26 marzo 2026

Linguistica da strapazzo (62): Epifanie quotidiane dell'imperfetto

Per caratterizzare l'imperfetto romanzo e quello italiano in particolare, c'è da tirare in ballo l'aspetto e il tempo, ovviamente, ma anche il modo.
Per provarlo, non sono necessarie arcane ricorrenze letterarie né riflessioni complesse. L'imperfetto è vivo e presente nell'espressione italiana di tutti i giorni ed essa ne mostra con ricchezza il valore modale.
In questo diario, si è forse già scritto di quanto testimoniano quotidianamente in proposito coloro cui viene concessa in diretta la parola nel corso della seconda parte di Prima pagina, trasmissione in onda al mattino su Rai Radio Tre. 
Capita esordiscano con un "Chiamavo per...", "Intervenivo sul...", "Telefonavo a proposito del...". Sono ascoltatrici e ascoltatori che mirano a essere cortesi. Servirsi del presente, al loro orecchio riflessivo, parrebbe forse perentorio ("Chiamo...", "Intervengo...", "Telefono...") per dire ciò che, nella cruda "realtà", stanno facendo proprio nel presente della loro enunciazione. Li soccorre allora un imperfetto di attenuazione, i cui contorni temporali si sfumano e distanziano l'atto, tanto da renderlo già quasi narrabile. In altre parole, non attuale, per paradosso. 
Ma la cortesia è piena di (apparenti) paradossi che nel sistema della lingua hanno invece una loro precisa ratioLa posso disturbare? è quanto capita per esempio di indirizzare a un essere umano maschio, con baffi e barba, con cui non si è in confidenza e cui si vuol rivolgere una richiesta. Terza persona, invece di seconda, e femminile, invece di maschile. Che imbroglio! Ci fosse una corrispondenza con la "realtà"...
L'imperfetto, quindi passato al posto di presente, è allora quanto, come modo, la competenza nativa suggerisce a costoro per accostarsi all'interlocutore con garbo comunicativo. Il medesimo imperfetto che al commesso o alla commessa (quando ancora tali figure esistevano stabilmente al di là del banco di un negozio) indirizzava un "Cercavo...", "Mi serviva..." ed era talvolta anticipato, per converso, da un "Desiderava?", "Voleva qualcosa?". 
Se non "qui  e ora", quindi nel presente, quando sarebbe mai il momento di tale desiderio? Ma in questione non è il "tempo" (né il "genere", il "numero", la "persona", intesi come crudi riferimenti), quando è questione di lingua e, correlativamente, di modi e di modo.
Che ci sia d'altra parte uno stretto legame tra imperfetto e narrazione o, per dirla diversamente, che l'imperfetto sia, oltre che il tempo, anche il modo narrativo per eccellenza è ridondante ribadirlo. Ma, ora che agli arbitri delle partite di calcio è stato generosamente concesso (o forse orribilmente imposto?) di spiegarsi in pubblico, è in proposito divertente osservare come l'imperfetto narrativo dei resoconti della polizia giudiziaria e, in modo correlato, del vecchio giornalismo si affacci sulle loro labbra: "Il giocatore con la maglia numero 25 toccava il pallone con il gomito del braccio sinistro..." proclama il fischietto (antonomasia classica) giudicante, giustificandosi al cospetto della folla che lo giudica. È difficile non vedere nella nuova procedura il segnale di una deriva sinistra.
Di recente, un caso gustoso e rivelatore del valore modale dell'imperfetto si presenta poi con frequenza nel corso di una popolare trasmissione televisiva. Ai due lettori di questo diario non mancherà una (anche modesta) esperienza del game show "Affari tuoi". Apollonio evita conseguentemente di spiegare per filo e per segno il funzionamento del gioco che vi si mette in scena e si limita all'essenziale.  
Ebbene, fin quando il gioco è in corso e, a regolare cadenza, viene il momento di aprire un pacco indicato dalla o dal concorrente, il conduttore introduce l'apertura con la formula "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] ci sono...": il verbo è, si direbbe naturalmente, al presente indicativo. 
Il gioco può essere però interrotto da chi trova conveniente smettere di sfidare la sorte, accettando quanto viene offerto. La partita in tal caso si chiude, ma a verifica e certificazione della sua regolarità si procede egualmente all'apertura dei pacchi fino a quel momento intatti. Da lì in avanti, cambia la formula con cui il conduttore accompagna il rito. Con la medesima naturalezza che prima si attribuiva al presente, il verbo passa all'imperfetto: "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] c'erano...". Un dettaglio che è tutt'altro che trascurabile e che, come nel caso delle coppie minime fonologiche, mette in perfetta luce un valore oppositivo delle forme. 
Si può pedanteggiare, in proposito, e dire quell'imperfetto variante colloquiale e formalmente semplificata di un eventuale "...ci sarebbero (stati)". Proprio così: variante. E il valore modale del (liberamente) commutabile "...ci sarebbero (stati)" non ha bisogno di essere illustrato o argomentato: condizionale, dice la tradizione terminologica. È il valore che ha l'imperfetto: modale.
Insomma, nel gioco di "Affari tuoi" (come in quello della vita), capita che il presente non diventi specificamente passato, si badi bene, ma passi, nel sistema, a una condizione di non attualità. Valori diversi, forme diverse. A quelle del presente si sostituiscono quelle dell'imperfetto. E nuovamente non (solo) specificamente quanto alla categoria del tempo, che si scolora, nel caso specifico, verso l'assenza di pertinenza. Pertinente è invece, quando arriva l'imperfetto, che si sia fuori del gioco: nel modo dell'inattuale (e del narrabile). 
Ma cos'è, allora, il passato, perlomeno linguisticamente considerato, se non una fattispecie di una ben più generale inattualità modale? Un gigantesco e sempre crescente fuori gioco? C'è il rischio che questo frustolo finisca speculando e non è il caso. La lingua si spiega da sé: è criterio che fa da cardine della linguistica da strapazzo. Al linguista da strapazzo basta e avanza, per dirsi contento, ciò che della langue gli dice con semplicità ed evidenza Stefano Di Martino, come locuteur, con la sua parole.

24 marzo 2026

Gualtiero Calboli, "La linguistica moderna e il latino. I casi": più di cinquanta anni dopo e per sommessa testimonianza

La sopraccoperta faceva il verso a Mondrian, come segno di modernità. Era il 1973. La linguistica moderna e il latino. I casi di Gualtiero Calboli era uscito un anno prima. Per un appena ventenne, classicista soltanto immaginario, le quasi quattrocento pagine furono una lettura appassionante. 
Heterogonie der Zwecke. Il libro gli era stato passato dall'"assistente" (per essere precisi, nel lessico accademico di allora, dal "contrattista") della "cattedra" di Glottologia perché trovasse modo di tirarne fuori lo stretto necessario a sfangarsi rapidamente dalla tesi di laurea, togliendosi in tal modo dai piedi con pari velocità.
Ma il morbo era già stato contratto e le parole di Calboli lo aggravarono. Esponevano una nutrita serie di fantasie, dalle antiche alle allora contemporanee, sopra un tema che si sarebbe detto trito, a pensarlo nei limiti dell'insegnamento cui l'appena ventenne era stato a lungo esposto: normativo e non descrittivo. E, procurando uno sfaccettato catalogo di modelli e dei soggiacenti ragionamenti, quelle parole provavano che era tutt'altro che trito! 
"I casi" e, nel suo complesso, il caso, come forse si sarebbe dovuto scrivere anche in copertina, diventavano una cosa o un'altra in funzione dei cambiamenti del punto di vista. Un incoraggiamento a fantasticare, per andare oltre uno sterile sapere (ammesso che tale fosse) e per tentare (fosse anche vanamente) di capire. Tutto lì. Si dica se non basta per un'inesauribile gratitudine.

21 marzo 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (48): Ostentazione e buone azioni



Ostentazione e buone azioni non sono compatibili, dettò Matteo il Pubblicano: al di là della fede, chiunque voglia fare saggia esperienza degli esseri umani usi tale criterio per giudicare se sono veramente buone quelle azioni che vengono esibite come tali.

19 marzo 2026

Presi al volo (3): Seneca e il bimbetto...

Non avrà ancora quattro anni il bimbetto che avanza piano, mano nella mano del padre, a pochi passi da Apollonio, quando sulla destra gli si apre alla vista il banco di esposizione di una pescheria: 

"Papà! Il letto dei pesci..."

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"Quod dico, non videbitur durum, quamvis  primo contra opinionem tuam pugnet, si te commodaveris mihi et cogitaveris plures esse res quam verba. Ingens copia est rerum sine nomine, quas non propriis appellationibus notamus, sed alienis commodatisque. Pedem et nostrum dicimus et lecti et veli et carminis, canem et venaticum et marinum et sidus; quia non sufficimus, ut singulis singula adsignemus, quotiens opus est, mutuamur".
È il De Beneficiis (2.34.2) di Lucio Anneo Seneca. E il bimbetto illustra il passo con una pennellata di naturale, ingenua e spietata poesia. Metafora in statu nascendi

[Approssimativamente: "Quanto dico non ti sembrerà difficile, sebbene a prima vista vada contro la tua opinione, se mi presterai ascolto e considererai che ci sono più cose che parole. C'è così una gran copia di cose prive di nome, che non designiamo con i loro nomi, ma con nomi di altro e accomodati. Chiamiamo piede il nostro, quello del letto, quello della stoffa e quello del verso, chiamiamo cane quello da caccia, il marino e una costellazione. Dal momento che non siamo in grado di dare nomi singoli a cose singole, quando serve, li prendiamo in prestito".]

15 marzo 2026

Linguistica candida (81): "Ma chi se ne Frege!"

"Mi ero scocciato di fare come esempio di sinonimia «gatto» e «micio», che non funziona bene per la nota questione della 'coloritura' (il valore affettivo del secondo termine). Da ora in poi, «cistifellea» e «colecisti»": questa dichiarazione dal tema linguistico, Apollonio l'incrocia tempo fa, per accidente, in una rete sociale. Chi l'ha prodotta è un filosofo (del linguaggio). La sede di ricorrenza dice naturalmente che non si tratta di qualcosa di cui si possa fare oggetto di una discussione seria. Proprio perciò perfetta a fare da pretesto per una confessione qui, dove la serietà non è di casa.
Apollonio confessa in effetti di invidiare, benevolmente, chi si è espresso in quel modo e di considerarlo felice e fortunato. Come il Tonio manzoniano lo fu dalla peste, senza venirne ucciso, Apollonio fu toccato dalla filologia nel corso della sua formazione. Da allora, ha vissuto il suo rapporto con la lingua, sentimentale e (sempre che lo si possa dire) intellettuale, da filologo a metà. Un'esistenza piena di turbe. Per esempio, a proposito delle due coppie di parole messe in relazione da quella dichiarazione per dire della sinonimia, gli guastano il piacere di goderne e di entusiasmarsene, come forse si dovrebbe, fastidiose arrière-pensées, cautelose remore, complicazioni artificiose. 
Quanto a gatto e micio, non si tratta soltanto o precisamente di ciò che lì viene detto "'coloritura'". Tra i filologi a metà del secolo scorso, ci fu infatti chi propose di definire il fenomeno in questione nei termini di una stratificazione di signifié e di signifiant (o di contenuto e espressione: così si espresse, va detto, meno felicemente). Così da spiegare, per esempio, come mai a una morosa accada di appellare felicemente "Micio!" il suo moroso, ma meno felicemente "Gatto!", mentre, rovesciando il rapporto tra i generi, le cose non si presentano in modo tanto netto.
Anche perché, in guisa correlata, nel contrasto tra gatto e micio un mezzo filologo vede in gioco la bizzarra faccenda dell'onomatopea. Questa, dicono, è ostacolo sperimentale e concettuale alla ipotesi dell'arbitrarietà segnica (cioè della funzione che si instaura appunto tra i già menzionati signifiant e signifié). Mentre a lui ne pare invece palese conferma. 
Micio si trascina dietro miao, è vero. Ma non si è mai sentito un gatto proferire "miao". Si sono invece uditi proferire "miao" tanti esseri umani, cresciuti a pane e italiano, per rappresentare il fiato fonico che esce dalla bocca del gatto, traendone una pertinenza fonologica, all'espressione del felino proprio estranea. Chi proferisce miao non proferisce infatti Liao né Biao né Diao e bisogna soprattutto guardarsi dal pensare che, fuori della rima e della grafia, il suo miao possa essere messo in proposito a confronto con ciao, che di pezzi funzionali ne conta solo tre. 
Per concettualizzare acusticamente il verso del gatto, gente cresciuta a pane e altra lingua fa d'altra parte quasi lo stesso o fa diversamente. Quanto per gente simile corrisponde lessicalmente al micio italiano va tuttavia talvolta molto lontano dall'onomatopea felina. Rimane egualmente in un'area espressiva radicata nella lingua infantile o infantilizzata e, di nuovo, da lì l'esito lessicale passa connotativamente, come stuzzicante eufemismo, nella lingua delle più intime relazioni tra esseri umani, raggiungendo quel rovesciamento dei valori di genere, a proposito di micio e di gatto, cui sopra si alludeva. Bah!
Quando poi, coppia sinonimica per coppia sinonimica, a gatto e micio si accostano cistifellea e colecisti, allo spirito di un mezzo filologo si presenta il fantasma di Giacomo Leopardi. Come negare infatti una buona ragione al pessimismo del poeta e prosatore recanatese (descrizione definita), quando si osserva l'infelice destino che tra i dotti continua ad avere la bella e opportuna distinzione da lui posta tra "parole" e "termini"? 
Come le mele e le pere nella metafora dell'operazione aritmetica, per un (leopardiano) filologo a metà, parole e termini sono cose che non si possono mettere insieme grossolanamente: "Le parole [...] non presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più [micio, si direbbe] quando meno [gatto, si direbbe] immagini accessorie. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini [sono termini e non parole cistifellea e colecisti, si direbbe] perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti": così appunto nello Zibaldone
Che poi, in certi ambienti, anche coltivati, e in certi discorsi, anche sofisticati, si sia usi chiamare termini le parole e parole i termini e, con paradossale pretesa di chiarezza, fare così di tutto un guazzabuglio, a un mezzo filologo dispiace e appunto ne soffre, ma, rassegnato, proprio non può farci nulla. E se qualcuno proclama che, come esempio di coppia sinonimica, cistifellea e colecisti risultano più adeguati di gatto e micio è impossibile che, giudicando costui beato, non pensi che è tale come di solito è uno scopritore dell'acqua calda... 
Due termini contro due parole: andando a caccia di coppie sinonimiche, quando mai ci sarà partita in proposito tra termini e parole? Il mezzo filologo non fa di nome Libertino Faussone, ma ha il sospetto che lo stesso si potrebbe dire della coppia di polirematiche (toh! ancora un termine) chiave a stella e chiave poligonale. O, per restare nel piccolo orto di casa, di apocope e troncamento.
Ma ecco evocata così ancora una questione, con la relativa turba, per un filologo a metà. Cistifellea: c'è del greco e del latino, lì dentro. Ma con il greco dottamente passato attraverso una sua resa nel latino della medicina medioevale. E poi un ordinamento, nella composizione dei due elementi, che si è fissato ponendo l'attributo, come predicato, dopo il nome, come argomento. Colecisti: tutto greco, ma dottamente ripescato; con questa combinazione di nome, come predicato anteposto, più nome, come argomento posposto, di certo più arcaizzante. Ma ripescato quando? 
Non si chieda di più a un mezzo filologo, per giunta in questa sede. Ma ricorrendo all'aiuto di una canonica opera lessicografica può ancora dire che cistifellea sta già negli scritti di un medico toscano attivo nella prima metà del Settecento e che colecisti ebbe una sua voce e, si pensi, proprio come sinonimo di cistifellea in un celebre vocabolario pubblicato da un editore napoletano alla fine del terzo decennio del diciannovesimo secolo. 
Delle vicende di micio e, ancor più, di gatto è invece inutile stare qui a dare anche il minimo conto. Ma certo è bello e suggestivo leggere, in una voce lessicografica del primo: "'Micio': così si chiama da' piccoli bambinelli il gatto, per essere la voce più comoda alla loro pronunzia e perché è accompagnata da un certo suono, al quale quell'animale facilmente risponde". Storie secolari, insomma, che, a ricostruirle passo dopo passo, testo dopo testo, è quasi ovvio che, per esaurimento e per non proclamarsi disperato, con i suoi pochi mezzi e in preda a una sua tipica turba, il mezzo filologo sia quasi tentato di aderire spiritualmente alla bella favola proposta sulla lingua da un Giambattista Vico. Insomma, in un modo o nell'altro, quasi un suicidio intero, per un filologo a metà.
Lo ammettano allora e in conclusione i due lettori di questo diario, se hanno avuto la pazienza di giungere fin qui. Apollonio ha ragione a essere invidioso di quel filosofo del linguaggio, al cui spirito le sinonimie si presentano con fresca e nativa naturalezza. Quanto più felice e fortunato di un misero filologo a metà è chi, di tutto questo ciarpame di una filologia dozzinale, consapevolmente o, ancora meglio, inconsapevolmente, può infatti proclamare: "Ma chi se ne Frege!"

10 marzo 2026

Lingua loro (58): "Quella che è...", una retrodatazione

"E veniamo rapidamente a quello che è il succo del discorso": questo esempio paradossalmente paradigmatico testimonia un inarrestabile sviluppo della sintassi della determinazione in italiano. Tale sviluppo non è più soltanto una tendenza. Si è ormai molto ben consolidato. Ai filologi del futuro toccherà di dire quali ne saranno gli esiti di sistema, al di là dei già prevedibili. 
Diffusione e popolarità già più di quindici anni or sono ne consentivano l'individuazione. Stefano Bartezzaghi ne scriveva appunto in un libro del 2010 sui "tormentoni". "«Ti dico le mie obiezioni» è vissuto come più debole di «Ti dico quelle che sono le mie obiezioni»", osservava Bartezzaghi. Qualche tempo dopo, l'alter ego di Apollonio propose di inquadrare il fenomeno in una prospettiva diacronica (e morale) di lunga durata. C'è infatti una sorta di faglia tettonica, quanto alla sintassi nominale, che interessa, con il suo moto millenario, latino e lingue romanze e non solo nel caso della scomparsa della declinazione nominale, sempre menzionato. Nella sua forma canonica, il primo non aveva articoli; le seconde, tutte, li hanno invece canonicamente sviluppati. E ce ne sono che continuano a procedere, evidentemente. 
La lingua, come sistema, è oltre-umana. Ha derive che vanno ben al di là di quanto possa viverne una persona, come esperienza diretta. È questa una delle ragioni di una disciplina futile e paradossale: la filologia. Umanistica, proprio in quanto consente di andare oltre. 
Capita allora che, filologicamente, ci si renda conto di una frana, per secoli quiescente, che ricomincia a muoversi. Il, lo, la, igli, le sono esiti di una antichissima innovazione a suo modo rivoluzionaria. Non bastano più, però, come forme e modi della determinazione, a chi parla un italiano di tendenza. Quel, quello, quella che è... e quelli, quelle che sono... è quanto ormai capita si trovi sulle sue labbra ed esca, per dir così, dalla sua penna, in combinazione con certe funzioni sintattiche (ma non è questa la sede per pedanteggiare e per entrare nei dettagli, in proposito).
Tanto profonda e misteriosa, nei suoi moti, la lingua è tuttavia anche una funzione sociale. Forse, la funzione sociale per eccellenza. Motivata ben al di là della consapevolezza di coloro che se ne fanno portatrici e portatori, non c'è tendenza che non abbia così le sue avanguardie. Di lì, un interesse per il filologo alla ricerca di attestazioni per così dire precorritrici di ciò che oggi è macroscopico. Di "...quello che è il succo del discorso" se ne trova adesso a bizzeffe. Ma il fenomeno, quando aveva cominciato a occhieggiare? E dove? E chi se ne è fatto alfiere?
Nel corso di letture stravaganti di documenti novecenteschi, all'alter ego di Apollonio, fattosi attento, capitò così anni fa di incrociarne un esempio che gli parve meritevole di nota. Ne diede notizia, con un piccolo pezzo giornalistico, in séguito rimbalzato in rete. In un anno capitale per la storia italiana del Novecento e in una sede tremendamente conseguente ecco quanto si leggeva: "Un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza". Era il 1938 e, si pensi, era il primo fascicolo della prima annata della rivista La difesa della razza. Uno stigma, in altre parole, "quella che è...", che più stigma non si poteva.
Di recente, un'altra lettura stravagante, sempre per accidente, gliene ha fornita una bella attestazione. Precede di quasi un decennio l'appena esposta ed è anch'essa meritevole di nota. Chissà che un giorno non venga utile a chi, trovandone probabilmente testimonianze anche più antiche, vorrà fare una ricognizione storica dettagliata del fenomeno, specificando se non quali ambienti, perlomeno quali attitudini intellettuali sono state più permeabili all'innovazione e, fuori di eventuali differenze superficiali, hanno finalmente prevalso in termini antropologicamente culturali.
Ecco la nuova attestazione, in ogni caso: "Se senti che non vali niente di fronte alla volontà unita del partito e dell'Internazionale, allora fa [sic] quello che il partito e la Internazionale ti chiedono, dì [sic]: riconosco, mi umilio di fronte alla volontà dell'Internazionale e del partito; starò zitto e firmerò. Questo devi fare se hai coscienza di quella che è la logica della situazione". È il 1929. È un "giudizio personale" indirizzato da Palmiro Togliatti ad Angelo Tasca, che proprio quell'anno fu espulso dal Partito Comunista d'Italia come irriducibile buchariniano e pertanto antistalinista. Se ne legge il brano in questione in Leonardo Paggi, "La formazione del partito comunista di massa nella storia della società italiana", Studi storici, XII (1971), 2, p. 341.
Insomma, "quella che è..." è una quisquilia filologica, ma è significativamente testimoniata da voci che, nella storia del Novecento, più clamorose non potrebbero essere. Pare così che il filologo si trovi davanti a un minuscolo indicatore di gigantesche tragedie. Lo si dirà un indicatore accidentale e, a conti fatti, inopinato? Ma tout se tient, ad Apollonio e al suo alter ego suggeriscono sommessamente certi loro studi linguistici e non uno, ma due indizi danno sicuramente da pensare. 

6 marzo 2026

A frusto a frusto (151)




Le indignazioni senili: prove che l'immeritato dono della vecchiezza, sempre che la vecchiezza sia un dono, è andato sprecato.

[L'immagine è opera di Glen Hodson].

5 marzo 2026

Cronache dal demo di Colono (77): Rime (a Sanremo)

Impazza, dicono, la polemica sulla canzonetta e sull'interprete che hanno prevalso al Festival di Sanremo: Apollonio ha avuto altro cui pensare e non ha trovato modo di farsi adeguato spettatore dell'uno e lettore ben informato dell'altra. 
Percepisce adesso un'eco e ne ricava l'impressione che nel dibattito, come al solito, non si tiene nel conto dovuto il carattere di fiera commerciale della manifestazione: la principale di un'industria. Modesta, certo, come è ormai modesta ogni industria crucialmente fondata sull'espressione italiana, ma di un'industria che prova a individuare, volta per volta, qual sia la clientela nazionale che, nel momento, si presti meglio a fare da bersaglio, confezionando all'uopo un prodotto adeguato. Un segmento che negli anni può naturalmente mutare.
Al lavoro, c'è da supporre ci siano professionisti e quel che arriva sul palco e poi prevale è un'immagine, quasi sempre azzeccata, di una ricerca di mercato e del relativo pubblico. All'Italia nostalgicamente rockettara di qualche anno fa (era solo il 2021) si è così sostituita quest'anno quella neomelodica con juicio. Tema, interprete, lirica e un correlato motivo musicale sono conseguenti ma risciacquati nelle acque del luogo di produzione: Seveso, Lambro, Olona e Navigli, dei giorni nostri, va ovviamente precisato. Un sinolo partenopeo-ambrosiano, dove ciascuno può decidere dove stia la forma e dove la sostanza, sapendo d'altra parte che quanto vi è in apparenza di tradizionale e di avito è ormai solo una figura del discorso, se non un vano mito. In Italia, da decenni, il numero dei matrimoni (religiosi) decresce in effetti ancora più velocemente di quello delle nascite. E cresce, ma solo proporzionalmente, il numero di quelli con regime patrimoniale di separazione dei beni.
Fuori delle questioni sociologiche e di mercato il cui rilievo e la cui complessità superano di molto le modeste osservazioni che qui si possono esibire, una rima è la futilità che ha impressionato Apollonio nella vicenda. Ritiene d'altra parte sia la preminente nel brano vincitore del Festival. Sia cioè quella sulla quale si conta per fare risuonare e fissare il motivetto nella testa del pubblico d'elezione. 
È la rima tra i versi "Con la mano sul petto / Io te lo prometto", una rima, si osservi, formalmente comparabile con quella, per esempio, tra effètto e distrétto che i poeti in volgare si concessero or sono già quasi otto secoli, quindi domestica, ma certo culturalmente, se non antropologicamente selettiva, quanto a stimolo di un gusto o del suo opposto. 
Ci sono rime e rime, infatti. E dalle rime, segni nella posizione forte del verso, molto si coglie quanto al valore espressivo e comunicativo di un componimento. Ci si intenda, valore sempre relativo. E, per esempio, ma restando sempre tra le canzonette, chi trova congeniale al suo gusto la rima (giammai sanremese) "E sono ancora qui / Qui con le mie domande / ... / qui nelle mie mutande / ... / Cosa farò da grande?" è improbabile, ritiene Apollonio, sia stato considerato come destinatario ideale dell'espressione marcata dalla rima che quest'anno si è imposta nel Festival di Sanremo.