Nella puerizia, servirsi di "io" nella propria espressione, anche con abbondanza, vale come progresso nella identità personale. Ma già nella prima adolescenza muta di segno e dice di un difetto di adeguata educazione. Dalla gioventù in avanti e nella maturità, "io" fuori dello stretto necessario diventa inequivocabile sintomo di malgarbo e gran faccia tosta. Meno tuttavia di quanto rivela, pretendendo di mascherare col numero la prima persona, sbandierare un "noi": talvolta ipocrita, talaltra violento, non di rado ipocritamente violento e violentemente ipocrita. Poi giunge la vecchiezza e l'approssimarsi ineluttabile della fine, senza scampo singolare, rende "io" impudico, rende "noi" ridicolo.
[L'immagine è di Niklas Hamann.]

In qualche caso, ut paucioribus appunto, "io" vuole indicare solo una ristretta posizione nel mondo, un quasi nulla, che lascia libero da ogni imposizione il restante. Un magnifico criterio di discernimento della grandezza, potrebbe essere.
RispondiEliminaAcuta osservazione, Lettore o Lettrice senza nome. Apollonio la accoglie con gratitudine: "io" come limite.
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