Nella puerizia, servirsi di "io" nella propria espressione, anche con abbondanza, vale come progresso nella identità personale. Ma già nella prima adolescenza muta di segno e dice di un difetto di adeguata educazione. Dalla gioventù in avanti e nella maturità, "io" fuori dello stretto necessario diventa inequivocabile sintomo di malgarbo e gran faccia tosta. Meno tuttavia di quanto rivela, pretendendo di mascherare col numero la prima persona, sbandierare un "noi": talvolta ipocrita, talaltra violento, non di rado ipocritamente violento e violentemente ipocrita. Poi giunge la vecchiezza e l'approssimarsi ineluttabile della fine, senza scampo singolare, rende "io" impudico, rende "noi" ridicolo.
[L'immagine è di Niklas Hamann.]

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