Tornano le rondini: modello senza pari di mirabile ostinazione.
15 aprile 2026
12 aprile 2026
Linguistica candida (82): Persona e numero
L'analisi che la linguistica del Novecento, nella persona di Émile Benveniste, ha proposto della categoria della persona (quella che si manifesta come "io", "tu" ecc.) è notoriamente mirabile ma ha una falla, trascurata sebbene non trascurabile. Essa tiene solo marginalmente conto e certo non nel conto dovuto l'interazione che la persona intrattiene in maniera sistematica con la categoria del numero (singolare, plurale ecc.).
Nella lingua (e nelle lingue, di conseguenza, in modo superficialmente variabile) numero e persona sono in rapporto. La qualità di tale rapporto si muove lungo uno spettro discreto che va da un massimo a un minimo di pertinenza, ma anche in questo caso il rapporto si dà e, di norma, i sistemi grammaticali lo rendono percepibile. Non c'è grammatica che non alberghi ridondanze. E, fuori di ogni corrivo funzionalismo, andrebbe sempre detto che, nell'umano (e forse anche al di là), la ridondanza non è ridondante.
Ma non è tanto la questione teorica, in termini di langue, che ad Apollonio preme qui segnalare. In parte e in prospettiva, quanto a numero e persona, lo ha già fatto del resto il suo alter ego. È invece un'esperienza o, meglio, il suo succo. Altre volte, questo diario ha segnalato che, fuori della Erlebnis, non c'è linguistica che valga la pena di coltivare. È questo che condanna recenti derive disciplinari, che fanno lusso di dati e di loro sbardellate tassonomie, a una inanità intellettuale troppo umana e mai prima raggiunta. Superiore, si pensi, persino alla brutalità prescrittiva, che almeno è ancora umana come parodia della linguistica.
Langue e parole entrano infatti nel gioco reciproco che le istituisce concettualmente grazie a una Erlebnis e alla coscienza di locuteur che si prova ad averne. Coscienza, ci si intenda, sempre sottoposta a un controllo filologico, sia essa diretta o indiretta, come la filologia (e solo la filologia) appunto consente. Ed ecco allora, per sommaria descrizione, l'esperienza di un rapporto tra numero e persona più volte maturata e infine approssimativamente rappresentata.
Capita a una prima persona (persona soggettiva, nei termini analitici di Benveniste), rivolgendosi a una seconda persona (persona non soggettiva), di supporre quest'ultima, quanto al numero, come singolare. E di sbagliarsi, in proposito. Quasi sempre, favorisce l'inganno la cosiddetta realtà, che è ciò cui il senso comune assegna comicamente il compito e il valore di sciogliere le eventuali ambiguità della lingua!
La realtà viaggia sempre vestita da molteplici apparenze, invece. E, banalmente, l'apparenza inganna. Non si sta tuttavia parlando, di nuovo banalmente, di quei trucchi, extra-linguistici, procurati un tempo da ogni malevola ingegnosità e oggi resi facili e comuni dalla tecnologia. Ci si sta riferendo al fatto che, nell'interazione tra espressione e comunicazione, ci sono seconde persone la cui facies superficiale è, in termini di numero, singolare, ma il cui valore è plurale. Spesso, esse si rivelano nel momento in cui, presa a loro volta la parola, fattesi dunque prima persona, non dicono "io" ma dicono "noi".
Interazioni di tal fatta sono tendenzialmente pericolose per la prima persona che non aveva considerato l'eventualità di una seconda di numero diverso da quello procuratole dalla bruta evidenza. Ma esse non sono le più pericolose del genere, visto che, in casi simili, il numero viene perlomeno a galla e si fa manifesto.
Ben più insidiosi sono i casi in cui "io" si presenta tale in superficie, ma vale "noi", celatamente. Con chi si sta parlando è insomma una domanda che ci si dovrebbe fare sempre, nella consapevolezza, tuttavia, che ogni risposta che ci si può dare è, perlomeno quanto al numero, solo un'ipotesi.
10 aprile 2026
H&A e IA: un anacronismo critico
"Quanto più il linguaggio si risolve in comunicazione, quanto più le parole diventano, da portatrici sostanziali di significato, puri segni privi di qualità, quanto più pura e trasparente è la trasmissione dell'oggetto intenzionato, e tanto più, nello stesso tempo, esse diventano opache e impenetrabili. La demitizzazione del linguaggio, come elemento di tutto il processo illuministico, si rovescia in magia. Reciprocamente distinti e indissolubili, parola e contenuto erano uniti fra loro. Concetti come malinconia, storia, e perfino «la vita», erano conosciuti nel termine che li profilava e li custodiva. La sua forma li costituiva e li rispecchiava a un tempo. La netta separazione che dichiara casuale il tenore della parola e arbitraria la coordinazione all'oggetto, liquida la confusione superstiziosa di parola e cosa. Ciò che, in una successione stabilita di lettere, trascende la correlazione all'evento, è bandito come oscuro e come metafisica verbale. Ma ciò che la parola, che deve più solo designare (bezeichen [NdT]) e non significare (bedeuten [NdT]) nulla, viene talmente fissata alla cosa da irrigidirsi in formula. Ciò tocca in pari grado la lingua e l'oggetto. Anziché portare l'oggetto all'esperienza, la parola purgata lo espone come caso di un momento astratto, e tutto il resto, escluso dall'espressione (che non esiste più) da un obbligo di chiarezza spietata, deperisce anche nella realtà. L'ala sinistra nel calcio, la camicia nera, il giovane hitleriano ecc. non sono nulla di più di come si chiamano. Se la parola, prima della sua razionalizzazione, aveva promosso, insieme al desiderio, anche la menzogna, la parola razionalizzata è divenuta la camicia di forza per il desiderio più ancora che per la menzogna. La cecità e il mutismo dei dati a cui il positivismo riduce il mondo, investe anche il linguaggio che si limita alla registrazione di quei dati. Così i termini stessi diventano impenetrabili, acquistano un potere d'urto, una forza di adesione e di repulsione che li assimila al loro estremo opposto, alle formule magiche".
Il passaggio della Dialettica dell'illuminismo di Max Horkeimer e Theodor Adorno, nella sezione che prendeva di mira "L'industria culturale", è celebre (l'italiano è di Lionello Vinci). Suona paradosso per un pensiero che aspirava a essere critico ma, senza volerlo, metteva in luce già al momento della sua pubblicazione, nell'immediato Dopoguerra, i severi limiti del suo tentativo di scepsi della modernità avviata al suo rapido imputridimento. A scorrerlo, una riflessione linguistica pareva non ci fosse mai stata. Oggi, del resto, pare ancora meno che ci sia mai stata. "Macchine dotate di linguaggio", si sente dire: c'è formula magica più efficace e operativa di questa, nella contingenza?
Una scepsi, si badi bene, è sempre indispensabile. E oggi è tanto assente, da essere spesso costretti a rimpiangere quella del passato, pur con le sue dolorose erranze. Tali furono quelle di H&A, paradossali esuli a Los Angeles, nel momento in cui dettavano le righe in esordio. Un passato inoltre che, oltre a farsi sempre più lontano, diventa sempre meno presente di come dovrebbe a coscienze e conoscenze.
Opponendosi al "positivismo" e opponendo alla sua ricerca di "senso" una conversa ma altrettanto irragionevole ricerca di "senso", quel pensiero continuava però a muoversi sopra una visione ontologica della lingua (e si dirà del mondo?). Ne condivideva insomma il campo di confronto. A questo campo, modernità e suoi (sparuti) critici non hanno mai rinunciato: non avrebbero d'altra parte saputo dove andare. Ma cosa è stato tale campo? Una scepsi che meriti il nome deve chiederselo e, oggi ancora più di ieri, senza consapevolezza quanto alla lingua non ha i mezzi per farlo.
"L'illuminismo è totalitario", sentenziavano H&A, nella sezione "Il concetto di illuminismo". Lo è ancora di più la sua attuale parodica putrefazione.
2 aprile 2026
Sommessi commenti sul Moderno (31): "...non sanno quello che fanno"
A rituale cadenza annuale, ricorre domani la solenne e sacra occasione di ricordare il "...non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34) che valse e vale da appropriata e veritiera qualificazione degli esseri umani in quanto specie. Caratterizzazione etica e teoretica al tempo stesso.
A essa, si potrebbe tuttavia suggerire un supplemento, con timido rispetto per l'autorità bimillenaria che sentenziò in quel modo semplice, tagliente e definitivo. Approssimativamente, esso direbbe "...e credono per giunta di saperlo, ciò che fanno, ancor più da qualche secolo, per il progressivo e ormai lampante rimbambimento che si accompagna alla spropositata crescita dei loro mezzi".
Iscriviti a:
Commenti (Atom)



