22 luglio 2026

Obbedire a un ordine

Macerata Opera Festival
, Torino Film Festival, Arena Opera Festival, Taormina Film Festival, Ferrara Summer Festival, Trentino Music Festival, Umbria Green Festival, Morellino Classica Festival, Florence Dance Festival, Lucca Teatro Festival, Caracalla Festival, Tindari Festival, IlMare FestivalRavello Festival, Longlake Festival, Musicastrada Festival, Este Music Festival, Stresa Festival, La Versiliana Festival, Faito Doc Festival, Gattopardo Cinefestival, Groscavallo Mountain Festival, Mediceo Live Festival e si potrebbe continuare a lungo. Ma basta così, come esemplificazione. 
Araldo il pur glorioso Umbria Jazz Festival, il modulo Roccacannuccia X (designazione di un'arte, eventualmente, ma non necessariamente in inglese) Festival ormai ha dilagato. E non c'è appunto una Roccacannuccia (anche con pretesa di nobiltà; non saranno sfuggiti i casi illustri, tra gli elencati) che, organizzando cicli di "eventi", non voglia il suo nome in apertura. Internazionalità, si dirà. E tecnica della comunicazione, si dirà. 
Per ottenere l'esito, la composizione del nesso nominale che funge da designazione della manifestazione prende l'ordine germanico e abbandona quello romanzo. Ciò che si aggiunge al nocciolo (Festival) non lo segue, dotandosi dei consueti mezzi di connessione, ma lo precede, per mera giustapposizione. Insomma, invece di Festival de Cannes, per ipotetico esempio, Cannes (Cinema) Festivalquelle horreur! 
Restano sul campo e resistono all'onda vestigi o, forse meglio, relitti di un'antica e perduta nobiltà (linguistica). Il Festival dei due Mondi di Spoleto, la Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, la Settimana internazionale di musica sacra di Monreale, per esempio, si tengono ancora all'ordine domestico. 
Non ha ceduto alla tentazione del nuovo, malgrado il tema, il Festival della Comunicazione. Ideatore e padrino ne fu appunto Umberto Eco, cui non si può dire certo mancasse la sensibilità in proposito. Anche il Festival del cinema di Roma si è aggiunto da poco alla ormai ridotta schiera: per la città eterna, caput mundi, un Roma Cinema Festival sarebbe stato un oltraggio troppo villano. I promotori se ne sono astenuti. In Ticino, invece, si sono disonorevolmente arresi. Il loro originale Festival del Film Locarno è diventato di recente un banalissimo Locarno Film Festival. Pari pari. Quasi solo per rovesciare l'ordine, cui evidentemente si è dato un valore comunicativo più grande delle semplici parole, rimaste praticamente le medesime.
Designazioni ordinate come prescrive la lingua di Italo Calvino paiono ormai rustiche e alla buona, evidentemente. Sarebbe poi interessante sapere se questo rimanere nell'ordine italiano influisce sul numero e sulla qualità delle frequentazioni e degli apporti internazionali. C'è da dubitarne. Ma tant'è. 
Al nuovo ordine bisogna che si ubbidisca. Si rischia il finanziamento se si presenta a un assessore alla cultura una manifestazione dal nome ordinato nel modo con cui Gian Carlo Menotti ordinò quello della sua nel 1958. "Sembra un secolo", si dirà. E in effetti sono quasi settanta anni e in settanta anni capita muti il valore assegnato da una nazione alla propria espressione culturale, in una parola, alla sua lingua.
D'altra parte, un certo fastidio per gli strumenti della connessione nominale romanza e italiana testimoniano anche il Festivaletteratura, di Mantova, e il Festival Filosofia, di Modena-Carpi-Sassuolo. L'ordine è rimasto, come congelato, ma le designazioni rigettano (si dirà ancora una volta, per parere smart) il modesto servizio recato dalla preposizione. Era così anche quando nacquero questi "eventi" o si tratta di più recente evoluzione onomastica? Apollonio ne sa solo dalla sua distante Citera e non è un buon testimone.
Gli paiono tuttavia, dalla sua lontananza, segni di insofferenza verso un ordine (linguistico e di pensiero) e i suoi strumenti. Dai parlanti italiani semi-colti che organizzano e frequentano simili manifestazioni e che fanno tendenza culturale (è di norma il ceto che decreta il successo dei cambiamenti linguistici), l'ordine italiano e i suoi strumenti non sono più percepiti come appropriati. Forse, neppure come propri. O, se lo sono, propri, lo sono come limiti e non come sottili marche di identità. 
In altre parole, catene da rompere. Non per liberarsi, però. La liberazione sarebbe del resto impossibile: la lingua è fascista, scrisse Roland Barthes, esagerando (o forse sbagliando). Senza esagerare (e senza sbagliare), è fuori di dubbio che non è dato sfuggirle, se c'è da costruire un nesso nominale. In un modo o nell'altro. Jakobson era stato ben più fine: la lingua è impositiva non per quanto impedisce, ma per quanto obbliga a dire. E un ordine è perentorio. 
Dunque, catene da sostituire con altre dal tintinnio più gradito al proprio orecchio e, si suppone all'orecchio di chi, più che luoghi e loro caratteri (anche linguistici), pare avere voglia dell'uniformità (linguistica) tipica dei non-luoghi. E ciò, se ci si riflette, è anche, comunicativamente, un bel paradosso. A tali non-luoghi, finisce infatti per dare non-nomi.

19 luglio 2026

(Non ancora) Spettatore pagante (12): Christopher Nolan: fedele?

Si fa un gran parlare e un gran scrivere del più recente film di Christopher Nolan e uno degli argomenti di dibattito in un modo o nell'altro tirato in ballo (lo fa anche il critico cinematografico del New Yorker) è quanto il regista inglese sia rimasto aderente o persino fedele, con la sua pellicola, all'opera che lo ha ispirato.
Per Apollonio, una questione siffatta è di lana caprina. E se c'è un tema correlato con la fedeltà che gli pare invece di gran rilievo è quanto Nolan sia rimasto fedele a se stesso, con questo suo nuovo film. 
Ciò che ne ha già letto di un po' più acuto (rarità, ci si intenda) lo preoccupa molto in proposito. Lo preoccupa in quanto spettatore pagante avvinto da Insomnia, affascinato da Interstellar, incantato da Dunkirk, stuzzicato da Tenet e così via. 
L'intima fedeltà a un proprio progetto estetico e morale, la costanza nel perseguirlo, pur nella varietà dei pretesti, per molti acclamati artisti è il vero problema, giunti che siano a un'età sinodale. È la cartina al tornasole di una sostanziale eccezionalità. E Nolan, presto cinquantaseienne, è un soggetto a rischio.   

18 luglio 2026

"Com'è fatto?": nocciolo di un'estetica candida

Posti davanti a un prodotto dell'ingegno, molti e molte non si trattengono dal porsi le domande "cosa significa?", "cosa mi / ci dice?". Apollonio si trattiene invece e prova a spiegare perché. Dubita infatti che l'artefice abbia voluto rivolgersi proprio a lui, che a lui abbia voluto mandare un messaggio e che abbia fidato sulla sua capacità di recepirlo e di attribuirgli un senso. 
Dubita? Meglio dire che ne è certo. Ci si figuri, si ponga, Ariosto o Melville, ma anche Calvino o Yourcenar prefigurarsi un apollonio qualsiasi come interlocutore della loro espressione... Eppure, con le opere dell'ingegno non è raro, anzi è comune, è quasi la regola che si pretenda di comportarsi con tanta arrogante presunzione: "Ecco cosa ci dice...", ancora peggio "...ci vuole dire...".  
Posto davanti a un prodotto dell'ingegno, ad Apollonio sorge invece spontanea la domanda "com'è fatto?". Se la pone senza eccezione, quando, condizione felice, si espone all'esperienza del bello e, talvolta, si lancia nell'osservazione e nell'esperimento, accompagnando il suo alter ego, che in tale gioco trova uno dei suoi spassi principali: "com'è fatto?"
Sarà che Apollonio e alter ego sono rimasti bambini e la loro è un'estetica infantile. Non spregiano significati e messaggi, ma poco ovviamente ne sanno e lasciano alla dottrina di chi ne sa di sviscerarli, confessando tuttavia che tali esposizioni o, meglio, tali commentari di norma li annoiano. 
In effetti, le glosse raramente dicono cose che non sono per se stesse evidenti e non sempre le curiosità etiche ed erudite che li infiorettano valgono a riscattarne la banalità teoretica. Chiedersi "com'è fatto?", chiedersi qual è la relazione che, in una espressione umana, rende i significati significati e significanti i significanti capita sveli al contrario ciò che proprio la facile evidenza del senso nasconde. E nella scoperta sta il godimento.
Nella loro crudezza infantile, Apollonio e alter ego ritengono inoltre (o forse soltanto intuiscono) che nell'ingegnosa maniera con cui un'opera umana è fatta e pertanto si esprime stanno precisamente il suo significato e il suo messaggio principali, se non gli unici meritevoli di considerazione. Tutti gli altri, pretendono, sono meramente accessori. Sono gli accidentali pretesti di cui la musa si abbiglia per rendere il suo fascino caso mai più stuzzicante nella contingenza. Sì, proprio la musa: c'è modo migliore di chiamarla?
Nel "come" c'è ciò che fa durare l'opera umana, a loro avviso. C'è il suo autentico perché, se di un perché c'è bisogno (e non è detto). Nel modo con cui fa ciò che fa chi fa lancia la sua sfida contro il nulla. 
Un impegno siffatto è esauriente e fa sì che l'artefice sia per qualche momento dimentico del nulla, opponendogli la sua opera. Ma, ci si intenda, ineluttabilmente il nulla ingoierà anzitutto e ben presto lui e, prima o poi, la sua arte: con i suoi esiti, umani, e con gli umani che ne hanno goduto.

[Roman Jakobson moriva quarantaquattro anni fa. Non fu tutto oro ciò che lasciò. La furbizia vi fece qua e là aggio sulla straordinaria intelligenza. Con una vita all'eccesso come la sua, era forse inevitabile. Ma nel suo lascito tutto ancora brilla. À suivre.]

12 luglio 2026

Modesta proposta: una città acchiappamosche



E se, tra coloro che vi svolazzano sventatamente solo per qualche giorno, si tirasse regolarmente a sorte (premio o pena, chi lo sa?) un soggiorno quinquennale obbligatorio?

10 luglio 2026

Sommessi commenti sull'Ultra-moderno (12): Fa caldo, senza dubbio, e sempre più lo farà

Né climatologo, né fisico dell'atmosfera, né meteorologo, né geofisico, né ecologo, né matematico, né oceanografo, né biogeochimico, Apollonio è sicuro di non potere passare per "negazionista": non ha nessuna delle competenze richieste. 
Ha poi un'età che lo rende particolarmente sensibile al caldo, da un lato, e che, dall'altro e per via di qualche esperienza, esclude si senta in grado di negare alcunché, in tema di cambiamento. 
In vita sua, ha persino visto diventare accademico della Crusca, con l'età e per correlato accumulo degli onori, chi durante vivaci stagioni della sua vita era stato caldo sostenitore della battaglia di don Lorenzo Milani. Era cambiato lui o era cambiata la Crusca? Certamente entrambi. Insomma, come si vuole che Apollonio si rifiuti di ammettere che il clima è cambiato. 
Quindi, i due lettori del suo diario non si inquietino: come tutti gli altri, questo frustolo non è da prendere sul serio, quanto al suo tema o, meglio, al suo pretesto. Qui, come sempre, è questione di lingua e di discorsi, sole cose delle quali Apollonio si attribuisce non la qualità di esperto, ma quella  di modesto osservatore.
Ebbene, non solo la grande letteratura (per la quale si rimanda al breve testo qui in conclusione), ma persino le scienze, tutte le scienze (si perdoni ad Apollonio la facile e scoperta antifrasi) hanno da tempo abbandonato o messo in radicale crisi la nozione di causa, come la si concepiva appunto prima della cosiddetta rivoluzione scientifica. Abbandonandola, l'hanno sostituita con una panoplia di nozioni epistemologiche differenti e variabili in funzione delle diverse aree di ricerca (e vale in proposito quanto dichiarato in esordio).
Un'idea di causa premoderna e impressionistica continua ovviamente a vivere nel quotidiano personale e nelle piccole faccende che gli si connettono né si può pretendere che essa ne scompaia magicamente: bisogna tenersela e farci gli spiccioli conti. Per similitudine, tirando in ballo fatti incontrovertibili, non si può sperare che si smetta di dire "il sole sorge" e "il sole tramonta": sarebbe persino un peccato, se accadesse. 
Questa "causa" è quella qui in causa: una "causa" di tutti i giorni. Le nozioni che la sostituiscono e che sono correttamente in uso nelle scienze, d'altra parte, è difficile siano immediatamente comprensibili (si sarebbe voluto scrivere "commestibili") da persone che soffrono in generale delle medesime incompetenze che Apollonio in esordio ha dichiarato di se medesimo.
Di tale "causa", l'immagine qui a corredo illustra una ricorrenza, sotto la veste grammaticale di un verbo. Non è l'unica né è particolarmente irritante. Per iscritto e nell'orale se ne incontrano da tempo a bizzeffe e sarebbe sciocco non averci fatto il callo. Non per cinismo, ma per timidezza, a tutte viene ormai da rispondere "Sì, sì, mo' me lo segno", come in un celebre film il personaggio interpretato da Massimo Troisi replicava al frate che gli lanciava il suo ossessivo "Ricordati che devi morire!". 
E la questione, di nuovo, non è se, proclamando tale "causa", si dica il vero o il falso. La questione è banalmente che si dice quel che si dice nella forma in cui lo si dice: una forma oltremodo rivelatrice.
Ecco allora, rinfrescante, la lettura promessa: 

"Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d'agnello d'Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s'intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d'uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. "Gia!" riconosceva l'interessato: "il dottor Ingravallo me l'aveva pur detto." 
Sosteneva, tra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse "riformare in noi il senso della categoria di causa" quale l'avevamo dai filosofi, da Aristotele a Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per "vecchia" abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei "suoi" delitti. "Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me... può sta ssicure ch'è nu guaio: qualche gliuommero... de sberretà..." diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano."

8 luglio 2026

Semiologo per difetto / diletto (3): Saussure echeggia nel "Trattato di semiotica generale"

Il Trattato di semiotica generale è il libro di Umberto Eco che si legge meno facilmente. La si dica tutta: che si legge, caso mai, solo per dovere. 
Anche altri suoi, va aggiunto, sono di difficile accostamento. Che Eco avesse una penna felice per l'elzeviro e la scrittura breve si può dire fu chiaro sin dagli esordi della sua presenza pubblica. E del resto anche la sua parola, anzi ancor più la sua parola coinvolgeva, divertiva, conquistava: vi si scorgevano gli esiti di una secolare tradizione di brillanti predicatori. 
Alla prova di scritture più estese, però, Eco portava il peso della Scolastica (il Trattato è una summa, in effetti) e solo nella maturità si palesò, come si sa, il suo talento di narratore. Anche in questo caso, di un narratore con un rovello (speculativo) irrisolto. Ma un narratore capace di oscurare il saggista. Già adesso, del resto, è la sua opera narrativa più della saggistica a essere rimasta presente alla cultura nazionale e c'è da immaginare che sempre più così sarà in futuro.
Il Trattato, scritto dall'autore con impegno enciclopedico ineccepibile nei primi anni Settanta, quando decise definitivamente di farsi semiotico, fu pubblicato proprio sul principio del 1975. Nel corso di quell'anno, una commissione nazionale si preparava appunto a eleggere Eco titolare della prima cattedra italiana di Semiotica, a Bologna. Ed era una pratica accademica un tempo pressoché obbligatoria che il candidato arrivasse a tale appuntamento con una pubblicazione che ne certificava inoppugnabilmente la competenza disciplinare. 
Ancor più nel caso specifico, visto che l'allora nuova disciplina era tenuta per una fumisteria da filosofi e filologi tradizionalisti, presenti in numero preponderante nell'università. Il Trattato era appunto destinato a dimostrare che, nella semiotica, c'era anche l'arrosto (o ciò che poteva parere tale) e che il suo autore era l'ottimo dei cuochi, in proposito. Quattrocento pagine in caratteri minuti, con una trentina di pagine di riferimenti bibliografici, un indice dei nomi che spaziava da Platone a Cassirer, da Goodman a Chabrol, da Hobbes a Katz, da Kant a Gross & Lentin, da Kristeva a Locke, da Dorfles a Descartes, da Marx (K.) a Jakobson e così via.
Tra i menzionati, c'era naturalmente anche Saussure e, passati cinquanta anni, è spassoso intercettarne la modesta eco nel Trattato. Eccone un esempio, significativo (ohibò!): "Saussure non ha mai chiaramente definito il significato, lasciandolo a metà strada tra una immagine mentale, un concetto e una realtà psicologica non altrimenti circoscritta; in compenso ha sottolineato con forza il fatto che il significato è qualcosa che ha a che fare con l'attività mentale di individui in seno alla società. Però secondo Saussure il segno 'esprime' delle idee e, anche se si accetta che egli non pensasse a una accezione platonica del termine 'idea', rimane il fatto che le sue idee erano eventi mentali che concernevano una mente umana" (p. 25 e sg.).
A Eco non venne in mente e nessuno allora gli segnalò che, se non trovava in Saussure una chiara definizione di significato come la desiderava, era forse perché del significato, come egli lo intendeva sulla scorta di una centenaria tradizione filosofica, al semiologo (e prima di lui al linguista), secondo Saussure, non avrebbe dovuto e non dovrebbe importare un fico secco. 
Certo, si legge signifié negli appunti degli studenti di Saussure, sempre in correlazione con signifiant (e basta ciò, in effetti, a una definizione), ma quel nuovo termine introdotto dal loro bizzarro professore doveva suonare originale alle loro orecchie e li metteva in guardia. Non era appunto né quel sens né quel signification di cui si servono i francofoni per parlare di ciò che somiglia a quanto Eco intendeva con significato
A Eco nessuno lo segnalò, si diceva. Eppure, se è degna di fede la tradizione orale cui il giovane Apollonio fu esposto in anni immediatamente seguenti, della commissione cui si è accennato e che decretò il successo del candidato faceva parte Tullio De Mauro, come il candidato poco più che quarantenne (altri tempi, altre scuole, altre malleverie) e ancora fresco dall'avere curato un'edizione italiana del Cours de linguistique générale.

4 luglio 2026

Semiologo per difetto / diletto (2): Un'allegoria della rettitudine

C'è una mirabile correlazione di forme significanti in questa istantanea, nominalizzazione di un attributo che qualifica in maniera impeccabile l'incrocio dell'arte fotografica con il καιρός
Il braccio destro sollevato è una semiretta inclinata e incide perpendicolarmente sulla retta, anch'essa inclinata, sopra cui si collocano corpo e capo. All'incrocio, si formano così due angoli retti. La seconda linea è sottolineata dalla teoria delle stelline sulla maglia e continua con l'orecchio, scoperto, come pronto a udire.  
La mano devia leggermente verso il basso, rispetto al braccio che la sostiene. Tutte le dita sono raccolte, tranne l'indice, retto e leggermente innalzato. Esso si trova così all'altezza degli occhi e dello sguardo. Si istituisce una linea orizzontale tra sguardo e indice. Questo è il punctum della foto. Guardare diritto e indicare: la deissi,
Sul collo, il viso è leggermente ruotato verso destra e in tal modo inquadrato di 3/4. Se ne percepiscono di conseguenza la profondità e, ben delineato nella sua struttura angolare, il disegno della mascella e un mento che non sfugge. Risaltano ambedue gli occhi, attenti e intensi. Le pupille non assecondano la rotazione del viso e stanno invece in asse con la posizione del corpo. Fanno così da sorgente della retta indicale. 
Del naso, diritto e dallo schema perfettamente angolare, si coglie bene una narice appena dilatata dalla inspirazione. La bocca è del resto serrata e i suoi angoli, in linea, con le labbra vagamente protruse, sottolineano un'attitudine di severa serietà. La chioma bionda è ravviata, lunga e solo poco ondulata. Si muove in verticale dal capo, distaccandosi progressivamente dal corpo inclinato. Con la linea orizzontale che va dall'orecchio e dallo sguardo all'indice, costituisce in tal modo una coppia di assi cartesiani che inquadra tutto il resto, composto così nello schema di due triangoli rettangoli.
Un dato culturale ancora incontrovertibile, quanto al genere, fa della grazia determinata ma composta del soggetto un modello per la costituzione di una figura. E metaforicamente pare che l'immagine sia stata appunto presa da un largo pubblico, secondo ideologie e morali diverse e non tutte commendevoli.
Apollonio ha in uggia le metafore e, al contrario, ha in simpatia le allegorie. E, per la sua semiologia personale, elegge questa istantanea geometrica della deissi, proprio perché accidentale, a razionale allegoria della rettitudine.  

3 luglio 2026

Linguistica candida (84): Onomastica e persona: l'egonimo

"Call me Ishmael", "Οὖτιν δέ με κικλήσκουσι | μήτηρ ἠδὲ πατὴρ ἠδ’ἄλλοι πάντεϛ ἑταῖροι" [Nessuno mi chiamano madre, padre e tutti gli altri sodali], "Sì. Mi chiamano Mimì": 
un verbo appellativo (callκικλήσκουσι, chiamano) mette in relazione un nome (IshmaelΟὖτιν, Mimì), come complemento predicativo, e la prima persona (meμε, mi). Ecco ciò che definisce sintatticamente una classe funzionale di nomi e la differenzia, di conseguenza, da altre classi di nomi, diversamente definibili nella prospettiva funzionale. 
Si tratta di una relazione e di una differenza tutte interne alla lingua, alla sua sintassi e alla meccanica dell'enunciazione (insomma, "...la langue envisagée en elle-même et pour elle-même", in barba a chi si ostina a non capire). La tassonomia per classe di riferimenti, quella che in proposito fa sì che si parli volgarmente di "antroponimi", cioè di nomi propri di esseri umani, ne è solo un pallido riflesso enciclopedico e, eventualmente, ne discende. 
Grammatici e filosofi sono i millenari cultori di una fola gigantesca. Credono (e surrettiziamente impongono di credere a chi li segue) che la lingua dipenda dalla realtà e che per classificarne gli elementi, quindi per capirla, bisogna che si ricorra alla realtà e alle sue cose. 
La terminologia lo mostra con chiarezza a chi la esamina criticamente. "Antroponimo" è un termine esemplare in proposito. Cesare è un antroponimo, sotto tale prospettiva, perché Cesare designa appunto un essere umano: circolo vizioso o petizione di principio.
Termine e concetto vanno abbandonati. Sono portatori, nemmeno troppo impliciti, di una prospettiva estranea e nociva allo sviluppo della disciplina. A differenza di altri nomi, Cesare è ciò che è, funzionalmente, perché ricorre in costrutti come Mi chiamo Cesare, Chiamatemi Cesare, Mi chiamano Cesare e così via. Vi ricorre in modo patente o latente o, se si preferisce restare aristotelici (attitudine poco consigliabile, tuttavia), in atto o in potenza. E non c'è Lo chiameremo Andrea che non prefiguri appunto un Mi chiamo Andrea e che in sostanza non si fondi sopra tale prefigurazione.
Da una prospettiva funzionale, AndreaCesare, Mimì, Ishmael, Οὖτιϛ (grazie alla metis di Odisseo) e così via sono dunque egonimi, nomi predicati e predicabili della prima persona: l'innovazione terminologica è necessaria e si spera non dispiaccia.
Sulla scia, non sarebbe inutile né forse difficile trovare quali altri costrutti qualificano e definiscono, per esempio, ciò che la tradizione terminologica chiama toponimi, odonimi, marchionimi e così via. C'è tuttavia il sospetto, più che fondato, che tocchi agli egonimi questa superba marcatezza. 
Essi non sono definiti da un rapporto di composizione che, in un modo o nell'altro, chiama in causa il lessico. Sembrerà un paradosso, ma per essi non c'è appunto da tirare in ballo l'essere umano. Il rapporto tra egonimi e esseri umani è soltanto un effetto collaterale. 
Gli egonimi sono definiti, invece, da una relazione con la persona che, soggetto dell'enunciazione, Benveniste qualificò appunto circolarmente come soggettiva e che, anni fa, all'alter ego di Apollonio parve più opportuno e analiticamente produttivo mettere in relazione con il numero e caratterizzare di conseguenza come singolare. È in effetti la sola persona funzionalmente singolare. Per la definizione della seconda e della terza persona, il numero non è pertinente (singolare o plurale, "pari son..."). 
Tale circostanza, come è facile comprendere, si riflette sulla posizione e sul funzionamento dell'egonimo, tanto nel sistema, cioè nella langue, quanto nel discorso, cioè nella parole. Ed è quanto echeggia nell'intuitivo sentimento umano che il nome che si porta, l'egonimo, sia "proprio" per eccellenza, qualificato come esso è dal suo ricorrere in costrutti di cui la prima persona (manifestata da forme come "io", "me", "mio" e così via) è elemento dirimente: "Montalbano sono".