26 febbraio 2013

Linguistica da strapazzo (11): "E"

"In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio". Riflettere un momento su questo celebre incipit è quanto basta a chi è curioso di sapere cosa vale e in italiano e cosa vale ciò che, per funzione, corrisponde a e in idiomi apparentati. Sì, e: la congiunzione, come la si definisce, di coordinazione. 
Basta infatti egli si chieda non solo dove e compare in quel passo d'apertura del Vangelo di Giovanni ma anche dove non compare, cercando d'intendere il valore di tale opposizione. L'opposizione qualifica tanto il dato positivo quanto il negativo. Il valore del negativo giganteggia, per la sua chiarezza, e getta la sua luce su quello del positivo: miseria della filologia e del culto ontologico del dato attestato. 
E non ricorre in principio. Una volta che si sia principiato, per e la via è spianata.
Nel Big Bang di un'espressione, in altre parole, e, forse, in quello dell'espressione, e non c'è. E se e c'è, il Big Bang è simulato o, se è un Big Bang, è un Big Bang che simula di non esserlo. 
Una e è insomma sempre marca d'una ripresa. È marca, al massimo, di un nuovo inizio ma non dell'inizio. Così capita che una e d'apertura (come sovente se ne trovano) possa alludere a un precedente indefinito e arcano o a uno ben noto e definito, almeno per convenzione. Fare, insomma, poesia, anche a buon mercato, o valere come ammiccamento per chi, della storia, conosce già le puntate precedenti e funzionalmente omologhe. 
Perché e coordina, si dice, ma appunto solo ciò che è reciprocamente coordinabile ed è rispettosa delle differenze funzionali né mai potrebbe passarci sopra. E non crea, aggiunge un anello e fa catena.
Modesta, servile, dignitosamente umana. Odiosamente umana. 

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