Reazione circola in italiano perlomeno dal Trecento. Con ogni evidenza da reazione deriva reazionario, aggettivo pronto a fare da nome, alla bisogna (un reazionario, i reazionari). Si è però dovuto attendere il tempo di Mazzini, se non, nello scritto, proprio Mazzini (come dice il Battaglia, qui accanto) perché reazionario apparisse. Cinque secoli.
Reazionario è perciò un bell'oggetto da segnalare a perdigiorno cui la lingua suscita curiosità non banali. In corpore vili, permette di osservare una differenza. Della derivazione, si può avere una considerazione meramente formale. Se ne può avere invece una che, opportunamente, andrebbe chiamata segnica (o morfologica, ma alla maniera di Saussure). In altre parole, una derivazione che chiama in causa una relazione tra signifiant e signifié. Si ebbe reazionario, infatti, solo quando reazione, nella sua polisemia, accolse un valore politico, valore che in Italia, le fu attribuito soltanto nel corso dell'Ottocento.
Ma come capita spesso nel lessico della politica moderna, anche in questo caso non si trattò in effetti di farina del sacco nazionale. Agli Italiani e alle Italiane che oggi non perdono occasione per buttarla in politica, un dì, per un verso o per l'altro, la politica interessava poco e pochissimo il lessico relativo: "santi/e, poeti/esse e navigatori/trici...", per buttarla appunto sul ridere. E reazione, come richiesto dal suo derivato reazionario, e lo stesso reazionario furono facili adattamenti all'italiano di quella réaction e di quel réactionnaire che vennero a galla Oltralpe proprio sul finire del secolo diciottesimo.
Da lì, con gli opportuni aggiustamenti di superficie, ambedue le parole si sono d'altra parte diffuse in parecchie lingue, apparentate al francese anche molto alla lontana, diversamente dall'italiano. La "lingua nostra" ci mise invece pochissimo di suo per farle sue ed è difficile che qualcuno, dal Gottardo a Lampedusa, oggi le percepisca come forestiere, tanto bene si sono acclimatate. Sono ormai roba domestica.
A qualcuno riuscirà difficile crederci, ma ne consegue che nello Stivale e nelle isole di (allora) vaga e non politica pertinenza, prima degli inizi dell'Ottocento, non c'era nessuno di cui si potesse dire fosse reazionario. Come del resto non c'era nessuno di cui si potesse dire che fosse un intellettuale.
Ma di questo, e delle implicazioni non tanto genericamente culturali, quanto specificamente dottrinali, si farà tema, caso mai, un'altra volta. Sono infatti questioni passate in cavalleria da fior di studiosi, meglio, di intellettuali, sensibili - dissero per giunta di se stessi - alla storia e alla filologia, che si servirono tuttavia di intellettuale, di reazionario e di altre parole del lessico sociopolitico otto-novecentesco per riferirsi, sulla base di dubbie analogie, a figure, attitudini, moti di tempi in cui quelle parole non circolavano, perlomeno con i valori che a esse sono stati appunto attribuiti solo in epoche successive. Dire di Dante, poniamo, ma anche di Machiavelli o di Leopardi che fossero intellettuali non è fare un buon servizio alla comprensione di ciò che furono e fecero ed è il portato di una strisciante ideologia, storicista solo per proclami. E come intellettuale, reazionario non è una parola meta-, trans- o oltre-storica.
Quanto allora a réaction e a réactionnaire, come parole della politica, non c'è da interrogarsi troppo sul contesto etico e culturale da cui sgorgarono né sulla culla testuale e discorsiva nella quale furono sin dal principio deposte e allevate. Ambedue portano un'insopprimibile denotazione polemica e di vivace contrasto, se non di lotta, non solo ideale.
Fu infatti chi agì, per dirla sommariamente con un iperonimo, che disse réaction quanto, dopo la sua azione, misero all'opera coloro che, reagendo, meritarono d'essere appunto qualificati come réactionnaires. Da allora, ci si faccia caso, fa così chiunque agisca, per dirla restando nella genericità politica dell'iperonimo, oggi riflesso morfologicamente dalla sbardellata fortuna di attivista, cui potrebbe sulla falsariga essere contrapposto un reattivista, tuttavia non ancora comparso, a conoscenza di Apollonio (che meriterà dunque la qualificazione di onomaturgo?)
C'è ancora una nota morale da fare, oggi che, come vessillo di una temperie che pare malaugurata, viene da più parti innalzato un again che, a ben vedere, è stigma indubitabile di reazione e dell'intento reazionario di chi vi aderisce.
Ebbene, non c'è pagina storica, da tre secoli a questa parte, che non insegni come agire politicamente sia effetto di una speranza che spesso si è drammaticamente rivelata un'illusione. Ma si sbaglierebbe a fare discendere da tale matura consapevolezza l'idea che ciò ratifichi, in politica e nella società, la fondatezza della reazione. La reazione è l'eco che sancisce l'esistenza, a quel punto incancellabile, dell'azione e ne eredita, raddoppiandola semmai, l'illusorietà.
È il paradosso, tutto moderno a ben vedere, del reazionario, che, quanto a vaneggiamento, fa da specchio, solo rovesciandolo, a quello di chi, con la sua azione, l'ha messo in moto (ritardato). Che, fuori dell'indubitabile procedere del tempo, l'umanità vada moralmente avanti è già difficile da argomentare, sul fondamento di una millenaria esperienza. Che qualcuno pretenda possibile che l'umanità vada addirittura moralmente indietro, restaurando quanto il tempo ha consunto, fuori dei drammi che una fola siffatta capita provochi, è, come si comprende, semplicemente ridicolo.

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