Il mare, Il ciclone...: aggiungano i due lettori di questo diario il soggetto che preferiscono a quanto dice il titolo, lacunosamente. La cronaca di questi giorni dà ampia possibilità di scelta.
Della costa ionica siciliana, soprattutto della più settentrionale, Apollonio sa qualcosa, per osservazione diretta, da settanta anni. E in settanta anni, quella parte di mondo, si dica da Messina all'antichissima Naxos, visita dopo visita, l'ha vista mutare. Molto.
L'habitat era diffuso e gli insediamenti umani che la punteggiavano intensamente, ci si riferisce ai marini, si tenevano opportunamente discosti dal mare, fuori di poche eccezioni, per accidente riparate dalla natura. Dunque, lunghe e larghe spiagge e, ben distanti dalla battigia, niente case di abitazione. Modesti rimessaggi, piccoli edifici di servizio, magazzini per il deposito degli attrezzi da pesca o per lo stoccaggio di prodotti agricoli. E muri a protezione di numerosi "giardini".
Non c'era lungomare che non fosse la spiaggia medesima. Al suo culmine, un modesto e stretto camminamento, in terra-sabbia battuta, permetteva di spostarsi da un luogo all'altro, per imboccare una delle stradine perpendicolari che, dopo un centinaio di metri e talvolta di più, sboccavano sulla strada principale, che correva ovviamente parallela alla costa. La "Consolare Valeria", questo l'odonimo, Apollonio non sa quanto storicamente ragionevole e giustificato.
Lungo tale via e non in faccia al mare, si svolgeva la vita delle piccole cittadine e si trovava la teoria degli edifici principali, pubblici e privati. A monte, qualche parallela, chiusa tra la riva di un torrente e quella di un altro, bastava di norma a contenere le comunità.
Non è più così, naturalmente. Né Apollonio sta qui a lamentare la fine di quello stato. Sa che, legato com'è nella sua mente all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza non può che parergli mirabile, per irreparabile difetto del punto di vista. Se, sine ira et studio, si cerca tuttavia il tratto pertinente del cambiamento, non si fa fatica a individuarlo. Consiste in una sfida al mare.
Sulle spiagge, restringendole severamente, si è ovunque gettato l'asfalto di un lungomare e il lungomare ha fatto da miccia per l'esplosione della correlata speculazione edilizia. Hanno cominciato a guardare il mare da presso e con aria di sfida comunità che un tempo, vivendo spesso in parte di mare e in parte di terra, al mare davano le spalle. Era un segno di rispetto. Il rispetto di chi, conoscendolo, se ne teneva con cautela a distanza di sicurezza. Ma cos'è diventato a un certo punto il mare, per quelle comunità che pure pretendono di viverne, se non una grande piscina per turisti e villeggianti?
Un lampante accecamento della ragione che suppone giochino sulla stessa scala tempi umani e della natura: "In cinquanta anni, mai visto niente di simile!". Come non ridere di sortite del genere? A tale riduzione domestica e bottegaia, prima o poi accade però di essere apertamente smascherata.
Di tanto in tanto (e adesso, pare, anche con buone ragioni e qualche maggiore frequenza) Poseidone fa Poseidone e Eolo, per incarico di Zeus, fa Eolo, come dicevano miti e credenze ben più ragionevoli delle folli opinioni di chi ha preteso e si è bambinescamente illuso che non esistano. Capita così che i due malnati (e, sulla scala umana, immortali) devastino, come dicono le cronache e le gazzette, i bordi della piscina degli sciocchi mortali. È nella loro incoercibile natura. Quasi sempre e solo, devastano in altre parole le devastazioni già prodotte dall'improntitudine umana. Le materiali, presto ripristinate e, se possibile, rese anche più devastanti. Le morali, come la stupidità che le sostiene, irreparabili.
Se si avesse solo un po' di sale in zucca, la volgare e rapace improntitudine dei mortali dovrebbe dunque figurare come soggetto del titolo di questo frustolo. A essa e non a Poseidone o a Eolo va infatti fatto carico dei danni che oggi si lamentano in coro con autentica spudoratezza.

Nessun commento:
Posta un commento