11 novembre 2011

Lingua loro (24): "i mercati"

"I mercati non credono all'efficacia delle misure adottate dal governo", "I mercati giudicano insufficiente il piano del ministro", "La situazione politica italiana preoccupa i mercati", "I mercati vogliono che a guidare il Paese sia un tecnico" e così via: un'alluvione, un torrente che si è ingrossato e ha straripato e che, come nelle immagini televisive che qualche giorno fa documentavano i guasti subiti dalla città di Giuseppe Mazzini e di Fabrizio De André, si porta via tutto, scorrendo impetuoso e, soprattutto, lercio ben oltre ogni dire.
Sono tutte espressioni sotto le quali stanno soccombendo le ultime e sparute parvenze del sogno moderno della democrazia. Fa da sarcastico scenario alla vicenda proprio quell'Europa che fu la culla in cui celebrati dormienti si fecero propalatori di quel sogno, parendo perciò i più svegli alla luce della ragione, quando in realtà si trattava solo di sonnambuli e, come tali, irresponsabili. 
E sono tutte espressioni che dovrebbero suonare inaccettabili. Linguisticamente inaccettabili, qui si intende, se la lingua non fosse tale da sopportare, meglio, non fosse tale da incoraggiare l'evenienza non solo di ossimori (come "incolori idee verdi") ma anche di altre, numerose e rivelatrici figure. Nel caso specifico, di una metonimia.
Ci si rifletta un momento, sottraendosi ai vorticosi turbini della corrente comunicativa che, in questi giorni, trascina tutto e tutti. Verbi come credere, giudicare, volere, nella loro qualità funzionale di predicati, impongono ai loro soggetti una condizione. La medesima che, a sua volta, impone preoccupare ai suoi oggetti diretti. Coloro che vedono la cosa in termini referenziali dicono che tanto i soggetti dei primi quanto gli oggetti diretti del secondo devono designare esseri umani o altro che, agli esseri umani, sia assimilabile. Mettendola poi dal punto di vista del significato, affermano che tali designazioni devono essere di conseguenza caratterizzate dal tratto semantico 'umano'. 
Cosa valga tale tratto è poi forse difficile da definire. "Considerate se questo è un uomo..." scrisse Primo Levi, che ebbe modo di verificare quanto la questione di cosa fosse 'umano' fosse appunto divenuta indecidibile proprio in quel Moderno che di uomo, umano e umanità aveva sin da subito fatto scialo. 
Espressioni come Il tegame sporco non crede alla perizia dello sguattero, La padella surriscaldata giudica nondimeno il cuoco in buona fede, Il colabrodo vuole che Maria prepari il bollito e Lo stato del sugo preoccupa vivamente la bottiglia producono tuttavia un certo straniamento in chi qui si trova a leggerle e ciò assicura grossolanamente che nella constatazione della restrizione combinatoria di quei verbi qualcosa di solido c'è. Magari non perfettamente espresso da un tratto referenziale e semantico che avrebbe fatto arrabbiare o, piuttosto, sorridere Nietzsche. Ma la linguistica, lo si sa, è quella che è. Come dimostra questo medesimo blog, non è certo disciplina da gente fine o acuta e, di conseguenza, fa come può.
Ciò detto, accade di osservare che, nella comunicazione quotidiana e senza che nessuno se ne dica linguisticamente disturbato, oggi "i mercati credono o non credono", "giudicano bene o male", "vogliono o non vogliono". Capita pure che "i mercati", poverini, "si preoccupino" e poi, sconsolati, "tirino il fiato".  Rilevarlo non è certo fare chissà quale scoperta. La banalità dell'osservazione non deve però farsi pretesto di inconsapevolezza. E la consapevolezza linguistica vuole che da espressioni come le menzionate si concluda univocamente che anche a "i mercati" tocca il tratto referenziale e semantico 'umano'.  Si tratta dello stesso tratto che si attribuisce a la sala quando, appunto per metonimia, si dice che La sala applaude l'oratore, espressione che nessuno prende alla lettera e che, al tempo stesso, nessuno trova straniante.  La sala vale ovviamente per gli esseri umani che essa contiene.  Allo stesso modo, "i mercati" valgono precisamente per gli esseri umani che vi operano. 
Quando li si trova evocati nella comunicazione pubblica, invece, "i mercati" fanno figura d'essere una forza cieca e ineluttabile della natura. In alternativa, e secondo le preferenze dell'enunciatore, d'essere manifestazione dell'onnipotenza di un dio crudele e corrucciato. 
Cumulativamente designata per metonimia, in realtà, "i mercati" sono solo la massa (come tutte le masse, stupida e incontrollabile) di esseri umani presuntamente attenti soprattutto al loro tornaconto. Sono magari esseri umani che manovrano finanze sterminate. Restano tuttavia mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili, tanto nel loro insieme, quanto presi uno ad uno. Non diversamente del resto da chi sta scrivendo questo post. E non diversamente dagli esseri umani mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili che, sempre per il loro tornaconto, stanno rosicando gli ultimi resti del debito pubblico dei paesi dell'Europa mediterranea e che, magari, sperano di avere di che campare, a spese dei propri figli, dopo qualche decennio passato a prestare la loro opera (eventualmente, a fingere di prestare la loro opera).
Malgrado gli orpelli della rappresentazione, ciò che sta capitando e al cui proposito si tirano costantemente in ballo "i mercati" è 'umano', insomma. Anzi, proprio per gli orpelli della rappresentazione, 'troppo umano'. Di quell'umanità dolente e meschina che una frusta metonimia si incarica malamente di celare, di nobilitare, di concettualizzare. 
Ma cosa altro attendersi da un Moderno nato pieno di slancio e di idee e ormai putrefatto? Già ai tempi del suo ideologico splendore, la metonimia è stata il suo stigma. Da uomo a stato, da opinione pubblica a partito, da borghesia a proletariato, da razza a classe, da società ad azienda, da politica a economia, da reazione a progresso, da bambino a donna, da stampa a televisione, da cultura a rete, da lavoro a rendita, da popolo a gente, a bene comune e, oggi nel caso specifico, a mercati, di quanti fantocci sovente metonimici la metonimia del Moderno ha riempito i suoi discorsi e, con essi, le tappe del suo metaforico cammino di progresso? Per ipocrita decenza? Forse. Più decisivamente, però, perché, in un mondo in apparenza pieno di nomi e dove tutti paiono aspirare ad avere o a farsi un nome, tutto è anonimo e plurale, come "i mercati", e, ad avere veramente un nome menzionabile e che lo dica singolare, nei "mercati" e fuori, non è più rimasto proprio nessuno.

3 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

Mi permetto di ipotizzare che ancor più calzante della metonimia prescelta da Apollonio, potrebbe risultare la prosopopea (nell’agile bellezza della definizione di Dante: "è una figura questa, quando a le cose inanimate si parla, che si chiama da li rettorici prosopopeia", Convivio, III, IX, 2). Vero è che "la realtà non ha senso - meno che mai quella cui ci si riferisce qui - tranne che per via di coloro che glie lo attribuiscono". Ma richiamare la prosopopea offre forse un vantaggio, consente di identificare chi sono in effetti i defunti chiamati a credere, giudicare, volere e finanche a preoccuparsi.
Coloro che, paludati economisti, meno d'un ventennio addietro si illudevano ed illudevano con boria mai vista di poter rendere prevedibili e controllabili i comportamenti della massa di umani, piccoli e miserabili, attenti al loro supposto tornaconto.

Apollonio Discolo ha detto...

Il suggerimento, attento Lettore, apre altre interessanti prospettive alla riflessione. Grazie. Ma, nel caso specifico, "i mercati", per principio animatissimi, Le paiono classificabili tra le "cose inanimate" riscattate da una personificazione?

Vito Lucio Maria ha detto...

Tutt’altro che riscattati e riconducibili all’inanimato. Il pensarlo mi apparrebbe un’insidiosa ipostasi, peraltro molti e quanto mai pregevoli argomenti di conforto si ricavano dal Suo post odierno. Ipostasi nel senso dell’illusione accecante di poter individuare a buon prezzo “dietro” ai comportamenti umani un nocciolo “naturale e materiale” matematizzabile e fermo nel flusso processuale, come nel correlato senso di traslazione di una parola da un “ente grammaticale” ad un altro (in realtà, come s’è compreso in specie grazie al Suo alter ego, normale processualità di fenomeni puramente relazionali). Mi sembra che la odierna personificazione dei mercati possa comprendersi meglio rammentando le teorie monetariste dominanti nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Promettevano strumenti di controllo della massa monetaria tramite artifizi bancari che inducevano percezioni manipolate da parte dei consumatori di tornaconto e convenienze. L’effetto che si perseguiva era appunto la costruzione di un volere, credere e giudicare unidirezionali e governabili in una massa indistinta di uomini. Sub-prime e carte di credito a cascata ne sono i prodotti “storici”, con i noti esiti. Da un triennio nessuno osa contestare che il monetarismo è un cadavere putrefatto. Perfino l’ineffabile ministro dell’economia italiano se ne allontana, tentando di nascondere i decorsi entusiasmi. Orbene, l’odierno attribuire ai mercati il credere, giudicare e volere, appare come l’evocazione demenziale e risentita di quella promessa monetarista di governance delle scelte della massa dei consumatori-investitori, con la speranza forse che venga tardivamente mantenuta. Una sorta di seduta spiritica, la quale è appunto la pretesa di far parlare (e di parlare a) ciò che ora è inanimato. Se non mi sbaglio, prosopopea in senso proprio.