3 luglio 2026

Linguistica candida (84): Onomastica e persona: l'egonimo

"Call me Ishmael", "Οὖτιν δέ με κικλήσκουσι | μήτηρ ἠδὲ πατὴρ ἠδ’ἄλλοι πάντεϛ ἑταῖροι" [Nessuno mi chiamano madre, padre e tutti gli altri sodali], "Sì. Mi chiamano Mimì": 
un verbo appellativo (callκικλήσκουσι, chiamano) mette in relazione un nome (IshmaelΟὖτιν, Mimì), come complemento predicativo, e la prima persona (meμε, mi). Ecco ciò che definisce sintatticamente una classe funzionale di nomi e la differenzia, di conseguenza, da altre classi di nomi, diversamente definibili nella prospettiva funzionale. 
Si tratta di una relazione e di una differenza tutte interne alla lingua, alla sua sintassi e alla meccanica dell'enunciazione (insomma, "...la langue envisagée en elle-même et pour elle-même", in barba a chi si ostina a non capire). La tassonomia per classe di riferimenti, quella che in proposito fa sì che si parli volgarmente di "antroponimi", cioè di nomi propri di esseri umani, ne è solo un pallido riflesso enciclopedico e, eventualmente, ne discende. 
Grammatici e filosofi sono i millenari cultori di una fola gigantesca. Credono (e surrettiziamente impongono di credere a chi li segue) che la lingua dipenda dalla realtà e che per classificarne gli elementi, quindi per capirla, bisogna che si ricorra alla realtà e alle sue cose. 
La terminologia lo mostra con chiarezza a chi la esamina criticamente. "Antroponimo" è un termine esemplare in proposito. Cesare è un antroponimo, sotto tale prospettiva, perché Cesare designa appunto un essere umano: circolo vizioso o petizione di principio.
Termine e concetto vanno abbandonati. Sono portatori, nemmeno troppo impliciti, di una prospettiva estranea e nociva allo sviluppo della disciplina. A differenza di altri nomi, Cesare è ciò che è, funzionalmente, perché ricorre in costrutti come Mi chiamo Cesare, Chiamatemi Cesare, Mi chiamano Cesare e così via. Vi ricorre in modo patente o latente o, se si preferisce restare aristotelici (attitudine poco consigliabile, tuttavia), in atto o in potenza. E non c'è Lo chiameremo Andrea che non prefiguri appunto un Mi chiamo Andrea e che in sostanza non si fondi sopra tale prefigurazione.
Da una prospettiva funzionale, AndreaCesare, Mimì, Ishmael, Οὖτιϛ (grazie alla metis di Odisseo) e così via sono dunque egonimi, nomi predicati e predicabili della prima persona: l'innovazione terminologica è necessaria e si spera non dispiaccia.
Sulla scia, non sarebbe inutile né forse difficile trovare quali altri costrutti qualificano e definiscono, per esempio, ciò che la tradizione terminologica chiama toponimi, odonimi, marchionimi e così via. C'è tuttavia il sospetto, più che fondato, che tocchi agli egonimi questa superba marcatezza. 
Essi non sono definiti da un rapporto di composizione che, in un modo o nell'altro, chiama in causa il lessico. Sembrerà un paradosso, ma per essi non c'è appunto da tirare in ballo l'essere umano. Il rapporto tra egonimi e esseri umani è soltanto un effetto collaterale. 
Gli egonimi sono definiti, invece, da una relazione con la persona che, soggetto dell'enunciazione, Benveniste qualificò appunto circolarmente come soggettiva e che, anni fa, all'alter ego di Apollonio parve più opportuno e analiticamente produttivo mettere in relazione con il numero e caratterizzare di conseguenza come singolare. È in effetti la sola persona funzionalmente singolare. Per la definizione della seconda e della terza persona, il numero non è pertinente (singolare o plurale, "pari son..."). 
Tale circostanza, come è facile comprendere, si riflette sulla posizione e sul funzionamento dell'egonimo, tanto nel sistema, cioè nella langue, quanto nel discorso, cioè nella parole. Ed è quanto echeggia nell'intuitivo sentimento umano che il nome che si porta, l'egonimo, sia "proprio" per eccellenza, qualificato come esso è dal suo ricorrere in costrutti di cui la prima persona (manifestata da forme come "io", "me", "mio" e così via) è elemento dirimente: "Montalbano sono".