18 giugno 2026

Di nuovo sopra "il più grande..." e, novità, sopra un epigonismo immaginario

Mani avanti. Ad Apollonio, sia chiaro, dispiace molto che Carlo Ginzburg non sia più tra i vivi. Non fosse per altro, per una ragione minuscola, ma che, a raccontarla, sarebbe vanità e che, di conseguenza, è meglio che resti privata, come privata è sempre stata. Gli si passi allora una fredda osservazione di ciò che si è prodotto e si sta producendo a contorno. E un paio di temperati commenti. 
Anzitutto, anche la morte di Ginzburg è diventata, qui e là, occasione per l'epifania del costrutto superlativo. Italiane e Italiane con pretesa di cultura e di intelligenza non ce la fanno a trattenersi in proposito: quando c'è un lutto, è come un rutto. Incontrollabile. In questo diario è già capitato di segnalarlo, or sono tre lustri e tra il serio e il faceto. Sarà che, soggiacente, c'è un modello insuperabile: "Sarebbe certo ridicolo pretendere che tutti [omissis] si pongano come meta da raggiungere l'ingegno, il senso politico e la cultura del migliore tra loro....".
E poi (si perdoni l'ingenuità di Apollonio) una constatazione stupefatta. Il numero di persone che si sono dichiarate e si stanno dichiarando decisamente influenzate, in un modo o nell'altro, dal magistero, tanto dal disciplinare, quanto dal morale (ammesso ci sia una differenza) dell'illustre defunto è così grande, da indurre Apollonio a chiedersi come mai, di tale compatta e pregevole falange, non si sia mai accorto prima; come mai, al contrario, gli sia sempre parso che, fuori di qualche rituale celebrazione (appunto, anche in vita, "il più grande..."), alla voce di Ginzburg (ammirevole, ma, come ogni altra, fuori di ogni culto della personalità) non abbia in realtà mai fatto séguito un comparabile, commendevole e operoso coro. 
Non sarà che epigoni ed epigone, a frotte, si stanno manifestando adesso, solo perché l'invocato caposcuola immaginario non è purtroppo più in grado di uscirsene con un Ma questo/a, che vuole e chi lo/a conosce?

[La foto è di Martino Lombezzi.]

14 giugno 2026

Hic et nunc

All'opera. Con arnesi ricevuti in dono: netti, brillanti, inossidabili. All'opera. Nel proprio piccolo e silenzioso laboratorio. La luce vi penetra dolce e decisa da una finestra aperta sopra un panorama mirabile. 
Il panorama non è illimitato, quanto allo spazio. Vasto però più di quanto basta alla capacità dell'occhio. Ed è millenario, quanto al tempo. Moltiplica così e arricchisce un'esperienza di vita che, come personale, è solo istantanea, al confronto. 
Dire che ciò sia felicità sarebbe sciocco. La felicità non è condizione destinata all'umanità. Ma si può dubitare che, per lenire il dolore imposto dalla necessità alla condizione umana, un benevolo caso possa elargire qualcosa di meglio.

5 giugno 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (50): Libertà e, nei voti, incolumità

In diverse sorte dell'attività umana e, certamente, in quella di ricerca e di pensiero, la libertà personale è bene prezioso. Insieme, naturalmente, con l'incolumità di chi ne fa pratica. Incolumità morale e figurata, s'intende, ma non solo, talvolta.
Condizione per la libertà personale è una rigorosa non appartenenza. Ma la non appartenenza rende appunto dubbia l'incolumità. In condizioni di non appartenenza, l'irrilevanza è parziale e modesto presidio per l'incolumità. 
Il libero procedere della non appartenenza ha la ventura di restare incolume quando riesce a parere irrilevante, ancor meglio, a essere irrilevante agli occhi, alle pratiche, alle mene, agli interessi di coloro che barattano la loro libertà con il servizio a un'appartenenza, ricevendone in premio anche una promessa di incolumità.

2 giugno 2026

Il povero Principe

La combinazione di immagine e testo che correda questo frustolo circolava nel web l'altro ieri, a cura di raicultura.it, cioè di un'emanazione in rete della principale impresa culturale della nazione linguistica italiana. 
È un'illustrazione vertiginosa di una mistificazione. Un vortice vi risucchia un buon numero di livelli diversi di enunciazione e permette così di mettere in contatto immediato il motto famigerato, il nome proprio e l'immagine sgranata di un sorriso che oggi si può a buon diritto considerare ingenuo.
Ma c'è un paradosso: l'enunciato finisce per dire una verità, se lo si intende, come a questo punto si deve, riferito alla combinazione espressiva e comunicativa di cui entra a fare parte. 
In settanta anni, tutto è cambiato, in apparenza, ma tutto è rimasto lo stesso e, come si fosse alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, raicultura.it può proclamare e sanzionare una attribuzione siffatta.