10 aprile 2026

H&A e IA: un anacronismo critico

"Quanto più il linguaggio si risolve in comunicazione, quanto più le parole diventano, da portatrici sostanziali di significato, puri segni privi di qualità, quanto più pura e trasparente è la trasmissione dell'oggetto intenzionato, e tanto più, nello stesso tempo, esse diventano opache e impenetrabili. La demitizzazione del linguaggio, come elemento di tutto il processo illuministico, si rovescia in magia. Reciprocamente distinti e indissolubili, parola e contenuto erano uniti fra loro. Concetti come malinconia, storia, e perfino «la vita», erano conosciuti nel termine che li profilava e li custodiva. La sua forma li costituiva e li rispecchiava a un tempo. La netta separazione che dichiara casuale il tenore della parola e arbitraria la coordinazione all'oggetto, liquida la confusione superstiziosa di parola e cosa. Ciò che, in una successione stabilita di lettere, trascende la correlazione all'evento, è bandito come oscuro e come metafisica verbale. Ma ciò che la parola, che deve più solo designare (bezeichen [NdT]) e non significare (bedeuten [NdT]) nulla, viene talmente fissata alla cosa da irrigidirsi in formula. Ciò tocca in pari grado la lingua e l'oggetto. Anziché portare l'oggetto all'esperienza, la parola purgata lo espone come caso di un momento astratto, e tutto il resto, escluso dall'espressione (che non esiste più) da un obbligo di chiarezza spietata, deperisce anche nella realtà. L'ala sinistra nel calcio, la camicia nera, il giovane hitleriano ecc. non sono nulla di più di come si chiamano. Se la parola, prima della sua razionalizzazione, aveva promosso, insieme al desiderio, anche la menzogna, la parola razionalizzata è divenuta la camicia di forza per il desiderio più ancora che per la menzogna. La cecità e il mutismo dei dati a cui il positivismo riduce il mondo, investe anche il linguaggio che si limita alla registrazione di quei dati. Così i termini stessi diventano impenetrabili, acquistano un potere d'urto, una forza di adesione e di repulsione che li assimila al loro estremo opposto, alle formule magiche".
Il passaggio della Dialettica dell'illuminismo di Max Horkeimer e Theodor Adorno, nella sezione che prendeva di mira "L'industria culturale", è celebre (l'italiano è di Lionello Vinci). Suona paradosso per un pensiero che aspirava a essere critico ma, senza volerlo, metteva in luce già al momento della sua pubblicazione, nell'immediato Dopoguerra, i severi limiti del suo tentativo di scepsi della modernità avviata al suo rapido imputridimento. A scorrerlo, una riflessione linguistica pareva non ci fosse mai stata. Oggi, del resto, pare ancora meno che ci sia mai stata. "Macchine dotate di linguaggio", si sente dire: c'è formula magica più efficace e operativa di questa, nella contingenza?
Una scepsi, si badi bene, è sempre indispensabile. E oggi è tanto assente, da essere spesso costretti a rimpiangere quella del passato, pur con le sue dolorose erranze. Tali furono quelle di H&A, paradossali esuli a Los Angeles, nel momento in cui dettavano le righe in esordio. Un passato inoltre che, oltre a farsi sempre più lontano, diventa sempre meno presente di come dovrebbe a coscienze e conoscenze.
Opponendosi al "positivismo" e opponendo alla sua ricerca di "senso" una conversa ma altrettanto irragionevole ricerca di "senso", quel pensiero continuava però a muoversi sopra una visione ontologica della lingua (e si dirà del mondo?). Ne condivideva insomma il campo di confronto. A questo campo, modernità e suoi (sparuti) critici non hanno mai rinunciato: non avrebbero d'altra parte saputo dove andare. Ma cosa è stato tale campo? Una scepsi che meriti il nome deve chiederselo e, oggi ancora più di ieri, senza consapevolezza quanto alla lingua non ha i mezzi per farlo.
"L'illuminismo è totalitario", sentenziavano H&A, nella sezione "Il concetto di illuminismo". Lo è ancora di più la sua attuale parodica putrefazione.

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