza verecondia nello specchio dell'espressione, lui linguista immaginario.

4 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

"A proposito di patate" e grato
ad Apollonio per questo e per gli altri frustoli sul noi inclusivo, noto che pure a livelli d'istruzione sommi la parola "linguistica" di rado suscita guizzi di consapevolezza, seppur vaga. Nomi come De Saussure e Jakobson provocano inarcamenti di sopracciglia interrogativi, per lo più. Così è forse perchè accennare ad una scienza della lingua riporta con dolenzia alla cicuta propinata in ogni ordine e grado, sintassi (si fa per dire) normativa condita con parole in libertà sulla "natura" della lingua e sulla sua "evoluzione". Chi sopravviva al veleno della noia da sciocchezze, dovrà poi cercarsi arduamente la strada d'una scienza peraltro in nuce.
Magari gioverebbe un autorevole suggerimento argomentato ad un Ministro "tecnico", un qualche dictum in direzione dei docenti (ve ne sono di dotati d'orecchie). La sollecitazione è dolosa, per cui la pena apollonica non giungerà inattesa.

Apollonio Discolo ha detto...

Dio ne guardi, spiritoso Lettore. Alle disgrazie della linguistica manca solo che se ne faccia promotore un ministro, per giunta "tecnico".

dascola ha detto...

Apollonio, mi pare di non sapere commentare; leggere mi è molto utile, mi fa sorridere spesso, imparo sempre. Grazie

dascola ha detto...

Apollonio carissimo, non commento ma apprezzo assai, grazie