10 luglio 2026

Sommessi commenti sull'Ultra-moderno (12): Fa caldo, senza dubbio, e sempre più lo farà

Né climatologo, né fisico dell'atmosfera, né meteorologo, né geofisico, né ecologo, né matematico, né oceanografo, né biogeochimico, Apollonio è sicuro di non potere passare per "negazionista": non ha nessuna delle competenze richieste. 
Ha poi un'età che lo rende particolarmente sensibile al caldo, da un lato, e che, dall'altro e per via di qualche esperienza, esclude si senta in grado di negare alcunché, in tema di cambiamento. 
In vita sua, ha persino visto diventare accademico della Crusca, con l'età e per correlato accumulo degli onori, chi durante vivaci stagioni della sua vita era stato caldo sostenitore della battaglia di don Lorenzo Milani. Era cambiato lui o era cambiata la Crusca? Certamente entrambi. Insomma, come si vuole che Apollonio si rifiuti di ammettere che il clima è cambiato. 
Quindi, i due lettori del suo diario non si inquietino: come tutti gli altri, questo frustolo non è da prendere sul serio, quanto al suo tema o, meglio, al suo pretesto. Qui, come sempre, è questione di lingua e di discorsi, sole cose delle quali Apollonio si attribuisce non la qualità di esperto, ma quella  di modesto osservatore.
Ebbene, non solo la grande letteratura (per la quale si rimanda al breve testo qui in conclusione), ma persino le scienze, tutte le scienze (si perdoni ad Apollonio la facile e scoperta antifrasi) hanno da tempo abbandonato o messo in radicale crisi la nozione di causa, come la si concepiva appunto prima della cosiddetta rivoluzione scientifica. Abbandonandola, l'hanno sostituita con una panoplia di nozioni epistemologiche differenti e variabili in funzione delle diverse aree di ricerca (e vale in proposito quanto dichiarato in esordio).
Un'idea di causa premoderna e impressionistica continua ovviamente a vivere nel quotidiano personale e nelle piccole faccende che gli si connettono né si può pretendere che essa ne scompaia magicamente: bisogna tenersela e farci gli spiccioli conti. Per similitudine, tirando in ballo fatti incontrovertibili, non si può sperare che si smetta di dire "il sole sorge" e "il sole tramonta": sarebbe persino un peccato, se accadesse. 
Questa "causa" è quella qui in causa: una "causa" di tutti i giorni. Le nozioni che la sostituiscono e che sono correttamente in uso nelle scienze, d'altra parte, è difficile siano immediatamente comprensibili (si sarebbe voluto scrivere "commestibili") da persone che soffrono in generale delle medesime incompetenze che Apollonio in esordio ha dichiarato di se medesimo.
Di tale "causa", l'immagine qui a corredo illustra una ricorrenza, sotto la veste grammaticale di un verbo. Non è l'unica né è particolarmente irritante. Per iscritto e nell'orale se ne incontrano da tempo a bizzeffe e sarebbe sciocco non averci fatto il callo. Non per cinismo, ma per timidezza, a tutte viene ormai da rispondere "Sì, sì, mo' me lo segno", come in un celebre film il personaggio interpretato da Massimo Troisi replicava al frate che gli lanciava il suo ossessivo "Ricordati che devi morire!". 
E la questione, di nuovo, non è se, proclamando tale "causa", si dica il vero o il falso. La questione è banalmente che si dice quel che si dice nella forma in cui lo si dice: una forma oltremodo rivelatrice.
Ecco allora, rinfrescante, la lettura promessa: 

"Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d'agnello d'Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s'intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d'uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. "Gia!" riconosceva l'interessato: "il dottor Ingravallo me l'aveva pur detto." 
Sosteneva, tra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico "le causali, la causale" gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse "riformare in noi il senso della categoria di causa" quale l'avevamo dai filosofi, da Aristotele a Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per "vecchia" abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei "suoi" delitti. "Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me... può sta ssicure ch'è nu guaio: qualche gliuommero... de sberretà..." diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano."

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