"Laissons les jolies femmes aux hommes sans imagination": lo si legge, come è noto, in un passo dell'Albertine disparue.
Il pensiero di Apollonio vi corre ogni volta che sente chi, fuori dell'ambito specificamente erudito, si atteggia a sapiente etimologista e, di conseguenza e per tale via, a penetrante analista dell'espressione. Discorsi sopra ogni tema, con pretesa di raffinata cultura, da tempo capita vengano infiorettati di cascami etimologici.
Incoraggiato da chi li propina, un pubblico alla buona accoglie tali cascami come rivelatori di verità arcane e impersonali, quali la lingua attesterebbe nelle sue lontane scaturigini lessicali, garantite quanto al rapporto tra le parole e le cose, tra le parole e i pensieri, tra le parole e i moti dell'anima e così via.
Chissà poi perché verità! Chissà perché garantite! Per quanto indietro si vada, non si trova infatti né si ricostruisce lingua, se non come mito, che non sia appunto una lingua e che, anche solo per via di corretta ipotesi di ricerca, non sia tenuta, in quanto tale, a manifestare i caratteri permanenti, ben noti e verificati delle lingue. Umane, basta che si dica a demistificare ogni fola in proposito. La probità dell'espressione né si degrada né cresce e pensare in proposito, anche senza ammetterlo, al buon selvaggio o all'integro antenato è finire, per il pensiero, in trappole cattive e depravate.
Le lingue non parlano e non hanno mai parlato del resto per via degli etimi, cioè per via della presunta verità delle loro parole, ma per la via, fredda in apparenza, dei testi e dei discorsi in cui le parole ricorrono. Quindi per via delle relazioni, delle funzioni, delle dipendenze, delle differenze, insomma dei sistematici costrutti che la messa in opera processuale di testi e discorsi domanda incessantemente.
Una diatesi, un pronome, un accordo, una funzione sintattica, un tempo del verbo, una disgiunzione dicono quasi sempre molto di più, a chi sa vederne il nesso, di valanghe di parole. Ci si figuri degli eventuali etimi, spesso astratti e cervellotici.
Per intendere cosa comporta questa dura e per nulla seducente costrizione, in termini di conoscenza e di comprensione, ci vuole però immaginazione e Apollonio non sa d'altra parte di nessuna persona di vaglia che, nel suo accostamento conoscitivo all'espressione, non abbia dato prova di averne appunto in sufficiente quantità. E a questo provvede a ben vedere il metodo: all'esaltazione, sotto il suo rigoroso controllo, della facoltà di immaginare, indispensabile quando ci si consacra alla lingua.
Ecco spiegato perché, nelle sopra accennate circostanze, al primo occhieggiare di un'etimologia fascinosa tra le parole di chi intrattiene Apollonio, il suo spirito evoca Marcel Proust e commenta: "Lasciamo le etimologie alle persone senza immaginazione".

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