20 maggio 2026

Vocabol'aria (23): Reazionario

Reazione
 circola in italiano perlomeno dal Trecento. Con ogni evidenza da reazione deriva reazionario, aggettivo pronto a fare da nome, alla bisogna (un reazionario, i reazionari). Si è però dovuto attendere il tempo di Mazzini, se non, nello scritto, proprio Mazzini (come dice il Battaglia, qui accanto) perché reazionario apparisse. Cinque secoli. 
Reazionario è perciò un bell'oggetto da segnalare a perdigiorno cui la lingua suscita curiosità non banali. In corpore vili, permette di osservare una differenza. Della derivazione, si può avere una considerazione meramente formale. Se ne può avere invece una che, opportunamente, andrebbe chiamata segnica (o morfologica, ma alla maniera di Saussure). In altre parole, una derivazione che chiama in causa una relazione tra signifiant e signifié. Si ebbe reazionario, infatti, solo quando reazione, nella sua polisemia, accolse un valore politico, valore che in Italia, le fu attribuito soltanto nel corso dell'Ottocento. 
Ma come capita spesso nel lessico della politica moderna, anche in questo caso non si trattò in effetti di farina del sacco nazionale. Agli Italiani e alle Italiane che oggi non perdono occasione per buttarla in politica, un dì, per un verso o per l'altro, la politica interessava poco e pochissimo il lessico relativo: "santi/e, poeti/esse e navigatori/trici...", per buttarla appunto sul ridere. E reazione, come richiesto dal suo derivato reazionario, e lo stesso reazionario furono facili adattamenti all'italiano di quella réaction e di quel réactionnaire che vennero a galla Oltralpe proprio sul finire del secolo diciottesimo. 
Da lì, con gli opportuni aggiustamenti di superficie, ambedue le parole si sono d'altra parte diffuse in parecchie lingue, apparentate al francese anche molto alla lontana, diversamente dall'italiano. La "lingua nostra" ci mise invece pochissimo di suo per farle sue ed è difficile che qualcuno, dal Gottardo a Lampedusa, oggi le percepisca come forestiere, tanto bene si sono acclimatate. Sono ormai roba domestica. 
A qualcuno riuscirà difficile crederci, ma ne consegue che nello Stivale e nelle isole di (allora) vaga e non politica pertinenza, prima degli inizi dell'Ottocento, non c'era nessuno di cui si potesse dire fosse reazionario. Come del resto non c'era nessuno di cui si potesse dire che fosse un intellettuale.
Ma di questo, e delle implicazioni non tanto genericamente culturali, quanto specificamente dottrinali, si farà tema, caso mai, un'altra volta. Sono infatti questioni passate in cavalleria da fior di studiosi, meglio, di intellettuali, sensibili - dissero per giunta di se stessi - alla storia e alla filologia, che si servirono tuttavia di intellettuale, di reazionario e di altre parole del lessico sociopolitico otto-novecentesco per riferirsi, sulla base di dubbie analogie, a figure, attitudini, moti di tempi in cui quelle parole non circolavano, perlomeno con i valori che a esse sono stati appunto attribuiti solo in epoche successive. Dire di Dante, poniamo, ma anche di Machiavelli o di Leopardi che fossero intellettuali non è fare un buon servizio alla comprensione di ciò che furono e fecero ed è il portato di una strisciante ideologia, storicista solo per proclami. E come intellettuale, reazionario non è una parola meta-, trans- o oltre-storica.
Quanto allora a réaction e a réactionnaire, come parole della politica, non c'è da interrogarsi troppo sul contesto etico e culturale da cui sgorgarono né sulla culla testuale e discorsiva nella quale furono sin dal principio deposte e allevate. Ambedue portano un'insopprimibile denotazione polemica e di vivace contrasto, se non di lotta, non solo ideale. 
Fu infatti chi agì, per dirla sommariamente con un iperonimo, che disse réaction quanto, dopo la sua azione, misero all'opera coloro che, reagendo, meritarono d'essere appunto qualificati come réactionnaires. Da allora, ci si faccia caso, fa così chiunque agisca, per dirla restando nella genericità politica dell'iperonimo, oggi riflesso morfologicamente dalla sbardellata fortuna di attivista, cui potrebbe sulla falsariga essere contrapposto un reattivista, tuttavia non ancora comparso, a conoscenza di Apollonio (che meriterà dunque la qualificazione di onomaturgo?)
C'è ancora una nota morale da fare, oggi che, come vessillo di una temperie che pare malaugurata, viene da più parti innalzato un again che, a ben vedere, è stigma indubitabile di reazione e dell'intento reazionario di chi vi aderisce.
Ebbene, non c'è pagina storica, da tre secoli a questa parte, che non insegni come agire politicamente sia effetto di una speranza che spesso si è drammaticamente rivelata un'illusione. Ma si sbaglierebbe a fare discendere da tale matura consapevolezza l'idea che ciò ratifichi, in politica e nella società, la fondatezza della reazione. La reazione è l'eco che sancisce l'esistenza, a quel punto incancellabile, dell'azione e ne eredita l'illusorietà, raddoppiandola semmai come delirio.
È il paradosso, tutto moderno, del reazionario, che rispecchia e quindi semplicemente rovescia il vaneggiamento di chi, con la sua azione, ne ha innescato la reazione. Cavalcando l'onda cieca e inesorabile del tempo, chi agisce si figura infatti per vanagloria che l'ethos umano proceda per opera sua. Pensa invece di farlo addirittura retrocedere chi reagisce e ancora più tronfiamente in tal modo va contro il tempo. Una fantasia ridicola, come si comprende, fuori delle tragedie sanguinarie di cui spesso si fa causa. 

10 maggio 2026

Lingua loro (59): "Controverità", una retrodatazione

Il Supplemento 2004 del Grande Dizionario della Lingua Italiana (il Battaglia, qui più volte menzionato) recita: "Controverità, sf. Invar. Idea, affermazione, in partic., priva di fondamento, che ne nega e confuta un'altra". E fornisce, come allora fresca attestazione: "S. Romano [«Panorama», 26-VII-2001]: Sostenere che questo fenomeno abbia creato miseria è una assurda controverità dietro la quale s'intravede il vecchio rancore anticapitalista delle ideologie egualitarie".
Più ricca in proposito la voce dell'Enciclopedia Treccani on lineNeologismi (2018), la cui sbrigativa glossa ("Negazione di qualcosa riconosciuto come vero") è corredata da tre esempi, sempre di prosa giornalistica, dal 2011 al 2015. Niente si ricava, se non ci si sbaglia, dal Grande Dizionario Italiano dell'Uso, diretto da Tullio De Mauro, per il quale non si dà controverità nei discorsi italiani: palese, per quanto tacita, controverità.
È fuor di dubbio che la parola sia venuta d'Oltralpe, dove, a credere alla voce vérité del Lexis della Larousse, nella sua edizione del 1975, contrevérité esisterebbe più o meno dal 1400. Né va taciuto che la prima delle tre attestazioni italiane presenti nella Treccani viene dalla traduzione di un articolo firmato dal filosofo francese Bernard-Henry Lévy.
Insieme con una bella raccolta di esempi recenti tratti da discorsi politici (l'Europarlamento spesseggia) e relativi scritti giornalistici, nel Robert en ligne si cita in proposito una gustosa definizione lessicografica della fine del Seicento (gran secolo!): "Allegation évidemment contraire à la vérité de la chose dont on fait connoistre qu'on n'est pas persuadé, & qu'on fait au plus loin de sa pensée. Alexandre estoit un poltron, Neron estoit un fort honneste homme: ce sont là des contreveritez. On a fait plusieurs satyres fort fines par le moyen des contreveritez".
Nel lessico messo a disposizione in rete dal Centre National des Ressources Textuelles et Lexicales, quanto a contrevérité, si distingue appunto tra un uso vieilli ("Affirmation intentionellement contraire à la vérité, dans une intention plaisante") e uno cour[ant] ("Affirmation fausse, contraire à la vérité"). Procedendo nei secoli, alla pratica discorsiva delle controverità pare si sia dunque tolta la connotazione dell'ironia scherzosa e del conseguente spasso. Peccato.
E tutt'altro che riferibile a uno spasso e a uno scherzo è in effetti la ricorrenza di controverità che, presente in un testo del 1959, precede di  parecchio le attestazioni recate dalle opere lessicografiche italiane di cui si è fatta menzione. Caduta sotto gli occhi di Apollonio nel corso di sue letture stravaganti, eccola:

"Importante soprattutto era di comprendere a tempo la prospettiva che veniva aperta dall'avanzata del fascismo. Essa era la prospettiva di un attacco distruttivo di tutte le istituzioni e di tutte le libertà democratiche. Parlare di socialfascismo significava, in sostanza, ammettere che questo scopo fosse comune anche ai capi riformisti e alla socialdemocrazia come tale, il che era una controverità, perché invece doveva avvenire e avvenne che una parte, e tutt'altro che trascurabile, della socialdemocrazia si schierò a difesa degli istituti democratici".

Il passo viene da "Alcuni problemi di storia dell'Internazionale comunista", saggio contenuto nel sesto volume delle Opere di Palmiro Togliatti. Qui lo si riprende da Aldo Agosti, Palmiro Togliatti, Utet, Torino 1996, p. 151, e l'enfasi è di Apollonio. 
Sempre in prospettiva lessicologica e, eventualmente, lessicografica, chissà se, osservando controverità in un contesto in cui suoi sinonimi come falsità, fandonia e menzogna avrebbero potuto avere una loro cruda, veridica appropriatezza, di essa non vada anche segnalata una connotazione eufemistica e di attenuazione.

7 maggio 2026

Numeri (10): Prodigioso singolare collettivo

Il singolare collettivo compie, come è noto, degli straordinari prodigi e ci sarebbe da fare, prima o poi, una sua storia nel discorso pubblico e una correlata disamina archeologica, nei termini di Michel Foucault. Le sue glorie (se così le si vuole qualificare) sono infatti diventate enormi da qualche secolo: nazione, massa, popolo, società, razzaopinione pubblica, classe, collettività, comunità... Una lista inesauribile, fino a (perché no?) umanità
Qui, solo un recente, minuscolo, ma buon esempio: composta da una innumerevole congerie di singolari individuali che capita sovente non sappiano comporre il proprio singolare, modesto dissidio con una persona, c'è gente, come singolare collettivo, capace di dire, in quattro e quattr'otto, come andrebbe risolto secondo opportunità, se non secondo giustizia ogni conflitto al momento in corso nel mondo.

2 maggio 2026

E Teocrito?


 
E Teocrito?

Semiologo per difetto / diletto (1): "Écrivain" e "écrivant"

Una coppia minima, ecco cosa sono écrivain [ekʁivɛ̃] e écrivant [ekʁivɑ̃]. A Roland Barthes si deve, come è noto, l'istituzione della loro opposizione, nei termini di una sociologia della cultura (moderna). 
Non si fa menzione di questo aspetto del rapporto tra i due termini nelle sei pagine del suo saggio appunto intitolato "Écrivains et écrivants", scritto nel 1960, ripreso nel 1964 e posto nel cuore dei suoi Essais critiquesÈ tuttavia difficile, persino impossibile che esso gli sfuggisse e che ne fosse inconsapevole, come locuteur prima ancora che come appassionato lettore della coeva letteratura linguistica. Ciò che è evidente, avrà forse ritenuto con un pizzico di ironica civetteria, non ha bisogno di essere detto, selezionando idealmente la qualità dei suoi lettori. A questo è d'altra parte destinata da sempre la reticenza, come figura e procedimento del fare letterario.
A tenere questo diario in pubblico è un semiologo per difetto e per diletto. Gli si concederà benevolmente di ignorare se nella sterminata bibliografia consacrata a Barthes sia presente non tanto l'osservazione, quanto una specifica valorizzazione di questo tratto dell'opposizione. Esso è a pieno titolo concettuale e dovrebbe essere ridondante ribadirlo. Qualifica la maniera con cui quel saggio è impostato e con cui il problema vi si dispone. La maniera è in effetti squisitamente semiologica, ergo squisitamente linguistica (e, nello sviluppo dell'argomentazione, include aspetti discutibili, sopra i quali eventualmente si verrà un'altra volta). 
Écrivain e écrivant sono dunque segni e, come tali, sono lungi dall'essere veicoli formali con cui viaggiano due significati o, ancor peggio, due sensi. Sono esiti funzionali del rapporto reciproco tra signifié e signifiant. Messi l'uno a petto dell'altro, ne viene fuori, come si è detto in esordio, un rapporto ulteriore: si costituiscono come coppia minima. La circostanza è tutt'altro che trascurabile, dal punto di vista semiologico. C'è infatti in ballo la pertinenza, nella sua più pura epifania sperimentale.
Intendere che écrivain e écrivant sono una coppia minima consente d'altra parte una migliore comprensione di cosa sia, agli occhi di Barthes, l'apparizione nella società intellettuale dell'écrivain-écrivant: per figura, una sorta di ermafrodita della parola. Analogicamente, egli la indica infatti nel suo saggio come esito socioculturale di una deriva di sistema. Essa è allora, tecnicamente, una neutralisation, cioè un passaggio da una distinzione a un'indistinzione sistematica, in altre parole, da un'opposizione pertinente (-emica) a una eventualmente solo ridondante (-etica). E non sarà a questo punto inopportuno vedere in proposito un riflesso di coeve analisi fonomorfologiche, con rilievo diacronico, del linguista André Martinet, attivo nel medesimo scenario culturale. 
Nel neutre che sortisce dalla neutralisation dell'opposizione tra écrivain e écrivant, Barthes riconobbe se stesso (e fu sommessa provocazione) e il riferimento riflessivo si fa pregnante, pensando a un tema che caratterizzò per intero la sua vicenda intellettuale (oltre che l'umana). Un tema al quale, due anni prima del banale incidente stradale che, con piccolo differimento, ne causò la morte, egli dedicò nel 1978 un corso al Collège de France: Le neutre
A margine, più che in conclusione: al di qua delle Alpi, écrivain e écrivant sono stati resi con scrittore e scrivente ed è lampante come la coppia sia ben lungi dal rendere conto del rapporto che si dà tra gli originali. Nei rispettivi sistemi, sono segni di valore diverso. Sarebbe stato meglio allora mantenere écrivain e écrivant anche nella versione italiana del saggio di Barthes, specificando eventualmente l'approssimativa corrispondenza con scrittore e scrivente come chiosa marginale. Non lo si è fatto (e sarà indice di inconsapevolezza semiologica?) nemmeno in scritti destinati a illustrare specificamente e nel dettaglio il pensiero di Barthes, quasi che tale pensiero fosse indipendente dalla sua espressione. Insomma, un bel paradosso, considerato il soggetto.