31 agosto 2026

Idiomi (4): "Metterci la faccia", dalla figura alla lettera

Metterci la faccia circola da qualche tempo nel discorso pubblico (e, a dire il vero, anche nel privato), come espressione di chi rivendica in tal modo il proprio impegno e la propria responsabilità in funzione di qualche vicenda, di norma scabrosa e di difficile accostamento. 
Di tale presenza nella lingua della politica si sono accorti in molti e molte, ma, per ciò che risulta ad Apollonio, non con un'attenzione bastevole a osservare che si tratta di una figura. Né per osservare che, non solo da oggi, ma oggi in modo parossistico, una strana deriva conduce la locuzione fuori della figura e la spinge verso la lettera o quasi.
Alla lettera, "metterci la faccia" può essere infatti adoperata per dire di un comportamento comunicativo oggi diffuso. Il tema, come si comprende, ha risvolti antropologici e culturali tutt'altro che banali, ma qui essi sono soltanto sollecitati ed evocati, più che approfonditi e discussi.
Apollonio non sa dire quando la locuzione sia precisamente comparsa, nel suo uso figurato. Non è tema di rilievo per questo frustolo e, a chi volesse saperlo, si consiglia di fare da sé le opportune ricerche. L'impressione è però che la sua epifania vada indietro di parecchio e che non si tratti di invenzione del secolo in corso, come pare suggerire chi ne ha fatto oggetto di rapido interesse. 
Nel secolo in corso se ne è certamente amplificato oltremodo l'uso figurato, come s'è detto. In politica, la locuzione è diventata, per chi la fa propria, rivendicazione di probo spirito di servizio. E accade correlativamente che tale rivendicazione venga ritorta contro chi la fa da avversarsi e avversarie che, davanti a esiti scarsi dell'impegno o a fallimenti, ne sottolineano il valore mistificatorio.
Certo è che, d'altra parte, il metterci la faccia figurato, nel suo valore idealmente, se non ideologicamente positivo, è sfociato o si è tradotto in un'attitudine comunicativa in cui, alla figura, si può fare corrispondere la lettera, nel clima di accesa personalizzazione di ogni aspetto della vita pubblica oggi corrente.   
La propaganda politica, quando per essa testimoniava l'affissione di manifesti, fu già lampante prova di tale deriva né la satira mancò di notarlo. In vista delle elezioni, gli spazi pubblici venivano invasi da valanghe di facce, non tutte comunicativamente meritevoli di "esservi messe", come fu invece il caso esemplare illustrato dalla figura qui in esordio.
Non si può certo dire che il trasferimento della grande parte di tale propaganda al web abbia ridimensionato il fenomeno. Semmai, è accaduto il contrario. Le reti sociali sono strapiene di facce, ma lo sono, si osservi, ben al di là delle occasioni offerte dalle competizioni politiche. Essere presenti nel web, per molti e molte, significa anzitutto "metterci la faccia". E, per esempio, giornali, libri, manifestazioni culturali, imprese, eventi, prodotti della comunicazione sono regolarmente rappresentati, illustrati e garantiti da qualcuno che "ci mette la faccia". Lo fa, di norma, con brevi video. 
Persino chi ha osservato che il ricorrere nel discorso politico del metterci la faccia figurato è ossessivo non si perita di "mettere la faccia" nell'Internet, alla lettera. Lo fa per un suo impegno di dichiarata volgarizzazione disciplinare. E non si può che essergli grati della testimonianza bifronte. Essa è doppiamente meritoria, nella qualità di raccoglitore della figura e in quella di araldo della pratica descritta dalla lettera.
Non tutte le facce sono però adeguate alla bisogna. Senza che se ne possa fare colpa a coloro che le possiedono (o che ne sono piuttosto posseduti e possedute), ci sono facce e tratti di fisionomia che sconsiglierebbero simili esibizioni. Al di là della condivisione della relativa teoria, lo dice la semplice menzione del lavoro tassonomico di Cesare Lombroso. 
È ovvio che una persona, guardandosi allo specchio, trovi di norma la sua faccia perlomeno accettabile e, ispirata idealmente dal metterci la faccia figurato, non si trattenga di conseguenza dal "metterla" alla lettera, in pubblico: ecco un caso recente. Ma non sempre il giudizio riflessivo dà buoni consigli. E, ammesso che quel che si opina sia degno d'essere propalato, "togliere la faccia" dalla sua propaganda potrebbe essere addirittura meglio di "mettercela".  
Non devono esserne consapevoli i tanti e le tante che oggi, nel web, "ci mettono la faccia", e si fanno testimoni esemplari della convinzione, ormai corrente, ma non perciò meno bizzarra, che l'esibizione della propria faccia sia attitudine non solo commendevole, ma persino obbligatoria.

28 agosto 2026

Onomastica canterina: "Nali", straniante ipocoristico

"Ho scelto il mio soprannome [cioè Nali] come titolo del mio primo disco perché mi sembra il modo più naturale e giusto per presentarmi alla gente [...]. Ha iniziato a chiamarmi così un'amica che mi è stata particolarmente vicina nel mio periodo accademico. Senza di lei forse non sarei riuscita a venirne a capo: mi piace pensare al fatto che poi tutti mi abbiano chiamato Nali sia un modo per averla sempre vicina. Magari in futuro Nali diventerà il mio nome d'arte". Hanno tre lustri queste dichiarazioni di Annalisa Scarrone il cui nome d'arte, fortunato da qualche anno, è rimasto solidamente Annalisa, come si sa, ma che è affettuosamente Nali per ammiratrici e ammiratori ("faNalissime" e "faNalissimi", nel loro gergo e nelle reti sociali). 
Affettuosamente, appunto. Non di un soprannome infatti si tratta, ma di un ipocoristico o, più alla buona, di un vezzeggiativo. Non va d'altra parte chiesto a una brava chanteuse, pur se laureata in fisica, di padroneggiare la pedante terminologia onomastica e di farne sfoggio, ancor meno nel corso di un'intervista giornalistica estemporanea e destinata alla rete.
Ciò che conta è Nali. O ancora meglio: ciò che conta è il processo che ha portato l'amica di Annalisa Scarrone, secondo la sua testimonianza, a tirare fuori Nali da Annalisa, come forma per un appello e per una designazione. Un processo, si badi bene, volontario, ma inconsapevole o, piuttosto, intuitivo quanto ad aspetti e modi funzionali. E alla creazione ha del resto fatto da complemento il gradimento anzitutto dell'appellata, successivamente dei suoi e delle sue fans. Nali è stato percepito come ben fatto e appropriato, quindi è stato adottato, con importanti risvolti anche economici e commerciali. Ciò che conta, insomma, è la langue che opera sempre dietro la parole.
Non ci sarà ormai chi non se n'è accorto o accorta. L'onomastica personale italiana, ora è qualche decennio, è andata silenziosamente incontro a una vera e propria catastrofe. Alla buona e con modi narrativi, Apollonio lo segnalava con un frustolo di data prossima a quella della menzionata intervista ad Annalisa: fanno insomma già quindici anni. L'alter ego di Apollonio ha in séguito approfondito il tema a più riprese (eccone una), fino a farne un capitolo del suo Fare nomi
Basterà allora ricordare a chi legge che tra gli italofoni e le italofone non c'è ormai Federica (o Federico) che non risponda a un Fede, non c'è Valentina (o Valentino) che non risponda a un Vale, non c'è Alessandra (o Alessandro) che non risponda a un Ale e così via. E che Enzo, RinaTonio, Sandra, per esempio, dichiarano impietosamente la tarda età degli appellati, quanto al nome già pre-trapassati e vanamente resistenti all'imperiosa avanzata dei Vince, Cate, Anto, Gabri, Sabri, Eli, Caro, Adri e così via. Come funziona il nuovo che ha avanzato? Presto detto: accento, indietro tutta, verso la prima sillaba (una sorta di baritonesi); struttura rigorosamente bisillaba (con eventuale chiusura della vocale finale) e abbandono di tutto ciò che eventualmente segue.
E Annalisa, allora? La mera applicazione del modello avrebbe prodotto un Anni (e passi: ci sono fede, costi, ceci e così via, come omonimi, e nessuno ci fa caso o se ne adonta), o, pari pari, un Anna: un nome qualsiasi. Ci si intenda: un bellissimo nome, peraltro palindromo, ma non stilisticamente marcato come nuovo, nel nuovo contesto. Tanto lavoro per nulla, in altre parole. Anche perché ci sono state da sempre Annalise, Marianne, Biancamarie e così via che sono state chiamate Anna, Maria, Bianca e così via, nei modi spicci delle conversazioni. Che sugo di particolare affetto ci sarebbe stato a chiamare Anna un'Annalisa? Sarebbe stato solo uno scipito accorciamento anagrafico.
In soccorso, dunque, è venuta un'intuitiva operazione preliminare: un'aferesi. Niente di straordinario, va detto, o di peregrino. L'aferesi, in diacronia, ha gran corso, come effetto di opportune catene sintagmatiche. Non ci sarebbe stata Puglia, senza aferesi. Né bottega. Non ci sarebbe stato vangelo! Ma (e sta qui il bello), restando tra i nomi personali e i correlati ipocoristici, non ci sarebbero (stati) Tonia, Berta, Vanna... La tradizione, meglio, un suo adattamento è stato chiamato così a preparare la materia con cui avrebbe lavorato l'innovazione.
Annalisa, per aferesi, Nalisa. Una forma nominale pronta a essere trattata come oggi si vuole o, meglio, si deve. Accento: indietro tutta. Struttura bisillaba. E al diavolo quanto seguirebbe: Nali. Simile a Fede, Vale, Ale, Dani, Adri e così via, ma con una marca distintiva in più, per via della latente aferesi, nel rapporto per nulla latente con Annalisa, forma paradigmatica, altrimenti vigente e perciò da cui fare un costante va e vieni: da Nali ad Annalisa, da Annalisa a Nali
La figura sopra a destra corrisponde, suppone Apollonio, alla copertina di quel primo disco. Come prima presentazione del processo onomastico, essa lo squaderna e lo amplifica a scopi comunicativi. Lo specchio introduce visivamente la percezione di duplicità, di iterazione e, graficamente, l'ipocoristico Nali emerge da Annalisa, in grassetto, come marcato: tale è in effetti, per via di due operazioni appunto convergenti. È il suo nocciolo appellativo e denominativo, perfettamente centrato, tra un'aferesi e un'apocope 
Ostranenie, insomma: straniamento, per prendere in proposito a prestito un concetto della grande tradizione del formalismo critico novecentesco (e, se ritengono il riferimento una profanazione, non ne vogliano ad Apollonio i due lettori di questo diario: sanno già che si tratta di una sede poco seria, se non propriamente equivoca). Ma, nella prospettiva generale della nuova onomastica italiana, Nali è una conferma leggermente deviante dalla norma. Testimonia un conformismo difforme quanto basta e serve a suonare appunto originale.
Brava Nali, cui non si può dire facciano del resto difetto un occhio furbetto e una voce e una presenza che "spaccano", come oggi si usa dire. E brava l'amica del suo periodo accademico. L'università, alla fine, a qualcosa serve, soprattutto quando si riesce "a venirne a capo", per entrare, cantando, nella vita vera che, come finzione, è ben maggiore e gigantesca.

24 agosto 2026

Τὰ ἴδια (3)


Sebbene, quantunque, anche se... sono sfide al cuore, prima che alla testa. E, al presentarsi del cimento, ci vuole anzitutto animo per farvi fronte con la sagacia di cui eventualmente si dispone, ben consapevoli di una possibile sconfitta. Pusillanime è, per comune contrasto, chi trova pavido riparo in un assolutorio perché o si apre con un volgare affinché la sua ignobile via di fuga.

18 agosto 2026

Comici paradossi (1): Tutto, tranne l'ortografia

 


Tutto, tranne l'ortografia.


[Un'amabile lettrice di questo diario rende noto ad Apollonio il modello cui i volenterosi propagandisti del libro si sono (polemicamente) ispirati. E l'accompagna con il commento "Potevano copiare meglio...". La vicenda è dunque ancora più divertente:
 

Un grazie a lei della preziosa collaborazione.]

15 agosto 2026

Τὰ ἴδια (2)



L'idiota consapevole non si astiene, ridicolo, dall'esprimersi. Capita del resto che, per sopravvivere, vi sia socialmente obbligato. A riscattare la sua espressione vale poco sia vera o giusta. Caso mai e solo fuori dell'ordinario, vale sia bella.

12 agosto 2026

Τὰ ἴδια (1)


Costa pena e fatica costruire un proprio punto di vista, quando non se ne adotta comodamente come proprio uno comune o non se ne raccattano rottami qui e là, alla bisogna. Ed è vano e contraddittorio, fattolo proprio, cercare chi lo condivida. Ma cosa non è vanità e contraddizione nella condizione umana? 

9 agosto 2026

La distribuzione regionale delle lodi nei diplomi, l'intelligenza meridionale, Francesco Orlando, Tomasi di Lampedusa e Gesualdo Bufalino

Qui a sinistra, un documento che dice in dati assoluti come si sono distribuite nelle venti regioni del paese le lodi negli esiti degli esami di diploma dell'anno scolastico appena spirato.
Vi si osservano differenze enormi (e non è una novità): quest'anno, in Campania, più di tremila lodi; in Lombardia, meno di ottocento, per esempio. Il documento correlato con i dati in percentuale dice di una sproporzione ancora maggiore. In Lombardia c'è stata appunto solo una lode ogni cento diplomi. In Puglia, più di cinque. In Toscana, ci si è fermati ben sotto due lodi su cento diplomi. Sono più di sei su cento invece le lodi calabresi.
Nell'opera di smistamento delle doti dell'intelletto, c'è da pensare, il buon Dio fa il generoso a Caserta, Foggia, Catanzaro e Ragusa, si ponga, e il tirchio a Sondrio e Pavia, oltre che a Imperia e, ovviamente, a Grosseto, a Cuneo e a Belluno. Dal suo onnisciente punto di vista, sarà una necessaria "azione positiva". E gli ambienti socioculturali e le istituzioni locali fanno il resto, secondo l'indirizzo divino, come terre dopo una semina: di conseguenza, abbondanza da una parte, dall'altra scarsità di frutti.
Sciocchezza? Forse non la totalità degli Italiani e delle Italiane del Sud, ma un loro gran numero ha tale fermo convincimento e ritiene che, se la nazione italiana dispone (da sempre e ancora oggi) di intelligenze (e in abbondanza), è perché ad averle allevate e ad allevarle provvede il Meridione, per bontà divina e buona disposizione ambientale. E i dati ministeriali sono ufficiale sanzione di tale miracolosa circostanza. D'altra parte, si sono mai prodotti tarocchi nella Pianura padana?
Palermitano di necessità, pisano per scelta, Francesco Orlando parlò tuttavia di un mito, al proposito. "Il mito dell'intelligenza meridionale": così vi si riferì nel suo prezioso Ricordo di Lampedusa del 1962. Gli ispirò la qualificazione una balenante sortita del narratore del Gattopardo: "quella prontezza di spirito che in Sicilia usurpa il nome di intelligenza", annota appunto il narratore a commento di un celebre momento del romanzo. 
Orlando arricchì il tema di una testimonianza. In privato, raccontò, Giuseppe Tomasi di Lampedusa si esprimeva in proposito con queste parole: "Chiudete in una stanza cinque Siciliani e cinque Piemontesi col compito di risolvere un problema. Dopo un quarto d'ora tutti i Siciliani avranno una qualche soluzione in testa, e i Piemontesi nessuna. Ma dopo un'ora tutti i Piemontesi avranno risolto il problema, e i Siciliani no".
La quaestio dell'intelligenza meridionale è naturalmente di tremenda complessità e non ci si sogna, non si dice di risolverla, ma anche solo di affrontarla adeguatamente in una sede peregrina come questa. Ma, per semplice esperimento di pensiero e senza intento di urtare sensibilità personali o di gruppo, si ponga che Lampedusa e Orlando fossero nel giusto e che la grazia divina operi in proposito senza favoritismi e discriminazioni. Come spiegare, umanamente, la distribuzione ineguale (e a questo punto stupefacente) dei diplomi lodati che anche quest'anno certifica la documentazione ufficiale del Ministero dell'Istruzione e del Merito? Quei numeri danno infatti da pensare.
E, a ben considerare, non ne è una spiegazione soddisfacente l'ipotesi che, come si dice adesso con metafora sportiva, l'asticella da superare per accedere alla lode sia (molto) più bassa in Puglia che in Piemonte. Si tratta infatti di una glossa più che di una spiegazione. Di una riformulazione del problema in altri termini. Ammesso che sia così, perché, in funzione delle regioni, l'asticella presenta tali differenze di altezza?  
Una riformulazione del genere, tuttavia, e l'asticella metaforica suggeriscono già qualcosa. In questione è infatti un'istituzione emblematica del paese, in teoria l'istituzione suprema per l'identità nazionale. E quei numeri attestano dove il paese è rimasto ancora dopo un più di un secolo, anzi due pieni (se si considerano i primi moti risorgimentali) di supposto impulso a farsi uno e indiviso. Dicono quanto sia stato vano e parolaio l'atteggiato opporsi delle sue classi dirigenti e intellettuali alla sentenza che ne qualificò il nome, Italia, come mera "espressione geografica". Al di là di programmi e norme nazionali (astrattezze sulle quali, beandosene, il paese spesso si accapiglia), di unitariamente italiana, non c'è ancora nemmeno la scuola, se le sue asticelle mutano di altezza appunto secondo criteri di geografia (umana). Ed è difficile a questo punto immaginare che un giorno una scuola unita dell'Italia unita ci sarà: insomma, un (confermato) fallimento.
Ma non c'è solo questo. Perché anche i fallimenti hanno i loro sistemi. Se osservate con intenzione, le tabelle della distribuzione regionale dei diplomi lodati si prestano a una correlazione che forse non sorprende, ma certo raggela. Fuori del caso dell'Umbria francescana (per la quale sarà difficile negare trattarsi di effetto di una raccomandazione direttamente pervenuta al buon Dio), le regioni che vi si fanno notare per gran numero di lodi sono Campania, Puglia, Calabria, Sicilia: una fulgida corona.
Ciascuna di esse è infatti tristemente nota per avere fatto e per fare da specifica culla a manifestazioni sociali piuttosto caratteristiche e molto caratterizzanti. E tutte insieme hanno perciò meritato e meritano da tempo un'attenzione particolare, da parte delle autorità competenti. 
Con ironia, c'è così da chiedersi perché il Ministero dell'Istruzione e del Merito non trasmetta dati tanto specifici, mirati e significativi al Ministero dell'Interno e a quello della Giustizia, per opportuni e incrociati approfondimenti.
Fuori dell'ironia e a scanso di equivoci: non si sta vanamente insinuando che la correlazione tra gran numero di lodi e diffuse pratiche di malaffare sia banale effetto di commerci materiali, di traffici, di imbrogli (se ci sono, come è possibile, incidono in ogni caso poco sui grandi numeri). Si sta dicendo però che una coincidenza siffatta è meno banale di come si tende a considerarla, ammesso che la si consideri. Rivela un clima sociale morbido o, piuttosto, morboso in ogni sua espressione. Con ogni probabilità, dati di distribuzione geografica e regionale largamente coincidenti vengono, per esempio, dal rilevamento degli abusi edilizi o dal numero delle concessioni di pensioni di invalidità. Lodi al diploma, pensioni di invalidità, abusi edilizi c'è dunque il sospetto abbiano un humus comune, al proposito forse più fertile per ragioni umane di quello che si immagina con la presunta distribuzione divina dell'intelligenza. 
Nell'insieme, le lodi oltremodo numerose si segnalano tuttavia come fenomeno più sottile e velenoso degli abusi edilizi o delle generose concessioni di pensioni di invalidità. Esso è infatti insinuato in una nicchia in cui è facile fare finta di non capire di cosa si tratta, di prenderlo come effetto della menzionata bassa asticella, quando invece dice di più. Posto in una considerazione sistematica con la determinazione di altri e vari fenomeni sociali, dice che, nelle regioni che emergono in proposito, la scuola e ciò che si proclama e si pretende sia tutt'altro, se non l'opposto, riflettono un ethos incoercibilmente comune. Ciò accade in modi sottili ma per nulla celati o sotterranei. Accade alla luce del sole e, bel paradosso, con effetti formativi per la gioventù studiosa.
"La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari": c'è una esemplare sineddoche in questa celebrata profezia di Gesualdo Bufalino. Il riservato scrittore di Comiso la lanciò, essendone sollecitato, più di trenta anni fa, a commento di tragici e noti episodi. Le maestre, parte figurativamente emergente, per il tutto, l'istituzione scolastica, così additata come principale strumento di una reazione addirittura programmaticamente vincente sulla presenza del malaffare nella società e di correzione dei suoi guasti, morali, ancor prima che materiali. Una sortita forse generosa, certo ingenua e drammaticamente mistificatoria.
Come se certe attitudini e certi costumi si fermassero, miracolosamente, sulla soglia di professioni spacciate per vocazioni, ma in realtà sempre accidentali. Come se, nella costituzione di una figura morale e del suo operare sociale, mestiere e istituzione in cui lo si esercita fossero estranei alla cultura antropologica, invece di esservi interamente contenuti e opportunamente adeguati. Le maestre? Quali maestre? Come maestre? Quando maestre? Dove maestre? Perché maestre? E così via.
"Quandoque bonus dormitat Homerus", quindi. Sonnecchia soprattutto nelle occasioni in cui, con pretesa di acutezza e sotto pressione della cronaca, il poeta si concede, per vanità, quelle espressioni edificanti alle quali non mancano mai i consensi, per lui gradevoli, anche nel suo riserbo. Ma corrivi e, con le mille e mille interessate riprese, ripetutamente tartufeschi. La scuola? Quale scuola? Come scuola? Quando scuola? Dove scuola? Perché scuola? E così via. Insomma, c'è scuola e scuola e, come una spugna, la scuola, non in astratto, ma in concreto, assorbe gli umori della società che la circonda, anche, se non soprattutto quelli velenosi.
Troppe domande, troppi dubbi, troppa fatica, per un paio di stupide tabelle transeunti. A conti fatti, davanti a esse, dicano allora i due lettori di questo diario se non è certamente più comodo e, nella comodità, più rispondente a una visione confortante della realtà nazionale pensare che della stupefacente distribuzione regionale dei diplomi con lode il merito o la colpa vada alle ingiustizie (riparatrici?) di cui (lodevolmente?) si macchia il buon Dio, aggiungendo, caso mai, un pizzico di correttiva umana asticella. Dicano se, di conseguenza, non è meglio attribuire a cattivo carattere i vani e maligni tentativi di gente come Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, sulla scorta, come Francesco Orlando di mettere scandalosamente in dubbio l'esistenza, specifica e reale, dell'intelligenza meridionale, che di ciò che mostrano quelle tabelle è invece il perfetto fondamento. E, come sempre, lasciar perdere.

6 agosto 2026

Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (13): ...e sul post-umano



I topi (alla lettera e per figura) confermano Proust (e, all'apprendere la notizia, Marcel, ovunque egli sia, anche solo nella memoria dei suoi lettori, serio).

2 agosto 2026

Parabole (10): Happy hour


"Nasci da incendiario, muori da pompiere, dicono": questo asciutto sommario della parabola morale di molte vite, illustri e no, sta nel testo di una canzone di Luciano Ligabue. È certamente menzione di un già detto. Il rocker di Correggio ha l'uso di infilare cliché nelle sue composizioni, che hanno perciò spesso un tocco di straniata familiarità: "chi si accontenta gode, così così", da Certe notti, è esempio preclaro in proposito. 
Fuori dell'appello al luogo comune, con il "dicono" di Ligabue, Apollonio non sa però donde sia sortita la bella, combinata e figurata antitesi di 'incendiario'/'pompiere' e di 'giovane'/'vecchio', colta quest'ultima nei punti estremi e icastici di nascita e morte. 
Apollonio non sa in altre parole se, del motto arguto, ci sia stato un autentico coniatore. Lo sospetta. Ma esso fu evidentemente tanto ben detto, da diventare patrimonio pubblico condiviso e, come capita in casi simili, da oscurare l'ingegno che l'ebbe accidentalmente scovato. Di ciò che veramente vale, dalla notte dei tempi, l'opera conta e non l'artefice.
Ad Apollonio il detto è noto da quando appunto era giovane. Così deve essere a molti. Non starebbe altrimenti in una canzonetta di Luciano Ligabue.
Venutogli da chissà quale lettura, forse estemporanea, da chissà quale contatto, certo perduto, gli si è fissato nella memoria come uno stampo nel quale, procedendo nella sua esperienza del mondo e degli esseri umani, ha visto solidificarsi, al rigido gelo della vecchiaia, la ribelle e calda liquidità giovanile di molte vicende. Parabole, appunto.
E resta nell'area della canzonetta, di una canzonetta tuttavia ben più pretenziosa, supponente e sopravvalutata di quella semplice, popolare e francamente simpatica di Ligabue, la parabola proposta in questi giorni dalla comunicazione pubblica. Essa è riassunta alla perfezione da due immagini tanto loquaci che, messe una di séguito all'altra, come accade in questo frustolo, rendono superfluo ogni ulteriore commento.