10 marzo 2026

Lingua loro (58): "Quella che è...", una retrodatazione

"E veniamo rapidamente a quello che è il succo del discorso": questo esempio paradossalmente paradigmatico testimonia un inarrestabile sviluppo della sintassi della determinazione in italiano. Tale sviluppo non è più soltanto una tendenza. Si è ormai molto ben consolidato. Ai filologi del futuro toccherà di dire quali ne saranno gli esiti di sistema, al di là dei già prevedibili. 
Diffusione e popolarità già più di quindici anni or sono ne consentivano l'individuazione. Stefano Bartezzaghi ne scriveva appunto in un libro del 2010 sui "tormentoni". "«Ti dico le mie obiezioni» è vissuto come più debole di «Ti dico quelle che sono le mie obiezioni»", osservava Bartezzaghi. Qualche tempo dopo, l'alter ego di Apollonio propose di inquadrare il fenomeno in una prospettiva diacronica (e morale) di lunga durata. C'è infatti una sorta di faglia tettonica, quanto alla sintassi nominale, che interessa, con il suo moto millenario, latino e lingue romanze e non solo nel caso della scomparsa della declinazione nominale, sempre menzionato. Nella sua forma canonica, il primo non aveva articoli; le seconde, tutte, li hanno invece canonicamente sviluppati. E ce ne sono che continuano a procedere, evidentemente. 
La lingua, come sistema, è oltre-umana. Ha derive che vanno ben al di là di quanto possa viverne una persona, come esperienza diretta. È questa una delle ragioni di una disciplina futile e paradossale: la filologia. Umanistica, proprio in quanto consente di andare oltre. 
Capita allora che, filologicamente, ci si renda conto di una frana, per secoli quiescente, che ricomincia a muoversi. Il, lo, la, igli, le sono esiti di una antichissima innovazione a suo modo rivoluzionaria. Non bastano più, però, come forme e modi della determinazione, a chi parla un italiano di tendenza. Quel, quello, quella che è... e quelli, quelle che sono... è quanto ormai capita si trovi sulle sue labbra ed esca, per dir così, dalla sua penna, in combinazione con certe funzioni sintattiche (ma non è questa la sede per pedanteggiare e per entrare nei dettagli, in proposito).
Tanto profonda e misteriosa, nei suoi moti, la lingua è tuttavia anche una funzione sociale. Forse, la funzione sociale per eccellenza. Motivata ben al di là della consapevolezza di coloro che se ne fanno portatrici e portatori, non c'è tendenza che non abbia così le sue avanguardie. Di lì, un interesse per il filologo alla ricerca di attestazioni per così dire precorritrici di ciò che oggi è macroscopico. Di "...quello che è il succo del discorso" se ne trova adesso a bizzeffe. Ma il fenomeno, quando aveva cominciato a occhieggiare? E dove? E chi se ne è fatto alfiere?
Nel corso di letture stravaganti di documenti novecenteschi, all'alter ego di Apollonio, fattosi attento, capitò così anni fa di incrociarne un esempio che gli parve meritevole di nota. Ne diede notizia, con un piccolo pezzo giornalistico, in séguito rimbalzato in rete. In un anno capitale per la storia italiana del Novecento e in una sede tremendamente conseguente ecco quanto si leggeva: "Un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza". Era il 1938 e, si pensi, era il primo fascicolo della prima annata della rivista La difesa della razza. Uno stigma, in altre parole, "quella che è...", che più stigma non si poteva.
Di recente, un'altra lettura stravagante, sempre per accidente, gliene ha fornita una bella attestazione. Precede di quasi un decennio l'appena esposta ed è anch'essa meritevole di nota. Chissà che un giorno non venga utile a chi, trovandone probabilmente testimonianze anche più antiche, vorrà fare una ricognizione storica dettagliata del fenomeno, specificando se non quali ambienti, perlomeno quali attitudini intellettuali sono state più permeabili all'innovazione e, fuori di eventuali differenze superficiali, hanno finalmente prevalso in termini antropologicamente culturali.
Ecco la nuova attestazione, in ogni caso: "Se senti che non vali niente di fronte alla volontà unita del partito e dell'Internazionale, allora fa [sic] quello che il partito e la Internazionale ti chiedono, dì [sic]: riconosco, mi umilio di fronte alla volontà dell'Internazionale e del partito; starò zitto e firmerò. Questo devi fare se hai coscienza di quella che è la logica della situazione". È il 1929. È un "giudizio personale" indirizzato da Palmiro Togliatti ad Angelo Tasca, che proprio quell'anno fu espulso dal Partito Comunista d'Italia come irriducibile buchariniano e pertanto antistalinista. Se ne legge il brano in questione in Leonardo Paggi, "La formazione del partito comunista di massa nella storia della società italiana", Studi storici, XII (1971), 2, p. 341.
Insomma, "quella che è..." è una quisquilia filologica, ma è significativamente testimoniata da voci che, nella storia del Novecento, più clamorose non potrebbero essere. Pare così che il filologo si trovi davanti a un minuscolo indicatore di gigantesche tragedie. Lo si dirà un indicatore accidentale e, a conti fatti, inopinato? Ma tout se tient, ad Apollonio e al suo alter ego suggeriscono sommessamente certi loro studi linguistici e non uno, ma due indizi danno sicuramente da pensare. 

2 commenti:

  1. Se aveva in parte ragione Bartezzaghi, nel 2010, a qualificare 'dilatorio' il modo di dire corrente, le due attestazioni qui messe in luce instillano il sospetto che la chiave di volta sia la voce del verbo essere, per asserzioni che si vogliono incontrovertibili. Qualcosa di più di una minor debolezza.

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  2. son francesismi, derivati da Publitalia; come "andiamo a studiare XYZ", invece di "studiamo XYZ"

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