La saccenteria non è che la continuazione dell'ignoranza con altri mezzi.
26 agosto 2025
23 agosto 2025
Linguistica da strapazzo (56): "L'amare": "work in progress" (e Brunori Sas, come pretesto)
Apollonio incrocia in rete questo piccolo testo e, di bocca buona com'è, ne resta divertito. Non tanto per ciò che dice, ma per come prova a dirlo (paronomasia inclusa) e per il corto circuito grammaticale che contiene. Spregiare il sostantivo, come parte del discorso, è operazione di poetica metalinguistica plausibile e persino graziosa. Ma, nel farlo, di sostantivi, l'aforisma ne mette in campo ancora un paio. Sono sostantivati, nel gergo grammaticale, l'amare e il fare, come infiniti. Ricorrono con un articolo determinativo. E la sintassi è perentoria: se c'è articolo, c'è sostantivo. L'infinito sostantivato è risorsa grammaticale e testuale di cui l'italiano si fa bello sin dai suoi esordi e che gli è particolare. Di infiniti sostantivati, ce ne sono di celeberrimi e di costitutivi, si direbbe, dell'identità nazionale: ...e il naufragar m'è dolce in questo mare. L'infinito, appunto, sostantivato.
Di il fare chi non ricorda inoltre i fasti, sebbene ormai non più recentissimi, nel gergo della politica? "Io sono un uomo del fare..." fu il manifesto personale di una figura pubblica che segnò un ventennio della nazione e la cui memoria sta evidentemente sbiadendo.
Nel discorso, per più scoperta allusione al ruolo dell'agente e allo sviluppo dell'azione, l'infinito sostantivato porta quella nuance processuale che i sostantivi registrati come tali nei dizionari talvolta tendono a oscurare: con naufragio al posto di naufragar, il verso appena citato sarebbe colato a picco. E il fatto, al posto di il fare, porta con sé l'ineluttabile idea di ciò che è compiuto. "Perfetto", si dice sempre nel gergo grammaticale, ma ovviamente non per intendere che si tratti di esito ineccepibile.
D'altra parte, si può banalmente fare l'amore. Ma fare l'amare, qui esposto come solo eventuale, comporterebbe una buona dose di straniamento (linguistico). Con la lingua, tuttavia, non si sa mai. Provveda il poeta vivente qui evocato, insomma, sempre che ne abbia la voglia, anzi, visto che meglio gli aggrada, il volere.
Eppure, quanto ad amore, chi direbbe mai che, da sostantivo, non designa in effetti un processo? Vorgangswort, nei termini tassonomici di Hugo Schuchardt. E ciò cui (per polisemia) il sostantivo amore dà nome ha fuor di dubbio principio, sviluppo e, non di rado, se non quasi regolarmente, fine.
Sostituito al sostantivo l'amore, l'infinito sostantivato suona allora come appropriato a un work in progress e forse aiuta a non pensare che il processo avrà una fine. L'amare è in altre parole un segnale di lavori in corso che ci si immagina e si vorrebbero durevoli per sempre, per uno dei soliti umani paradossi.
20 agosto 2025
Lingua loro (52): "Dato", "fondamentale", "linguaggio", "serve", "principio", "noi", "obiettivo", "al fine di" e tanto altro
"Ma se parliamo di prodotti linguistici, io credo che dovremmo sempre tener presente un dato fondamentale: il linguaggio umano è nato e si è sviluppato perché serviva. Perché era utile. Perché rispondeva a delle necessità. E questo principio continua a essere valido. Non esistono discorsi gratuiti: se prendiamo la parola - anche nella maniera più informale, svagata, istintiva possibile - è perché abbiamo un obiettivo, o più obiettivi. Questo vale per le arringhe in tribunali, per i comizi in piazza, per le telefonate di lavoro, per gli slogan pubblicitari, per le dichiarazioni di amore, per le chiacchiere al bar. Nella più banale delle ipotesi, parliamo del più e del meno, anche con sconosciuti, al fine di alimentare un rapporto interpersonale che serve a definire o preservare il clima umano di un ambiente".
La perentoria espressione di questi concetti è comparsa in rete ieri e, nell'epoca dei motori di ricerca, è ridondante dichiarare dove si trova e a chi la si deve. Chi avesse curiosità in proposito, in pochi secondi può soddisfarla. Vedrà che si tratta di una reputata tribuna e, se non di uno specialista, di un "loico" e letterato.
Non c'è d'altra parte essere umano che, sulla lingua, non abbia le sue convinzioni (o ciò che crede essere tali) e cui non capiti di esprimerle. A scanso di equivoci, "Grazie al Cielo!" è quanto in proposito pensa un modesto avventuriero nel campo, come Apollonio. Anche per la meravigliosa disponibilità a farsi oggetto del discorso di chiunque, la lingua (al singolare assoluto) è infatti preziosissimo tratto umano di eguaglianza, di fraternità, di libertà. Di lingua (al singolare di una pluralità indefinita), non c'è chi non ne parli (almeno) una. E non c'è chi non si possa esprimere al duplice proposito della lingua al singolare assoluto e di una lingua al singolare di una pluralità indefinita. Lo si fa persino in un diario scombiccherato e cervellotico come questo. E ciò dice come la linguistica (con i suoi succedanei) sia disciplina ben più democratica e popolare della biologia molecolare o della fisica delle particelle.
Qui, dunque, niente di personale. La sola informazione che ad Apollonio pare utile dare in modo esplicito è che il brano in esordio viene da uno scritto che prende a pretesto la prosa di Italo Calvino e sue recenti parodie automatiche. È quanto basta a giustificare la presenza di un'immagine dello scrittore, colto in un'attitudine che a prima vista pare interessata, ma è forse anche perplessa.
Di certo, a nessuno sarà d'altra parte passata per il capo l'idea che motti così assertivi fossero proprio di Calvino. Per mostruosa metamorfosi, nella mente del signor Palomar i dubbi, gli interrogativi, le esitazioni, il timore di precipitare il proprio pensiero nell'abisso delle conclusioni generiche e affrettate si sarebbero infatti volti integralmente nei modi tassativi di una corriva petizione di "principio", quanto all'espressione umana.
Perché di una petizione di "principio" in effetti si tratta. E di una buona sintesi di ciò che il senso comune non tanto opina, quanto ferreamente postula della lingua (o del "linguaggio", così ci si esprime in "lingua loro"). In quelle righe non c'è in effetti nulla di personale e nulla che possa essere pertanto addebitato personalmente alla voce ("io") che nell'occasione se ne fa semplice riecheggiatrice.
È il bello dei luoghi comuni. Li si può proclamare con leggerezza o (che è lo stesso) per responsabilità universalmente condivisa: il "noi" di "dovremmo" (soprattutto in combinazione con la modalità deontica del predicato) è infatti quel pronome che trovò una precisa definizione in parole di Giorgio Manganelli che qui non si ripetono. E l'argomentazione che poggia sopra un fondamento tanto comune presenta come "dato fondamentale" ciò che è in realtà una congettura molto modesta, anche quanto a contenuto intellettuale.
E nemmeno una congettura suffragata da osservazioni sperimentali: "il linguaggio umano è nato" (passato prossimo del modo indicativo, il modo della realtà) è infatti una proposizione che a nessun essere umano è stato dato di proferire sulla base di una constatazione. Ancor meno un essere umano può proferire, sulla base di una constatazione, "il linguaggio... si è sviluppato", se intende parlare in tal modo di filogenesi.
Ma si ipotizzi pure al proposito che l'ontogenesi riassuma la filogenesi. Le osservazioni e gli esiti degli esperimenti finora possibili, quanto alla lingua, non indirizzano a una spiegazione del suo sviluppo ontogenetico nei termini di una "causa finale". Procedere in tal senso è farlo nel modo sopra il quale ironizzò Voltaire, sono già quasi tre secoli: "gli occhi nati e sviluppati per vedere, lo stomaco per digerire" e così via sono ovvietà insuperabilmente insipide.
Ma l'idea, popolarissima, di una causa finale a indirizzare lo sviluppo è invece proprio ciò che prospera rigogliosamente nel séguito del discorso. Vi affiorano predicazioni come "il linguaggio... serviva" (ma a chi?), "era utile" (idem), "rispondeva a delle necessità" (di chi?). Saranno forse "i bisogni" teorizzati da Lamarck. Inutile chiedere tuttavia maggiore precisione o dettagli: sul tema specifico, la risposta invocherà ancora più genericamente adattamento, sopravvivenza e successo della "nostra riverita specie", secondo la qualificazione attribuitale da un pensoso lombardo.
Anche perché, una volta scivolati lungo una simile china, il "linguaggio" e la specie che se ne servirebbe come strumento finiscono per essere un indistinguibile tutt'uno. E non l'intenzione, la Meinung di un soggetto trascendentale, per dirla con Kant e con i suoi sviluppi fenomenologici, ma addirittura "l'obiettivo" di un individuo qualsivoglia di tale specie o di un qualsivoglia gruppo di individui associati diventa la ratio di ogni suo o loro atto espressivo (e comunicativo). Una spiegazione irenica e tranquillizzante.
Insomma, se si capisce cosa vuole (ma come lo si capisce?), si capisce cosa dice. Forse dovrebbe essere però il contrario: se si capisce cosa dice, si capisce cosa vuole. O, meglio e più ragionevolmente, non è né così né al contrario, per evitare il circolo vizioso di tutte le ermeneutiche, anche quando esse si travestono, come nel caso specifico, da pragmatica.
Al diavolo, però, nel caso individuale, le sofisticazioni introdotte dalle distinzioni di "ego", "superego" ed "es". Al diavolo i lapsus, le false partenze, le conclusioni inconcludenti, complessivamente, le erranze e gli errori.
O, passando al sociale e ai suoi ancora più fumosi e contorti "obiettivi", al diavolo i conflitti, i pregiudizi, le menzogne spacciate per verità, le verità spacciate per menzogne, le lingue che mettono a tacere altre lingue o che ne decretano la morte.
Al diavolo, insomma, il "non sanno ciò che fanno", con cui finalmente espresse la sua opinione in proposito una voce tutt'altro che priva di spirito (giudizio pertinentissimo, se mai ce ne fu uno, proprio rispetto all'espressione umana). Vedi un po' e di conseguenza se (come credono) sono in grado di sapere ciò che vogliono e quali sono i loro "obiettivi"...
Al diavolo, soprattutto, come inesistenti, i "discorsi gratuiti", tanto "gratuiti", tanto privi di "al fine di", da esprimere, si direbbe riflessivamente, un'arte interna alla lingua (di nuovo, al singolare assoluto).
Non c'è lingua nota (di nuovo, al singolare di una pluralità indefinita) di cui un'arte siffatta, in un modo o nell'altro, non sia stata e non sia secrezione. Spesso, quando il tempo passa, la sola secrezione conservata, mentre all'oblio e al nulla vengono destinati enormi quantità di discorsi la cui esistenza è garantita da presunti "obiettivi" esteriori.
Si tratta dell'arte che, come lingua interiore, germogliò in un Italo Calvino, per esempio. Vai a sapere come mai, come e, soprattutto, con quale "obiettivo". E da lì succhi distillati passarono materialmente per la sua penna e per la sua macchina da scrivere. E così si fecero testo: un sistema processuale. Una pluralità di testi, più precisamente, che, proprio in quanto tali, pongono problemi di accertamento filologico della loro testimonianza. Testimonianze, quelle di un Calvino, tutte ipotetiche, tutte interrogative. Manifestazioni loquaci del mistero della lingua e, al tempo stesso, reticenti, se non proprio mute in proposito.
Ovvio: la lingua è un mistero per coloro che, evidentemente balenghi, si ostinano a non arrendersi all'evidenza morale e materiale del "principio" che discende da quel "dato fondamentale". Esso rende conto universalmente di cosa sono i "prodotti linguistici". E afferma che "il linguaggio è nato e si è sviluppato perché serve" e che "noi", con esso, nei nostri discorsi mai "gratuiti", perseguiamo "obiettivi". Santa pazienza, ma ci vuole tanto a capirlo?
19 agosto 2025
Trucioli di critica linguistica (26): "Buffet" e "bouffet", coppia minima nel "Gattopardo"
Per designare apparentemente la medesima cosa, nel Gattopardo ci sono due allotropi. Uno graficamente corretto: buffet. E uno no: bouffet. Ha due ricorrenze il primo; ne ha una il secondo. A breve distanza l'una dall'altra, si trovano tutte nella Parte VI del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nell'ordine, eccole e, brevemente, ecco i loro contesti di apparizione:
"«Maria! Maria!» esclamavano perpetuamente quelle povere figliole. «Maria! che bella casa» «Maria! che bell'uomo è il colonnello Pallavicino» «Maria! mi fanno male i piedi!» «Maria! che fame che ho! quando si apre il 'bouffet'?»".
"[Fabrizio] aspettò un momento che i ragazzi [Tancredi e Angelica] si allontanassero, poi entrò anche lui nella sala del buffet".
"Nella sala del buffet, vuota, vi erano soltanto piatti smantellati, bicchieri con un dito di vino che i camerieri bevevano in fretta guardandosi attorno. La luce dell'alba si insinuava dai giunti delle imposte, plebea".
Svista di uno scrittore della domenica, come Lampedusa fu (ed è ancora) considerato? Così pensò forse Giorgio Bassani che corresse bouffet con buffet, nella versione del romanzo che curò e che vinse lo Strega nel 1959.
Dal 1967 - dopo un polemico intervento in proposito di Carlo Muscetta - si legge però Il Gattopardo in una "edizione conforme al manoscritto del 1957", estremo testimone della volontà dell'autore. Le due grafie, nei luoghi differenti, sono state ripristinate di conseguenza. E, fuori dell'ipotesi che, per una, si tratti di un errore, c'è da chiedersi se la loro differenza abbia una ratio, nel sistema del libro.
La risposta è positiva, come per altri minuscoli dettagli della costruzione linguistica del romanzo. Il realismo del Gattopardo è maniacale. È soprattutto tale quando vi si esprime la sua fondamentale vena sardonica, che, va osservato, finisce per avere sempre tra i suoi bersagli anche il principe di Salina, come personaggio più esposto.
Buffet ricorre pianamente nella narrazione. In una mimesi del discorso diretto e, peraltro, tra virgolette, bouffet rappresenta invece l'esito che il prestito francese buffet ha sulle labbra delle "ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti" che, nel novembre del 1862, riempivano i salotti della nobiltà palermitana. Eccole sulla scena:
"Più [Fabrizio] le vedeva e più s'irritava; la sua mente condizionata dalle lunghe solitudini e dai pensieri astratti, finì a un dato momento, mentre passava per una lunga galleria sul [si osservi] pouf centrale della quale si era riunita una numerosa colonia di quelle creature, col procurargli una specie di allucinazione: gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederla a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo di bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: «Maria! Maria!» [e quel che segue e si è già citato]. Il nome della Vergine, invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne, perché non risultava ancora che i [si osservi] ouistiti delle foreste brasiliane si fossero convertiti al Cattolicesimo".
Buffet [by'fɛ] e bouffet [bu'fɛ] sono una coppia minima, nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Fuori di ogni semantica referenziale e per via del sistema che sostanzia e sostiene il testo, la differenza di signifiant vi si correla in effetti a una differenza di signifié. E, dalla prospettiva di una critica linguistica, nella langue narrativa del Gattopardo, che non è banalmente l'italiano, /y/ e /u/ sono fonemi.
14 agosto 2025
Linguistica candida (76): "A Fra', che te serve?"
"L'aggettivo è una parola che serve a modificare semanticamente il nome o un'altra parte del discorso con cui ha un rapporto di dipendenza sintattica e, nella maggior parte dei casi, di concordanza grammaticale". "La preposizione è una parte del discorso che serve a esprimere e determinare i rapporti sintattici tra le varie componenti della frase". "La congiunzione è una parte del discorso invariabile che serve a collegare sintatticamente due o più parole (o gruppi di parole) di una frase, oppure due o più frasi di un periodo". "L'avverbio è una parte del discorso invariabile che serve a modificare, graduare, specificare, determinare il significato della frase".
Sono lacerti di una buona, anzi di un'ottima grammatica dell'italiano. Lo si dica pure: della migliore. Non ha rilievo dire quale sia, nel caso specifico, né chi sia il grammatico che l'ha dettata. Di ciò che qui si vuole fare osservare si troveranno infatti esempi a bizzeffe in ogni altra simile e di qualità inferiore. Né a scorrere quella cui qui si è fatto rapido ricorso i passi menzionati sono i soli in cui compare "serve".
Nel discorso dei grammatici e delle grammatiche, il modulo è infatti ben più che corrente. E non c'è niente nella lingua di cui una grammatica non riesca finalmente a dire che "serve", nel modo che s'è visto o con una parafrasi. Tratta dalla medesima fonte, eccone una: "Il nome o sostantivo è una parola che ha la funzione di indicare persone, animali, cose, concetti, fenomeni (ad es. bambino, gatta, martello, giustizia, tuono)"; "ha la funzione di indicare" equivale a "serve a indicare", che gli è pianamente commutabile.
Ma "serve" serve? La domanda non paia provocatoria. Per esperimento, lo si espunga dai passi citati, con gli opportuni aggiustamenti: "L'aggettivo è una parola che modifica semanticamente il nome...", "La preposizione è una parte del discorso che esprime e determina i rapporti...", "La congiunzione è una parte del discorso invariabile che collega sintatticamente...", "L'avverbio è una parte del discorso invariabile che modifica, gradua, specifica...", "Il nome o sostantivo indica persone...".
Si tolgono "serve" o la sua parafrasi e quei propositi restano descrittivamente equivalenti, qualunque sia il loro valore. C'è più di un sospetto allora che, nel discorso grammaticale, "serve" sia un sussiegoso orpello e che se ne potrebbe fare a meno. Una bizzarria, a prima vista, per un genere testuale, la grammatica, teso in teoria a dire come stanno le cose della lingua e niente altro. Ma qui viene appunto il bello, perché un testo è un sistema e anche le (apparenti) ridondanze vi contribuiscono.
Se un'analisi semplice e spassionata verifica allora che in un testo ci sono parole di cui esso avrebbe potuto fare a meno e il resto, per dire così, è apparentemente giustificato dal tema (o dai fatti), è ipotesi ragionevole che lì, proprio nelle parole in più, si annidi la sua ideologia. Che esse siano quindi tutt'altro che ridondanti, dal momento che con esse viene a galla e si esprime il sistema di pensiero, indiscusso in quanto implicito, che garantisce quel testo e nel quale esso affonda le sue radici.
Per capire il discorso grammaticale, diventa allora indispensabile capire cosa vi dice "serve". E per capirlo, come si fa nelle buone investigazioni, va anzitutto portato in luce ciò che "serve" tiene nell'ombra, ciò che paradossalmente nasconde.
C'è da sfrondare anzitutto alcune predicazioni che si annidano sotto le forme del verbo servire. Quelle transitive testimoniate per esempio da Arlecchino serviva due padroni o da In cosa posso servirla? non sono in gioco. La pertinente è sintatticamente intransitiva e la si può glossare, con gradi di appropriatezza variabile, con 'essere necessario, indispensabile, utile, opportuno per ottenere un fine'. È il servire di Serve nulla? o di Serve un po' di silenzio, di Serve più severità, rigore, polizia per le strade, di Servono pene esemplari, dove, come dicono già i semplici esempi, la predicazione compare accompagnata dal suo soggetto ('ciò che serve') e il soggetto fa da rema dell'enunciato. Serve è il "dato", il suo soggetto è il "nuovo" e lo specifica comunicativamente.
Nel discorso pubblico, spesso, meglio, quasi sempre (viene fatto di dire con un calcolo a occhio) questo servire ricorre in contesti che non saturano tuttavia la sua griglia tematica. Griglia tematica? Niente paura: ci si spiega subito. Infatti, nel discorso privato e nella lingua di tutti i giorni è più frequente che tale griglia sia saturata. In altre parole, accade sovente che intorno a servire ci sia spiattellato tutto il corredo di funzioni sintattiche e di ruoli semantici di cui esso dispone: C'è un chiodo da togliere e mi serve una pinza. Sai dove sta?
Ecco appunto farsi luce un elemento molto importante di quella griglia e fondamentale per intendere esattamente cosa serve porta con sé, come predicazione. È il ruolo manifestato da mi 'a me', nell'ultimo esempio. In altre parole, il servire qui pertinente, oltre a un soggetto ('ciò che serve'), per dirla con i grammatici e le grammatiche, ha un complemento di termine, interpretabile come un complemento di vantaggio. Un beneficiario, insomma. D'accordo, "serve". Ma "a chi" (e "per fare cosa")?
Come si sa, la lingua è generosa. La lingua "serve" a dire qualcosa, per il senso comune (che, come osservò Alessandro Manzoni, capita sia nemico del buonsenso). Ma, dicendo quel qualcosa, con la sua generosità, la lingua "serve" anche a tacere qualcos'altro. E l'importante complemento di termine del servire in questione, il suo complemento di vantaggio, il beneficiario, conta spesso come quel "qualcos'altro", come ciò che viene (opportunamente) taciuto. In effetti, è tacibile Non c'è l'obbligo di renderlo esplicito. E a che si vuole che serva dire a chi "serve" ciò che "serve"? Talvolta, può persino essere nocivo al discorso (capita che la chiarezza lo sia).
Infatti, come si osservava, soprattutto per il discorso pubblico, il beneficiario, lo si tace quasi sempre. "Serve". "A chi?" verrebbe fatto di chiedere, quando lo si sente proclamare. Ma si rischia di passare per discoli e per impertinenti. L'attesa di una risposta sarebbe del resto inutile. "Serve" tende insomma all'assoluto. In quel tipo discorsivo, allude quasi sempre al mistero che va sotto la designazione (fantasmatica) di bene comune. Bene comune è un concetto molto prossimo a senso comune e in associazione con il quale interi costrutti socio-culturali sono stati, sono, saranno edificati. S'è mai visto allora qualcosa di più ideologico di ciò che quasi sempre gli enunciati con "serve" non dicono?
Anche tra i capitoli delle grammatiche, con tutti quei perentori "serve", si aggira dunque un fantasma. Si dirà che è un'evanescenza meno inquietante. Vero. Si tratta infatti del fantasma del(la) parlante. Un fantasma che, in versione multipla, diventa, come si sa, la comunità parlante. C'è infatti una curiosa coincidenza tra l'epochè del beneficiario di "serve" e una sua qualsiasi ipostasi qualificata come comune. A cosa serve specificare? È un bene, un senso, un luogo comune. Lo si sa.
Ma, di nuovo, qui viene il bello. Perché a questo punto si capisce come, apparentemente ridondante, "serve" dica invece una cosa importantissima. Dice quale idea della relazione che passa tra (comunità) parlante e lingua hanno grammatici e grammatiche che in questo, va detto, sposano felicemente e confermano il senso comune di profani e profane. Per illustrare di cosa precisamente si tratta, meglio di un reboante discorso, vale forse la similitudine che procura un vecchio e popolare aneddoto. Anzitutto, i protagonisti e l'ambientazione.
Franco Evangelisti (1923-1993) era un uomo politico della Democrazia Cristiana, attivo a Roma e nel Lazio e non solo in quell'area esponente di spicco della corrente andreottiana. Gaetano Caltagirone (1929-2010) era un imprenditore romano del settore edile (vulgo, palazzinaro, ma non di piccolo calibro). I due furono sodali, nel condiviso scorcio della seconda metà del Ventesimo secolo.
S'era appunto agli inizi degli anni Ottanta e una volta, con lo schietto e sfrontato cinismo allora di tanto in tanto affiorante nel ceto politico, Evangelisti fece una scandalosa confidenza a un giornalista (in séguito, ne pagò il fio). Gli rivelò che, ogni volta che gli capitava di telefonare a Caltagirone, ad apertura di conversazione, questi regolarmente gli chiedeva: "A Fra', che te serve?".
Grosso modo, è il modello di relazione che profani e profane e un numero tutt'altro che trascurabile di specialisti e specialiste (grammatici e grammatiche in testa) immaginano viga appunto tra lingua e parlante. Parlante, nel ruolo di Evangelisti. Lingua, in quello di Caltagirone.
Urge nel(la) parlante l'esigenza di esprimere o (come si pensa e si dice più di frequente) di comunicare qualcosa? Per ottenere quanto "serve", chiama illico et immediate la lingua. Usa a ricevere appelli, ancor prima di conoscere la richiesta specifica e per risparmiare tempo, la lingua risponde interrogativa: "A parla', che te serve?". Udita l'istanza e generalmente disponibile (come pare fosse Caltagirone con Evangelisti), la lingua procura al(la) parlante il necessario, quanto "serve": un aggettivo, un avverbio, un nome e ogni altro genere di risorsa.
Tutto accade ovviamente in un foro istantaneo e interiore. Con buona pace di quel pover'uomo di Émile Benveniste che, come in questo diario si è ricordato ora è qualche anno, provò a dire in proposito una parola di buonsenso. Ma, di nuovo, a che "serve" il buonsenso e, soprattutto, cosa può mai contro il senso comune?
7 agosto 2025
3 agosto 2025
C'è "maestro" e "maestro": Leonardo Sciascia, proprio, e Andrea Camilleri, figurato
Di Andrea Camilleri, nell'anno in corso, si celebra il centenario dalla nascita. È superfluo ricordarlo qui. Ispirate e sostenute da ragioni commerciali ed economiche (ci si intenda, comprensibili, se non etimologicamente plausibili e perfino lodevoli), la quantità di manifestazioni, di celebrazioni, di iniziative editoriali e giornalistiche che prendono spunto e amplificano la ricorrenza dice che, per la nazione di espressione italiana, il centenario camilleriano è il massimo avvenimento culturale del 2025. E qualcosa questo vorrà dire, per la nazione di espressione italiana.
Non c'è d'altra parte da stupirsene. Da una prospettiva socioculturale, Andrea Camilleri - tanto lo scrittore, quanto la "pirsona" - è stato e (a quanto pare) continua a essere uno sfaccettato fenomeno nazionale.
In proposito, Apollonio rinvia alle sortite del suo alter ego, ordinate da una modesta prospettiva linguistica. Ha ormai un quarto di secolo la prima, spontanea; tutte le successive sono state invece sollecitate - e pare, fino a un certo momento, per suggerimento di Camilleri medesimo: ammirevole consapevolezza o semplice equivoco? Poco importa.
A dare un pretesto al presente frustolo è, in effetti e come al solito, un marginale dettaglio. Nel grande clamore del centenario, spesseggiano infatti le occasioni in cui la menzione di Camilleri è accompagnata da un nome comune, con funzione di apposizione: maestro. Nello scritto, quasi regolarmente, con iniziale maiuscola; nell'orale, con l'enfasi opportuna e in ogni caso, come figurato titolo onorifico. Andrea Camilleri non è più insomma Andrea Camilleri, ma spesso e volentieri il Maestro o il maestro Andrea Camilleri.
Perfino il maggiore quotidiano nazionale, con sede milanese, lo menziona così in una campagna pubblicitaria corrente. Ha infatti acquistato dal fortunato editore siciliano i diritti per la ripubblicazione settimanale della parte dell'opera camilleriana che ha il commissario Montalbano come protagonista. Certo condotte prima del lancio dell'iniziativa, le indagini di mercato hanno evidentemente decretato che il relativo bacino ideale di lettori e di lettrici non è ancora integralmente saturo e, in modo complementare, che di Camilleri non ce ne sarà mai a sufficienza. O ritualmente, che vale la pena che se ne faccia un'iterata menzione, come fosse un'orazione: ...ora pro nobis.
Anche qui, ci si intenda. Nulla che confligga con l'ethos nazionale: l'enfasi e la ridondanza (dei titoli) ne sono un tratto tradizionale. L'Italia del ventunesimo secolo è appropriata continuazione di quella degli ultimi secoli (c'è bisogno di prove?). Caso mai differente solo perché adesso è demograficamente estenuata. E in Italia maestro (con eventuale maiuscola) è titolo d'onore consueto. A chi cercasse conferme, Apollonio può subito fornire un opportuno indirizzo bibliografico.
Si appresta infatti a compiere venti anni Venerati maestri di Edmondo Berselli. "Il compianto Edmondo Berselli" avrebbe potuto scrivere Apollonio, se avesse voluto alludere, per gustosa mise en abîme, all'eventualità di fare anche di Berselli "un venerato maestro", al pari di quel che, per il libro, sono ironicamente i suoi personaggi: da Battiato a Eco, da Bobbio a Scalfari, da Asor Rosa a Calasso e molti altri, ancora attivi e che non vale quindi la pena di menzionare. Sono infatti "tra noi" e la loro maestria, in tutte le relative arti e i relativi mestieri, è riconoscibile e in pieno esercizio.
Tra Porto Empedocle e Racalmuto non sono però nemmeno cinquanta chilometri e, come nuovo cliché del discorso pubblico, sentire dare del maestro a Camilleri, che maestro per mestiere non era, ma che lo è divenuto per titolo d'onore, suscita in Apollonio un'associazione contrastiva. Essa gli pare rivelatrice e come tale è qui proposta ai suoi benevoli lettori.
A Racalmuto (o a Regalpetra, recita il titolo di un libro, sul fondamento di una toponomastica fantastica ma trasparente), la letteratura nazionale contò in effetti un maestro, propriamente e con iniziale minuscola: Leonardo Sciascia.
Attenzione: non c'è testimone né evento della vita di Sciascia che non dica che egli cercò, riuscendovi, di sottrarsi agli aspetti materiali connessi con tale qualificazione professionale. Aspirando a quelli morali che si correlano al passaggio da proprio a figurato e da minuscola a maiuscola? Forse.
Ammesso l'aspirazione ci fosse, lo sforzo fu tuttavia vano. Morì, il (propriamente) maestro Leonardo Sciascia, senza maiuscola e senza passare appunto da maestro proprio a maestro figurato. Probabilmente morì anche non ignaro che, per conseguire tale passaggio, è socialmente necessario non si spiaccia a nessuno. Un'attitudine che non era proprio tra le sue.
"Maestro", per figura (e con maiuscola), non è infatti titolo che si acquisisce dedicandosi, a torto o a ragione, al contropelo. E, quanto all'opera cui ci si consacra, non è la sua qualità a essere pertinente in proposito, quanto il suo conformismo rispetto allo spirito del tempo e del luogo che conferiscono l'onore (scrivere "la sua conformità" sarebbe stato un eufemismo).
Sciascia era un maestro elementare. E cosa avrebbe potuto e dovuto fare, un maestro scrittore, se non scrivere in italiano, nella lingua della nazione? Lo faceva però da vero e proprio anti-italiano, almeno nelle sue aperte intenzioni e, va detto, con qualche felice esito (felice, si intende, per il lettore e per la letteratura).
Camilleri, maestro non era. Lo è diventato per figura. Come? Facendo sembiante di scrivere in una lingua tutta sua e, programmaticamente, non in quella della nazione. Una trovata ben riuscita, da abile "tragediaturi", che, con i sali e le spezie di una prosa apparentemente personale, ha dato non solo sostanza, ma anche e forse principalmente forma a un'opera arci-italiana.
Essa ha in effetti incontrato in tal modo un pubblico bramoso di conferme e di ovvietà, tanto meglio se sapide e aromatizzate, che l'ha immediatamente riconosciuta come sua. Giustamente dubbioso, sulle prime, della efficacia dell'operazione, Camilleri vide via via crescere intorno a sé e alla sua opera plauso e consenso. Con stupore, da uomo intelligente, comprese che l'Italia stava trovando in lui ciò che le mancava da qualche tempo: un interprete ideale o, come si diceva un tempo, un vate.
Presentarsi a quel punto "in pirsona" come arci-italiano, per Andrea Camilleri fu quasi obbligatorio, oltre che naturalissimo, perché probabilmente conforme alla sua indole. Creò così, di se stesso, un personaggio forse meglio riuscito del celebrato e arci-italiano Salvo Montalbano e, a dire il vero, come oggi si ha modo di verificare, persino più celebrato.
E come arci-italiano, nei riti in memoria, egli oggi viene appunto offerto: un maestro santo o, se si preferisce, un santo maestro. Soprattutto nell'animo di coloro che leggono (e, si direbbe, pour cause), l'Italia clericale e bisognosa di culti non è sparita solo perché le chiese sono via via sempre più deserte e sono sparite sezioni e cellule di partito.
E così, la nazione celebra "il maestro Andrea Camilleri", specchiandosi, divertita, soddisfatta e per intero nella sua Vigata paradialettale. Quanto le sarebbe costato invece e ancora le costerebbe farlo, si osservi, in italiano, nelle crude "B.", "C.", "S." in cui si svolge Il giorno della civetta o nella cittadina senza nome che fa da truce sfondo ad A ciascuno il suo? E non è senza valore questo stridente contrasto onomastico, ma se ne ragionerà eventualmente altrove.
L'Italia è in effetti (una) Vigata e tale, con il suo Camilleri in primo piano, preferisce restare.
Un'ovvietà, si dirà. Un topos e un esito scontato: unicuique suum. E cosa si voleva ci fosse sotto l'osservata, banale differenza linguistica tra una figura, "il maestro Andrea Camilleri", e un uso proprio, "il maestro Leonardo Sciascia"? Non c'è partita: stravince la figura. E, dal Gottardo a Lampedusa, farci è sempre più efficace e redditizio di esserci.
Iscriviti a:
Post (Atom)